Cronologia politica
22 Novembre: Viene stipulato un trattato commerciale fra il Comune di Roma e la Repubblica di Genova.
18 Marzo: Commemorazione a Monterotondo per le vittime garibaldiniane della spedizione del 1867:
"Una mesta cerimonia si celebrava a Monterotondo, per ricordare le vittime di quella spedizione garibaldiniana del 1867, che finì a Mentana.
I disordini che si temevano, non avvennero fortunatamente; bensi la cerimonia riuscì imponente: e il corrispondente dell'Illustrazione ch'era sul luogo ce ne mandò i disegni.
Moltissima gente era accorsa dai luoghi vicini e da Roma, fra cui i rappresentanti del Comune e della Provincia, numerose rappresentanze popolari ton le loro bandiere, i deputati Cairoli, Pianciani ed altri, e 12 bande musicali.
Il carro che conteneva le gloriose spoglie dei martiri si avviò, seguito da una folla numerosissima e da ovazioni eatusiastiche, al luogo dove sorge il monumento, fuori della città, sulla via per Mentana.
Appena il commovente corteggio giunse all'Ossario, una fanciulla è un giovinetto dissero parole che nella loro ingenuità intenerivano. Poi furono tenuti molti altri discorsi patriotici di circostanza."
9 Aprile: Con una retata improvvisa vengono arrestati presso Ponte Milvio, un gruppo di nove anarchici internazionalisti, che si erano dati convegno a per mettersi in viaggio alla volta della Campania ed unirsi al movimento della Banda del Matese: "La sera del 9 aprile le poche case di cui è costituita quella località furono circondate dai carabinieri, guardie di sicure; pubblica e da una mezza compagnia di soldati, inviati nel pomeriggio in quelle vicinanze per tentare il loro colpo. Dirigeva le operazioni un colonnello dei reali carabinieri è alcuni ufficiali della stessa arma. Tutte le persone che vi si trovarono furono minutamente perquisite, e si procedette all'arresto di 18 persone, o mancanti di ricapiti, o che si trovarono armate di stili. Da un manifesto trovato addosso ad uno di loro, apparisce ch'essì appartengono ad un'Associazione internazionale di lavoranti. Cotesti lavoranti di Roma formano un Circolo di propaganda socialista romana, e prendono titolo di Zederazione romana e Lazio. Il manifesto espone, com'è naturale, idee estremamente confuse in stile estremamente rozzo; ma la confusione delle idee e la rozzezza dello stile non diminuiscono per nulla l'efficacia dei solletichi coi quali queste propagande sì stuzzicano è si diffondono."
31 Maggio: Comizio anticlericale al teatro Apollo, con circa 5000 presenze, in contrapposizione alla celebrazione del giubileo episcopale di Pio IX.
19 Gennaio: Umberto I effettua solenne giuramento sullo Statuto albertino, nell'aula di Montecitorio, alla presenza di senatori e deputati:
Due giorni appresso della solenne scena che ora abbiamo descrittà, quale altro spettacolo commovente offriva Roma agli Italiani! Ed anche di questo grande atto, noi desideriamo che i lettori serbino ricordo: presentiamo lorò in una vignetta l'aspetto della Camera nel solenne momento in cui re Umberto giura; in un altra re Umberto stesso che giura la sua fede fi podi soldato, di cittadino allo Statuto è all'Italia.
Nell'aula parlamentare i senatori erano più di 200, i deputati più di 400, Nella sala di Montecitorio v'erano; la mattina del 19 gennaio, da sei a sette mila persone! La regina Margherita e la regina Pia stavano nella tribuna; vicini ad esse, nella, tribuna diplomatica, il principino di Napoli, il giovine duca di Braganza, il principe imperiale di Germania Federico Guglielmo, l'arciduca Ranieri, il principe di Baden, gli altri inviati straordinari ed il Corpo diplomatico.
Quando il Re entrò nell'aula e sali con passo franco i gradini del trono, risuonò un evviva formidabile che si ripetè per ben tre volte. ‘Tutti erano in piedi. Il Re sedette sul trono: poi posato l' elmo in terra alla sua destra, si alzò in piedi e con voce marziale esquillante pronunciò la formula del giuramento: « In presenza di Dio e innansi alla nazione giurò di osservare lo Statuto, di esercitare l'autorità reale in virtù delle leggi e conformemente alle medesime di far rendere giusti zia a ciascuno secondo il suo diritto, e di regolarmi in ogni atto del mio regno col solo scopo dell'interesse, della prosperità e dell'onore della patria, »
Era la formula antica del giuramento; soltanto dopo la parola, Déo, furono aggiunte le parole e innanzi alla Nazione! È noto che poi giurarono i deputati e i senatori e che il Re pronunciò altre parole fortemente leali e sapienti, che furono accolte con entusiasmo.
...
Era, come si ricorda, il giorno della seduta reale del Giuramento, il 19 gennaio. Finita la solenne cerimonia, una folla enorme aveva seguitato ad applaudire dopo che le loro Maestà erano rientrate al Quirinale. Il Re e la Regina dovettero risolversi a presentarsi al balcone. L'entusiasmo non fu soddisfatto, gli applausi ricominciarono più vivie insistenti dopo che i sovrani si furono ritirati. Allora successe questa scena. Al balcone rimasto aperto apparì il re Umberto, in seguito a lui la regina Margherita, la regina Pia, e dinanzi all'entusiasmo della moltitudine il principe Fritz, preso anch'esso dalla commozione, ebbe un slancio, che non era d'etichetta, ma parve inolto simpatico, Egli prese fra le braccia il principino di Napoli che stava dietro come nascosto, e dandogli un bacio lo presentò al popolo. È incredibile l’urazano d'applausi che scoppiò allora, e fra gli evviva non mancarono quelli alla Germania e al principe tedesco che seppe con tanta abilità destar tante simpatie nella Corte e nel popolo italiano.
18 Maggio: Ad una elezione suppletiva del collegio elettorale di Foligno, il Conte Giuseppe Telfener viene eletto deputato della XIII legislatura del Regno d'Italia:
"Il conte Giuseppe Telfener porta a termine l'elezione politica nel Collegio di Foligno, risultando eletto con 503 voti su 767 votanti."
17 Dicembre: Il Principe Imperiale di Germania Federico Guglielmo in visita a Roma. Lo accolgono alla Stazione Termini il Re Umberto I, il Principe di Napoli e il Principe Amedeo, i dignitari di corte, i ministri, il Presidente del Senato Tecchio, quello della Camera Farini e l'Ambasciatore di Germania, il Sindaco Torlomia e il Presidente del Consiglio Depretis. Dopo una tappa al palazzo del Quirinale:
"Il principe Federico Guglielmo, partito da Genova dopo la mezzanotte del 16 corrente, giunse a Roma 35 minuti dopo il mezzogiorno del 17 dicembre. Erano ad incontrarlo alla stazione il re Umberto, il principe Vittorio Emanuele ed il duca d'Aosta. V'erano altresì le presidenze delle due Camere, i ministri, i grandi ufficiali dello Stato, ed una numerosa rappresentanza della colonia tedesca, comprese parecchie signore.
Quando il principe scese dal vagone, abbracciò e baciò ripetutamente il re, poi i due principi: quindi montò con loro in una carrozza di corte, salutato dagli applausi entusiastici della popolazione affollata sul piazzale della stazione. Il Re Umberto vestiva l'uniforme di generale italiano e portava il grande cordone dell'Aquila nera. Il Principe di Napoli era in tenuta d'allievo della scuola militare ed il Principe Amedeo da generale con decorazioni. Il principe imperiale indossava l'uniforme bianca di feld-maresciallo, elmo con pennacchio bianco e nero a cascata ed il petto aveva ornato di una quantità di decorazioni, fra le quali spiccava il cordone dell'Annunziata.
