Informazioni storicheData: 1911
Codice identificativo monumento: 10375
CronologiaA Roma si progetta un'Esposizione Nazionale per il 1895 sostenuta da Guido Baccelli, puntando sulle belle arti, vocazione naturale della città, piuttosto che sull'industria:
"A Roma vogliono l'esposizione nazionale nel 1895; a Berlino, o per meglio dire in Germania, non vogliono invece la esposizione internazionale nel 1898.
I tedeschi dicono che le esposizioni internazionali non hanno più alcun effetto sui progressi delle industrie. Sono grandi bazar fatti per chiamar gente, alla quale bisogna preparare oltre la esposizione molte altre attrattive che soltanto Parigi può ancora offrire. Neppure Londra pensa più alle esposizioni universali! Lasciate dunque che i parigini si sfoghino a studiare dove impianteranno le loro baracche per l'esposizione fin de siècle, col telescopio gigante, che farà vedere anche i sassolini della luna.
Quella di Roma è una faccenda diversa. Il professor Guido Baccelli è entusiasta del suo progetto; eppure, forse, dovrebbe prima vedere i conti dell'esposizione di Palermo!...
Roma ha le sue attrattive per richiamare i forestieri, magari dalla Polinesia. Nessuno lo mette in dubbio: ma quelle vi saranno sempre, e i forestieri verranno a Roma egualmente, se ne avranno voglia, senza occuparsi di sapere come da noi si tingano i fazzoletti o si fabbricano i bottoni e le cravatte.
Per un'esposizione internazionale di belle arti, Roma è, invece, indicatissima. Non è ella centro di tutto il mondo artistico? Non si mandano in essa a studiare i giovani artisti più bravi di tutte le nazioni civili? Non racchiude tesori d'arte inestimabili che parlano d'una grandezza artistica ancora insuperata, la grandezza latina e quella del Rinascimento?..."
Scontro politico per l'Esposizione Internazionale. Il sindaco Caetani si oppone all'evento per ragioni economiche e di opportunità, mentre il Ministro Baccelli preme per realizzarlo nonostante i dissensi nel municipio romano. Questa divisione tra i partiti segna l'inizio di una contesa che vede la determinazione di Baccelli prevalere sulle incertezze legate ai costi dell'opera:
"È necessaria la divisione dei partiti anche per fare un'Esposizione?
A giudicare col senso comune, e' parrebbe, che per organizzare una cosa tanto solenne e importante e dispendiosa, in modo che faccia onore e vantaggio ad una nazione, occorra non solo l'accordo ma l'entusiasmo di tutto il paese. Quando è sorta l'idea di fare un'Esposizione Nazionale a Roma molti invece hanno dubitato dell'utilità di ripetere a si poca distanza da Palermo una nuova Esposizione, e di chiamare Stato e municipj e cittadini a sprecare tanti milioni e tanti sforzi, per una vana pompa. Si poteva per altro sospettare che l'opposizione partisse da gare, da interessi municipali. Ma ecco che il dissenso si rivela nella stessa Roma in pieno municipio. È il sindaco, un Caetani, un romano di Roma che si manifesta pubblicamente contrario ad un'operazione ch'egli crede pericolosa. Egli può aver torto, ma non è il solo. Ragionevolmente, bisognerebbe rinunziare ad un'idea alla quale occorre l'accordo di tutti gli Italiani e manca invece il consenso di tutti i Romani. Ma viceversa poi, la divisione dei partiti è un bene; l'Esposizione del 1895 si farà; la crisi del Municipio di Roma ne è il prologo. Se il duca Caetani è tenace nel dimettersi, il professor Baccelli è tenacissimo nel sostenere il suo progetto. Il primo si ritira; il secondo ne piglia il posto; e la vittoria suol arridere a chi vuole e agisce."
Nella seduta del 18 dicembre 1893, il Consiglio comunale di Roma prese una decisione cruciale per l'organizzazione dell'Esposizione nazionale del 1895, l'evento cardine previsto per celebrare il venticinquennale di Roma capitale.
Su 80 consiglieri votano a favore in 23. Molti consiglieri d'opposizione o di area clericale osteggiano apertamente i costi delle celebrazioni laiche e patriottiche del XX Settembre
Il Consiglio comunale approva la revoca della concessione precedentemente accordata il 23 giugno 1892. La prima area individuata si trovava tra la via Flaminia, i Monti Parioli e il Tevere. Con la nuova delibera del dicembre 1893, l'assemblea prende atto del cambio di programma: l'Esposizione si sarebbe spostata all'interno dell'area di Villa Borghese.
