Informazioni storicheCodice identificativo monumento: 11681
CronologiaNelle sale e nei giardini di Villa Salviati alla Lungara vengono conservati provvisoriamente i reperti emersi nella sistemazione delle sponde del Tevere presso la Farnesina; l'esposizione prende il nome di Museo Tiberino.
Durante i lavori di costruzione dei muraglioni del Tevere, demolendo un tratto delle mura aureliane sulla riva tra via della Lungara e ponte Sisto, viene scoperta la Tomba dei Platorini. La struttura viene demolita, ma i materiali, compresi blocchi di muratura, sono trasferiti alle Terme di Diocleziano, dove nel 1911, viene ricostruita ed esposta in occasione delle manifestazioni per il cinquantenario dell'unità d'Italia. Rodolfo lanciani racconta la scoperta:
Ben diversa è la condizione degli avanzi, scoperti in quella parte della zona espropriata, che è acchiusa dentro la cerchia di Aureliano, cioè fra questa ed il ponte Sisto. Rare e di niuna importanza sono le vestigia di manufatti della buona epoca quivi scoperte: e questi meschini avanzi servono di sostegno e di fondamento a case private del secolo terzo, ristaurate e rifatte in epoche anche più vicine. I pavimenti delle strade sono mal commessi ed irregolari, e tutto induce a credere, che questa parte della regione transtiberina, protetta com' era dalle mura, sia stata permanentemente abitata, anche dopo i grandi disastri dei secoli V. e VI.
Nel sito segnato in pianta con la lett. Q, sotto il selciato della strada, è stato scoperto un tubo di piombo segnato con la leggenda: L SEMPRONI RVF. Questo tubo ci apprende il nome di due diversi proprietari delle vicine case, i quali s'erano uniti in consorzio per fornirle dell'acqua impetrata da Cesare. Lo stagnaio Aurelio Fiorentino è noto per altri tubi, fra i quali ne ricorderò uno solo, ancora inedito, che ho copiato presso l'antiquario Chiarugi in via Alessandrina n. 11.
Il livello degli editici del terzo secolo in questa zona intramuranea, è superiore in media di met. 3,07 al livello degli edifici del primo secolo della zona estramuranea. Ciò avviene, non perchè il profilo longitudinale della sponda del Tevere mancasse in origine di uniformità, ovvero salisse con piano inclinato dal sito di s. Giacomo in Settimiana verso la testata del ponte. La sponda del Tevere, e la pianura transtiberina erano orizontali, almeno nel tratto espropriato e scavato. Di fatti le mura di Aureliano hanno troncato porzione del portico delle celle vinarie Nova od Arrunziana: e questa porzione (con le colonne stanti sulle basi rispettive), è stata da noi ritrovata al piano dello fondamenta degli edifici intrarauranei, a met. 1,62 sotto il punto pili basso delle strade.
Ciò dimostra che, alloraquando le mura furono costruite attraverso i fabbricati della decimaquarta regione, il piano esteriore fu lasciato tal quale; quello interiore fu sollevato, di modo che il profilo della sponda forma gradino dove stanno le mura, e questo gradino è alto met. 1,62.
Ho creduto opportuno premettere queste considerazioni, perchè giovano a spiegare la singolarità della scoperta di un sepolcro, pressoché integro, avvenuta a contatto delle mura il giorno 24 aprile. Il sepolcro ha la forma di un rettangolo, lungo met. 7,44, largo met. 7,12. Il giro esterno della cella è fasciato di travertini a bugna; il nucleo e la fronte interna dei muri sono di opera laterizia.
Il basamento consta di uno zoccolo doppio, alto met. 0,60 dipinto in rosso, e di una cornice modinata di toro gola e guscio, alta met. 0,30. Le bugne non coincidono con le commessure dei travertini : sono tracciate mediante canaletti, profondi mill. 10, larghi mill. 14, in modo che ciascuna bugna risulta lunga met. 1,92, alta met. 0,595. Il monumento era forse coronato da cornitje architravata, della quale non è stato tuttavia scoperto alcun frammento.