L'equipaggio era di mezza gala e si componeva di sette landò, tirati da due cavalli. Uno squadrone di corazzieri apriva la marcia. Il nostro disegnatore signor Paolocci per rammentare tale importante fatto ha scelto un punto di vista nuovo e bellissimo. Esso, addossato al Quirinale, ci presenta il corteggio, che, svoltati i colossi di Fidia e Prassitele, sta per varcare la soglia del palazzo.
La Roma monumentale ci presta in questo caso uno dei suoi più interessanti panorami. Oltre il gruppo dei celebri colossi, della grandiosa fontana, alla quale sovrasta il magnifico obelisco di granito rosso trovato vicino al mausoleo di Augusto ai tempi di Pio VI, si vedono sfilare prospetticamente la facciata della villa Colonna, architettura barocca d'un effetto grandioso, la chiesa di S. Silvestro, ed in fondo, al disopra della facciata pur barocca di S. Caterina da Siena, troneggia la celebre torre delle milizie.
Al Quirinale, salito lo scalone, e traversata la grande anticamera chiamata ancora Salone degli Svizzeri, il principe incontrò la Regina sul limitare della prima sala dalla quale si accede, a sinistra, ai saloni che precedono la sala del trono, a destra, ad una galleria che conduce alla sala da ballo, a quella de' pranzi di gala, ed a tutto l'appartamento che si apre per le feste di Corte.
La Regina era circondata dalle sue dame di Corte e di palazzo, e dai principali dignitari della casa civile del Re. Il principe Federico Guglielmo che, come ognun sa, ha per la nostra Regina un affetto paterno, le strinse la mano e la baciò in fronte con effusione.
Questa è la scena intima che il nostro Paolucci ha potuto ritrarre e che riproduce con la massima esattezza l'incontro del principe con la nostra amata sovrana (pubblicato nel volume del 6 gennaio 1884).
In piazza del Quirinale la folla, sempre acclamando, volle vedere il principe Federico Guglielmo che s'affacciò, a capo scoperto, insieme al Re ed alla Regina."
6 Dicembre: Duello tra i deputati Nicotra e Lovito
Scandalo avvenuto in uno degli ambulatori della Camera. Il deputato Nicotera svillaneggiò il deputato Lovito, che è anche segretario generale del ministero degli esteri, dandogli i graziosi titoli di "massaro, pecoraro, mascalzone," e poi gli sputò in faccia due volte dicendo che non lo schiaffeggiava per timore di sporcarsi le mani.
Tutto ciò perchè il Nicotera credeva che un tal Calabritto, il quale al tempo delle elezioni generali aveva scritto un opuscolo contro di lui, fosse stato nominato cavaliere, e il padre nominato direttore d'un sifilicomio.
Fossero pur veri, cotesti fatti non giustificano certo ingiurie così atroci e nè anco un semplice risentimento; per giunta il Nicotera non aveva appurato questi fatti così insignificanti: nessuna croce era stata data al Calabritto figlio, e il Calabritto padre, medico valente, vecchio patriota, avea tutti i requisiti professionali per il posto datogli.
La mattina dopo ebbe luogo il duello fra i due deputati, avendo prima il Lovito date le sue dimissioni da segretario generale; e il duello fu così feroce, che uno dei due, ferito, non sentì l' alt dei padrini, e continuò a scagliarsi contro l'avversario.
Entrambi rimasero feriti, ed anche uno de' padrini che s'era intromesso. Nessuno ne morrà, e si fa processo a tutti per duello; al Nicotera anche per oltraggio ad un pubblico funzionario.
Tutto ciò è un saggio di costumi meridionali e parlamentari; e la politica non ci entra che per le conseguenze del duplice fatto. La Pentarchia, appena costituita, ha ricevuto un fiero colpo da questa condotta selvaggia di uno dei suoi.
Il pubblico di tutti i partiti si domanda se mai si potrà affidare il timone dello Stato ad un uomo che si conosceva già impetuoso e irriflessivo, e che ora si vede, ad onta dell'età e dell'ambizione, lasciarsi dominare dalla passione in modo così cieco. Si domanda ancora se era giusto accettare le dimissioni del segretario generale: con questo precedente, qualunque villano, deputato o non deputato, potrà rovesciare anche un ministro mettendogli le mani addosso.
È vero che le dimissioni furono accettate dopo il duello, ch'è violazione alla legge commessa da un ministro della legge. Anzi il lato non meno scandaloso di questo scandalo, è il vedere duellanti e padrini, tutti deputati, violare il Codice con tanta disinvoltura, mentre hanno davanti il nuovo progetto di Codice che aggrava le pene per duellanti e padrini! È il caso di ripetere il detto antico: che valgono le buone leggi, — e che valgono i deputati, — senza i costumi?
12 Marzo: La missione Birmana in visita alla Corte del Quirinale, incontrano Re umberto I.
« Il 12 marzo al tocco una vettura di corte conduceva all'Albergo di Roma, residenza della missione Birmana, il conte Santorre di Santarosa cerimoniere di Corte, e poco dopo tre altre vetture con staffieri di gran gala partivano dallo stesso albergo. Nella prima, detta di servizio, presero posto Namyo Mindin Razach Loschat Yadan, assistente della missione, e Maha-Minhla Kgaw-din Lagay-daw Gyu Min segretario.
L'Illustrazione Italiana. 5 aprile 1885.
Nella seconda carrozza, detta di gala, presero posto il primo ambasciatore Min-gyeu Min-Maha Zaya Thin-Fun Myolhit Myozah Artwin Woonmin che oltre al possedere tutti questi nomi è ministro dell'interno, e membro del privato consiglio del regno di Birmania; più il secondo ambasciatore Wendoaun Tau Tann-Giet Woonmin ministro segretario di Stato, — ed il conte di Santarosa cerimoniere di Corte. Nella terza carrozza presero parte Nayo Therree... e vi fo grazia del rimanente perchè credo ne avrete già abbastanza di queste litanie di consonanti d'una sonorità strana. Il conte Trevelec ed il marchese Durazzo Adorno, consoli di Francia ed Italia, li accompagnavano.
L'Illustrazione Italiana. 5 aprile 1885.
I Birmani indossavano dei ricchi costumi di velluto e seta, curiosi per forma, pieni di smerlettature e di ricami da farli assomigliare più a donne che ad appartenenti al sesso forte. In testa portavano un cappello di rame, o, se volete, anche di cartapesta dorata, somigliantissimo ad una delle tante guglie del Duomo di Milano; di europeo non avevano che scarponi di copale ed i guanti bianchi.
L'Illustrazione Italiana. 5 aprile 1885.
Al Quirinale furono ricevuti, allo scalone, dal conte Giannotti e dal marchese Tolomei, e su nelle sale dal conte Panissera di Veglio che li annunziò nella sala del trono. Il Re, indossando l'uniforme di generale, era contornato dalla sua casa civile e militare. Questi, come sempre ad ogni ricevimento d'ambascerie, si ritirarono nella sala Gialla lasciando il Sovrano tête à tête con i componenti l'ambasciata, il marchese Durazzo ed altr'interpreti.
L'Illustrazione Italiana. 5 aprile 1885.
