Informazioni storicheData: 1889
Codice identificativo monumento: 2150
CronologiaL'Ospizio dei Ciechi Margherita di Savoia, si trasferisce dagli ambienti della Certosa di Termini al Casale di Pio v.
Viene rinvenuta nel Giardino Longhi (in vicolo del Muro Nuovo, ora scomparso e un tempo situato non lontano dall’odierno Ponte Garibaldi) una struttura di forma quadrangolare in marmo bianco lunense, che viene chiamata Fontanina. Il reperto sarà esposto tra le collezione dei futuro Museo Nazionale romano.
A seguito del mutato clima politico, ed a forti contrasti tra le istituzioni comunali e quelle statali (a proposito della distribuzione proporzionale dei costi e degli spazi espositivi disponibili) sono interrotti i lavori di realizzazione del nuovo Museo archeologico del Celio, preferendo l’ipotesi di collocare la collezione statale presso le Terme di Diocleziano. L'edificio parzialmente costruito sul Celio resta di proprietà comunale e viene utilizzato come Magazzino Archeologico.
Felice Barnabei istituisce il Museo Nazionale romano, ospitato inizialmente nelle Terme di Diocleziano e su parte del chiostro michelangiolesco, già utilizzato come deposito dei materiali archeologici rinvenuti nel corso della costruzione del vicino Ministero delle Finanze. Nel Museo confluiscono inoltre numerosi altri materiali provenienti da raccolte preesistenti, come il Museo Kircheriano, e dalle acquisizioni di sculture e collezioni di rilievo appartenute a nobili famiglie romane, tra cui la celebre Collezione Ludovisi. Al momento della sua istituzione, il Museo dispose di una minima parte degli ambienti Terme, occupate dalle più varie istituzioni e attività, dall’ Ospizio Margherita di Savoia per i poveri ciechi, negli spazi appartenuti alla Certosa, al celebre Caffè Concerto Al Diocleziano nell'Aula V. Viene ipotizzata la realizzazione di una grandiosa facciata neoclassico, ideata dall'architetto Pietro Rosa per l'ingresso dalla Piazza delle Terme.
I colossali protomi di palazzo Bonelli sono trasferite dal Collegio Romano al Chiostro di Santa Maria degli Angeli, nuova sede del Museo Nazionale romano.
Tra i monumenti iscritti aggiunti alla raccolta epigrafica del Museo nazionale romano, due meritano speciale studio.
Il primo, acquistato sul mercato antiquario di Roma dal eh. sig. conte M. Tyszkiewicz, e da lui donato al Museo, è una piccola lastra marmorea da colombario, larga m. 0,355, alta m. 0,185. Vi si legge: Fuscus, cursor prasini, vix(it) ann{is) XXIV vicit Rom(ae) LUI, ad deam Diam II, Bovillis, una palma rev(ocatus) bis eandem vicit. Ilic omnium cursor{um) primus qua die missus est vicit stai ...C(aio) Cestio, M(arco) Servilio co{n)s{ulibas). Machao conser(vus) memoriae causa.
Stando a ciò che quivi fu esposto, la lapide sarebbe stata rinvenuta nel dicembre 1887 sulla via Campana a tre miglia da Porta Portese. Ma secondo altre notizie, che sembrano più verosimili, sarebbe stata rinvenuta nel sepolcreto di Porta Salara, che appunto in quel tempo si andava discoprendo.
L'altra iscrizione proviene, per quanto affermasi, dalle raccolte del defunto barone P. E. Visconti, e fu ora acquistata sul mercato di Koma. È in ima piccola targhetta di bronzo ansata, alta cent. 4, larga 7, e dice: DNGALLA EPLACIDI AE NP. L'ansa a sin. è forata, il che dimostra che la targhetta doveva appendersi ; ma a quale scopo essa realmente servisse, non appare chiaro.
D. Vaglieri.
Fu aggiunta al Museo nazionale romano per acquisto che se ne fece sul mercato antiquario di Roma un cippo marmoreo alto m. 0,255, largo m. 0,19 e dello spessore di m. 0,08, con una lapide dedicata ad Ercole vincitore, forse proveniente dal famoso santuario tiburtino. Vi si legge:
P FVLCINIVS VERGILI VS MARCELLVS PRAEF FABRVM TRIB MIL LEG VII GEM FELICIS PRAEF EQVITVM ALAE PARTHOR SVB CVRATOR AEDIVM SACRARVM ET OPERVM LOCORVMQVE PVBLICOR SVB PRAEF CLASS PRAET MISENENSIS CVRIO PR SACRIS FACIVNDIS HERCVLI VICTORI
P(ublius) Fulcinius Vergilius Mareelliis, praef(ectus) fabrum, trib(uniis) mil(itum) leg(ionis septimae) Gem(inae) Felicis, p)raef{ectiis) equitmn alae rarthor(um) subcurator aedium sacrarum et operum locorumque pì(blicor(um), subpraef(ectìis) class(is) praei(oriae) Misenensis curio p{opuli) R(omani) sacris faciundis, Ilerculi Victor.
Due fori che si scorgono superiormente mostrano che il cippo sosteneva la statuetta di Ercole Vincitore, il dio protettore dell'antica Tibiir, donde forse proviene anche questo monumento (Dessau, C. 1. L. XIV p. 367, 495).