Si hanno bensì alcuni pezzi delle tegole e dei canali del tetto, terminati da antefissa di buona maniera. Una delle tegole ha nel centro un foro rotondo con battente, simile alle nostre cappuccine. La porta, larga met. 1,97, si apre nel lato opposto al Tevere, cioè nel lato che guarda il Gianicolo. Vi si accedeva mediante una scaletta di travertino, della quale rimane il solo pianerottolo. SuU' architrave era inserito a fil di muro un lastrone di marmo, lungo met. 1,32, alto come le bugne met. 0,595, grosso met. 0,28, profilato da cornicetta di gola e listello, nello specchio del quale è incisa la seguente iscrizione: C • SVLPICIVS • M • F • VOT • PLATORInVS.
Le lettere sono alte, nella quarta linea mill. 72, nelle altre mill. 65: la forma è perfetta. Evidentemente costui non può essere il C. Sulpicio Platorino, triumviro monetale dell'anno 786, con Caninio Gallo e Cosso Cn. f. Lentulo (Cavedoni, Ann. Inst. tm. XXII. p. 186), perchè non si hanno esempi di magistrati, i quali sul principio della carriera, abbiano esercitato due diverse funzioni del vigintivirato ; nè il marmo avrebbe taciuto intorno al triumvirato monetale, se per una singolarissima anomalia, il defunto lo avesse esercitato prima o dopo il decemvirato delle liti. Che però il C. Sulpicio Platorino della lapide, sia affine allo zecchiere del 736, è cosa evidente. Rimane soltanto a determinare il loro stemma genealogico.
La cella met. 0,26, alte met. 1,08. Tanto le colonne quanto i pilastri, hanno il nucleo di mattoncini ruotati, con rivostimeuto di stucco scanalato. Nei tre intercolunni di ciascuna parete, staiuio le nicchie destinate a contenere i cinerari: quella di mezzo è semicircolare , larga nel diametro met. 0,88 ; le due a lato sono rettangole, larghe met. 0,83, profonde met. 0,36. Il piano di alcune nicchie era ricoperto da una lastra di marmo: nelle altre era di mattoni. Numerando le nove nicchie, da destra verso la sinistra, secondo l'ordine della scoperta, descriveremo uno ad uno gli oggetti che contenevano.
I. nicchia. è distrutta sin quasi al piano della soglia, uè è rimasto vestigio dei suoi cimeli.
II. nicchia. Urna cineraria di marmo bianco, rotonda , alta met. 0,43, larga nel diametro met. 0,46, con coperchio conico alto met. 0,25, fissato con tre perni di ferro. Il cilindro è ornato con doppia cornice intagliata, e con rilievi rappresentanti bucranii e festoni di frutta, legati con nastri. Nel campo, gruppi di uccelli. Il tolo è intagliato a foglie di acanto, disposte a guisa di tegole, ed ha sul culmine un papavero a guisa di ansa. L'artificio è mirabile, la conservazione perfetta. Tolti i sigilli, si vide contenere acqua di filtrazione, ed ossami combusti.
III. nicchia. Urna c. s. rettangola, alta met. 0,50 x 0,47 x 0,40, con bucranii sugli spigoli, dai quali pendono gli encarpii. II coperchio, assicurato con quattro perni, è fastigiato. I pulvini hanno la forma di serti di papaveri, legati con nastri. I rilievi del frontone esprimono armi diverse. Conteneva ossa e ceneri, ed un'agata, assai malconcia dal fuoco, con intaglio di un leone giacente.
IV. nicchia. Urna cineraria rotonda, simile negli ornati a quella scoperta nella II nicchia. L'ansa del coperchio ha la forma di un gruppo di fiori. Fu trovata piena d'acqua a metà, con uno strato di ossa nel fondo, nel quale si raccolse un anello d'oro con la cassa del castone vuota. L'agata trovata nell'ossuario antecedente, ha le misure precise della cassa di questo anello.