Cosa avran detto a sua Maestà? Mistero! Solo si sa che il Re strinse più volte le mani agli ambasciatori, dei quali uno parlava abbastanza bene il francese, e soddisfatti dell'accoglienza avuta, passarono poi ad ossequiare S. M. la Regina.
L'Illustrazione Italiana. 5 aprile 1885.
Nella loro dimora in Roma i Birmani sono comparsi un po' dappertutto, nei teatri, nelle chiese, fra i ruderi romani, e financo nell'aula parlamentare. Era il giorno famoso dei 102 voti di maggioranza, e l'onorevole Presidente del Consiglio poteva dire alla Camera: non l'Europa solo, ma anche l'Asia ci guarda. »
16 Novembre: Apertura della seconda sessione della XVI Legislatura del Parlamento Nazionale, inaugurata con un discorso letto da re Umberto:
"La cerimonia della inaugurazione procedette con le consuete norme. La Regina ed il principe di Napoli, uscendo dal Quirinale alle 10 e mezza con tre carrozze di mezza gala giunsero al palazzo di Montecitorio allle 10.45 e presero posto nella tribuna abitualmente destinata al corpo diplomatico, nella quale erano anche le dame di Corte.
Il principe di Napoli vestiva la uniforme di tenente del 5º reggimento fanteria e portava al collo le insegne dell'Ordine supremo dell'Annunziata.Il corteggio reale uscì dal Quirinale alle 10.45 e giunse a Montecitorio qualche minuto prima delle 11. Era composto di sei berline dorate ricchissime. Cinque di esse erano tirate da quattro cavalli: una precedeva; quattro seguivano la carrozza reale attaccata a sei cavalli, nella quale erano il re, il duca d'Aosta ed il duca di Genova.
Il disegno del nostro Paolocci raffigura il momento nel quale la carrozza reale si ferma davanti al padiglione eretto esternamente all'ingresso principale di Montecitorio.
Muovono incontro al re i presidenti delle due Camere, i ministri, e le deputazioni del Senato e della Camera estratte a sorte per ricevere Sua Maestà. Forma un quadrato davanti all'ingresso del palazzo, per trattenere la folla, la legione degli allievi carabinieri, e lo squadrone corazzieri guardie di S. M. che faceva parte del corteggio reale, si vede schierato facendo fronte al palazzo di Montecitorio, innanzi all'obelisco.
Le truppe della guarnigione ed alcuni battaglioni venuti dalle guarnigioni vicine facevano ala lungo lo stradale dal Quirinale a Montecitorio.
Nel percorrerlo, tanto nell'andare quanto al ritorno dalla seduta inaugurale, il Re la Regina ed il principe ereditario furono salutati con vive ed affettuose dimostrazioni di simpatia dalla folla, accalcata dovunque nonostante il tempo piovigginoso."
Il Discorso della Corona (dal numero 20 novembre)
"Ad alcuni pare troppo alto, e quasi millantatore; altri, e sono i più, si rallegrano di parole entusiastiche che sollevano gli animi e fanno battere il cuore d'ogni italiano.
Il discorso comincia col proclamare che « l'Italia forte delle sue armi, sicura nelle sue alleanze ed amica con tutti i Governi continua il suo corso ascendente; è nella famiglia dei grandi Stati ove va a paro coi primi, nè più teme il regresso »; termina col rinnovare la fede di Vittorio Emanuele negli « alti ideali », con la certezza che rimanendo « sulla via della libertà" non mancheranno all'Italia « con le simpatie de' popoli, i premi della fortuna ». Naturalmente anche nel discorso della Corona italiana « gli sforzi per la conservazione della pace » sono all'ordine del giorno; persino in Africa « le giuste armi" non si apprestano che mirando alla pace, « pace del forte ». Affettuosi, sentiti i saluti ai soldati e ai marinai. Quanto al programma della sessione..."
11 Maggio: Il consiglio comunale di Roma respinge la proposta per il monumento a Giordano Bruno in Campo de' Fiori. La mozione Baccarini – Caetani viene respinta con 29 voti a favore e 36 contrari. Il Sindaco Guiccioli vota a favore per opportunismo politico. Si scatenano accese proteste liberali e tensioni politiche in vista delle elezioni:
Il Campidoglio, ingelosito della nomea che va prendendo l'antica curia Innocenziana, ha voluto far valere la sua reputazione storica. Rimessa in discussione la domanda dell'area per il monumento a Giordano Bruno in Campo dei Fiori, il consiglio comunale di Roma l'ha respinta con 36 voti contro 29. Non bisogna credere per questo che la maggioranza del consiglio comunale sia clericale. Le condizioni speciali della discussione, il momento e il modo poco opportuno nel quale la proposta per l'area del monumento è stata nuovamente tirata in ballo, hanno fatto votare con i clericali anche parecchi consiglieri che non lo sono, non lo sono stati e non lo saranno.
Questa del monumento in Campo de' Fiori è una di quelle tali questioni nelle quali, quando sono giunte allo stato acuto d'inasprimento, non si sa davvero chi abbia ragione. Probabilmente non l'ha più nessuno. Il paradosso si sostituisce troppo facilmente al ragionamento.
L'onorevole Baccarini rammentò, per esempio, che in Campo Varano sorge ancora rispettato il monumento eretto da Pio IX agli zuavi pontifici caduti per la difesa del potere temporale nel 1867, e ne dedusse che i liberali sono fin troppo buoni, troppo condiscendenti, permettendo che sia conservato tale abominio... che ha fatto fin qui molto onore alla civiltà ed alla tolleranza della nuova Roma.
Di molta tolleranza non dettero certamente prova coloro che assistevano alla seduta del Consiglio comunale la sera dell'11. In nome della libertà del pensiero personificata dal frate Nolano salutarono la maggioranza del consiglio comunale con un'infinità di fischi. La dimostrazione andò a finire, come tutte le dimostrazioni romane, in piazza Colonna, dopo aver ripetuto le fischiate sotto le abitazioni di alcuni fra i più noti consiglieri contrarii al monumento, o per lo meno all'idea di erigerlo in Campo di Fiori.
Poi vi sono state altre dimostrazioni di studenti e adunanze d'impiegati e tutti ripetono che ci rivedremo alle elezioni parziali amministrative. Può essere che la lezione abbia giovato, ma non lo credo. Le solite ambizioncelle, le rivalità personali produrranno alla vigilia delle elezioni le consuete discordie più o meno palesi nel partito liberale."
11 Ottobre: L'imperatore di Germania Guglielmo II arriva a Roma in visita di stato:
"Il principe Enrico di Prussia, fratello dell'Imperatore, ha raggiunto Guglielmo II al confine italiano andando con esso a Roma nel treno imperiale. È già noto che il conte Erberto di Bismarck, ministro di Stato, figlio del gran Cancelliere, accompagna egli pure l'imperatore nel suo viaggio.
Erano alla stazione a riceverlo re Umberto, col principe ereditario, il duca d'Aosta e il duca di Genova, con le loro case militari; il presidente del Consiglio, i generali Pallavicini e D'Oncieu comandanti dell'VIII corpo e della divisione di Roma, il prefetto Gravina ed il prosindaco marchese Guiccioli. Nessun altro era stato ammesso nella stazione.
Verso il piazzale esterno era stato eretto un padiglione in velluto e broccato: copriva il marciapiede un ricco tappeto di Bruxelles. Alle due estremità del padiglione s'ergevano due pennoni che sorreggevano, quello di destra lo stendardo imperiale tedesco, quello di sinistra lo stendardo italiano.