D. Vaglieri.
Fu acquistata pel Museo Nazionale Romano alle Terme di Diocleziano ima statuetta di bronzo, alta mm. 85, offerta da un contadino che disse averla rinvenuta presso l'abitato di Castelmadama, sulla valle dell'Anieno fra Tivoli e Vicovaro, senza aver saputo indicare il luogo preciso del rinvenimento. Rappresenta Minerva coperta di elmo ad alta cresta, vestita di lunga tunica, con peplo succinto, sopra il quale è l'egida col Gorgoneion. Ha il braccio destro alzato ; la mano destra attraversata dal foro per cui passava l'asta; ed il braccio sinistro abbassato. Probabilmente con la mano protesa reggeva una piccola Vittoria, come la famosa Atena del Partenone secondo che ci viene indicato dalla statua di Atena, conservata ora uel Museo del Varvakion, con la quale questo piccolo bronzo, benché di lavoro ordinario, ha molta somiglianza.
Lapide onoraria a Publilio Memoriale scoperta nell'area dell’antico Foro Clodio.
Per generosità di S. E. il Principe don Baldassarre Odescalchi, che ha fatto vari doni al Museo Nazionale Romano, la collezione lapidaria nelle Terme di Diocleziano si è arricchita di una iscrizione marmorea assai pregevole, la quale conservavasi nel castello di Bracciano, e fu rinvenuta nella prossima area di s. Liberato, ove sorgeva l'antico Foro Clodio.
Questo marmo era in origine il piedistallo di una statua, dal quale si ricavò poi un grande mortaio, alto m. 0,66. Volle fortuna che fosse prescelta per piede del mortaio la superficie scritta, e che così, nella forma rotonda che dovè assumere la pietra, ci fosse conservata la maggior parte di questo titolo pregevolissimo.
Della iscrizione in fatti mancano soltanto poche lettere a sinistra; pochissime a destra; e benchè ci sia ignoto il numero delle linee che continuavano nella parte inferiore, si può con sufficiente certezza affermare che poche linee soltanto possono mancare al compimento del testo, ciò essendo indicato dalle proporzioni stesse del campo epigrafico nel prospetto del piedistallo.
L'iscrizione, quale apparisce ora risegata, occupa una superficie di m. 0,59 di altezza e di m. 0,68 di lunghezza e dice: PVBLILIO LF FA ... MEMORIALI ... pRAEF FABR PRAEF COH III ... CYRENEICAE SAGITTARIOR ... trIB MILIT LEG X FRETENSIS ... praEF GENTIS NVMIDAR DILICTAX ... tirONVM.EX NVMIDIA LECTOr ... leg. AVG.INAFRICA ITEM ... E ITEM FERRAT ae
cioè: ... Publilio L(ucii) f(ilio) Fa[b(ia)] [o Fa[l](erna)] Memoriali, [p]raef(ecto) fabr(um), [p]raef(ecto) coh(ortis tertiae) [C]yreneicae sagittarior(um), [tr]ib(uno) milit(um) leg(ionis decimae) Fretensis, [pra]ef(ecto) gentis Numidar(um), dilictat(ori) (sic) [tir]onum ex Numidia lecto[r(um) leg(ionum)] Aug(ustae) in Africa, item........[a]e item Ferrat[ae]....
D. Vaglieri.
Mentre il giovinetto sig. Stefano Bliss, unitamente al padre scendeva la scala che dagli avanzi delle fabbriche severiane mette nello Stadio Palatino, riconobbe un oggetto di oro in un angolo, dove era rimasto scoperto dopo le ultime piogge. Era una meravigliosa fibula della forma detta « cruciforme a cerniera », di tipo romano provinciale, che fu in uso dopo il IV secolo dell'impero. Misura mm. 77 in lunghezza, e pesa 32 grammi. Ha la staffa decorata con incisioni rappresentanti meandri ed uccelli, intramezzati da una croce come vedesi nella figura che qui se ne offre tratta da una fotografia. Deve riferirsi al periodo in cui il palazzo imperiale, e precisamente quella parte della casa severiana, fu abitata dal Duca bizantino, rappresentante l'imperatore di Oriente. ll giovinetto sig. Bliss consegnò questo raro oggetto; e S. E. il Ministro ordinò che fosse divulgato l'atto nobilissimo, e la fibula fosse subito esposta nel Museo Nazionale romano.
Giuseppe Gatti.
Nuovi frammenti di tavole arvaliche. Sono stati acquistati pel Museo Nazionale Romano cinque pezzi di lastre marmoree inscritte, appartenenti alla celebre serie degli atti de' fratelli Arvali. Provengono certamente dal territorio suburbano, ma non si è potuto conoscere con precisione il luogo del trovamento. Considerando però il fatto che essi spettano a cinque diverse avole, di alcune delle quali furono già rinvenuti altri pezzi nel bosco arvalico al quinto miglio della via Campana, è lecito supporre che in quel medesimo sito siano stati rimessi all'aperto anche questi nuovi frammenti.