Nuovi ampliamenti dell'Antiquarium Comunale:
"Nel 1908 si prospetta la necessità di un nuovo ampliamento, ma se ne discute inutilmente fino al 1915; l'edificio è in decadenza, il giardino ingombro di marmi, tanto che nel 1916, piuttosto che restaurarlo si pensa se non sia opportuno trasferire le collezioni in un padiglione della Mostra del 1911 a Valle Giulia.
Ma tra continue proposte e discussioni e lamentele nulla di concreto si fece. Eppure non mancava in quegli anni l'uomo che per la sua somma competenza ed il suo amore avrebbe potuto far risorgere l'abbandonato Antiquarium, voglio dire il Prof. Lucio Mariani, immaturatamente rapito poco dopo agli studi diletti; ma l'amministrazione comunale tutta presa dalle piccole competizioni politiche non aveva tempo di occuparsi di certe cose!."
Antonio Munoz
Nella già vigna Cartoni, nei lavori di sterro per la costruzione dei padiglioni per la Esposizione, si mise allo scoperto un muro reticolato ungo m, 10, in direzione est-ovest, che fa angolo con un altro muro simile in direzione nord-sud, lungo m. 6. Si rinvenne poi una cassa sepolcrale di terracotta (m. 2 X 0,55 X 0,40) con entro ossa umane, coperta da tegoloni, in uno dei quali è impresso il bollo C.I.L., XV, 1369.
Angiolo Pasqui
In occasione dell'Esposizione Universale, viene aperto il nuovo ingresso di Villa Borghese verso la Valle Giulia, area destinata alla Mostra internazionale di Belle Arti. Il nuovo accesso è sistemato con giardini all'italiana, scalinate e fontane.
Nell'ambito dei festeggiamenti per i cinquant'anni dell'Unità d'Italia, il Re Vittorio Emanuele II, partecipa alla cerimonia di inaugurazione delle Mostre programmate per l'Esposizione Universale a Roma.
La cerimonia iniziana alle ore 10.30, con la solenne seduta reale, dove intervengono S. M. il Re, alte cariche di Corte, i ministri e sottosegretari di Stato, le presidenze e le rappresentanze ufficiali del Senato e della Camera, i senatori e deputati, gli ambasciatori e ministri plenipotenziari esteri, le rappresentanze dell’esercito e della marina, con i comandanti dei corpi di stato maggiore, le alte cariche dello Stato, i sindaci e segretari generali de’ capoluoghi di Provincia, invitati dal sindaco di Roma, il prefetto, le presidenze del Consiglio e della Deputazione provinciali e, naturalmente, i consiglieri comunali.
I festeggiamenti giubilari proseguono alle 14.30 a Villa Cartoni, dove si inaugura la Mostre internazionali di Belle Arti.
Alle 22, il Municipio organizza un grande ricevimento nei Palazzi Capitolini. Da piazza del Popolo, dalla torre capitolina e da Monte Mario, vengono illuminati con riflettori elettrici i principali monumenti, e nelle maggiori piazze, straordinariamente illuminate, hanno luogo concerti musicali oltre ai trattenimenti organizzati dai diversi Comitati. La data gloriosa viene salutata a mezzanotte da un colpo di cannone sparato dall'alto del Gianicolo:
"La prima giornata di codeste teste e commemorazioni è stata quella che si dice una giornata campale. Una seduta reale assolutamente straordinaria nella mattinata, l'inaugurazione di una esposizione internazionale nel pomeriggio, un grande ricevimento la sera in Campidoglio hanno fatto si che tutti gl'invitati a queste feste e cerimonie si siano dovuti trovare mobilizzati ed in perfetta tenuta per quindici ore, almeno, dalle nove del mattino alla mezzanotte. Si fa dunque qualche cosa per la Patria anche ai giorni nostri
Tutti, tutti si sono buttati con fervore, con entusiasmo a rendere grandiose queste giornate solenni; tutti, dai venditori ambulanti ai principi romani, cominciando col profondere per ogni dove ed in ogni forma i colori nazionali su tutta la superfìcie di Roma. Dalle colossali cravatte tricolori svolazzanti del limonaro girovago, alle bandierine tricolori sventolanti dall'alto dei traileys dei trams o dai frontini dei cavalli dei hottari ; dalle banderuole delle finestrino degli ammezzati delle piti umili case, alle bandierone delle sedi principesche e delle ambasciate, è stata una inebriante festa di colori, infiammata dallo splendore del sole primaverile, che è entrato come elemento essenziale a creare quell’entusiasmo patologico a pressione elevata, che tutti abbiamo qui respirato specialmente dall’alba del 27 alla mezzanotte del 28 marzo, anzi dalla mezzanotte del 27, giacché a quell'ora, dal Gianicolo, dove tanto latin sangue gentile cadde in difesa dell'italianità contro i francesi invasori e pallisti, nel ’49, dal Gianicolo, su cui grandeggia il superbo monumento di Garibaldi, e dove Passo soffrì e morì, dal Gianicolo tuonò su Roma il primo colpo di cannone a salutare l’alba festiva!