Guglielmo II ed Umberto I presero posto insieme al principe di Napoli, in una carrozza di Corte scoperta, con le livree rosse, preceduta dai battistrada. Percorsero la piazza di Termini dove è stata rinnovata l'antica fontana, e s'avviarono per Via Nazionale. La grande strada, lungo la quale s'innalzavano più di 300 pennoni, eguali a quello del quale diamo il disegno, era straordinariamente affollata. Dai balconi e dalle finestre stipate di signore cadevano sulla carrozza fiori e piccole bandiere con i ritratti dei due sovrani e i colori delle due nazioni alleate.
La carrozza dei due sovrani dovette farsi strada lentamente in mezzo alla folla fino al portone del Quirinale. Entrati nella reggia i sovrani, i principi ed il loro seguito, le acclamazioni che li avevano accompagnati fino dalla stazione continuarono, mentre Guglielmo II presentava i suoi omaggi alla regina Margherita, alla duchessa d'Aosta ed alle duchesse Elisabetta ed Isabella di Genova che lo ricevettero circondate dalle loro dame. Pochi minuti dopo l'Imperatore col Re, la Regina, i principi e le principesse si affacciavano al terrazzo ch'è sulla porta del Quirinale; poi vi comparivano soli i due sovrani più d'una volta.
La bandiera germanica sventolava sul Quirinale insieme a quella italiana.
Guglielmo II ha ricevuto subito dopo il suo arrivo i ministri, i sottosegretari di Stato, i presidenti dei due rami del Parlamento, i generali che si trovano in Roma, e la Giunta Municipale alla quale si erano aggiunti dieci consiglieri scelti dal Sindaco. Il comune di Roma ha voluto in questa occasione mostrarsi splendido. La sua rappresentanza è andata alla reggia in gran pompa, con vetture di gala e livree ricche e nuove, preceduta dal corpo delle guardie municipali a cavallo recentemente formato, e con numeroso seguito di trombettieri e donzelli che portavano il gonfalone del Comune ed i 16 stendardi dei rioni di Roma.
Si prepara in onore di Guglielmo II una grande dimostrazione popolare. Roma è piena di forestieri e d'italiani di tutte le provincie. A molti non è stato possibile trovare alloggio e la stazione è tutt'altro che bella e clemente.
Nella gita da farsi ne' dintorni di Roma compresa nel programma della visita imperiale, Guglielmo II visiterà probabilmente Tivoli e la Villa Adriana."
"Abbiamo già detto nel numero passato che Guglielmo II, accompagnato dal principe Enrico di Prussia, dal conte Erberto di Bismarck e da altri personaggi della sua Corte, giunse a Roma alle 4, 10 pomeridiane del giorno 11 corrente. Fino dalla mattina v'era grande movimento per le strade della città, rallegrate da uno splendido sole autunnale. Facevano ala, per lo stradale dalla stazione al Quirinale, le truppe della guarnigione e gran parte di quelle riunite a Roma per la rivista, sotto gli ordini del tenente generale conte Paolo d'Oncieu de la Batie comandante la divisione di Roma. La legione allievi carabinieri formava un gran quadrato sul piazzale esterno della stazione, tenendo lontana la folla dagli ingressi.
Un colpo di cannone annunziò l'arrivo del treno imperiale; la gran campana del Campidoglio rispose a quel colpo rintoccando a festa. Sul marciapiede della stazione era schierata una compagnia del 5° fanteria con musica e bandiera. Il treno imperiale, con due locomotive inghirlandate ed imbandierate, con i colori italiani e tedeschi entrò lentamente sotto la tettoia: la musica intuonò l'inno prussiano Heil dir im Sieger-kranz (salve, o cinto dal lauro della vittoria).
Guglielmo II era in piedi sulla piattaforma. Scese primo andando diretto incontro a re Umberto, che si era avvicinato al vagone; lo abbracciò e lo baciò quattro volte, sulle bocca e sulle guancie. L'Imperatore aveva l'aspetto sorridente: vestiva l'uniforme rossa di colonnello del reggimento d'ussari della guardia ch'egli ha comandato per qualche tempo. Dopo aver baciato re Umberto, l'Imperatore si rivolse al principe Vittorio Emanuele; lo baciò due volte, poi dette una stretta di mano al duca d'Aosta e al duca di Genova. Re Umberto gli presentò prima l'onorevole Crispi cui Guglielmo strinse la mano, poi gli altri personaggi della sua casa.
I saluti e le presentazioni durarono una diecina di minuti, dopo i quali Re ed Imperatore si avviarono verso l'uscita. Al loro comparire sotto il baldacchino eretto fuori della stazione, la folla immensa li accolse con una lunga ed entusiastica acclamazione. I due sovrani presero posto in una carrozza a due cavalli ed il corteggio si mosse verso il Quirinale.
Nella prima carrozza vi erano due aiutanti di campo e due maestri di cerimonie del Re.
Nella seconda l'Imperatore Guglielmo e il re Umberto: la precedevano e la seguivano i corazzieri. Il generale D'Oncieu cavalcava a destra, il capitano Werner comandante dei corazzieri a sinistra.
Nella terza carrozza erano il principe Enrico di Prussia e il principe di Napoli. Nella quarta il duca d'Aosta e il duca di Genova. Tanto il Re come gli altri principi di casa Savoia portavano al collo le insegne dell'Ordine dell'Aquila Nera.
Nella quinta carrozza v'erano il conte Erberto Bismarck, l'onorevole Crispi, il conte di Solms ambasciatore tedesco ed il von Liebenau gran maresciallo di corte dell'Imperatore. Nella sesta il generale Wittich, il generale von Hahnke, il conte Visone ed il generale Pasi. Nelle seguenti le altre persone del seguito dell'Imperatore e della casa militare del Re d'Italia. Un drappello di corazzieri chiudeva il corteggio.
Quando questo ebbe traversata la piazza di Termini e fu giunto all'esedra che serve d'ingresso a via Nazionale, s'offerse allo sguardo dell'imperatore tedesco uno spettacolo veramente meraviglioso. Lungo la via Nazionale più di centomila persone si affollavano sui marciapiedi dietro le truppe, alle finestre, sui tetti, sulle gradinate, sulle inferriate. Il palazzo dell'Esposizione, che ha una spaziosa gradinata davanti, era stato preso d'assalto fino da mezzogiorno. Le finestre disponibili s'erano vendute a prezzi favolosi; il gran palco fatto costruire dalla Banca Nazionale sul terreno di sua proprietà non avrebbe potuto contenere una persona di più.
Dalle finestre, imbandierate ed ornate di parati di fiori e di verzura, si gettavano fiori e piccole banderuole con i ritratti dei due Sovrani. Parecchie bande musicali distribuite lungo la strada suonavano l'inno tedesco. Guglielmo II, la cui fisionomia, non severa ma impassibile, tradisce difficilmente lo stato dell'animo, salutava con rigida compostezza alzando il braccio destro ed avvicinandosi al kolback l'indice ed il medio: ma nel suo occhio chiaro ed espressivo si leggeva facilmente che quella accoglienza eragli graditissima. Le grida, le acclamazioni entusiastiche accompagnarono la carrozza dei due Sovrani fino al Quirinale. La folla tentò più volte di rompere i cordoni della truppa, appena passato il corteggio: poi si precipitò per tutte le vie laterali verso la piazza del Quirinale, dove gli applausi ripetuti, insistenti continuarono per più d'un quarto d'ora, fino a quando cioè non si videro due staffieri di corte venuti a mettere un arazzo sul parapetto del balcone.