1. Frammento di m. 0,17X 0,16 X 0,025, col margine destro conservato; 2. Frammento (2) di m. 0,20X0,18X 0,025, anche col margine destro. Si ricollega certamente col frammento C.I.L- VI, 2033 (a), esistente nel Museo delle Terme Diocleziane, erroneamente attribuito all'epoca di Claudio, e col frammento C.I.L. VI, 2009 d ora perduto (c); 3. Frammento di m. 0,21 X 0,21 X 0,05 con margine a sin. e rozzo nella parte posteriore; inferiormente non c' è il margine, ma per certo la linea 7 era l'ultima della tavola, essendovi più giù spazio vuoto. Esso si distingue per l'altezza delle lettere (mm. 15); 4. Frammento di m. 0,18 X 0,30 X 0,60 con margine a sin. e nella parte posteriore non levigato. Per l'apparenza esterna, per i caratteri, e specialmente per le lettere T spesso in forma di I o di L, per la poca o nessuna correttezza, appartiene certamente agli atti dell’anno 78, dei quali possediamo già il principio con linee di 50-60 lettere (C.I.L. VI, 2056); P. Sallustius Blaesus fu appunto in quell'anno magister suffectus dal 1° di marzo; 5. Frammento di m. 0,10X 0,13 X0,04 con margine superiormente, e non levigato nella parte posteriore.
D. Vaglieri.
Fortunata scoperta di un frammento di lastra marmorea, che il prof. Gatti subito riconobbe contenere un'altra parte dell'insigne monumento epigrafico, e che nella paleografia e in tutti gli altri caratteri esteriori perfettamente concorda con i due frammenti esistenti nella Villa Albani.
Il nuovo frammento è stato rinvenuto nei lavori di sterro per il grande collettore delle acque urbane sulla destra del Tevere, circa il quarto chilometro della via Portuense, ed ora si conserva nel Museo Nazionale Romano alle Terme. Misura m. 0,59 di lunghezza, m. 0,39 di altezza, m. 0,09 di spessore e reca la seguente iscrizione:
XORIS subsi DIA FVGAE MEAE PRAESTITISTI ORNAMENTIS | CVM OMNE AVRVM MARGARITA QVE CORPORI | trad IDISTI MIHI ET SVBINDE FAMILIA NVMMIS FRVCTIBVS | aD VERSARIORVM CVSTODIBVS APSENTIAM MEAM LOCVPLETASTI | ...ITIS QVOD VT CONARERE VIRTVS TVA TE HORTABATVR | ...VNIBAT CLEMENTIA EORVM CONTRA QVOS EA PARABAS | ...v X TVA EST FIRMITATE ANIMI EMISSA | ...RTIS HOMINIBVS A MILONE QVOIVS DOM VÝS EMPTIONE | ...EXVI BELLI CIVILIS OCCASIONIBVS INRVPTVRVM | ...defe NDISTI DOMVM NOSTRAM
Dall'altra parte della lastra fu poscia incisa una tavola-lusoria, di cui rimane soltanto una parte e che non corrisponde ad alcune di quelle conosciute: TRACBEVILCA Ludere. Questa ci permette di calcolare la grandezza dell'intera lastra, la quale deve aver misurato circa m. 0,78 di lunghezza, e m. 0,68 di altezza, vale a dire mancano circa m. 0,19 di lunghezza e m. 0,29 di altezza.
I frammenti già conosciuti dell'elogio provengono da località molto lontane l'una dall'altra. Prescindendo dal frammento @, che fu copiato nel convento dei Cisterciensi a Tor de’ Specchi, e del quale, come del frammento e, si ignora la provenienza, il frammento d stava presso il sepolcro di Cecilia Metella, ed i frammenti d ed e si trovarono adoperati per chiusura di loculi nel cimitero cristiano di s. Elena sulla via Labicana. Dove sia sorto il monumento, cui l'elogio spetta, non è possibile di determinare con sicurezza: ma se consideriamo, che i monumenti della via Portuense, come ci dimostra la storia degli atti arvalici, andarono in modo particolare dispersi, e che precisamente da quella regione proviene il nuovo frammento, non sembrerà improbabile, che sulla via Portuense sia stato il sito del monumento.
Nella parte dell'elogio, sinora nota, come i pensieri si susseguano è stato esposto dal Mommsen (o. c., p. 466 segg.). Vi si parla anzitutto dell'uccisione dei genitori della donna, avvenuta, sembra, in villa, e forse in mezzo ai tumulti delle guerre civili. La defunta, in unione colla sorella, seppe ottenere la punizione degli assassini, mentre lo sposo di quella, lo scrittore dell'elogio, si trovava in Macedonia, il marito di questa, C. Cluvio, era in Africa, ambedue per certo tra gli aderenti del partito senatorio. Segue l'importante esposizione di una lite insorta per l'eredità paterna (Mommsen 1. c., p. 467-475, 479-482). Dopo una considerazione sui 41 anni di matrimonio e sulle eccellenti qualità della moglie, il marito passa a trattare dell'amministrazione del loro patrimonio e di opere di beneficenze fatte dalla defunta. E qui s'interrompe una parte dell'elogio.
