Informazioni storicheData: 1925
Codice identificativo monumento: 2059
CronologiaRe Umberto I inaugura il Palazzo dell'Esposizioni. Prima esposizione internazionale d'Arte organizzata dalla Società degli Amatori e Cultori di Belle Arti.
Acquisizioni di molte opere da parte dello stato per incrementare le collezioni della neonata Galleria nazionale e dal Comune di Roma:
"L'Esposizione di Roma è incominciata sotto avversa stella. Appena fatta l'inaugurazione, una variazione nella pressione atmosferica che ha prodotto danni e rovine a Palermo ha levato un'aria gelata su tutta la riva italiana del Mediterraneo; arrivato a Genova, trovai un vento gelato che tagliava la faccia; da Genova a Pisa si dovevano ammirare i ridenti giardini della riviera a vetri calati e colle piante sugli scaldapiedi. A Pisa parea d'essere in una mezza Siberia; a Roma fa un freddo torinese. Queste intemperie hanno diminuito di molto l'affluenza dei visitatori, contrastata già dalle voci corse che appena inaugurata l'Esposizione sarebbe stata chiusa.
A queste contrarietà se ne aggiunsero altre. Discordie fra artisti e comitato, tra il circolo degli artisti e il Municipio, pettegolezzi e picche e spropositi che pubblicati dai giornali e dalle lettere private non poteano far da richiamo ai lontani. Poi un servizio nel palazzo mal fatto, con forme che non manifestano il massimo rispetto pel pubblico. Poi un catalogo che non risponde alle opere, che registra, mettiamo, al numero tale Venere e trovi invece Garibaldi. Poi a pian terreno dove è esposta la scultura, delle sale magnifiche, ampie, con dentro quattro marmi o quattro gessi, e dell'altre sale dove bisogna guardare come si cammina per non rompere un braccio o una gamba ad una statua.
Poi una miscela mal disposta di buono e di perfido che confonde e disturba il pubblico poco intendente e stanca quello de' buongustai. Da qui un'impressione incerta, ma con prevalenza di un senso spiacevole che fa sembrare infallibilmente a prima vista l'Esposizione di scultura inferiore a quel che è veramente, e che risalterebbe subito se il collocamento delle opere non fosse tale che ad una impressione buona ne seguano dieci o dodici di cattive per cancellarla. Poi altre sale immense, vuote, deserte, tra sale piene; un insieme scucito, lacerato, a brani, a salti, a soluzioni continue di continuità; poi al piano superiore un labirinto che ti riconduce sempre al punto di partenza e ti fa venir via senza esser passato per tutte le sale; insomma un complesso che irrita e indispone.
L'Esposizione della pittura contemporanea è la parte meglio riuscita; benchè la distribuzione a raggi da un centro ti riesca un labirinto. I quadri sono messi forse troppo fitti e colla luce troppo vicina, ma un telone sotto ogni apertura del soffitto d'onde viene la luce li ha salvati, facendo da quinta scura che per contrasto li rende più illuminati, con quell'effetto che i francesi esprimono colla parola repoussoir.
Gli stranieri si può dire che non hanno accettato l'invito a questa Esposizione internazionale. Non ci sarà confronto possibile tra arte straniera e arte italiana. Un quadro di Gallait, che ha fatto un chiasso immenso nel Belgio un trentacinque anni fa, Gli ultimi onori resi dopo la loro decapitazione ai conti di Egmont e di Horne, è roba invecchiata e rancida da non contarsi più come arte contemporanea. Quattro quadri di Frère, due di Portaels, e il gran quadro del Matejko, tre bellissime tele di Alma Tadema, tre di Rosa Bonheur e qualche quadro convenzionalissimo della scuola di Monaco, qualche quadro svizzero e francese, due o tre inglesi osservabili, due o tre polacchi e altrettanti spagnuoli, non rappresentano l'arte mondiale invitata. L'Esposizione va quindi considerata come quasi esclusivamente italiana.
C'è lotta al sole dell'Esposizione e lotta dietro le scene tra le nostre diverse, diversissime scuole: la Romana che è un po' sulle vecchie e saggie tradizioni, e un po' sulle tradizioni vecchiette e commerciali, e l'arte Napoletana tutta slancio al nuovo, e la Toscana che fa la peritosa e studia il passo, e l'arte della valle del Po che pensa più alla solidità ed all'espressione da ottenersi per lo stile del dipingere che all'espressione dei volti e delle masse. Ma nel totale c'è progresso su tutta la linea, — da Susa a Palermo, — c'è movimento, vita; c'è anche irritazione sul campo dei confronti, concitazioni, dispregi a parole, e in segreto tacite ammirazioni, un'intenzione di tener calcolo dell'opera degli avversari, c'è cozzo che promette e intanto dà scintille.