Entrato nella reggia italiana, Guglielmo II fu ricevuto a' piedi del grande scalone dal conte Cesare Gianotti primo maestro di cerimonie di S. M. e ff. di prefetto di palazzo che, precedendolo, lo accompagnò fino al salone detto degli Svizzeri, dove attendeva l'Imperatore S. M. la Regina con le principesse Letizia, Elisabetta e Isabella, e la marchesa ed il marchese di Villamarina.
Guglielmo salì lo scalone tenendosi alla destra del Re ed appena giunto davanti alla Regina prese la mano che essa gli stendeva e gliela baciò. Quindi baciò la mano alle principesse mentre il principe Enrico s'inchinava davanti alla Regina e le baciava egli pure la mano.
La Regina al braccio dell'Imperatore, la principessa Letizia a braccio del Re, la duchessa di Genova madre a braccio del principe Enrico, e la principessa Isabella a braccio del Principe ereditario, passarono nella sala azzurra dove furono presentate all'Imperatore la duchessa Sforza Cesarini, la contessa Marcello e la principessa Pallavicini dame di corte, la duchessa Massimo di Rignano, la contessa di Santaflora e la marchesa Calabrini dame di palazzo.
Dalla sala azzurra i Sovrani e le principesse passarono nella sala da ballo dove erano riuniti i cavalieri dell'Annunziata, i grandi dignitari dello Stato e della Corte, i presidenti del Senato e della Camera con gli uffizi delle due presidenze, il comandante del IX corpo d'esercito e quello della divisione di Roma, il prefetto, ed il prosindaco con la giunta municipale.
Le presentazioni furono brevissime perchè giungeva fino alla sala da ballo il fragore degli applausi, annunziando che la popolazione desiderava di salutare nuovamente l'Imperatore. Questi strinse la mano al generale Della Rocca, agli onorevoli Biancheri e Farini, al generale Pallavicini, ed espresse in poche ma cordiali parole al marchese Alessandro Guiccioli ff. di Sindaco il piacere di essere stato accolto tanto festosamente nella capitale d'Italia.
Gli applausi intanto continuavano. Finalmente comparvero sul balcone l'Imperatore col Re, la Regina, la principessa Letizia, le due duchesse di Genova, il principe Enrico, il principe di Napoli, il duca d'Aosta e il duca di Genova. L'Imperatore rispondeva alle acclamazioni agitando il kolback che aveva in mano e sorridendo di soddisfazione. Girò più volte intorno lo sguardo non potendo trattenersi dall'ammirare lo stupendo panorama di Roma ed il non meno stupendo spettacolo della folla che a perdita d'occhio riempiva non soltanto la piazza ma tutte le strade che vi fanno capo. Prima di ritirarsi Guglielmo II fece un nuovo saluto allargando le braccia come se volesse comprendere in un solo abbraccio quel popolo che ricordava d'aver veduto dieci anni sono, su quello stesso balcone, il Kronprinz Federico sollevare nelle braccia il principe di Napoli allora fanciullo...
Diremo qui che i principali personaggi del seguito dell'Imperatore sono il conte Erberto Bismarck (segretario di Stato per gli esteri), il gran maresciallo di corte Von Liebenau, il generale Hahnke capo del gabinetto militare di S. M. germanica, ed il consigliere Lucanus, ex sottosegretario di Stato al ministero de' culti, ora capo del gabinetto civile di S. M. Il signor di Liebenau si trova da 15 anni al fianco del suo giovine sovrano: il generale Hahnke ed il consigliere Lucanus, benchè occupino da pochi mesi i loro elevatissimi uffici, godono tutta la fiducia dell'Imperatore."
10 Dicembre: Il Consiglio Comunale esamina la nuova proposta della Giunta, per condere la piazza di Campo dei Fiori all'erezione del monumento dedicato a Giordano Bruno. La proposta viene finalmente approvata con 36 voti favorevoli e 13 contrari.
Il folto pubblico presente nell'aula accoglie l'esito della votazione con un boato di giubilo. Segue una manifestazione in Campo de’ Fiori, da dove parte un corteo spontaneo che percorse la città.
28 Gennaio: Alla presenza di Re Umberto I, si apre la III sezione della XVI legislatura al Parlamento:
"Il 28 gennaio n. s. si è aperta la III sessione della XVI legislatura con il consueto cerimoniale. Il nostro Paolocci ha illustrato anche questa volta due episodi della solennità, della quale altre volte egli ha riprodotto col disegno altre scene.
In uno dei disegni del nostro egregio corrispondente artistico vediamo la carrozza della Regina che, partita alle 10 1/2 dal Quirinale col principe ereditario, si avvia al palazzo di Montecitorio, traversando piazza Colonna rasente al palazzo Chigi, fra mezzo a due ali di truppa, formate da fanteria di linea e da allievi carabinieri. Il corteggio della Regina era composto di tre carrozze di mezza gala: nella prima erano il marchese Guiccioli e il capitano Franzini: nella seconda, che si vede nel nostro disegno, stavano la Regina, il principe ereditario, la marchesa ed il marchese di Villamarina. La scortava un drappello di corazzieri. Nella terza erano la duchessa di Sartirana, il colonnello Osio ed il maggiore Brancaccio di Carpino.
L'altro disegno ci presenta Re Umberto che seduto sotto il padiglione reale, eretto al posto del banco presidenziale, sta leggendo il discorso della Corona. In piedi alla sua destra, sui gradini del trono, sta il duca d'Aosta; a sinistra il duca di Genova. A piedi dei gradini si affollano i senatori e deputati componenti gli uffici di presidenza delle due Camere e le commissioni incaricate di ricevere S. M. all'ingresso di Montecitorio: vi sono i ministri, i sottosegretari di stato, i componenti delle case civili e militari del Re e dei principi, sole persone non appartenenti ai due rami del Parlamento alle quali sia concesso, in questa sola occasione, di entrare nell'aula.
Vi sono il generale Pasi, il conte Visone, il conte Giannotti, l'ammiraglio Accinni, il generale Abate, il colonnello Radicati, i tenenti colonnelli Costantini e De Sanctis, i commendatori Peruzzi e Brenda, il marchese Origo, il dottor Saglione.
L'onorevole Crispi è a sinistra del trono, presso ai gradini. Tocca a lui, come ministro dell'interno, presi gli ordini di Sua Maestà, di dichiarare aperta la sessione, dopo terminato il discorso reale.
A sinistra del trono, in alto nella tribuna destinata abitualmente al corpo diplomatico, hanno preso posto la Regina ed il principe ereditario col loro seguito. Nelle tribune dietro il trono, come in tutte le altre che non si scorgono nel disegno, v'è una vera folla di signore in toilettes elegantissime, dietro le quali fa capolino un'altra folla di signori in abito nero e cravatta bianca. Si sa che i posti disponibili sono 1500 circa: le richieste rivolte al solo ministero dell'interno furono più di 5000."
