Asse portante dell'intera esposizione è il viaggio attraverso l'Italia attraverso quattordici padiglioni regionali, edifici che riproducono gli elementi dei modelli classici di maggiore bellezza della regione, circondati da una quarantina di "gruppi etnografici", veri e propri quadri viventi.
Descrizioni dei padiglioni, dal Volume: Le Esposizioni del 1911, Editore Treves 1911. I Padiglioni delle Regioni alla Mostra Etnografica.
Padiglione Piemontese.
Il Piemonte riprodusse in Piazza d’Armi uno dei più caratteristici monumenti dell’arte sua più caratteristica: quello dei Castelli medioevali. La scelta cadde su quel Castello d’Issogne che la liberalità del pittore Avondo donò con tutto il mobilio al Governo italiano: e l’architetto D’Andrade, che con tanto amore da quarant’anni tutela la conservazione dei monumenti del Piemonte, e il giovane avvocato Giuseppe Frola che lo coadiuvò efficacemente, sorretto dalle sue larghe e profonde conoscenze di storia dell’arte, meritano un singolare elogio per «la grande coscienza» che han posto nella ricostruzione del magnifico edificio.
Padiglione Abruzzese.
Questa bella costruzione ideata dall'architetto Antonio Liberi s'inspira principalmente alla famosa chiesa di San Clemente a Casauria, presso Tor de' Passeri, uno dei più insigni, più ricchi e più caratteristici monumenti dell'Abruzzo: ma altri elementi completano l'insieme dell'edificio. Accenneremo oggi soltanto che il massimo artista abruzzese, maestro Nicola, è rappresentato dalla sfarzosa lunetta di Santa Maria Maggiore in Guardiagrele. Nell'interno sono raccolte le più significative manifestazioni delle arti caratteristiche dell'Abruzzo: i merletti, i tessuti e le ceramiche.
Padiglione Umbro-Sabino.
Il concetto generale di questo bel Padiglione, ideato e costruito dagli ingegneri Viviani (direttore dei monumenti dell'Umbria) e Calderini, è ispirato alla libera riproduzione del Palazzo del Popolo di Perugia, limitato però al perimetro della così detta Sala dei Notari e ridotto a edificio isolato in tutte le sue parti. Completa l'insieme del Padiglione la storica torre detta "della Gabbia„ che in antico si ergeva al limite del Palazzo: nell'interno del Salone dei Notari, sono fedelmente riprodotte tutte le decorazioni allegoriche e storiche con gli stemmi dei Podestà e dei Capitani del Popolo che ne adornano le pareti.
Padiglione Sardo.
Ideato dall'architetto Luigi Scano questo Padiglione rappresenta una sintesi dell'arte architettonica sarda del secolo XIV. È soprattutto notevole la riproduzione della famosa Torre pisana detta dell'Elefante, e alcuni caratteristici elementi della chiesa di San Domenico in Cagliari; le cupole invece sono ispirate a quelle della Cappella del Tesoro in Oristano. Nelle due sale interne sono notevoli i mobili, tutti di arte sarda, e un'esposizione di oreficerie, di tessuti e di merletti, che dà un'idea completa di quell'arte così originale, la quale, in epoca anche tarda, riproduceva motivi e maniere che nell'Italia continentale erano da tempo ormai sorpassati.
Padiglione marchigiano
Il bellissimo padiglione... non appare affatto come un mosaico di cento e più elementi diversi, ognuno tratto da un paese diverso delle Marche, ma come un tutto uscito dalla mente geniale del Cirilli, il chiaro architetto anconetano, degno discepolo del Sacconi. La torre merlata arieggia quella celebre di Gradara, e anche quelle di San Benedetto di Monte Fano, di Recanati, di Arquata. È il segno della regione, così feconda di architetti e ingegneri militari, primo fra tutti quel Paciotto, che fece fortificazioni per mezz'Europa, ed anche per Emanuele Filiberto di Savoia. L'arcone centrale è ispirato al Palazzo del Podestà di Fabriano, il coronamento sotto il tetto a Sant'Agostino di Fermo.