Anche la pittura di vaste proporzioni ha progredito, dando la più recisa smentita a quelli che gridavano morta la grande arte, come se questa consistesse nell'arte che lavora su grandi superficie o se consistesse nel rappresentare piuttosto un oggetto che un altro; ma ammessa anche tale interpretazione, il progresso c'è, e notevolissimo; anzi sarà per taluni sorprendente, e anche qui, anzi qui sovratutto che si tratta di cose geniali, sono i più che tirano i meno; i volenti che trascinano gli esitanti.
La fanfara giornalistica ha preceduto all'Esposizione parecchi quadri con commoventi andanti di violino e flauti, o con botte di tamburone, piatti, nacchere, e tromboni. Gli artisti che hanno la precauzione di farsi degli amici fra i pubblicisti, e di prestarsi gentilmente a diventarne le ninfe egerie per la critica hanno avuto di questi accompagnamenti; talune di coteste bande si sono impiantate davanti l'opera di predilezione a continuarvi i dolci accordi seducenti e le amorose gazzarre; ma quella è polvere per gli occhi di chi si lascia sorprendere. Alla lunga le cose si mettono a posto naturalmente, e per effetto di luce naturale, finiscono col parere quel che sono.
Tre anni fa a Torino un artista cui io vantava i quadri del Michetti, mi dicea: — Senta me, sta bene, sì, è roba bona quella lì, ma con quell'arte egli si esaurisce di colpo. Vedrà che coll'Esposizione di quest'anno Michetti ha terminato. — Ed io di rimando: — Senta me, con quell'arte lì si ingrandisce, si aumenta, si diventa, vedrà che coll'Esposizione di quest'anno 1880 il Michetti incomincia: Incipit vita nova.
Il Voto, il gran quadro di Paolo Francesco Michetti del quale parlerò a lungo, è stato un macigno sulla testa dei suoi detrattori; lo discutono, ma non osano negarlo, tirano la discussione al punto da tentare di persuadere il pubblico che Michetti ha fatto gli studi pel quadro esposti accanto ad esso, studi ammirabili! ma che il quadro non è che convenzione, e che Michetti fa effetto perchè ha avuto l'accortezza di mettere quegli studi stupendi vicino al quadro scadente, pel quale ha scritto: non finito. Il pubblico con quegli studi sotto mano si fa da per lui il quadro, nè più nè meno, quel bravo pubblico! e questo è il secreto pel quale il quadro piace tanto e tanto commove e fa sì forte impressione e tanto più entra nell'animo di chi lo guarda quanto più si osserva. Tutti meriti del pubblico, che si fa da sè stesso il quadro che non ha saputo fare il pittore. Oh la rettorica! Peccato che quell'arte di far lavorare il pubblico a perfezionare i propri quadri, peccato che il secreto di tanta furberia sia così poco noto e resti un'esclusiva privativa di quell'abruzzese di Tocco! Un privilegio senza brevetto, ma più sicuro che se avesse tutti i brevetti degli Stati con garanzia governativa. Quanti quadri che colpiscono a prima vista e poi ti vengono a noia rivedendoli, non supererebbero il Voto di Michetti se i loro autori conoscessero l'Abacadabra di quel furbachietto Chietino! Come lo seppellirebbero!
Una sala interessantissima è quella degli acquerelli. Anche qui il progresso è grandissimo; chi ricorda gli acquerelli di vecchia scuola colle ombre grigio azzurrastre di convenzione e li paragona a quelli che si fanno da alcuni anni, ed a quelli messi in mostra a Roma, potrebbe credere che tra un genere e l'altro è corso un secolo.
Per arrivare alle sale della pittura si passa per quelle dell'arte applicata all'industria. Non mi ci sono ancora fermato, ma mi è parso così di volo che questa mostra sia non abbondante ma ricca e in gran progresso anch'essa. La ceramica, o la pittura in ceramica, sembra che tenda ad un rinnovamento, e conservandosi collegata alle grandi tradizioni delle maioliche antiche, voglia affermarsi contemporanea, con delle trasformazioni suggerite dai rinnovamenti della pittura.
Dico sembra, perchè ho appena guardato di volo, senza fermarmi.
L'Esposizione retrospettiva è ridotta a un piccolo sommario. Peccato! se ne potea fare una mostra della più alta importanza per la storia dell'arte moderna e per l'istruzione del pubblico trascinato ad erronei, ingiusti e sovente perfidi criterii dai fautori del passato.
Questa mostra retrospettiva, ripeto, è poca cosa, ma basta a drizzare tanti criterii, basta a provare quello che è vero, purchè il pubblico giudichi da sè, oppure stia in guardia contro le chiesuole, che col soffietto degli annegati ed un apparato di galvanismo rettorico si sforzano a far parer vivi dei vivi che son morti accanto a dei morti che son vivi.