27 Agosto: Il Negus di Abissinia Menelik in visita di Stato a Roma ospitato in Villa Mirafiori sulla Via Nomentana.
28 Agosto: La delegazione diplomatica etiope (nota come gli "Scioani") giunge a Roma in occasione della firma del Trattato di Uccialli, ospiti a Villa Mirafiori. L'ambasciata viene ricevuta al Quirnale dal re Umberto I:
"Stamattina alle ore 11 S. M. il Re ha ricevuto in forma solenne la Missione scioana al Quirinale, secondo il cerimoniale in uso per gli ambasciatori. Davanti al Quirinale ed a Piazza Monte Cavallo erano schierate le truppe della guarnigione per far ala al passaggio della Missione; in piazza Monte Cavallo gli allievi carabinieri, in via Venti Settembre un battaglione di bersaglieri e quattro battaglioni di fanteria con musica e bandiera. Lungo la via la folla si assiepava molto numerosa dietro il cordone dei soldati.
Dopo le 10, in carrozze chiuse, sono giunti al Palazzo Reale i quattro camerieri della Missione ed i capi dei soldati, i quali hanno portato parte dei doni inviati da Re Menelik al nostro Sovrano. Questi doni sono stati collocati nella sala del ricevimento. I portatori hanno atteso nelle sale attigue. Sono quindi giunti in carrozza, il Presidente del Consiglio col segretario Mayor e Pisani Dossi, tutti e tre in uniforme, poi, insieme al conte Antonelli, il dottor Nerazzini, da ultimo il ministro della guerra ed il ministro della marina insieme ai due sottosegretari di Stato tutti nelle rispettive uniformi.
Alle ore 10 3/4 il corteo dell'Ambasciata è uscito da Villa Mirafiori. Lo precedevano due guardie municipali a cavallo, poi un drappello di carabinieri a cavallo: poi il battistrada; lo seguivano tre carrozze di Corte, a mezza gala, scortate agli sportelli da carabinieri a cavallo. Quindi nella prima carrozza di Corte, di gran gala, preceduta da battistrada, avevano preso posto l'ambasciatore Maconnen, suo nipote Fitaurari Birratu ed il comm. Carafa, cerimoniere di Corte. Nella seconda carrozza l'abate Micael, confessore di Maconnen, il generale Abba Nada, il capitano Cuolec. Nella terza il generale di cavalleria Tesemma, l'Aiutante di campo di Maconnen, e Hailé Mariam'.
Seguivano altre carrozze di Corte con livree scure, nelle quali avevano preso posto i sottoufficiali comandanti la scorta d'onore. Discesi dalle carrozze, gli ambasciatori si sono fermati alcuni istanti sui primi gradini, onde dare migliore assetto ai loro abbigliamenti. Nel cortile la banda militare intonò la marcia reale, e la compagnia di guardia presentò le armi.
Gli Scioani salirono lo scalone meravigliati dello splendore della Reggia. Il gruppo, sull'ampia scala, era d'un effetto meraviglioso. Gli Scioani vestivano abiti splendidi, tuniche tutte di seta smaglianti di colori, ornate di ricami d'oro e d'argento. Avevano sul capo il turbante, e ravvolto sulle spalle un manto bianco; sotto il manto si vedevano gli scudi ornati anch'essi d'oro e d'argento e le scimitarre guarnite di pietre preziose. Il capo della Missione aveva la testa coperta da un turbante e papallina color d'oro, contornato da 300 piume dello stesso colore; sulla fronte, scendevano in corona dei fili d'oro con medaglie all'estremità.
Sulla scala della Reggia gli ambasciatori sono stati incontrati dal marchese Tolomei, cerimoniere, che li ha condotti sino alla Sala degli Svizzeri, ove era ad attenderli il conte Giannotti gran maestro di Cerimonie. Nella Sala degli Svizzeri i corazzieri presentarono le armi. A quella vista imponente Maconnen, Josief e gli altri rimasero come stupefatti. Il conte Giannotti ha condotti gli Ambasciatori nella sala del trono. La Missione entra conservando ognuno l'etichetta ed il grado della propria carica. In una delle sale precedenti resta di guardia un soldato scioano armato di remington.
S. M. il Re era nella sala seduto sul trono vestito da generale in grande uniforme, col Collare dell'Annunziata e col Cordone dell'Ordine Militare di Savoja. Erano ai fianchi del Re il principe di Napoli pure in grande uniforme; i ministri Crispi, Bertolè Viale e Brin, i sottosegretari di Stato Corvetto, Damiani e Morin, tutti in grande uniforme con decorazioni; il generale Pasi con la Casa militare; il comm. Rattazzi e la Casa del Principe di Napoli; il conte Pietro Antonelli, in frac e guanti neri decorato della Commenda della Corona d'Italia; i signori Nerazzini e Traversi in uniforme di medici, il primo di marina, l'altro militare; il console Branchi, e l'ingegnere Cappuccio.
Il conte Giannotti ha presentato il capo della Missione, il quale si è profondamente inchinato più volte, dopo di che sua Maestà è sceso dal trono ed ha stretta la mano all'Ambasciatore. Allora Maconnen ha rivolto al Re il seguente discorso che fu tradotto dall'interprete: 'Sua Maestà il Re di Etiopia mi ha incaricato di presentare alla Maestà Vostra l'espressione dei suoi sentimenti di amicizia. Il mio Re, ora padrone di tutta l'Etiopia, vuol mantenere col Governo di Vostra Maestà i migliori rapporti, e perchè questi siano immutabili, firmò un trattato d'amicizia e di commercio. In nome del mio Re domando alla Maestà Vostra l'alta sua protezione, perchè in avvenire la pace e la tranquillità regnino in Etiopia e nei vicini possedimenti italiani pel vantaggio e sviluppo dei nostri commerci. Il mio Re vuole la pace, ma in qualunque circostanza posso assicurare che i nemici d'Italia saranno i nostri nemici'.
Sua Maestà il Re Umberto rispose in italiano, ed Antonelli facendo da interprete riferì in sua risposta: 'Ho udito con grande soddisfazione le vostre parole e sono lieto di sapere che il vostro Re è padrone ormai di tutta l'Etiopia. Già siamo da lunghi anni amici fedeli e tali rimarremo, e di ciò sono garanti il trattato stipulato pel bene comune dei due paesi, e la protezione che io ed il mio Governo concediamo al vostro paese, al quale desideriamo sinceramente prosperità e pace'. Poi Maconnen, servendosi dell'interprete, ha presentato tutti i varii membri della Missione. Questi, fra tanto scintillio di uniformi e di decorazioni, come abbagliati, si prostrarono, ma Re Umberto, avanzatosi, strinse loro la mano. Quindi si ritirarono nelle sale vicine.
Maconnen è rimasto alla presenza del Sovrano una mezz'ora, e gli ha presentato le lettere autografe di Menelik, le quali erano ravvolte in un drappo di seta rossa. Il Re, presenti Crispi e l'interprete scioano, intrattenne, coll'aiuto dell'interprete, l'Ambasciatore sul suo viaggio in Italia, sulle cose viste e sull'impressione avutane. Maconnen rispose che era lietissimo di aver visitato il nostro paese, che magnificò, ricordando anche la cortesia riscontrata negli ufficiali e nelle persone che lo accompagnarono. Terminato il colloquio, sono rientrati tutti gli Ambasciatori, e S. M. e S. A., scendendo dal trono, sono andati insieme cogli altri personaggi in fondo alla sala per ammirare i doni. Dopo di che il Re ed il seguito si congedarono. Il conte Giannotti condusse la Missione nella sala attigua, ove era preparato dello sciampagna e delle bevande ghiacciate, alle quali tanto la Missione quanto il seguito hanno fatto onore.