Un altro colpo di cannone, alle dieci un quarto del mattino del 27, annunciava l'uscita dall'alto Quirinale del corteo reale che per la salita di Magnanapoli, via Nazionale, piazza Venezia, piazza dell'Ara Coeli portava il Re, la Regina, i personaggi della Corte al Campidoglio, il cui campanone spandeva su Roma le sue onde sonore festose.
Tutta Roma era nelle vie e nelle piazze: La festa ufficiale era attorniata da una vera, grande festa di popolo acclamante; così che nel glorioso recinto chiuso di Campidoglio, sulla classica piazzi fatta sgombare dalla folla, nel magnifico salone degli Orazii e Curiazii, riservato agl'invitati di qualità, si aveva quasi, malgrado la solennità, una sensazione di vuoto, in confronto con la ressa popolare delle vie e piazze, a stento attravessate, ed invase da un entusiasmo irrefrenabile.
Nella grande aula capitolina era tutto quanto Roma accoglie e può offrire di solenne: le cavalieresse dell'Annunziata, da donna Elena Cairoli Sizzo a donna Ra: Itele Marcora; i presidenti delle due Camere, i ministri, ormai in partibus, i sindaci di Roma e delle grandi città, ufficiali generali, diplomatici in splendide uniformi, dame e cavalieri in aggruppamenti accidentali pittoreschi per la varietà delle toilettes primaverili ed il luccichio delle decorate uniformi, uomini della politica, della scienza, dell’arte, compreso Ermete Novelli, col petto e la marsina cosparsi di decorazioni, e Tommaso Salvini, appoggiarne, sotto il peso di stelle, croci e crachats i suoi ottanta anni di gloria al piedestallo del busto di Garibaldi. Non mancava Matilde Serao, intenta, col lorgnon , ad analizzare le toilettes delle dame, e pronta a fissare la figura alta e severa della Regina Elena nel momento in cui al braccio del Re, e nel cospetto di tutto quel magnifico uditorio in piedi ed acclamante, entravano a prendere posto sul trono, seguiti dal Duca d'Aosta dal Conte di Torino e dal Duca di Genova.
Dei discorsi non vi parlo: tutti li hanno letti nei giornali. Il momento solenne fu per il discorso del Re, il primo, — discorso breve, ma intenzionalmente significativo, riunente le idee e la forma del primo ministro che se ne va, Luzzatti, dedicate, quasi, al primo ministro che viene, Gioì itti. Al discorso, detto con voce ferma, sonora, ma calma, gli applausi risposero, quasi ogni volta, per segnale di Tommaso Salvini, ad ogni frase toccante i sentimenti dei convenuti. Fu esso il grande numero della seduta capitolina. Gli altri tre discorsi, cioè gl’indirizzi del Senato e della Camera, già noti, ed il discorso del Sindaco di Roma, Ernesto Nathan, sproporzionatamente lungo, furono accolti da un silenzio rispettoso, ma rassegnato.
Due ore, appena, di tregua rimasero libere per tutto il mondo di cerimonia; e in quelle due ore c’era da rifarsi un poco dalla stanchezza, rinfrescarsi, rifocillarsi; poi in marcia tutti al lato opposto di Roma, da Sud a Nord, dall’Arce capitolina, alla Valle Giulia, alla vigna Cartoni, all'inaugurazione formale — non sostanziale — della grande Esposizione internazionale di arte. Sulla scalea del palazzo felicemente ideato dal Bazzani e nel salone d'onore si raggruppava lo stesso pubblico decorato, militare, diplomatico, parlamentare che raccoglievasi due ore prima in Campidoglio. I ministri dimissionari erano li, in tutta la solennità delle loro uniformi, sotto il cui splendore nascondonsi gl’intimi sentimenti inesplicabili di chi si sa designato al sagrifìcio dell’andarsene o a quello, non meno grave, del rimanere.