Dopo la lacuna, si vede il marito salvato da un pericolo per opera della moglie e dei cognati. Quale sia stato questo pericolo appare da quanto segue. Egli era stato iscritto nelle tavole di proscrizione del secondo triumvirato, quelle famose tavole che furono giudicate variamente ed in genere male (così anche dallo storico più recente del periodo, il Gardthausen) siccome prova di trista crudeltà, non siccome dolorosa necessità politica, non considerandosi che un'oligarchia potente 6 prepotente come quella romana non poteva se non perire nel sangue, o per opera di popolo, o per opera del dittatore.
Ma il nostro personaggio non perisce. Ottiene la grazia da Augusto assente: la moglie però la quale chiedeva, che Lepido, il triumviro rimasto solo a Roma, riconoscesse il decreto, è respinta con durezza ed insultata; ciò avvenne alla fine del 711 o al principio del 712. Evidentemente solo al ritorno di Cesare (principio del 713) il marito potè tornare in famiglia sano e salvo. I due coniugi potrebbero ora vivere felici, se non li tormentasse la mancanza di figliuoli, e la buona moglie propone al marito il divorzio, perchè egli possa trovare una moglie non sterile, assicurandolo che avrebbe amato i figliuoli come fossero suoi, che il patrimonio non sarebbe stato diviso e che gli sarebbe vissuta accanto come buona sorella o buona suocera. Egli, memore dei sacrifizî fatti dalla moglie, rifiuta; e mentre pensano di adottare una figliuola, quella muore lasciando a lui il solo desiderio di onorarla e di piangerla.
E l'elogio chiude: Ultumum huius orationis erit omnia meruisse te neque omnia conligisse mihi, ut praestarem tibi. legem habui mandata tua: quod extra mihi liberum fuerit praestabo. Te di Manes tui ut quietam patiantur atque ita tueantur opto.
Il posto del nuovo frammento, che sì riferisce alla fuga del marito, è evidente. Sta nella lacuna tra la prima e la seconda parte.
D. Vaglieri.
Lo stato acquista 104 pezzi della collezione d'arte antica della famiglia Boncompagni Ludovisi. Tra questi: L'Ares, il trono, il Dioniso, l'Ermes, il Galata. :"Don Rodolfo Boncompagni principe di Piombino e gli onorevoli Panzacchi e Danieli, sottosegretari di Stato amente per la pubblica istruzione e del tesoro, firmarono l'atto di cessione, essendo testimoni il comm. Fiorilli, direttore generale per le antichità e belle arti, e l'avv, Artom.
Il prezzo d'acquisto fu concordato in un milione e 400.000 lire da pagarsi in dieci esercizi senza interessi. Per l'accordo si ebbe riguardo innanzi tutto a due stime separate, che il prof. Giulio De Petra e il marchese B. Chigi-Zondadari senatore del Regno, coadiuvato dal senatore Barracco, avevano già fatte nell'occasione di una domanda presentata nel 1894 dal principe Boncompagni perchè fosse tolto, dietro un compenso, il vincolo fidecommissario che gravava sul Museo; e si tenne conto in pari tempo dei diritti dello Stato rappresentati appunto da tale vincolo.
Così è che mentre scrivo si effettua già il traporto dello sculture, non in magazzini privati nè alla Villa Borghose, come annunziò una falsa voce, ma al Museo Nazionale delle Terme Diocleziane, destinate ad accogliere il prezioso deposito sono alcune stanze attiguo al chiostro detto di Michelangelo, l'ampio e stupendo peristilio, che un dì risuonava appena dei passi dei Certosini gravi e taciturni, ed ora è divenuto luogo di pellegrinaggio per quanti cercano il bello, per quanti si sentono attratti alla contemplazione dei monumenti, che ci ha lasciati l’antica civiltà della Grecia e di Roma.
Il Museo Boncompagni più che pel numero (i pezzi che vengono allo Stato sono circa un centinaio) s'impone per la qualità degli oggetti. Esso è una scelta fatta con tanto gusto e intendimento d’arte, che per questo riguardo pochi altri Musei reggono al confronto. Non sono molti infatti quelli che, sebbene più grandi, contengano in proporzione tante opere di prim'ordine, e possano vantare anche opere veramente originali, garantite dalla firma dell'artista.
Inoltre esso ha il rarissimo pregio di potere rappresentare le fasi principali della scultura antica, dall’ arcaismo alla decadenza, con opere che sono veri capisaldi della storia dell’ arte. Winckelmann ed altri archeologi si sono formati contemplando l'antico nei viali ombrosi e nei giardini fioriti di Villa Ludovisi."
Lo Stato italiano (su proposta del Ministro dell'Istruzione Pubblica Nicolò Gallo, di concerto con il Ministro del Tesoro Gaspare Finali) acquista dalla famiglia Boncompagni Ludovisi oltre cento sculture della loro collezioni di marmi antichi. Le opere sono inizialmente esposte nel Chiostro piccolo della Certosa, sede del Museo delle Terme di Diocleziano.
Nei lavori per condurre l'acqua Marcia in un fondo posto in prossimità della chiesa detta della Nunziatella, si è rinvenuto, a m. 1,20 sotto il piano di campagna, un cippo sepolerale di marmo, iscritto ed ornato di pulvini e di eleganti rilievi, alto m. 1,06 X 0,52 X 0,28. Sui fianchi del cippo sono scolpiti due festoni di lauro, entro i quali sono i consueti simboli della patera e del prefericolo ed uu uccello. Questi festoni nell'angolo posteriore del cippo scendono da una testa di ariete, ed in basso due grandi uccelli fanno riscontro alle aquile scolpite sulla fronte. Questo cippo è stato aggiunto alle collezioni archeologiche del Museo Nazionale Romano.