Sulla facciata a tramontana vi sono traccie del Palazzo Benincasa di Ancona, una porta di Tor di Palma collegata con una finestra della Sant'Agostino di Fermo, e una serie di finestre (un magnifico poema di terracotte) del palazzo Malatestiano di Fano. Nella facciata posteriore avvi lo stemma imperiale di Jesi, gli archi della Madonna del Buon Gesù di Fabriano e alcune porte e finestre della severa e robusta architettura ascolana. E nel quarto lato spicca come gioiello la loggetta del Palazzo Ducale di Urbino...
Le sale sono dedicate agli illustri marchigiani e alle arti proprie della regione. Primo a sinistra di chi entra si presenta la Sala Montevecchio. È decorata alla maniera quattrocentesca con gli stemmi delle quattro provincie e con il motivo araldico del Picco. La Sala dell'Adriatico è il soffitto della sacrestia del Duomo di Ancona. Le pareti sono decorate da un bellissimo fregio pittorico raffigurante l'Adriatico con le variopinte paranze marchigiane e collegate con motivi che, spiegati da motti latini simboleggiano la fertilità, l'ubertà e le industrie della regione picena... Sala Leopardi. Segue la sala consacrata ai poeti e letterati... Sala Sisto V. È la sala dei papi: da Giovanni XVIII di Rapagnano del secolo XI a Sisto V, l'ultimo grande papa, a Pio IX. È riprodotto il soffitto di Crocetti di Ascoli... Sala Mamiani. È la sala dei filosofi, politici, giuristi, teologi, geografi, fisici... Sala Rossini. È il salone dei musicisti... Sala Raffaello. Si passa quindi al salone degli artisti, architetti, pittori, scultori... Sala Ricci. L'ultimo salone è quello degli umanisti, degli eruditi. Sala e studio del Duca Federico. Il gioiello del Rinascimento, il Palazzo Ducale di Urbino, ha giustamente uno speciale posto d'onore. In un ampio salone sono armonicamente riportati elementi artistici del palazzo, il camino degli Angeli, due porte con lunette e ricche tarsie, due finestre bifore, gli stucchi del salone, degli arazzi. Accanto vi è fedelmente riprodotto lo studio del grande Federico. Sala della Maiolica. È decorata con ceramiche appositamente eseguite, su disegni dell'architetto Cirilli, dalla Ditta Molaroni di Pesaro.
Tutta la parte artistica del padiglione è opera di marchigiani. L'illustrazione di Urbino e le decorazioni pittoresche esterne sono state eseguite, con squisito sentimento d'arte, dal professore Diomede Catalucci dell'Istituto di Belle Arti di Urbino. Il soffitto dell'ex-convento di San Domenico di Pesaro, nel salone degli artisti, è opera dei giovani della giustamente rinomata scuola d'arte professionale di Pesaro. Lo stemma di Jesi è stato riprodotto dai fratelli Cardinali di Jesi. Tutte le altre riproduzioni di Ancona, Fermo, Recanati, Fabriano, Ascoli, Tor di Palme, Fano, sono state eseguite dalla scuola d'arte professionale di Fano, presieduta dal nostro chiaro scultore Adolfo Apolloni, e diretta egregiamente dal prof. Menegoni con la voluta cooperazione del prof. Bernacchia. Il prof. Garofoli patinò e colorì i soffitti di Ascoli e di Fano. Speciale encomio meritano le decorazioni interne dei saloni, finamente concepite ed eseguite in armonia all'ambiente, sono del pittore professore Biagio Biagetti, allievo del Seitz. È come il Cirilli anconetano, un nuovo vanto della regione marchigiana, essendo nato a Porto Recanati… Costruttori sono i fratelli Mengoni di Ancona.
Padiglione Veneto
La parte dell'edificio rievocante la Loggia di Candia è invero la più riuscita. È qui trasfusa tutta la superba severità della rinascenza cui l'architettura veneta deve il suo periodo aureo. I maestosi finestroni, le vaste arcate, semplicissime nel loro contorno monocromo, le colonne poderose e liscie, i capitelli, l'ampia gradinata, ogni particolare e architettonico e decorativo mostrano la cura intelligente con cui l'ingegnere Max Ongaro compiè l'opera sua. La loggia interna ed il grande scalone del cortile completano la parte principale del palazzo cui una oscura tinta discreta richiama la dei tempi secolar bruna carezza. Le ali e la Torre (che vuol ricordare quella famosa, se non bella, dell'Orologio, eretta a Venezia dal bergamasco Mauro Coducci, nel 1490) formano con la Loggia una mole organica ed euritmica, intonandosi allo stile Sanmicheliano.