11 palazzo delle belle arti c’è, l'esposizione non c'è ancora, ma ci sarà, man mano, nei giorni venturi. Tutti ammirano dell' edificio la arandiosità e l’armonia. Fra gli ammiratori è il miliardario americano, Pierpont Morgan, ammirato alla sua volta per la fioritura del suo naso solenne non meno che per la rinomanza dei suoi milioni e del suo mecenatismo. L’ambiente è delizioso. Valle Giulia, solcata dall’ampio viale lungo il quale sorgono eleganti e festosi i padiglioni stranieri, belli nelle loro decorazioni boreali, ed ornati da grandi orifiammi multicolori agitati dall’aura primaverile, è di effetto incantevole.
Le trombe squillano, la folla si move; è il corteo reale che si avanza, nell’ordine e nell’insieme medesimo che abbiamo visto in Campidoglio. Il Re, la Regina, i principi sono sotto il trono; gli inchini, gli ossequi si susseguono rapidamente, e cominciano i discorsi — quattro discorsi; quattro come nella mattinata in Campidoglio, quattro e quattro otto, aprendo la nuova serie" il conte di San Martino, imperturbabile; poi, col suo bel vocione, la sua faccia serena e contenta, il senatore Secondo Frola, che, presidente del Comitato generale dell'Esposizione di Torino, reca a Roma il saluto, applaudito, dcU’operoso Piemonte; quindi il ministro per gli affari esteri di ieri e di domani, marchese Di San Giuliano; ed infine l'ambasciatore francese, signor Barrère, decano del corpo diplomatico, giacché questa esposizione internazionale di arte ha anche il suo contenuto diplomatico.
Finiti i discorsi, l'entusiasmo prorompe invadendo tutta vigna Cartoni, e di là rovesciandosi di nuovo in Roma, mentre gli studenti fanno attorno al Corteo Reale una dimostrazione clamorosa, illuminata dal sole ridente, che nascondesi dietro la gran mole della cupola di San Pietro.
Roma si accinge ai tripudi della sera: la luce del crepuscolo si tramuta, per oggi, in alba sorprendente di una nuova giornata luminosa; ogni finestra, ogni piano, ogni facciata di casa diventa, a poco a poco, risplendente per migliaia e migliaia di ondeggianti fiammelle ; una miriade di fiaccole danno bagliori ed ombre inconsuete ai monumenti; due riflettori del genio incrociano su Roma, dal Campidoglio al Monte Mario, i loro fasci raggianti; tutta l'urbe è ài nuovo formicolante nelle vie e nelle piazze; mentre la folla dei decorati e degli uniformati sale, per la seconda volta nella giornata, il Colle Capitolino, ad ammirare le bellezze dei tre palazzi classici, riuniti col tanto discusso porticato intercomunicante, e raccoglienti in una pompa di luce e di fiori i sovrani e i dignitari dello Stato e del mondo ufficiale ad un trattenimento artistico — epilogo delle fatiche di questa prima giornata commemorativa."
Il Discorso del Re in Campidoglio per il cinquantennario dell'Unità d'Italia.
"Sul Campidoglio, vaticinato dal sommo Poeta latino, eterno come Roma, stanno oggi attorno al Re i liberi rappresentanti del Parlamento, dei Municipi, simboli viventi dell'unità politica indissolubile e delle franchigie locali. Io Vi saluto, evocando la memoria dei pensatori, degli eroi e dei martiri, ai quali dobbiamo la Patria!
In questo convegno nazionale, irresistibile e fervido, esce dai nostri petti il giuramento di rendere l'Italia sempre più libera, più felice, più rispettata nel mondo (applausi). Nelle legittime impazienze, aspiranti a migliori fortune, giova riconoscere che non si riparano in breve tempo gli effetti di lunghi secoli vissuti nella divisione e nel servaggio (applausi).
Per il nostro paese corse un’età anche più miseranda di quella dipinta dal Segretario fiorentino quando, mancata la concordia dei cuori e delle armi, la disciplina del carattere, l'obbedienza spontanea a quelle leggi che sono sostanza di vita e di salute, all'Italia vinta e doma si tolse ogni virtù di pensiero, ogni potere militare e civile.