Giuseppe Gatti.
Durante lavori di sterro per la realizzazione di un collettore a via della Lungara, a 5 metri sotto il piano stradale emergono due sarcofagi in marmo, con il coperchio ancora sigillato dalle grappe di ferro. Osservando le decorazioni sulle pareti di uno di essi (il mistico pescatore, un pesce appena catturato all'amo e un altro nel piccolo cesto stretto nella mano destra), l'archeologo Giuseppe Gatti associa la sepoltura ad uno dei primi cristiani. I sarcofagi vengono portati al Museo delle terme e posti nel Chiostro della Certosa.
Fu già annunziato nel dicembre dello scorso anno, che per i lavori predetti erano stati recuperati due sarcofagi di marmo, scolpiti, e chiusi col proprio coperchio.
Il primo ha nel mezzo un clipeo sostenuto da due Genî alati, entro il quale è scolpita una protome virile, soltanto abbozzata nel volto. Sotto al clipeo, due cornucopi legati insieme e ricolmi di frutta. A destra tre Genietti, che reggono con la sinistra un'asta, stanno in atto di sacrificare sopra un'ara ardente. Una simile scena ho è rappresentata dalla parte sinistra, ove però la figura di mezzo non ha l'asta, ma suona la doppia tibia. Sul coperchio si ha nel mezzo un cartello per l'iscrizione, che non vi fu incisa; agli angoli due maschere; il resto è ornato con scene di caccia ad animali selvatici.
L'altro sarcofago, decorato con baccellature ondulate, porta scolpiti soggetti d'arte cristiana, che diamo riprodotti in proporzioni maggiori. Nel mezzo della fronte, entro una edicoletta, che con gli alberi e le colombe simboleggia il giardino celeste, ove risiedono le anime dei beati, sta la figura velata della defunta in atteggiamento di orante.
All'angolo sinistro è rappresentato il mistico pescatore, simbolo del battesimo. È vestito di tunica esomide, e nudo in tutto il resto della persona. Con la destra tiene la canna da cui pende il laccio con l'amo, e
questo si vede abboccato da un pesce, la cui testa emerge dall'acqua; nella sinistra stringe un piccolo cesto, entro il quale vedesi la testa di un altro pesce.
Sull'angolo destro è scolpito il buon pastore, barbato, vestito di tunica succinta e calzari, con la pecora sulle spalle ed lo zaino pendente a tracolla: un'altra pecora è ai suoi piedi e volge in alto la testa per guardare il pastore.
I due fianchi del sarcofago sono anch'essi ornati di sculture. Il lato che corrisponde al pescatore, esprime una scena reale di battesimo per immersione. Un fan- ciullo nudo sta immerso nell'acqua fino alle ginocchia, e sul capo di lui stende la mano il battezzante, che con la sinistra stringe il libro della legge evangelica.
Sul terreno asciutto è figurato un albero, e dall'acqua emerge una canna palustre. Sul lato poi che corrisponde all' immagine del pastore evangelico, si hanno distribuite in tre zone undici figure di agnelli; nove in atto di camminare, quasi seguendo il pastore, e due che riposano. Il coperchio di questo sarcofago porta scolpiti pesci e mostri marini, che guizzano nelle onde. Anche qui si ha il cartello preparato per l'iscrizione sepolcrale, che però non vi fu incisa.
Il primo sarcofago con sculture pagane conteneva uno scheletro di donna in età avanzata, il cui capo era adagiato sopra una specie di cuscino. Questo era riempito, come pare, di sostanze balsamiche e resinose. Eguali sostanze, con minutis- simi filamenti d'oro si sono riconosciute sotto lo scheletro, distese sopra uno strato di materie vegetali.
Nel sarcofago cristiano furono trovati due scheletri, l'uno di donna adulta, l'altro di uomo ancora giovane. Il seppellimento però dei due defunti non fu contemporaneo; ma quando il secondo cadavere fu inumato, le ossa del primo furono in parte spostate. In questo sepolero si rinvenne soltanto un aneilino di osso nero, del diametro di 16 millimetri.
I due sarcofagi si rinvennero addossati obliquamente l'uno all’altro, in modo che l'angolo destro del secondo toccava il lato posteriore del primo. Essi erano posati sul terreno, a soli m. 5,70 sotto il piano stradale moderno, e certamente ad un livello superiore a quello che aveva la ripa transtiberina nel secolo quarto, alla quale età i sarcofagi possono essere attribuiti.
Considerando inoltre che il sarcofago con sculture cristiane, destinato a seppellirvi una sola defunta, si trovò contenere un secondo scheletro; che il busto d'uomo nell'altro sarcofago restò soltanto abbozzato, mentre poi vi vi fu sepolta una donna; e che gli epitaffi non vi furono mai scritti, a me pare che il seppellimento debba riferirsi ad età posteriore al quarto secolo, e che furono ado perati sarcofagi o già da lungo tempo preparati o serviti prima in altro luogo altre tumulazioni.
Giuseppe Gatti.