Nella sala dei corazzieri l'Ambasciatore, che aveva a destra il conte Giannotti ed a sinistra il suo confessore, ha salutato militarmente il tenente dei corazzieri, poi si è soffermato avanti un arazzo, sul quale vi sono degli elefanti ricamati, rappresentanti l'esercito di Annibale. L'udienza reale è durata più di un'ora. L'Ambasciata è uscita dal Quirinale collo stesso cerimoniale col quale era entrata. Ai piedi della scala, prima di montare nelle carrozze, gli Ambasciatori si sono fermati, in mezzo ad essi si è posto il capo e gli altri, togliendosi i manti, li hanno distesi per coprirlo agli sguardi di tutti. Maconnen si è dato una diversa acconciatura. All'uscita furono resi gli onori come all'arrivo.
Le carrozze attraversarono Monte Cavallo ed entrarono nel Palazzo della Consulta, dove furono ricevuti dal ministro Crispi e da Damiani nel gran salone. Al colloquio assistevano Antonelli, Nerazzini e Salimbeni. Maconnen ringraziò vivamente Crispi dell'accoglienza ricevuta in Italia, e gli disse che credeva non arrivasse mai questo giorno che egli tanto desiderava, e in cui dimentica di essere scioano per essere italiano. Dalla Consulta l'Ambasciatore si recò al Ministero della guerra, passando fra i cordoni di truppa schierata nella via Venti Settembre. Vi furono degli applausi lungo la via e molti si scoprivano al passaggio delle carrozze.
L'Ambasciatore salutava colla mano alla fronte. Al Ministero della Guerra furono ricevuti dal ministro Bertolè-Viale e da Corvetto, circondati da tutti gli ufficiali addetti al Ministero. Alle ore una l'ambasciatore, scortato sempre dai carabinieri, si dirigeva alla Villa Mirafiori. Egli è rimasto entusiastamo dell'accoglienza avutata dal Re e sbalordito dell'imponenza della Corte italiana."
22 Febbraio: Comizio degli operai disoccupati a Piazza Dante:
"Il Comizio degli operai disoccupati fu uno dei più notevoli, per la calma esemplare che gli operai senza lavoro seppero imporsi e mantenere e per l'eloquenza spiegata da alcuni dei convenuti, eloquenza pittoresca, ricca di motti satirici da eclissare la musa potente del Belli.
Il comizio fu tenuto domenica, 22 febbraio, in piazza Dante ch'è nella Roma alta, nel cuore dei quartieri operai. Il Governo aveva preso misure eccezionali, temendo disordini. Un semplice tavolino serviva da tribuna. Primo, parlò l'ordinatore del comizio, il Ciurri; poi un fornaio, il quale deplorò la fame, che perseguita gli operai e la mancanza di lavoro, alla quale i proprietari, per necessità di cose, non possono provvedere: propose di domandare agli operai che hanno lavoro di dividerlo con quelli che non ne hanno, convocando, all'uopo, in tutta Italia, comizi d'operai delle città e campagne. Il deputato socialista Maffei portò l'adesione dei contadini dell'Emilia che lo inviarono alla Camera: egli propugnò la bonifica dell'agro romano e promise d'agitarsi per ottenerla.
— Ci agiteremo — diss'egli — finchè non l'avremo ottenuta. Questo fu il colpo finale; e il Comizio si sciolse."
1 Maggio: Si organizza un grande comizio unitario nei pressi di S. Croce in Gerusalemme: scendono in piazza uomini e donne di ogni età, formazioni di ogni bandiera, dalla socialista alla repubblicana all’anarchica. Nonostante il comizio sia autorizzato, un massiccio schieramento di guardie a piedi e a cavallo circonda i manifestanti. Si attende con trepidazione che dal palco parli il “colonnello della Comune”, Amilcare Cipriani, noto combattente al fianco di Garibaldi e protagonista dell’esperienza parigina del 1871. La piazza freme di eccitazione, da ogni parte sventolano fazzoletti e stendardi, ma Cipriani ha tempo solo per pronunciare le prime parole che tutto intorno esplode la sommossa. Alle provocazioni delle forze dell’ordine la gente risponde armandosi di rivoltelle, coltelli, bastoni, si scagliano pezzi di intonaco e oggetti pesanti dalle finestre, si alzano barricate. La rivolta va avanti fino a sera. Nello scontro rimangono uccisi una guardia di pubblica sicurezza e un carrettiere, si contano decine di ferite da entrambe le parti e circa un centinaio di arrestati, fra cui anche Amilcare Cipriani:
"A Roma, dove la crisi economica è acuta, dove la memoria dei vandalismi dell'8 febbraio 89 è fresca, dove Cipriani non istà colle mani alla cintola, si prevedono disordini. Centinaia di forestieri già pigliano il primo treno; il panico è generale. Dappertutto guardie, fucili.
Un Comizio deve aver luogo in piazza Santa Croce in Gerusalemme. Un fitto cordone di truppe a piedi e a cavallo lo circonda; gli sbocchi della piazza sono occupati militarmente. Alle ore 2, la piazza amplissima si popola in un momento, presentando un aspetto pittoresco, imponente, circondata com'è da ruderi antichi. Tutti i balconi sono affollatissimi. Quasi nel centro della piazza, c'è il palco della presidenza del Comizio; e, intorno, trenta associazioni democratiche e socialiste con bandiere rosse e nere.
Dov'è il Cipriani, il gran capo?... Si fa aspettare: è in ritardo. Intanto, parla un Garofolo che raccomanda la calma. "No, no — si grida da più parti; non vogliamo esser calmi. Sì, no; raddoppiamo gli urli e le minaccie. D'un tratto, si ode gridare dal fondo della piazza: "Evviva Cipriani!" Mille braccia, mille cappelli, mille fazzoletti lo salutano. Eccolo; egli è condotto in trionfo sul palco. Un operaio, incoraggiato da tanta venuta, dice: domandammo invano i nostri diritti: otteniamoli colla forza!" Un altro, Baldi, invoca sangue, strage. "Sì, ora, ora!" si risponde. Un giovinotto vestito di nero, con cappellaccio nero calcato sugli occhi monta sulla tribuna. Nessuno lo conosce. E comincia a urlare indemoniato:
Qualunque momento è buono per misurare le nostre forze. Che aspettate?... Andiamoci a misurare domani, oggi!
È il segnale della lotta iniqua. L'ispettore Marchionni fa squillare la tromba e ordina lo scioglimento del Comizio. I soldati serrano le file; i bersaglieri s'avanzano a passo di carica; due squadroni di cavalleria Foggia s'avanzano pure; è un fuggi fuggi spaventoso. Da un gruppo anarchico, parte un colpo di revolver che colpisce una guardia la quale ha pure nello stesso tempo trapassato il polmone da un colpo di pugnale: la guardia cade morta fra le braccia d'un reporter. Il Cipriani salta dal palco e gettandosi contro i carabinieri (i quali, intanto, hanno impugnati i revolver) ne afferra uno per il collo. Ma il carabiniere è più svelto di lui; lo acciuffa; egli cade, si contunde alla fronte.
Il momento è orribile. Guardie che vengono disarmate: coltelli che balenano nella confusione. Il carabiniere Duria è pugnalato al dorso. L'operaio Timperi riceve un colpo di rivoltella al polso. È un urlo solo, un fracasso. Dalle mura circostanti, si scaglia una grandine di sassi contro i soldati: dalle case, piatti e vasi son lanciati contro di loro. Alcuni soldati rimangono feriti; ma restano impassibili sotto la sassaiuola. In via Merulana, un gruppo di anarchici, con tre carrette cerca di fare le barricate. Una compagnia di linea fa fuoco. Un carrettiere ha il cranio fracassato; poi la compagnia disfà la barricata. Fra gli episodi si conta quello del Barzilai investito dalla cavalleria, e se ne fa un chiasso interminabile... perchè si tratta d'un deputato!