V. nicchia. Vaso cinerario ansato, liscio, alto met. 0,49. Fra le anse è incisà la memoria MINATIA POLLAR.
VI. nicchia. Coppia di urne rettangole. La prima, di met. 0,42 x 0,38 x 0,37, liscia nel lato di fondo : negli altri tre, intagliata a guisa di portichetto, con pilastrini che sostengono la cornice, ed il tetto a due pioventi.
VI. nicchia, sono evidentemente lavoro dell' istesso artefice, e contennero probabilmente le ceneri di individui dell' istessa famiglia, morti a breve distanza di tempo, a meno che non fossero state apparecchiate tutte contemporaneamente alla erezione del mausoleo.
VII. nicchia. Con questa ha principio il lato sinistro del sepolcro, distrutto come si vedrà fra poco, quando furono edificate le mura della città. Può ad essa attribuirsi un cinerario quadrato , scoperto nella intercapedine che divide il sepolcro dalle mura. È alto met. 0,45, grosso met. 0,33x0,27. Sugli spigoli sono scolpite colonnine corinzie tortili, con capitelli ornati di delfini, e festoni appesi al sommoscapo. Nel campo, cartello scorniciato con la memoria: OSSA A • CRISPINI CAEPIONI S.
VIII-IX. A queste nicchie possono attribuirsi tre urne: la prima di travertino, con anse quadrate, sigillata in piombo, alta met. 0,39, larga met. 0,31: la seconda di alabastro diafano, cui appartengono tre scheggie trovate nella intercapedine ; la terza, pur di alabastro, ma con pareti più grosse, in un frammento della quale sono incise le sigle che possono supplirsi a questo modo: SVlpiciae .cf. platoKlNA
Compiuto cosi il giro delle pareti, esaminiamo i monumenti scoperti nel mezzo della cella. Vi giacevano due statue maggiori del vero, un busto, e qualche pezzo di suppellettile funebre. La prima statua alta met. 1,82, rappresenta una donna di fresca età e di fattezze regolari; La seconda è statua eroica imperiale, maggior del vero. Benché rotta in più parti per la caduta della volta del sepolcro, pure si è potuta ricostituire nella sua integrità; Busto di giovinetta assai avvenente.
Nella parete del sepolcro, che è rivolta al fiume, la seguente iscrizione è stata incisa in opera, nella superficie di due bugne lunghe assieme met. 1,67, alte met. 0,575. il piano delle quali è stato abbassato in modo, da poter ricavare del rustico la cornice che chiude l'iscrizione stessa. Questa sarà dunque piìi recente della prima costruzione del sepolcro, e deve ricordare persone morte dopo il titolare C. Sulpicio Platorino. Le lettere hanno forma perfetta, e sono alte 65 millimetri: ANTONIA • A • F • FVRNILLA • MARCII Q • F • C • N • C • ET • GEMINI • ARTORI PRO • NEPOTIS • BAREAE • SVRAE
Le due iscrizioni poc'anzi illustrate, non danno alcun indizio di parentela fra Marcii e Sulpicii, tanto meno poi si prestano a spiegare l'esistenza nel mausoleo del cinerario di un intruso, quale sarebbe l'Aulo Crispino Cepione. La soluzione della controversia ci è data da una terza iscrizione, la quale se non dice tutto, perchè mutila, dice moltissimo.
L' iscrizione è incisa, come quella di Barea Sura, su di una bugna di marmo, appartenente al rivestimento della medesima parete. È lunga met. 1,235, alta 0,60: le lettere, bellissime, sono alte 65 millimetri, e sembrano incise dallo stesso artefice delle altre iscrizioni. Fu trovata fuor di posto, nel lato del sepolcro che guarda il fiume, ad altezza uguale a quella dell'architrave della porta. R • STL • IVD • TR • MIL • TR • PL • PR TI-CAESARIS • AVGVSTI • ET AESARIS AVGVStI NA • CAEPIONIS • F • VXOR ICIVS • F • C • N • C • ET • GEMINI.
