Informazioni storicheCodice identificativo monumento: 19934
CronologiaCon l'occasione di protrarre la linea della ferrovia verso la Stazione di Porta Portese, dentro la vigna Massimi lungo la via Portuense, vengono scoperti alcuni nobili edificii romani:
Vedevasi in questa vigna un androne di opera reticolata, ora interamente distrutto, lungo palmi romani 135 e largo 24 che è servito fino a questi ultimi giorni ad uso di cantina. Esso conservava intiera la sua volta, in mezzo della quale ancora vedevasi il foro da cui riceveva la luce, chiuso con costruzione moderna.
Nello sgombrare le terre che detta volta reggeva, si scoprì il terrazzo che la preservava dalle pioggie formato secondo l'uso più comune da uno strato di astraco con sopra un pavimento di piccoli mattoni disposti a spiga e quindi un rozzo mosaico.
Sterrandosi a poca distanza dal sudetto terrazzo, poco più in basso del piano di esso si scoprì un forame quadrato largo per ogni lato palmi 3 ed once 4 1/2 che era stalo atturato con costruzione recente, e scesovi dentro per mezzo di lunga scala vi si ritrovò quella conserva d’acqua di forma circolare che si vede tracciata nella pianta del Bufalini con l'indicazione FONS. Essa è circoscritta da una sala rotonda che ha di diametro palmi 28 e di altezza 18, in mezzo di è la bocca per attinger l'acqua.
A questa anticamente ed a tempi a noi prossimi vi si penetrava per mezzo di un corridore alquanto in discesa che per certo si diparti dall'androne descritto, poiché si vidde che questo continuava nella sua lunghezza. L'altezza di detto corridore è di palmi 9 e la larghezza palmi 5 e oncie 4, ed è costrutto come la sala di opera reticolata con muri moderni, vedendosi chiaramente tanto per la pianta del Bufalini e quanto per i sudetti ristauri, che nei tempi indietro comodamente vi si praticava, tantopiii che nella sala vi si vedono come due posti di materiale da sorreggere botti con alcuni pezzi di legno, una specie di seditore ed un riquadro con archetto sotto, forse per posare utensili.
Questi muri sono costruiti con pezzi di tufo, di mattoni moderni, e qualche pezzo di essi antico con il seguente marchio, già inserito nella raccolta Mariniana, che porta il consolato di Pelino ed Aproniano dell’ anno 123 dell'era volgare ed il nome di Mirtilo fabbricatore di figline di Domizia Lucilla moglie di Annio Vero c madre di M. Aurelio: MYRTILVS DOM LVCILL DE LIC PAETIN ET APRONIAN COS.
La conserva si fece vuotare dagl'ingegneri che presiedono alla ferrovia ed in tal circostanza ne fu presa la misura avendo palmi 12 di diametro e 25 di profondità. Allora si vidde la sua volta formata di opera laterizia , e verso l'apertura di essa fu estratto un pezzo di mattone con bollo che portava il nome di Lucilla moglie di Lucio Vero (Fabr. pag. 514. n. 191.) OP DOL CLAVDI SECVND EX PR LVCILLAE VERI
Tornando fuori da questo sotterraneo si vedeva a non molta distanza la traccia di un muro, il quale insieme ad altro di sostruzione del monte formava un corridore. Di questo se ne ritrovarono molti pezzi dell'intonaco dipinti a vari colori, e tra questi in due dei più grandi in uno era espresso a chiaroscuro rossino un cavallo marino su fondo bianco, e nell'altro un grifo su fondo di color cinabro. Da qui anche sortirono alcuni frammenti di stucchi che appartennero forse alla decorazione della sua volta, e tra questi una testina muliebre.
In queste adiacenze anche si raccolsero molte medaglie e specialmente di primo modulo di Nerone, di Nerva, di Adriano, e di Antonino con bella patina ed in ottima conservazione. Un torso di una statuetta di Marte con balteo e clamide allacciata sull’ omero destro. Vani campanelli di metallo di differenti misure, fibule, anelli ed una laminetta della stessa materia, dove erano scolpiti due gladiatori in atto di combattere. Finalmente infiniti pezzi di vetri e specialmente di quei vasi detti dagli antichi phialae.
Tra quelle macerie raccolsi una figurina fittile di Minerva rotta di fresco, a cui mancavano i piedi e la testa , e per quanto feci cercare nel luogo della sua invenzione, non più si ritrovarono. Ha essa la solita tunica talare con il paludamento ampio ad orli increspati. Le sue spalle sono ricoperte dalla pelle dell'egida, dove verso il petto è la testa di Medusa senza i serpi, come si vede in altre immagini di Minerva. Sostiene con la dritta l'asta e con la sinistra lo scudo argolico disteso fino a toccare la terra, nel mezzo di cui viene ripetuto il capo di Medusa.
Il menzionato corridore a oriente e ad occidente metteva a due camere rettangolari che avevano quattro nicchie per ciascun lato, dalle quali si passava a due ambienti rotondi anch'essi con nicchie da contenere statue, ed a queste non si arrivò a scoprirne il pavimento. Sterrandosi alquanto sotto di una nicchia della camera rettangolare orientale, sortì fuori un bel pezzo di scultura greca. Rappresenta questo una giovane donna con pallio e veste, che le cuopre anche il petto, sostenuta da un cingolo.
Tiene con ambe le mani il lembo del pallio ripiegato nel seno, mentre che sostiene un calato ripieno di frutta e specialmente di mele, mandorle , fichi e un pomo di pino oltre di un grappolo d’uva che sporge all’ infuori dal mezzo del calato suddetto. Nella mammella sinistra vi si vede rotto un pernetto, posto con somma diligenza dall’ artefice, che forse fermò altri emblemi dati alla dea Pomona che certo dovette rappresentare. Questa statua è alquanto minore del naturale ed è mancante della testa, la quale fin da principio gli fu attaccata dallo scultore, cosa non insolita nelle statue greche, come altresì mancante delle gambe, delle mani, e di mezzo braccio.
Nella camera rettangolare occidentale si scopri un torso nudo minore del naturale che apparirebbe di stile mediocre, allorché si ripulisse dalla terra che gli forma una specie di crosta.
A. Pellegrini.