Tiriamo la somma. L'Esposizione non è quella che potea essere, ma è importantissima e degna d'esser visitata; e ciò esclusivamente per merito degli artisti. Comitati e autorità hanno largo campo per mostrare buon talento correggendo ciò che vi è di mal fatto; avranno molto da fare, e saranno applauditi. Intanto si lavora ancora, si lavora sempre, a compiere quel che è imperfetto e aggiungere quello che manca.
Con questo si può augurarsi che non manchino i visitatori da fuori Roma.
Il tempo si rimette al bello, il sole splende, Roma spicca la sua doppia faccia nell'azzurro classico del suo cielo, mostrando i bruni profili severi e imponenti dei suoi monumenti e le bianche masse della capitale d'Italia che si forma in città moderna veramente splendida. Chi appena lo possa deve correre a Roma, dove il passato e il presente invitano e il futuro sorride nell'opere d'arte della nuova Italia.
Resoconto Finale della prima Esposizione Internazionale di Belle Arti a Roma:
"Il Comitato esecutivo della prima Esposizione internazionale di Belle arti che ebbe luogo in Roma ha pubblicato la sua relazione finale, firmata dall'architetto Azzurri, presidente, e dallo scultore e deputato Ettore Ferrari come segretario.
Il Comitato guarda indietro l'opera sua, e ne è completamente soddisfatto.Noi toglieremo dalla relazione parecchi dettagli interessanti.Ecco il numero delle opere che figurarono alla mostra: 463 Quadri; 262 Acquerelli; 560 Sculture; 41 Opere di architettura. Totale 1326.
L'Arte industriale ebbe inoltre 352 espositori. Con ciò l'Esposizione di Torino del 1880 fu superata di 605 opere di pittura, di 219 di scultura e di 159 espositori in arte applicata. La relazione dimentica di dirci quanti fossero gli stranieri in questa Esposizione che s'è chiamata internazionale, e quanti i lavori di arte retrospettiva, mentre l'Esposizione di Torino non era che nazionale e contemporanea. Nel fare confronti di cifre occorre indicare tutti gli elementi, affinché il conto torni.
S.M. il Re e la Regina: hanno acquistato 3 quadri per un totale di 46'000 lire.
Ministero dell'Istruzione pubblica: ha acquistato 20 quadri (210'000 lire) e 8 statue (75'300 lire).
Comune: ha acquistato 3 quadri (34'000 lire) e 3 statue (16'000 lire).
Società amatori belle arti: ha acquistato 4 quadri (4'300 lire) e 3 statue (2'500 lire).
S. A. Ismail pascià: ha acquistato 12 quadri (49'000 lire) e 1 statua (2'000 lire).
Privati: hanno acquistato 67 quadri (182'500 lire) e 29 statue (48'000 lire).
Lotteria: ha acquistato 18 quadri (18'850 lire) e 7 statue (3'870 lire).
In totale sono stati venduti 127 quadri per 544'650 lire e 51 statue per 147'670 lire. A questi si aggiungono gli oggetti d'arte industriale venduti ai privati per un valore di 375'608 lire.
Sono in tutto un milione di lire, più 67 mila e 928; raddoppiando così il successo dell'Esposizione di Torino, dove gli acquisti raggiunsero L. 511,045. Il Comitato osserva pure che all'Esposizione internazionale di Monaco (Baviera) dell'anno in corso si è venduto per L. 830,000, delle quali 94,000 di opere italiane.
Non sappiamo perché la relazione non ricordi la creazione della Galleria nazionale d'arte moderna, grazie alla quale si potè verificare un numero così ragguardevole di acquisti.
Il numero dei visitatori, in cinque mesi e dieci giorni, fu di 176,857, dei quali soli 128,183 a pagamento; tutti gli altri gratuiti. Qui il Comitato si dimentica di far confronti con le altre esposizioni; e non gli tornerebbero troppo favorevoli. Giacché alla citata Esposizione di Torino, che durò altrettanto, i biglietti paganti furono il doppio: cioè, 265,307.
Un'altra lacuna è quella del bilancio; non si vede quante furono le entrate e quante le spese. Il Comitato esprime il suo dispiacere per non essere riuscito a tenere l'Esposizione d'Arte Antica, per la difficoltà di avere un locale adatto e di ottenere dai possessori le località desiderate.
La relazione ricorda infine che le Esposizioni circolanti regionali non sono punto eliminate da quella stabile di Roma: stabile vuol dire semplicemente che Roma "a periodo stabilito invita nel suo stabile edificio artistico l'arte nazionale e la straniera per studiarne i confronti." Perciò ci sorprende non vedere indicati, neppure numericamente, quali siano stati i confronti in questo primo anno. È troppo evidente la cura del Comitato di dire solo ciò che riesce gradito; ma al giorno d'oggi il pubblico vuol sapere tutto, anche ciò che è meno lusinghiero, ma che è utile e che può ammaestrare per l'avvenire.