Relazione preliminare sulla Statua di Discobolo ed altre antichità rinvenute nella tenuta reale.
Provenienti da Castel Porziano, e donati da S. M. Vittorio Emanuele II, pervennero al Museo Nazionale, nel luglio del 1906, alcuni oggetti antichi di diverso genere, trovati nelle rovine di una villa romana di età imperiale. Già l'anno scorso, S. M. aveva donato al Museo altri oggetti antichi provenienti dalla medesima località, fra quali merita considerazione il torso di una Kore arcaica, che, a quanto pare, è una scultura originale greca, del tipo ormai notissimo di quelle rinvenute a Delos e sull’Acropoli di Atene. Se fra primi doni eccelleva questa scultura, disgraziatamente. poco conservata, fra doni del luglio passato, occupano per importanza, il primo posto una statua frammentata del Discobolo, ed un'iscrizione latina, della quale parla in queste Notizie il dott. E. Ghislanzoni.
La statua pervenuta al Museo in quattordici frammenti, primo fra’ quali il torso, è stata con ogni cura ricomposta, come appare dalla figura qui riprodotta, senza alcuna aggiunzione di parti moderne. Così non tardai ad accorgermi che essa era un ottimo documento per lo studio del Discobolo di Mirone; ed un esame attento di questa scultura ha svelato molti particolari di stile e di tecnica, come dirò nella prossima illustrazione che sarà pubblicata nel primo fascicolo del Bollettino d'Arte. Eccone, intanto, alcuni cenni descrittivi:
Statua di marmo greco insulare, con cristalli grossi e lucenti; alta. dal deltoide destro, alla base m. 1,48; priva della testa e di quasi tutto il braccio destro, che era lavorato a parte, come dimostra il taglio lasciato di gradina ed il foro col pernio di ferro ancora al suo posto. Sono inoltre frammentate la mano sinistra e le due gambe: la sinistra da un punto di poco più alto del malleolo, la destra dal terzo inferiore dei muscoli gemelli. Del piede sinistro è conservato il dito grosso, che non ha potuto trovar posto nella ricomposizione degli altri frammenti.
Il tronco di palma, che serve di sostegno alla statua, era spezzato in due parti, all'altezza dei gemelli della gamba sinistra; e la parte inferiore, scolpita ‘in un solo pezzo con la base, era stata in tempi antichi, ricongiunta alla superiore con un grosso pernio di ferro. Sembra, anche per altri indizî, che la statua sia stata allora restaurata, mercè l'aggiunta di questa parte inferiore del tronco insieme con la base.
Un grosso puntello poligonale, ora spezzato, innalzavasi dal fianco destro, per sostenere il braccio, riattaccandosi al disco; cosa che fu notata dal Guattani nel Discobolo Lancellotti, quantunque lo scultore Angelini abbia poi tolto questo puntello, certamente brutto. Lo stesso fatto si osserva nel dorso di una minuscola replica del Discobolo, conservata nel Museo di Napoli. Due altri puntelli, uno dei quali biforcato, sorreggevano il pollice, l’anulare e il mignolo della mano sinistra: particolarità tecnica che trova un'analogia nel puntello a pettine del Discobolo Lancellotti. Ed ancora un altro piccolo puntello sta fra la punta del pene e lo scroto. È probabile che questa copia del Discobolo di Mirone appartenga alla prima età imperiale romana; e più precisamente all'età augustea.
La prima impressione che si ha, esaminando la statua, è che essa sia di eccellente fattura, quantunque i caratteri della calcotecnica e il peculiare « accento » dello stile mironiano sembrino in essa un po' ammolliti: più di quanto, forse, suole ordinariamente avvenire in tutte le traduzioni in marmo delle opere di Veg specialmente del quinto secolo.
Però uno studio più accurato delle varie parti, ripulite dalle incrostazioni calcari che non permettevano un giusto apprezzamento della epidermide del marmo, e il confronto con le altre repliche frammentarie del Discobolo di Mirone, mi inducono ad affermare che nella statua di Castel Porziano noi dobbiamo riconoscere una delle migliori e delle più fedeli copie del capolavoro mironiano. La copia, posseduta dal principe Lancellotti, è, per disgrazia, sottratta allo studio e all’ammirazione di tutti; e dopo di essa, questa di Castel Porziano deve ritenersi la migliore ed è, intanto, la meno incompleta di tutte le altre.
Fortuna non piccola è poi che essa conservi gli attacchi delle parti mancanti. Questo fatto mi ha dato buona e fortunata occasione ad una sicura ricostruzione del Discobolo, raccogliendone le sparse membra, e restituendo all'arte un tipo che, si può dire, mancava: e ciò senza alcuna parte moderna, senza congetture di sorta, senza disarmonie di proporzioni e di stile; come dirò nel Bollettino d'Arte d'imminente pubblicazione.