E occorre figgere lo sguardo in quelle calamitose profondità a misurare di quale sforzo titanico fu capace l’animo della Nazione per rivolgere le sorti di un volgo avvilito in quelle di un popolo libero e geloso dei suoi diritti. Nella nostra virile modestia non si dimentichi l’ufficio che la storia ha assegnato all’Italia. Esso esprime con il ricongiungersi di sparse genti infelici il diritto intangibile delle nazioni a vivere indipendenti (grandi applausi). Grida di: Viva il Re!) Con Roma capitale, l'Italia rappresenta la tranquilla convivenza della Chiesa con lo Stato, che garantisce piena e feconda libertà alla religione come alla scienza (applausi).
Quest'opera dei padri, dei redentori della patria, non può apparire meno elevata delle due precedenti civiltà di Roma.
Il Padre mio di venerata memoria, in un discorso solenne, diceva: "Fra i maestosi avanzi della grandezza antica non ci sembri modesta la grandezza nuova. L'antica per lo spirito del tempo fu universale, la nuova è nazionale. Dalla prima si ebbe un’Italia romana, si ha dall’altra una Roma italiana. Quella fu l'espressione della forza, questa è l'espressione del diritto e, come ogni diritto, Roma italiana è inviolabile (applausi).
Devota all’indipendenza di ogni popolo, l'Italia saprà custodire la propria che è il retaggio di tutta la sua storia antica e recente e contribuirà con le opere della pace al progresso universale in una ascensione continua verso ideali sempre più alti.
Ed è fatidico che di tanti imperatori sul Colle aperto ai fasti consolari e alle istituzioni romane, resti solo il simulacro di Marco Aurelio, salutante il trionfo, illuminato dalla luce austera della virtù stoica (applausi); immagine sacra e propiziatrice di quel culto della legge morale e civile che la Patria nostra vuol osservare fidente in un sicuro avvenire di prosperità e di gloria (lunga ovazione)».
Dopo il discorso reale, lessero degl'indirizzi di occasione il presidente del Senato, Manfredi; il presidente della Camera, Marcora; poi pronunziò un discorso — ahi! troppo lungo — il sindaco di Roma, Ernesto Nathan. La cerimonia, veramente solenne, aveva durato meno di tre quarti d’ora e alle 11 e un quarto, fra le acclamazioni incessanti della folla, i sovrani e tutto il corteggio rientrarono al Quirinale, dal cui grande balcone il Re e la Regina dovettero presentarsi alla folla plaudente sulla Piazza.
Tre ore dopo il corteo reale, attraversando ancora tutta la città festante, moveva dal Quirinale a Villa Cartoni, fuori di Porta del Popolo, atteso dai ministri, dal corpo diplomatico, da una collana fiorita e splendente di dame e di personaggi, ad inaugurarvi l’Esposizione di Belle Arti internazionale. Anche questa, naturalmente, è stata una cerimonia di discorsi: hanno parlato il conte di San Martino, presidente dell'Esposizione di Torino; il ministro per gli affari esteri, marchese di San Giuliano, e l'ambasciatore di Francia, signor Barrère, decano del corpo diplomatico.
Dopo i discorsi sono passati davanti ai sovrani tutti i rappresentanti, ad uno ad uno, dei vari governi esteri, ed il Re ha accolto da ciascuno simpatiche parole d'augurio, ricambiate con ringraziamenti cortesi e vigorose strette di mano. Per le Esposizioni, l'importante è inaugurarle; il resto viene poi; ed anche per l’Esposizione di Roma tutto si è limitato all'inaugurazione esteriore ed al godimento della folla nell’ammirare il corteo, gl’invitati, se stessa, le bellezze dell’ampio pronao del palazzo e dell’ingresso trionfale, e le facciate dei padiglioni esteri ancora chiusi.
Tutta Roma era nelle vie, affollate, imbandierate, risonanti di evviva; e la sera tutta Roma fu ravvolta in un vero mare di luce, mentre in Campidoglio i sovrani assistevano ad uno spettacolo artistico e ad un ricevimento fastoso."
II giornata di festeggiamenti per i cinquant'anni dell'Unità d'Italia. proseguono le inaugurazioni delle mostre dell'Esposizione Universale di Roma 1911.