Ha dato luogo a varie supposizioni la scoperta di un monimiento, così ricco di oggetti d'arte e di valore, il quale benché danneggiato nelle pareti e nella volta, pure conservava i suoi tesori nè mossi, nè disturbati dal sito ove erano stati collocati, oltre a mille ottocento anni addietro.
Lo esame dello stato e delle condizioni del sepolcro, al momento della scoperta, dà forse il modo di risolvere la controversia. Il sepolcro è diviso dalle mura di Aureliano, da una intercapedine non piìi larga di 48 centimetri. Tanta vicinanza avrebbe reso impossibile, se non il gettare dei fondamenti, almeno la costruzione della cortina: non potendo ragionevolmente credersi, che gli operai lavorassero di sopramano, circa 50 metri quadrati di cortina. Per ottenere piena o almeno maggiore libertà di movimento, tolsero tutto il rivestimento di grossi travertini, dalla parete del sepolcro contigua alle mura : del quale rivestimento non si trova traccia, nè in opera, nè nel terrapieno vicino. Ora, se la rovina della parete fosse avvenuta per effetto del caso, le pietre sarebbero state ritrovate nell'atto dello scavo, come sono stati trovati tanti oggetti preziosi.
Tolto il rivestimento, la fodera interna laterizia, indebolita com'era dal vuoto delle tre nicchie, non resse alla spinta della volta, ma piegò dalla parte delle mura, trascinando la volta stessa nella caduta. Ne abbiamo scoperto tutta la parte di mezzo, rivestita di stucco bianco: dimostrava avere subito un movimento di rotazione, dalla destra verso la sinistra di circa 30°. Il disastro deve essere avvenuto, quando si rialzava con terrapieno il livello della zona fra il ponte e le mura. Avvenne certo qualche tempo dopo la costruzione di queste ultime, perchè la volta caduta si appoggia addosso la cortina. La costruzione delle mura, e l'innalzamento del terreno, produssero l'innalzamento delle acque di filtrazione del sottosuolo, ed a questa circostanza, la quale impediva ogni tentativo di scavo senza il soccorso di potenti macchine idrovore, siamo probabilmente debitori della bella scoperta, che ha dato origine a questo scritto.
Rodolfo Lanciani.
Palazzo Salviati alla Lungara, viene adibito a Scuola Militare. I reperti del Museo Tiberino, vengono trasferiti nel Chiostro della Certosa alle Terme di Diocleziano, diventando il primo nucleo del futuro Museo Nazionale Romano:
"Appena cominciati i lavori del Tevere, il piccone, ad ogni colpo, scovava insieme alla creta, pure avanzi di antichità. Il ministero dell'istruzione pubblica appostò subito, accanto ai lavoranti, le guardie degli scavi colla consegna di impedire che essi trafugassero gli oggetti rinvenuti, per venderli agli antiquari, i quali sono numerosi a Roma quanto i forni. Si cominciò pure a pensare dove mettere tanta grazia di Dio.
Fu il Coppino, che decise di raccoglierla in un luogo separato e che prese, per quest'uopo, l'Orto Botanico alla Lungara. La nuova raccolta, già ricca di pitture, di marmi, di bronzi assai pregevoli, fu battezzata col nome di Museo Tiberino. Ma per quanto so, esso non rimarrà lì troppo a lungo. La sede dell'antico Orto Botanico deve essere occupata dal ministero della guerra (che aveva deciso la creazione di un Collegio Militare), e la raccolta Tiberina sarà traslocata alle Terme Diocleziane, e sistemata nei locali occupati ora da quel ministero. Quivi, anzi, dovrebbero essere pure collocati tutti gli oggetti, che entrarono nel Museo Kircheriano, al Collegio romano, dopo la soppressione delle corporazioni religiose.
