Informazioni storicheCodice identificativo monumento: 11114
CronologiaCon i fondi del bottino derivato dalla guerra vittoriosa combattuta da Roma contro Taranto e Pirro, il senato incarica il censore Manio Curio Dentato (appositamente nominato duumvir aquae perducendae), insieme a Fulvio Flacco (morto pochi giorni dopo il conferimento dell'incarico), di realizzare il secondo acquedotto di Roma. Captava le acque all'altezza del XXIX miglio della via Valeria, direttamente dal fiume Aniene presso la confluenza con il torrente Fiumicino. Il castello finale viene realizzato presso la porta Esquilina. Il condotto sotterraneo (1,75 x 0,80 m), era realizzato in blocchi di tufo, e la portata era di 4.398 quinarie (182.517 m³ giornalieri e 2.111 litri al secondo).
Sull'Esquilino, nella nuova strada che da s. Maria Maggiore mena a s. Croce in Gerusalemme, esplorato l'ultimo cantiere a sinistra della strada Conte Verde, si trovò a molta profondità una solida costruzione laterizia, con pavimento di musaico bianco e nero, una stanzetta con soglia di travertino, presso cui un capitello corintio di buono stile, e due statuette marmoree, figuranti Giove e Venere, con traccia di doratura anche nelle piccole basi.
Altra statuetta di Ercole seduto, con la pelle di leone e la clava, tornò a luce dal saggio fatto in vicinanza del casino della villa Palombara; ed un pezzo di bassorilievo con figura di Baccante fu raccolto nella demolizione degli archi dell’acquedotto presso il Ninfeo d’Alessandro Severo.
Poco lungi dal quale, ad oriente del fabbricato annesso alla chiesa di s. Vito, uscirono i resti di un bagno privato, co’ mattoni vuoti per la condottura del calorico dall’ipocausto, e numerose grappe di ferro conficcate ancora nelle pareti, oltre alcune antefisse a testa muliebre, e qualche lastra di terracotta con rilievo esprimente due Satiri che si dissetano ad una fonte, la quale ha forma di vaso ansato con haccelli, sormortato da testa di leone in mezzo a grappoli e foglie, non altrimenti che nell'esemplare pubblicato dal Campana.
A dritta dell'Arco di Gallieno per chi esce dalla città, continuandosi a ritrovare mura della tarda epoca imperiale, s'incontrarono due balsamarii di terracotta, vasi potorii verniciati in nero, e frammenti di stoviglie.
Giuseppe Fiorelli.
Nel corso dei lavori di sistemazione di quel tratto della via Carlo Alberto, che divide la chiesa di s. Antonio da quelle di s. Vito e di s. Eusebio, come pure nelle fondamenta delle fabbriche laterali, si scoprirono gli avanzi dello speco primitivo dell'Anio vetere, parallelo all'aggere Serviano, e costruito con massi di tufa e pietre gabine. La luce dello speco è di met. 1,17 per met. 0,49, e la copertura è a capanna: inoltre in due pozzuoli scavati nel suolo vergine, in cui erano molte figuline che sembrano di carattere votivo, si raccolsero i seguenti oggetti: un pezzo d’iscrizione marmorea con le lettere ....ACN....; una serratara con chiave; cinquantotto monete imperiali di bronzo, e due anelli dello stesso metallo.
Giuseppe Fiorelli.
Scavi al di sotto della chiesa di San Vito, permettono di acquisire importanti informazioni relativamente alla topografia della zona. Viene ritrovata una porzione delle antiche mura di cappellaccio, forse databili addirittura al VI secolo a.C. e fondate nel terreno vergine della valle esquilina e opere idrauliche da riferirsi all'arrivo dell’acquedotto Anio Vetus.