Alle dieci e mezzo inaugurazione della Mostra retrospettiva a Castel Sant'Angelo. Alle quattordici inaugurazione del Congresso dei Sindaci e dei segretari generali delle città capoluoghi di provincia, in Campidoglio nella sala degli Orazi e Curiazi. I lavori si svolgono nel padiglione dei Congressi a Castel Sant’Angelo. Nel pomeriggio inaugurazione a Valle Giulia dei padiglioni di Belle Arti dell'Ungheria e dell'Inghilterra. La sera a Corte, un ricevimento viene offferto da S. M. il Re ai sindaci delle città capoluoghi di provincia:
"La seconda giornata, è stata la giornata di Castel Sant'Angelo. La mole maestosa che l'imperatore Adriano si fece costruire a riposo delle ossa sue e di quelle della sua consorte, Sabina, era ancora tutta incorniciata este¬ riormente dalle fiaccole spente della illuminazione della notte innanzi, quando la folla già veduta il 27 a Campidoglio ed a Valle Giulia, accorreva con ogni forma di veicoli verso il Ponte ed il Castello, per assistere all'inaugurazione dell'Esposizione artistica e storica retrospettiva. Già il i 3 febbraio una prima reinaugurazione aveva colmato di gioia il cuore del direttore generale ed organizzatore, colonnello Borgatti. E il 28 il benemerito ufficiale non stava più in se dalla gioia, perchè delle varie esposizioni di Roma, questa di Castel Sant’Angelo si può dire veramente la piti completa ed organizzata, cosi che la parola inaugurazione corrisponde ad un fatto reale e concreto.
Ciò è stato possibile, perchè qui non vi era che ben poco da creare ex-novo; tutti i grandiosi e fastosi locali del Castello erano pronti da un pezzo; poi il colonnello Borgatti ha potuto disporre di un'organizzazione militare pronta e disciplinata, che gli ha reso meno difficoltoso che altrove tutto il lavoro, pur rilevante, di ordinamento.
Il 28 marzo, in luogo degli homeni d'arme, di Leone X o di Giulio II, battevano i risonanti selciati dei fossati del castello i cavalli delle carrozze reali recanti dentro l'antico pauroso recinto riservato ai papi il Re e la Regina d’Italia, affrontati, anche in Castel Sant’Angelo dagl'inevitabili discorsi — due soli, per fortuna, brevi e succosi, quello del ministro Credano, che parlava come governante di ieri e governante di domani, e quello del bravo colonnello Mariano Borgatti, la cui felicità trasudavagli dalla spaziosa fronte — e ne aveva ben ragione e diritto, perchè egli, da almeno un ventennio è il vero papa o papà del Castello, e ne ha rinnovata la vita, pur rispettando i caratteri e la storia del colossale edificio.
11 discorso del Borgatti fu una brillante prolusione storica, preparatrice eccellente dell’uditorio sceltissimo alle maraviglie d’arte che poco dopo tutti si affrettarono ad ammirare nelle casermette, nel cortile delle Palle, nei fossati, sui bastioni, nelle casematte, nel grandioso appartamento papale, sulla piattaforma, dovunque il bravo colonnello ha potuto collocare qualche oggetto degl'infiniti tesori che egli è riuscito a riunire e felicemente ordinare e disporre in ambienti dove la civiltà romana ed il fasto papale non sono in nessun modo turbati dall’ora sopraggiunta esposizione.
Non è possibile inoltrarsi, nemmeno per un accenno sommario, nella specificazione di questa esposizione che formerà — non v’ha dubbio — uno dei maggiori successi delle Esposizioni Romane ed è fra le piti rispondenti alle tradizioni, alla storia, ai caratteri della Capitale d’Italia. In Castel Sant’Angelo possono saziarsi di godimenti gli eruditi e gli archeologi, gli artisti e gli amatori, tutti i cultori della bellezza sotto le forme piti elette e caratteristiche; è un’Esposizione che ha, aneli’essa, i suoi limiti di tempo, e, con quella archeologica che si inaugurerà alle Terme Diocleziane, forma il paio delle mostre che in Roma dovrebbero e potrebbero rimanere permanenti.
Ma le scale di Sant’Angelo, oh! le scale sono terribili, come l’antica dominazione papale, ed io mi arresto a riposarmi sulla terrazza da dove si domina l'urbe...."
Nell'ambito dei festeggiamenti per i cinquant'anni dell'Unità d'Italia, si inaugura il Congresso internazionale di Musica nel padiglione dei Congressi allestito a Castel Sant'Angelo.
Il Re inaugura a Vigna Cartoni il padiglione Austriaco di Belle Arti e quello Danese.
In onore degli artisti e dei musicisti che hanno partecipato ai due Congressi, a sera il Municipio offre un ricevimento nel palazzo dei Conservatori.