Le Sale veneziane. Venezia ha costrutto, per proprio conto, quattro sale speciali: la Sala delle Arti, la Stanza di Sant'Orsola, la Sala della Nave e la Sala della Gloria.
Il concetto della Commissione ordinatrice della Sala delle Arti, a capo della quale furono l'Jesurum ed il Salvadori, fu di riprodurre un ricco salotto del 700 veneziano, ove si vollero raccolti i saggi migliori di quelle arti che diedero tipico carattere ad un'epoca nella quale ebbero vero predominio il buon gusto, la raffinatezza e lo sfrenato lusso. Ed ecco i dipinti preziosi di Alessandro e Pietro Longhi, di G. B. Tiepolo, del Canaletto, di Rosalba Carriera, di Marco Ricci, dello Zeiss; ecco le statuette di Antonio Gay e gli angeli del Marchiori. E intorno, intorno la ricca mobilia dorata, le riproduzioni tiepolesche del Bardella, i damaschi e le stoffe del Trapolin, del Bevilacqua e del Rubelli; i ferri battuti del Bellotto, i cuoi del De Toldo e del Norsa, i lavori in argento del Passoni, i mosaici del Gianese, i vetri finissimi del Toso-Borella a quelli dei Barovier, del Ferro, del Corsato e del Cori. Ed ecco infine i preziosi merletti dell'Jesurum e della scuola di Burano.
La Stanza di Sant'Orsola offre la visione del magnifico quadro di Vittore Carpaccio, conservato nelle RR. Gallerie di Venezia, detto appunto "Il sogno di Sant'Orsola". Augusto Sezanne, studiando la magistrale pittura del grande illustratore della vita veneziana della seconda metà del 400, e sagacemente interpretandola, stabilì la pianta e i prospetti della stanza; dedusse le forme e le misure del mobilio — bella opera del Dal Tedesco — i colori e le decorazioni; ricostruì l'ambiente, diffondendovi la eletta e mistica bellezza suggeritagli dal veneto artista glorioso.
La Sala della Nave fu ideata dall'on. conte Piero Foscari e dal pittore Vizzotto-Alberti (al quale si devono il bel pannello "Le espansioni commerciali e coloniali di Venezia", e quello "Venezia navale vittoriosa in guerra") e fu allestita dall'ing. conte Colombini.
La Sala della Gloria è quella destinata per i ricevimenti solenni e per i trattenimenti artistici… Uno sfondo della Sala è formato da un palcoscenico, l'altro è tutto preso dal pannello centrale del trittico di Vittorio Bressanin: "Venezia gloriosa per la sua sapienza civile e politica, per l'amore alle arti e alla guerra". La pittura del Bressanin può sembrare uno sforzo di colori un po' troppo arrischiato, ma l'autore qui, come altrove, si addimostra un gran maestro del disegno, impeccabile nelle grandi forme figurative. Tra le colonne stanno i due pannelli di Cesare Vianello il Fondaco dei Turchi e il Fondaco dei Tedeschi, e quelli di Carlo Donati l'Arsenale, e la Marittima.
Le Sale provinciali. Sono sette e tentiamo di scorrerle in fretta, non adunque con quella calma e diligenza con cui sono veramente degne di essere visitate.
