Informazioni storicheData: 1949
Codice identificativo monumento: 2026
Cronologia Regio Decreto abolisce il vincolo fidecommissario sulle Collezioni d'Arte dei Barberini.
Le nuove disposizioni permettono la divisione della collezione in tre parti: una donata allo Stato, una vendibile liberamente dai principi e una terza soggetta alle leggi sulle opere d'arte.
In cambio di appena 16 dipinti (su circa 640), viene consentito l'inizio della dispersione delle raccolte, anche all'estero.
Palazzo Barberini viene acquistato dallo Stato italiano in extremis utilizzando il diritto di prelazione, al prezzo di ottocento milioni di lire.
Lo Stato Italiano compra dagli eredi della collezione Barberini, ulteriori centododici opere (cui se ne aggiunsero nel tempo altre ancora), portando la nuova Galleria nazionale (in trasferimento nell'originario palazzo familiare alle Quattro Fontane) a possedere circa duecento opere dell'originario fondo Barberini.
Il Museo Galleria Nazionale di Palazzo Barberini apre al pubblico.
Le collezioni del Museo Artistico Industriale sono smembrata fra il Comune e vari istituti museali di Roma. A Palazzo Barberini, viene conservato il nucleo principale, di circa duemila oggetti, in particolare ceramiche, vetri, stoffe e sculture lignee. Al Museo di Palazzo Venezia giungono preziosi frammenti marmorei duecenteschi, dalle stoffe copte, dalle maioliche, dalle statue lignee, dalle serrature e dagli elementi di arredo. I reperti archeologici sono invece inviati ai Musei Capitolini.
Alla presenza di Massimo Osanna, direttore generale dei Musei, e Flaminia Gennari Santori, direttrice delle Gallerie Nazionale di Arte Antica, si svolge la presentazione di due dipinti entrati a far parte della collezione delle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma grazie all'acquisizione da parte dello Stato, su indicazione del museo stesso: La morte di Cleopatra di Giovanni Lanfranco e lo studio preparatorio del Ritratto del Cardinale Antonio Barberini di Simone Cantarini.
Progetto
Opere d'arte e decorazioni
Casati e Famiglie