I principi di Germania visitano a Frascati la villa Falconieri, proprietà dell'imperatore Guglielmo; poi a Roma intervengono a colazione dalla Regina Margherita, indi visitano l'Esposizione di Belle Arti. La sera gran banchetto al Quirinale con scambio fra il Re ed il Principe di brindisi politici.
Il Re, la Regina i principi tedeschi inaugurano alle Terme Diocleziane la Mostra Archeologica; i principi tedeschi partono alle 12.40 per la Germania.
Il Re inaugura a Vigna Cartoni il padiglione del Belgio.
A Valle Giulia i Sovrani ed i Granduchi russi, inaugurano il padiglione russo di Belle Arti.
Arriva a sera la rappresentanza municipale di Parigi.
A Valle Giulia i Sovrani inaugurano il Padiglione della Spagna ed il Salone della Grecia.
Violento temporale verso le 15.30 ha inondato tutta Roma, producendo alle Esposizioni danni per 3oo mila lire.
DescrizioneTratto dal Volume, Le Esposizioni del 1911, Editore fratelli treves, 1911.
Il Tempio di Cossovo, Padiglione della Serbia
"...L'estrinsecatore di questa idea grandiosa fu un giovane, giovane e gigante, artista bosniaco: Ivan Mestrovic. Egli volle evocare l'anima di una razza e presentarla nelle linee di una nuova marmorea epopea: merito suo il concepimento quasi sovrumano, merito del governo e del popolo serbo l'aver compreso quale possanza aggiunga alla dignità di una giovine nazione l'apoteosi dell'arte.
E così la Serbia ha eretto a Roma il primo modello del "tempio di Cossovo", severo altare eretto all'anima di una nazione — e ha chiesto a Roma per esso il primo battesimo fiduciosa che il senso suo nazionale e religioso sarebbe compreso, in un al di là delle nuove sue linee architettoniche e decorative. E Roma ha compreso e plaude, e il plauso suo profondo è bene per avere valore di completa consacrazione.
Completa consacrazione anzitutto del genio di un artista di sovrana potenza quale è Ivan Mestrovic, il quale per anni lavorò solo, alla sola luce della sua alta speranza a creare tutto il popolo di statue da lui, col miracolo nuovo, suscitate.
Egli veramente, (si può affermarlo senza esagerazione) trasse dalla profondità dei secoli e dai profili dei nudi monti della sua terra, gli eroi, i martiri, le vedove, gli orfani, tutto il mondo di un popolo sepolto dalla catastrofe che lo avvolse, ed eresse le statue popolatrici di questo "tempio in frammenti" simili ai canti spezzati della sua gente.
L'interno del "tempio" è fatto a croce latina. Oltre l'entrata sono due file di cariatidi di tipo nemico fra l'assiro e il miceneo, ma aventi stilizzato nelle linee dei volti sigillati, il profilo della gente serba.
In vari reparti dell'interno sono quadri, sia dell'epopea di Cossovo — la lotta di Marco col turco — la proclamazione di Marco al popolo serbo — forti e nobili lavori di T. Krizmann; sono tele e pastelli e acquarelli di V. Balic, di Petar Pocek, il poeta del paesaggio montenegrino, di Mirko Racki: ma, conviene affermarlo una volta per tutte, il popolo di statue del Mestrovic domina l'interno del "tempio", quale leit-motiv assoluto.
Al centro, sotto una rotonda, è gigantesca la statua equestre di Marco, l'eroe mitico, che nell'epopea del passato, con la sua gente dormì il sonno greve, e con essa si destò.
Esso sembra uscito d'improvviso, così come era aspettato, dal suolo stesso del popolo eroico, è una vera meravigliosa, sovrana forza d'unità in questa massa grandiosa, dove cavallo e cavaliere sembrano creati d'un colpo, da un gesto di volontà.
Intorno a questa rotonda sono, negli spazi delle porte, teste di turchi di fattura e verità nuove, sorrette, nei quadri in cui stanno, dalle tristi, piegate figure degli schiavi serbi.
Nelle crociere del tempio è il posto degli eroi, degli schiavi, delle vedove — degli eroi combattenti e feriti, furenti nell'impeto come Milos, supremi nell'odio come Sergio "dal cattivo sguardo" (il capolavoro del Mestrovic) — delle vedove, taluna con l'orfano bambino fra le braccia, tal'altra assorta nella stupidità del dolore e nell'angoscia della ricordanza.