La Sala di Treviso figura una Corte d'Amore di quello scorcio del XIII secolo, l'epoca più splendida e più significativa della "joyeuse Marche del courtois Trevisan". Il dott. Luigi Coletti, ideatore della sala e ordinatore assieme al pittore Antonio Carlini… La Sala Padovana riproduce una stanza da studio del 300, in cui fu l'apogeo della grandezza patavina, allorchè sotto il principato di Ubertino, di Jacopo II e Francesco il Vecchio, le lettere, le scienze e le arti ebbero la lor fioritura migliore, auspice Francesco Petrarca. Il prof. Andrea Moschetti, ideatore della Sala, si è maggiormente ispirato ad una miniatura tedesca del XV secolo tratta da un dipinto a fresco, attribuito al Guariento… La Sala Veronese del 400 rievoca certamente l'epoca più gloriosa dell'arte scaligera. Il soffitto gotico ricorda la sagoma a carena di nave nelle chiese di San Fermo e San Zeno a Verona; il dossale di noce si ispira agli stalli della chiesetta di Sant'Elena. I quattro pannelli tripli svolgenti la leggenda di Giulietta e Romeo (opera del giovine pittore Gaetano Miolato) rievocano lo stile, il gusto squisito dell'arte del Pisanello… La Sala Veronese del 500, detta la Sala dell'Alto Adige, o meglio ancora, la Sala Trentina, vuol rievocare una stanza di udienza di quell'epoca, e si ispira all'arte del Brusasorzi. Il fregio — opera del pittore Savini — rappresenta una scena trionfale, una cavalcata, quella che accompagnò l'ingresso in Trento del nuovo Vescovo di Castello, Bernardo Clesio, nell'8 settembre 1514. Il soffitto in legno, a lacunari, a fregi in legno intagliato e dorato, ha le armi clesie in campo azzurro. L'ideatore di queste due sale fu il prof. Giuseppe Gerola, trentino, oggi direttore del Museo Civico di Ravenna. La Sala di Udine ricostruisce la cucina di un Castello Friulano, che, per le abitudini permanenti di quella gente, a qualunque ceto essa appartenga, è l'ambiente della casa dove la vita si svolge con predilezione. Il prof. Giovanni Del Puppo che ne fu l'ordinatore, non ha nulla dimenticato degli arredi tipici che ornano una di queste cucine… La Sala Vicentina offre la riproduzione esatta di un gioiello del suo Palladio: la sala d'angolo del Palazzo Thiene. Essa ha la forma di un tempietto circolare con quattro nicchie ove sono le statue di illustri vicentini, tratte dalla scena del Teatro Olimpico. I 16 quadri mitologici del soffitto sono copie di quelli dell'India e del Cancro, e il meraviglioso lampadario è del Salviati di Murano… Ne furono ideatori i professori Vittorio Saccardo e Luigi Ongaro…
Gino Cucchetti.
Padiglione Toscana
L'architetto Giusti e il pittore Galileo Chini, gli artisti eletti che idearono e diressero la costruzione del Padiglione, vollero che al nucleo principale dedicato a Fiorenza si appoggiassero le altre città, Pisa, Siena, Livorno, Pistoia, Lucca, Arezzo, in modo da formare un tutto complesso ed organico. E nell'opera grande altri fratelli di arte si unirono a loro, in un mirabile sforzo di energie giovani e tenaci, accomunate dal desiderio ardente di rendere onore alla terra madre con magnificenza di ornamenti e di linee.
E fin dal vestibolo, con un lavoro al finissimo intaglio, un geniale artefice del legno, il Brunori, rievoca la porta della cappella dei Pazzi a Firenze; e dirimpetto la Cooperativa dei falegnami fiorentini, quasi a rinnovellare il ricordo delle antiche maestranze, scolpisce un'altra non meno pregevole porta; agli artisti del legno si aggiungono i nuovissimi artefici del ferro, il Ridi, il Biondi, lo Smorti, che nel cancello d'ingresso e sulle ornamentali cancellate della gran sala mostrano a quale alto grado di dignità sia oggi pervenuta la decorazione in ferro battuto.
Ma procediamo nella grandiosa sala centrale, nel salone del popolo, severo e maestoso, onde s'ornavano i palagi comunali del Medio Evo. Il cuore della Toscana ardente vi pulsa col suo eterno ritmo di rinnovantesi bellezza, nel solenne fasto della potenza fiorentina; è come un tempio di paganità fiorentina, che accoglie riproduzioni bellissime delle opere maggiori della scultura e della pittura regionali; e l'amore con cui vi lavorarono il Giusti, che ne pensò il disegno, e il Chini, che ne inghirlandò delle sue accese colorazioni le pareti con ricordi della scuola gozzoliana, e ne dorò fantasiosamente il soffitto e ne ricamò l'impiantito di mosaico, ci spiega la sovrana armonia che vi domina come negli antichi palazzi della Signoria toscana.