Ho detto già che questa collezione è ricca di oggetti pregevoli. I lavori infatti della sistemazione del fiume e del Lungo-Tevere hanno dato luogo a scoperte numerose ed importanti, non solo di statue, di monete, di armi, ma anche di edifici, notevoli tutti per la regolare disposizione architettonica, per la conservazione e per la ricchezza dei loro ornamenti."
Essendo cessato, dopo tre anni di trattative, le difficoltà che si opponevano allo scoprimento integrale del mausoleo di C. Sulpicio Platorino, posto in quel tratto della sponda destra del Tevere, che divide il ponte Sisto dalle mura di Aureliano, il giorno 16 ottobre fu posto mano al lavoro.
Tutto il fianco del sepolero dalla parte del fiume è stato ritrovato in uno stato di integrità perfetta. È foderato di blocchi di marmo, segnati a bugna; ed è coronato da fregio architravato e da cornice.
Il fregio è elegantissimo, e scolpito a meandri e fogliami: la cornice è intagliata di gola dritta, listello, ovolo, gocciolatore, gola rovescia e listello. La gola rovescia è intagliata a spicchi d'aglio, alcuni dei quali modellati e finiti a perfezione, altri semplicemente abbozzati.
A piedi della parete orientale del mausoleo stesso, è stata scoperta una antefissa colossale, di marmo, perfettamente conservata, e di bellissimo artificio, che sembra essere uno dei migliori esemplari dell’arte decorativa del secol d’oro. Nessun brano d'iscrizione è stato raccolto finora.
Rodolfo Lanciani.
Ricordano tutti le grandi scoperte che avvennero sulle sponde del Tevere nell'anno 1880, quando fu allargato il letto del fiume nel giardino della Farnesina ed al di qua del muro Aureliano presso ponte Sisto.
Accanto alla testata di questo ponte in Trastevere si scoprì allora il grandioso sepolero di C. Sulpicio Platorino e delle persone a lui congiunte; donde si ebbero urne marmoree di maravigliosa conservazione e bellezza, e statue ed iscrizioni, alcune delle quali intiere ed altre mutile che diedero argomento a molti studî.
Attirò specialmente l'attenzione dei dotti un grande blocco marmoreo iscritto che doveva connettersi immediatamente alla prima linea di un grande epitaffio, inciso in lettere elegantissime, che possono addursi come uno dei più belli esempî della scrittura perfetta quale fu in voga sul principio dell'impero. Ora di questo grande epitaffio furono pubblicati due soli blocchi marmorei, uno di cinque linee, alle quali mancavano in principio solo poche lettere, che evidentemente dovevano essere incise in un altro blocco; ed uno di due linee soltanto, ma con poche lettere, che tuttavolta sembravano sufficienti a farci conoscere il limite estremo a cui giungeva la leggenda nella parte inferiore.
Nondimeno molte delle questioni principali rimanevano irresolute per la mancanza del pezzo d'attacco a sinistra del blocco principale, dove avrebbero dovuto essere le lettere iniziali di alcuni nomi, senza le quali per la reintegrazione di questa parte del titolo bisognava ricorrere alle congetture. E le congetture che furono fatte non sembrarono tutte accettabili; e d'altra parte parve doversi finalmente abbandonare la speranza che dalla prosecuzione dei lavori di sterro si potesse ottenere la luce.
Ma mentre si aspettava che il progresso degli scavi restituisse il pezzo desiderato, questo pezzo era già stato rimesso all'aperto fino dal principio dei lavori; nè si riesce a . comprendere come mai fosse rimasto ignoto, unitamente ad un altro pezzo iscritto, se si considera che questi due frammenti cospicui, insieme ad altri marmi iscritti che vennero editi, ed insieme ad altri marmi del monumento, cioè a pezzi di fregio e di cornicione, erano visibili nell'orto botanico alla Lungara, presso l'entrata dal vicolo Corsini, dove per un'altra fatalità curiosa giacquero dimenticati fino a questi ultimi giorni.