Secondo la relazione fatta dal Nicotera alla Camera, nella tempestosa seduta del 2 maggio, i morti sono due: Carmelo Raco, guardia di pubblica sicurezza, ucciso da un colpo di pugnale alla spalla e da una ferita di rivoltella alla bocca, e il carrettiere Antonio Pisciatelli, per frattura del cranio in seguito a colpi di fucile. I feriti sono in tutto 37, cioè: 4 ufficiali, 25 soldati e 8 borghesi. Gli arresti sorpassano il centinaio. Il Cipriani è arrestato il 2 maggio in casa d'un sarto di cui è ospite. E, più tardi, si snida e s'arresta il malfattore che fu causa della lotta. È Galileo Palla, da Massa, di 26 anni, che passava per Venerio Landi."
3 Novembre: III Congresso e Conferenza interparlamentare per la pace e l'arbitrato nazionale:
"Il III congresso interparlamentare per la pace e l'arbitrato nazionale fu inaugurato con solennità il 3 novembre a Roma nell'aula magna del Campidoglio adorna delle bandiere dei diciassette Stati rappresentati al Congresso. Assisterono circa duecento fra deputati e senatori. I valletti municipali, in abito di gala, facevano ala al passaggio dei congressisti, fra cui il ministro guardasigilli senatore Ferraris. Alla presidenza sedevano l'on. Biancheri, il duca Caetani di Sermoneta sindaco di Roma e gli onorevoli Bonghi, Ruspoli e Pandolfi.
Aprì la serie dei discorsi il Biancheri, che fu assai applaudito; quindi parlò il sindaco Caetani di Sermoneta. Gli oratori stranieri parlarono uno per nazione. Notevole fu il deputato francese Donville Maillefeu, pieno di entusiasmo per Roma capitale, per l'Italia. Il giorno dopo vi fu seduta pubblica al palazzo delle Belle Arti. L'ultima seduta fu sabato 7 novembre, in cui si scelse Berna a sede del futuro Congresso, e si votò ad unanimità la seguente proposta, ch'è la più importante:
«La Conferenza istituisce il suo ufficio annuo in Comitato parlamentare internazionale, coll'incarico di prendere misure utili per cercare di sciogliere pacificamente ogni eventuale conflitto».
Il Biancheri pronunciò il discorso di chiusura salutando gli ospiti che si sciolsero al grido di «Viva l'umanità!».
Rammentiamo di volo che la prima idea di queste Conferenze rimonta all'anno 1887, in cui una deputazione dei membri del Parlamento inglese presentò al presidente e al Congresso degli Stati Uniti d'America un indirizzo firmato da 234 membri della Camera dei Comuni, ai quali avevano fatto adesione 36 membri della Camera dei Lordi. L'esempio dato dai deputati inglesi fu tosto seguito in Francia. Anzi, fu in Francia che ebbe luogo la prima conferenza interparlamentare, nel 29 e 30 giugno. La seconda conferenza seguì a Londra nei giorni 22 e 23 luglio dell'anno scorso; la terza l'avemmo a Roma.
Il nostro disegno rappresenta l'aula del Campidoglio coi congressisti. Si distingue il banco presidenziale coll'on. Biancheri. Nella parte inferiore del disegno c'è la folla spettatrice."
"A Roma, il Congresso interparlamentare per la pace e l'arbitrato internazionale, fece seguito alla Conferenza tenuta, pure a Roma, nei giorni scorsi per lo stesso scopo.
Il Congresso, a cui presero parte numerosi apostoli e apostolesse della pace venute d'ogni dove, si aperse nell'11 in Campidoglio, sotto la presidenza dell'on. Bonghi; e si chiuse il 16. Il Congresso ebbe minor importanza della Conferenza. Il pubblico intervenne (al palazzo delle Belle Arti) in scarso numero alle riunioni, in cui notavasi lo sforzo d'accomunare il movimento per la pace col movimento operaio cooperativo e col movimento religioso.
In conclusione, si approvò la proposta di invitare i governi e i popoli a sottoporre all'arbitrato la soluzione delle questioni."
8 Novembre: Commemorazione a Mentana:
"Quest'anno si volle dare un carattere più accentuato in seguito ai noti fatti dei pellegrini. Le dimostrazioni si trasportarono dal 3 novembre, anniversario della battaglia, all'8, domenica successiva, per raccogliere maggior numero di dimostranti. Le commemorazioni, a Mentana, in quel giorno 8, dovevano esser due: l'una, promessa dal Circolo «Mentana» e l'altra, promossa dalla Società dei Reduci dalle patrie battaglie. Ma, a Monterotondo, le due comitive si riunirono. Si formò un corteo di quaranta bandiere, che s'avviò all'ossario di Mentana. Duemila persone li seguivano. Le bandiere si disposero intorno all'ara dove furono deposte molte corone d'alloro.
La nota straordinaria fu data da un francese, il deputato Hubbard, che parlò in francese sulla fratellanza della Francia e dell'Italia. Egli fu il solo che abbia suscitato entusiasmo. Si gridò Viva la Francia! Si suonò la marsigliese. Al ritorno, si fe' sosta a Monterotondo, dove pure, come a Mentana, sventolavano dalle finestre delle case le bandiere.
All'ossario di Monterotondo parlò Ettore Socci. — Il disegno del nostro corrispondente ricorda la doppia cerimonia a Mentana e a Monterotondo. L'ara di Mentana è circondata dalle bandiere; la lapide commemorativa di Monterotondo è salutata dalla folla."
27 Aprile: Visita di stato del Re d'Inghilterra Edoardo VII. Il percorso dalla stazione Termini al Palazzo del Quirinale viene nobilitato da nuove fiorire monumentali.
6 Ottobre: In occasione del IX Congresso nazionale Socialista, viene inaugurata la Casa del Popolo a Via Capo d'Africa: "Qui si riunirà questa domenica 7 ottobre, e l'8 e il 9, il Congresso Socialista Italiano, dove i compagni se ne diranno di cotto e di crude. Lo stabile, del costo di 150.000 lire, venne regalato alla classe dei muratori organizzati da un socialista milionario, il giovane dottor Guido Celesia di Genova. Uomo estremamente modesto, vive da tre anni a Roma, dove studia pittura; fu lui l'ideatore e il sorvegliatore paziente della parte architettonica che riveste la facciata. Il pittore Sartorio decorò la fascia superiore della docca d'opera del salone principale con una simpatica allegoria. Questa casa diventerà sede di molte organizzazioni opernie in Roma, onde il nome di Casa del Popolo."
28 Novembre: Nella Sala Pichetti si svolge il V Congresso nazionale del Partito radicale italiano.
4 Aprile: La legge 30, emanata dal quarto governo Giolitti, con cui si avvia la nazionalizzazione delle assicurazioni sulla vita. A tale scopo viene istituito l'Istituto Nazionale delle Assicurazioni, ente pubblico specializzato nel monopolio italiano delle assicurazioni sulla vita, con un decreto del ministro Francesco Saverio Nitti.
15 Maggio: Al Teatro Costanzi, Gabriele D'Annunzio di Roma inneggia la folla contro il giolittismo. La folla galvanizzata dal discorso tenta l'assalto alla vicina casa di Giolitti a via del Viminale.