G. E. Rizzo.
Ricomposizione della statua del Discopolo, scoperto a Castel Porziano: "Fu nel corso degli scavi eseguiti nel giardinetto laterale della villa; dove gli antichi spoglia tori per fortuna mon sospettarono della. possibile esistenza di avanzi di sculturo, che riapparvero i frammenti di una bellissima statua, frammenti dei quali‘ la. Regina Elena ‘volle tentar. subito una ricostruzione. B'risultò:così che i. frammenti dovevano appartenere ad. una riproduzione; del celebre Discobolo; di Mirtone. La statua giaceva rovesciata presso il proprio piedistallo, formato con mattoni e rivestito di lastre. di marmo; mancava della testa, dei piedi e di un braccio; è forso la mutilazione le fu inflitta; quando nel 5° secolo la villa venne completamente abbandonata o dal caso o dai malvagi saccheggiatori del litorale.
Regalati dal Re al Museo nazionale romano, i frammenti furono con grande cura rimessi insieme; e ridettero, senza bisogno di aggiunto moderne, il torso col braccio sinistro intatto sino al polso, colla gamba sinistra quasi completa e parte della gamba destra. Altri frammenti appartenevano a parte della mano sinistra, alla base 0 al tronco di sostegno della statua. Intanto, per ciò che concerne la base, è bene dir subito che da ossa risulta come in antico la statua dovetto spezzarsi vicino al punto dove il sostegno; ralfigurante un sottile tronco di palma, si attacca alla gamba.
La base furrifatta ma con poca accuratezza; o due fori destinati a duo grossi perni, dicono che questi ultimi dovevano fermare un tassello il quale conservava i piedi della statua 0 parto del plinto; mentre un:altro pernio univa là base al residuo superiore del fusto di palma.
A proposito del quale sostegno, va osservato che le sue esili dimensioni, non corrispondenti alla desiderata robustezza della statua; furono volute dall'artista, onde il sostegno riuscisso quasi invisibile all’osservatoro.
Per il braccio destro, mancante alla statua di Castel Porziano e di cui resta soltanto il moncone presso la spalla, il. prof. Rizzo ebbe il felice intuito di valersi di un braccio che tiene il disco, osistente nella Galleria Buonarroti di Firenze ed in questo casofancora, il calco del braccio si adatta benissimo al moncone della statua, in modo da far persino sospettare che il braccio Buonarroti fosse proprio quollo del marmo di Castel, Porziano."
Il direttore del Museo Nazionale Romano, Giulio Emanuele Rizzo, inaugura le le nuove corsie de "l'Antiquarium romanum, una raccolta cioè di oggetti minori finora sepolta e confusa nei magazzini del Museo, ch’egli ha voluto chiamare in luce e riven¬ dicare da un oblìo ingiusto, come una delle collezioni più interessanti che si siano potute formare in un museo moderno."
Per ampliare gli ambienti del Museo archeologico, viene smantellato il Caffè Al Diocleziano, installato nella Sala V delle terme di Diocleziano.
Finalmente, dopo lunghe trattative e pratiche laboriose, che hanno acuito in questi ultimi due anni la curiosità del pubblico, la celebre statua muliebre di Anzio, appartenente ai principi Aldobrandini di Sarsina, è diventata patrimonio dello Stato. Questo acquistava l'insigne monumento di scultura per la cospicua somma di 450 mila lire, con contratto firmato il giorno 9 ottobre 1909, e prendeva possesso del cimelio, che trasportato a Roma con ogni cura, il giorno seguente, veniva accolto nel Museo Nazionale Romano nelle Terme Diocleziane e provvisoriamente situato all'angolo NE del chiostro, in fondo all'ala II.
Si sta preparando intanto una più degna sede, nel piano superiore, ove una luce adeguata ed un fondo armonico facciano valere tutte le qualità estetiche della statua. Dal giorno 17 ottobre, il pubblico è stato ammesso ad ammirare la statua; e da quel momento sono incominciate le discussioni sul « valore » di essa e, come suole normalmente avvenire, gli osanna ed i crucifige si sono alternati e rimbeccati a vicenda prò e contro il ministro Rava ed il direttore delle Antichità e Belle Arti, che secondando il desiderio di tanti archeologi, ed accettando il voto del Consiglio Superiore delle Antichità e Belle Arti, hanno voluto acquistare il prezioso monumento.
I giornali quotidiani da qualche tempo stanno facendo attorno ad esso una ridda di articoli, nei quali, non sempre con esattezza, si riferiscono opinioni espresse da competenti e da incompetenti sulla enigmatica statua. Sarebbe opportuno che intorno ad essa non circolassero idee che possano fuorviare l'opinione pubblica; e noi, mentre sentiamo il dovere di unire il nostro plauso per un atto di coraggio ben inteso della Amministrazione delle Antichità, non possiamo rimanere indifferenti alle discussioni che si fanno intorno alla misteriosa fanciulla di Anzio, della quale ogni rivista archeologica ha tenuto parola.
Senza la intenzione di ripetere cose ormai molto note e senza la speranza di squarciare definitivamente il mistero impenetrabile della strana figura, crediamo opportuno riassumere brevemente quanto di più sensato si è detto su di essa, e portare il nostro modesto contributo al giusto apprezzamento del suo significato e del suo valore artistico.
Gioverà forse ciò ad impedire che più oltre un simile argomento sia bistrattato impune- mente, dando origine a deplorevoli fantasie sul soggetto e sul pregio della statua. Ciò che più aguzza la fantasia di chi si occupa della statua Anziate, è il mistero che la avvolge: leggendaria è la storia del suo trovamento quasi miracoloso, oscuro è il significato della figura, ignoto ne è l'autore ! Noi esamineremo perciò criticamente questi tre punti della questione.