Il pezzo che mancava è alto m. 0,60, come il pezzo maggiore a cui si ricongiunge; quindi vi troviamo il complemento di tutti i cinque versi. È largo m. 0,85; sicchè la larghezza del titolo era di m. 1,59. Esso non solo ci offre il complemento della parte centrale dell'epigrafe, ma ci mette in grado di meglio argomentare intorno allo spazio che doveva essere occupato dalla leggenda nella parte perduta dei due ultimi versi.
Perocchè, se non può esserci dubbio che al pezzo maggiore debba inferiormente connettersi il piccolo frammento con le poche lettere dei due versi ultimi, e se la parola SVRa, che leggesi nel frammento medesimo, è quella con cui si compie la nomenclatura di M. Septicio, il cui nome ora ci si rivela nel luogo ove erroneamente fu supposto il nome di un Sulpicio; se infine non può esserci stato posto per altre parole dopo questo cognome SVRa, e le relazioni di parentela di M. Septicio vanno completate colle medesime indicazioni di Q. Marcio Barea Sura, ricordato in altra epigrafe del monumento, cioè in quella di Antonia Furnilla moglie appunto di Q Marcio Q(uinti) f(iliî) C(ai) n(epotis) C(ai) et Gemini Artori pro nepotis Bareae Surae(Notizie 1880, p. 138), ne viene la conseguenza che questo frammento ultimo avesse dovuto cadere vicino il termine della leggenda, nel modo che segue: X VIR STL IVD TR MIL Q TR PL PR | LEG TI CAESARIS AVGUVSTI ET | C CAESARIS AVGVSTI | CRISPINA CAEPIONIS F VXOR | M SEPTICIVS Q F C N C ET GEMINI | artori pro nepoS SVRa | vixi annis... menSIBVS XD ieb....
Insieme a questo marmo giacevano nell'orto botanico alla Lungara tra gli altri materiali del sepolcro di C. Sulpicio Platorino i due blocchi con la iscrizione di Antonia Furnilla, moglie di Q. Marcio Barea Sura, editi dal ch. Lanciani (/Votizie 1880, p. 138).
Vi si trovò inoltre un altro blocco marmoreo col seguente frammento epigrafico, pure appartenente al sepolcro stesso, non solo per la qualità del materiale, per il modo con cui fu lavorato, e per la forma delle lettere, ma anche per le relazioni di parentela delle quali si conservano avanzi nell'ultima linea, ricorrendo quivi il nome di Artorio Gemino ([Arzo]ri Gem[ini]) che vediamo ricordato nella epigrafe di Antonia Furnilla, e nel titolo mutilo che ha dato origine a questa nota.
Il nuovo frammento, che apparteneva alla parte inferiore centrale di un'altra grande epigrafe, di cui conosciamo questo pezzo soltanto, dice: ...ASEN | ...STVM CE | | ...EVIR HAS | ...F D | ...RI GEM
È largo m. 0,30, alto m. 0,60, profondo m. 0,70. Abbiamo adunque la medesima altezza dei massi che formavano la iscrizione della quale abbiamo detto, la medesima altezza dei due massi della iscrizione di Antonia Furnilla, e l'altezza del lastrone che portava l'iscrizione di C. Sulpicio Platorino (Mozizie 1880, p. 129).
La cornice che chiudeva la leggenda, non fatta come nelle altre epigrafi a semplice listello, ma con l’ ornato di foglie, farebbe supporre che il titolo a cui appartenne quest’ ultimo frammento, avesse ricordato il personaggio più ragguardevole le cui reliquie in quel monumento furono conservate.
Felice Bernabei.
Stampe antiche