Informazioni storiche

Informazioni storiche artistiche sul monumento

★ ★ ☆ ☆ ☆

Monumento Scomparso!

Data: 1911 

Codice identificativo monumento: 10375

Cronologia

8/1892

Descrizione

Tratto dal Volume, Le Esposizioni del 1911, Editore fratelli treves, 1911.

Il Tempio di Cossovo, Padiglione della Serbia

"...L'estrinsecatore di questa idea grandiosa fu un giovane, giovane e gigante, artista bosniaco: Ivan Mestrovic. Egli volle evocare l'anima di una razza e presentarla nelle linee di una nuova marmorea epopea: merito suo il concepimento quasi sovrumano, merito del governo e del popolo serbo l'aver compreso quale possanza aggiunga alla dignità di una giovine nazione l'apoteosi dell'arte.

E così la Serbia ha eretto a Roma il primo modello del "tempio di Cossovo", severo altare eretto all'anima di una nazione — e ha chiesto a Roma per esso il primo battesimo fiduciosa che il senso suo nazionale e religioso sarebbe compreso, in un al di là delle nuove sue linee architettoniche e decorative. E Roma ha compreso e plaude, e il plauso suo profondo è bene per avere valore di completa consacrazione. Completa consacrazione anzitutto del genio di un artista di sovrana potenza quale è Ivan Mestrovic, il quale per anni lavorò solo, alla sola luce della sua alta speranza a creare tutto il popolo di statue da lui, col miracolo nuovo, suscitate.

Egli veramente, (si può affermarlo senza esagerazione) trasse dalla profondità dei secoli e dai profili dei nudi monti della sua terra, gli eroi, i martiri, le vedove, gli orfani, tutto il mondo di un popolo sepolto dalla catastrofe che lo avvolse, ed eresse le statue popolatrici di questo "tempio in frammenti" simili ai canti spezzati della sua gente.

L'interno del "tempio" è fatto a croce latina. Oltre l'entrata sono due file di cariatidi di tipo nemico fra l'assiro e il miceneo, ma aventi stilizzato nelle linee dei volti sigillati, il profilo della gente serba.

In vari reparti dell'interno sono quadri, sia dell'epopea di Cossovo — la lotta di Marco col turco — la proclamazione di Marco al popolo serbo — forti e nobili lavori di T. Krizmann; sono tele e pastelli e acquarelli di V. Balic, di Petar Pocek, il poeta del paesaggio montenegrino, di Mirko Racki: ma, conviene affermarlo una volta per tutte, il popolo di statue del Mestrovic domina l'interno del "tempio", quale leit-motiv assoluto.

Al centro, sotto una rotonda, è gigantesca la statua equestre di Marco, l'eroe mitico, che nell'epopea del passato, con la sua gente dormì il sonno greve, e con essa si destò.

Esso sembra uscito d'improvviso, così come era aspettato, dal suolo stesso del popolo eroico, è una vera meravigliosa, sovrana forza d'unità in questa massa grandiosa, dove cavallo e cavaliere sembrano creati d'un colpo, da un gesto di volontà.

Intorno a questa rotonda sono, negli spazi delle porte, teste di turchi di fattura e verità nuove, sorrette, nei quadri in cui stanno, dalle tristi, piegate figure degli schiavi serbi.

Nelle crociere del tempio è il posto degli eroi, degli schiavi, delle vedove — degli eroi combattenti e feriti, furenti nell'impeto come Milos, supremi nell'odio come Sergio "dal cattivo sguardo" (il capolavoro del Mestrovic) — delle vedove, taluna con l'orfano bambino fra le braccia, tal'altra assorta nella stupidità del dolore e nell'angoscia della ricordanza.

E in queste figure femminili, ove il tipo della razza appare comune, la plastica potenza del Mestrovic si afferma supremamente vittoriosa. Egli è nel modellare impareggiabile; ed altre cose sue sparse (come il ritratto del padre e della madre, due tecniche opposte) ne sono riprova eloquentissima.

Ivan Mestrovic ha una tecnica straordinariamente interessante: specie nelle grandi figurazioni allegoriche l'uso degli elementi dell'arte egizia (vedi il cavallo di Marco), della pre-ellenica (cariatidi e teste femminili) e della romanico-gotica è evidente. Così quelli del maturo rinascimento e della recente tecnica rodiniana, nei nudi di donna e nei ritratti.

Ma tutti questi elementi sono riassorbiti e ricreati dalla sua potenza d'artista che sente naturale il bisogno di assimilare tutti gli elementi di forza sparsi nelle tecniche dei tempi e luoghi che conobbe. E così attraverso la forza che Ivan Mestrovic giunge alla sua meta di perfezione. Questo "tempio", in cui egli si leva gigante, lo afferma; questo tempio che gli consente il privilegio, che nei secoli pochissimi artisti hanno conosciuto, di collocar la sua opera di scultore in rapporto nell'armonia di una linea d'architettura, che a un tempo la completa e si completa con essa.

Con il suo padiglione, con questo "tempio", sembra che il giovane popolo balcanico abbia voluto chiedere a Roma una sanzione più solenne di quella dell'Arte fatta qui più che fine a sé, strumento di nobile adorazione: quella della religione della terra natale; la sanzione, alla madre della civiltà d'occidente, della sua rinnovata vita civile. Il caso è degno e solenne: in tutta la sua grandezza e importanza esso fu bene prospettato dal principale ordinatore della mostra Serba.

Egli scrisse infatti, nella monografia, che tale mostra dichiara e illustra: "la visita che il popolo Serbo fa oggi all'Italia ricordante la propria gloriosa liberazione dai domini stranieri e la sua consolidazione in uno Stato grande e degno dell'immortale suo passato, ha significato di somma importanza sociale e storica.

Giacché la Serbia, rappresentante ora tutta la cultura della sua stirpe sparsa dal Danubio all'Adria, fino alle porte del Bosforo fatato, stringe in questo fausto giorno la mano fedele e potente di Roma, capitale del Regno d'Italia, sovrana e madre dei popoli, ed appella al suo genio e al suo cuore, onde l'avvenire della nazione Serba abbia guarentigie sicure e simpatie feconde nella via salutare di pacifico progresso di civiltà.

I legami che ora si riannodano fra l'Italia, erede di Venezia, padrona dei mari, e la Serbia tendente ad aprirsi la via del benessere presso quello stesso mare, che diede vita e gloria in tempi remoti alla sua stirpe, divengono, nell'apoteosi dell'arte mondiale a Roma, realtà vivente che né tempo, né cangiar di vicende umane potranno mai distruggere..."

Arnaldo Cervigato.

Stampe antiche

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