Chiudiamo anche noi con l'annunzio che nel 1885 si terrà a Venezia la 5.ª esposizione circolante, ed a questa farà seguito nel 1886-87 la seconda Esposizione internazionale di Roma."
Inaugurazione del Museo Mussolini al Campidoglio, nuova sede della Galleria Comunale d'Arte Moderna e nuova sezione dei Musei Capitolini (dove sono trasferite le opere di scultura conservate nell'Antiquarium al Celio). Per l'esigenze espositive viene parzialmente ricostruito il Palazzo Caffarelli e sistemati i suoi giardini:
"Nel tratto già occupato dal Palazzo Caffarelli, dove il Comune di Roma ha cancellato, con una quasi totale demolizione, il ricordo degli abitatori teutonici, è stata messa alla luce una parte della platea del tempio di Giove Capitolino e sono stati ordinati due nuovi Musei con dedicazione al Primo Ministro Benito Mussolini.
In pari tempo il Governatore di Roma, Filippo Cremonesi, coadiuvato dal Capo dell'Ufficio Belle Arti, Tomaso Bencivenga, ha voluto il restauro del Tabularium con opportuni abbellimenti.
Oggi, con l'ampliamento dei locali destinati ai Musei Capitolini, la suppellettile, talvolta preziosa, già custodita all’Orto Botanico del Celio, è stata sistemata sul colle che riassume la storia civile, religiosa e bellica di Roma.
Nel recentissimo ordinamento scientifico, compiuto dal prof. Settimo Bocconi, d'accordo con l'architetto Ghino Venturi, s'è tenuto conto d'una distribuzione il più possibile cronologica. La statua tutelare di Giove è stata collocata al sommo della platea del Tempio di cui furono dissotterrati i maestosi blocchi di tufo, nel salone centrale del nuovo Museo.
Attorno alla statua di Giove, stanno quelle dell'Azeradi Piazza Sciarra, dell'A sc/epio di Piazza Colonna. Alcune opere dell'età repubblicana sono riunite nella sala seguente: Affena di Castro Pretorio, l'Adoratrice in basalto, l'Aphrodite di Arles, l’Athena attribuita da alcuni archeologi a Timoteo; insieme alle due are ad Ercole e al dio agreste Vermino, al sepolcreto rozzo in peperino dei Tibicini.
La Protomoteca capitolina è anch'essa riorganizzata, e prenderà il necessario sviluppo. Vi figurano, insieme a numerosi «Ritratti » d’uomini grandi, di s simo valore artistico, due busti dovuti ad Antonio Canova: il Pontefice Pio VII e il musicista Domenico Cimarosa.
È stata pure ordinata ed esposta una raccolta interessantissima di acquarelli di Roesler Franz, di prevalente sapore topografico, gustosi talvolta anche per la sveltezza del segno e l'immediatezza della forma.
La scultura è rappresentata da un bronzo i Ercole Rosa, da opere di Duilio CambelGiovanni Prini, Attilio Selva, Arturo Dazzi, Alfredo Biagini, Sirio. Tofanari. Ritrattisti e anim slalternano per le sale. Ci son pure il Nicolini e il Brozzi, il Cataldi e il D'Antino.
La Sezione del bianco e nero è scelta, non numerosa: essa avrà certo un notevole incremento in seguito. E se il Comune di Roma non darà vita ad un Museo delle Arti decorative che considero necessario, in queste nuove raccolte capitoline che arricchiscono Roma d'altre attrattive estetiche, dovranno pure ere collocati i migliori prodotti delle arti applicate.
Nelle quali è la ragione prima, la salvezza dell'arte italiana."
Irnerio
La Galleria Comunale d'Arte Moderna viene soppressa e la collezione trasferita alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna.
Viene ricostituita la Galleria Comunale d'Arte Moderna che riapre al pubblico a Palazzo Braschi.
La Galleria comunale d’Arte Moderna viene trasferita da Palazzo Braschi al Palazzo delle Esposizioni.
Per i lavori nel palazzo, le opere della Galleria comunale d’Arte Moderna vengono trasferite nei depositi di Palazzo Braschi ed in altri immobili comunali.
Il Comune di Roma acquisisce le scuderie garage dell'ex Stabilimento della birra Peroni per ospitare le collezioni contemporee della Galleria Comunale d'arte.
Le collezioni disperse della Galleria Comunale d'Arte Moderna vengono riordinate e riunite nell'ex convento delle Carmelitane.
Opere d'arte e decorazioni