E in queste figure femminili, ove il tipo della razza appare comune, la plastica potenza del Mestrovic si afferma supremamente vittoriosa. Egli è nel modellare impareggiabile; ed altre cose sue sparse (come il ritratto del padre e della madre, due tecniche opposte) ne sono riprova eloquentissima.
Ivan Mestrovic ha una tecnica straordinariamente interessante: specie nelle grandi figurazioni allegoriche l'uso degli elementi dell'arte egizia (vedi il cavallo di Marco), della pre-ellenica (cariatidi e teste femminili) e della romanico-gotica è evidente. Così quelli del maturo rinascimento e della recente tecnica rodiniana, nei nudi di donna e nei ritratti.
Ma tutti questi elementi sono riassorbiti e ricreati dalla sua potenza d'artista che sente naturale il bisogno di assimilare tutti gli elementi di forza sparsi nelle tecniche dei tempi e luoghi che conobbe.
E così attraverso la forza che Ivan Mestrovic giunge alla sua meta di perfezione. Questo "tempio", in cui egli si leva gigante, lo afferma; questo tempio che gli consente il privilegio, che nei secoli pochissimi artisti hanno conosciuto, di collocar la sua opera di scultore in rapporto nell'armonia di una linea d'architettura, che a un tempo la completa e si completa con essa.
Con il suo padiglione, con questo "tempio", sembra che il giovane popolo balcanico abbia voluto chiedere a Roma una sanzione più solenne di quella dell'Arte fatta qui più che fine a sé, strumento di nobile adorazione: quella della religione della terra natale; la sanzione, alla madre della civiltà d'occidente, della sua rinnovata vita civile.
Il caso è degno e solenne: in tutta la sua grandezza e importanza esso fu bene prospettato dal principale ordinatore della mostra Serba.
Egli scrisse infatti, nella monografia, che tale mostra dichiara e illustra: "la visita che il popolo Serbo fa oggi all'Italia ricordante la propria gloriosa liberazione dai domini stranieri e la sua consolidazione in uno Stato grande e degno dell'immortale suo passato, ha significato di somma importanza sociale e storica.
Giacché la Serbia, rappresentante ora tutta la cultura della sua stirpe sparsa dal Danubio all'Adria, fino alle porte del Bosforo fatato, stringe in questo fausto giorno la mano fedele e potente di Roma, capitale del Regno d'Italia, sovrana e madre dei popoli, ed appella al suo genio e al suo cuore, onde l'avvenire della nazione Serba abbia guarentigie sicure e simpatie feconde nella via salutare di pacifico progresso di civiltà.
I legami che ora si riannodano fra l'Italia, erede di Venezia, padrona dei mari, e la Serbia tendente ad aprirsi la via del benessere presso quello stesso mare, che diede vita e gloria in tempi remoti alla sua stirpe, divengono, nell'apoteosi dell'arte mondiale a Roma, realtà vivente che né tempo, né cangiar di vicende umane potranno mai distruggere..."
Arnaldo Cervigato.
Stampe antiche1911
Aldo Molinari
Febbrile lavoro alla Mostra di Belle Arti
L'Illustrazione Italiana 1911
1911
Aldo Molinari
Inaugurazione della Mostra di Belle Arti a Valle Giulia
L'Illustrazione Italiana 1911
1911
Planimetria generale delle esposizioni di Piazza d'Armi e Villa Cartoni
Le Esposizioni del 1911
1911
Mostra delle Belle Arti a Vigna Cartoni
Le Esposizioni del 1911
1911
Pianta della Mostra delle Belle Arti a Vigna Cartoni
Le Esposizioni del 1911
1911
Schizzo prospettico del Progetto di Bazzani
Le Esposizioni del 1911
1911
Pianta del Progetto di Bazzani
Le Esposizioni del 1911
1911
Lavori della Giuria per la Mostra di Belle Arti
Le Esposizioni del 1911
1911
Locandina dell'Esposizione Internazionale 1911
Le Esposizioni del 1911
1911
I sovrani con i Granduchi visitano il Padiglione russo
Le Esposizioni del 1911
1911
Locandina dell'Esposizione Internazionale 1911
Le Esposizioni del 1911
1909
Dante Paolocci
Gli Edifici dell'Esposizione Internazionale d'Arte
L'Illustrazione Italiana 1909
1908
I progetti pel nuovo palazzo di Belle Arti
L'Illustrazione Italiana 1908