Il salone municipale ha nel fondo una terrazza interna che forma al disotto un vestibolo a colonnato, con una porta scolpita dall'Aloisi. Al lato opposto, la tribuna d'onore è stata riserbata alla gloriosa Repubblica pisana, che a volta a volta fu dominatrice, o dominata sotto le zanne del fiorentino Marzocco.
Della città oggi silenziosa che inventò l'architettura e la scultura e che, con Giunta Pisano, cercò d'inventare anche la pittura, della ghibellina città e dei suoi fasti parlano alle pareti per le famose catene del Cimitero, e il frammento decorativo in legno di una galera pisana, e i vessilli della Chiesa dei Cavalieri e il Trionfo della Morte fregiato dall'Orcagna. Questa tribuna è opera del pittore Mainetti.
Dalla sala di Fiorenza si entra nella saletta di Grosseto, decorata anch'essa dal Chini ed ispirata all'arte sepolcrale etrusca.
Ma il vero trionfo dell'arte toscana è nel cortile quattrocentesco ideato dal Giusti e dal Chini… In questo cortile, che a due lati si apre per una duplice teoria di colonne, da una delle quali si discopre nell'azzurro del cielo romano il profilo della cupola superba di un altro sommo artefice fiorentino, la cupola michelangiolesca, è la più degna rivelazione architettonica di tutto il Padiglione. Nel centro è il pozzo di Papa Piccolomini a Pienza; dietro è la scalea a giorno non molto dissimile da quella lucchese del palazzo Controni, con affreschi del Chini raffiguranti la vittoria di Castruccio Castracani su Lucca...
Al sommo della scalea s'apre l'azzurra veranda su cui dànno le sale di Siena e di Livorno. Gli artisti Giunti e Cavagnini immaginarono la decorazione delle sale senesi dalle cui trifore si scopre la magica visione di San Pietro e dei Palazzi Vaticani. Plinio Nomellini ornò la saletta livornese, destinata ad accogliere modelli di antiche navi e di una modernissima, la Pisa. Da un'altra veranda si esce poi all'aperto, su quella leggiadra loggia delle Grazie, ad Arezzo, che Gabriele d'Annunzio, vedendola così svelta e leggera sì che sembra voler ascendere al cielo, chiamò aerea.
A Carrara, candida di marmo, è riserbata la saletta oltre la loggia, cui due giovani e geniali artisti, il Vatteroni e il Luporini ornarono con figurazioni suggerite dalla vita dei lavoratori delle cave, completando così armonicamente l'opera dell'architetto Buonanno.
Arezzo occupa la sala sotto la cupola della torre massiccia che sovrasta l’ampio edificio toscano.
Così tutte le città di Toscana sono insieme congiunte, nella gloria dell'artefice massimo, del Brunelleschi, a magnificare l'eternità dell'arte. Ma questo più che altro a noi sembra cosa degna di ammirazione: che l'edificio non si presenta come un rimpicciolimento di altri maggiori monumenti, ma piuttosto è di per sè solo una espressione nobile e completa ed una sintesi armonica di arte toscana, con terrazze vetrate, con logge, con ampie tettoie a grondaie spioventi, con chiostri e pozzi di monasteri, con sale d'armi, con scalee monumentali, con aule di Comune, tutto in mirabile fantasia di linee e di colore…
Tutta quest'opera di rievocazione originale e sapiente ci par che rinnovi il miracolo del sontuoso palazzo del Rinascimento, onde ormai s'era perduta la nozione e la pompa, il palazzo per cui gli artefici scolpivano le statue e dipingevano i quadri, e dove ogni oggetto d'arte si ritrovava in un ambiente signorile di cose concordi. Era da aspettarsi che ciò fosse compiuto dalla terra di Toscana per una nuova ed alta significazione di bellezza nella festa dell'Unità della Patria.
Mario Corsi