Sono ormai noti, perchè ripetuti a sazietà, i dati relativi alla scoperta, quali sono espressi nelle relazioni ufficiali. Nelle Notizie degli scavi del 1879 si racconta come negli ultimi di dicembre del 1878, il mare burrascoso, battendo furiosamente contro il Capo di Anzio, presso l'Arco Muto, avesse fatto franare parte del terreno che costituiva la fronte del promontorio.
Evidentemente questa era costituita dal materiale crollato dagli antichi edifici soprastanti, poiché la frana mise allo scoperto tutta una grande parete a cortina, con nicchie, che serviva di sostruzione alla terrazza superiore. Su questo ripiano si trovano le rovine che dapprima si credevano del tempio della Fortuna Gemina Anziate: più probabilmente sono i resti della sontuosa villa imperiale. Pare che esistesse quivi una doppia terrazza rivolta verso il mare, la cui parete di fondo fra i due ripiani era adorna di decorazioni architettoniche, di stucchi, e di statue nelle nicchie.
La Fortuna Anziate volle restituirci in quella occasione uno dei più cospicui saggi del buon gusto artistico di Nerone: in una di quelle nicchie ornate nel catino da conchiglia in stucco, 80 m. ad ovest del Faro Nuovo, e precisamente in quella a sinistra sopra un piedistallo di muratura, stava ancora in piedi la nostra statua, che si celava da secoli sotto le macerie. I primi ad avvedersene all'indomani della sua apparizione, in quel luogo poco frequentato, furono alcuni pescatori, che si dice si appropriassero la parte distaccata della statua, la quale poi restituirono, dopo ottenuto un premio e dopo lunghe tergiversazioni, al legittimo proprietario, il principe di Sarsina, che fece collocare la statua nel suo palazzo, dove è rimasta fino all'estate scorsa.
Il giudizio poco favorevole circa il pregio della scultura, espresso dal Sopraintendente degli scavi Sen. Pietro Rosa nel suo primo rapporto, e la prima fotografia pubblicata, presa da un falso punto di vista, han fatto sì che la statua rimanesse per parecchi anni quasi sconosciuta agli archeologi, non così però ai commercianti di antichità. E fu appunto una fotografia di essa, esistente presso un antiquario, che richiamò l'attenzione di un archeologo straniero, il quale comunicò quella che può dirsi la seconda scoperta della statua, al Klein, nel 1898. Questi riconobbe in essa l'originale di un piccolo schizzo che nel repertorio delle sculture del Reinach andava per le mani di tutti.
Da quel giorno fu un continuo pellegrinaggio di archeologi al palazzo Sarsina e, naturalmente, furono primi gli stranieri ad interessarsene, mentre la fama del cimelio che da quel tempo in poi si è andata aumentando, per la cupidigia dei commercianti, ne faceva salire a gradi smisurati il valore. Sfuggita quasi miracolosamente alla esportazione, quando il suo prezzo non era ancora altissimo, richiamò più volte l'interessamento della predetta Direzione Generale, eduna Commissione composta dai professori Loewy, De Ruggiero e Gatti, recatasi per incarico del Ministero a visitare la statua, ne pose in rilievo il pregio in una relazione che fu il primo « atto di giustizia » reso al monumento.
Essendo stato poi chiesto nel 1902 il permesso di esportazione, ed andata in vigore nello stesso anno la nuova legge per le antichità, si venivano stringendo sempre più attorno alla statua le reti dei cacciatori, mettendone sempre più in pe- ricolo la sua permanenza in Italia. Fu allora incaricata un'altra Commissione di riferire intorno ad essa, e cioè Ettore Ferrari, Gherardo Ghirardini ed Emanuele Loewy.
Da quel tempo si sono succedute le trattative da parte del Ministero colla casa Aldobrandini per l'acquisto, il quale si rese alla fine necessario, quando il pericolo reale della esporta- zione e il crescere minaccioso del suo prezzo decisero il Go- verno a trattenerla per le collezioni governative. In pari tempo si succedevano le pubblicazioni che ne trattavano.
L'Altmann negli Jahreshefte dell'Istituto archeologico austriaco, poi l'Amelung nei Denkmaeler del Bruckniann, ne fe- cero oggetto dello studio più profondo ('). Ma la conoscenza di essa rimaneva sempre un privilegio del cenacolo scientifico: e solo il 50 maggio 1907. nella bella conferenza tenuta dal Loewy all'Associazione Artistica internazionale, può dirsi che la statua di Anzio sia entrata a far parte degli argomenti che interessano il così detto « gran pubblico ».
Lucio Mariani
Di fronte alla casa segnata col n. 9, sulla destra della via attuale, era stato posto come paracarro un cippo di travertino (m. 0,60 X 0,45 X 0,20), scritto a grandi e rozze lettere e sormontate da una corona granita: ...ANTINIO | POM PRIMO | ...CANTIVS B... | ETLCANTIVs | PRIMVS FIL PATri | pIENTISSIMO Fecerunt
Questo cippo, a cura della Direzione degli scavi di Roma e Provincia, fu trasportato nel Museo Nazionale Romano.
Angiolo Pasqui.
Passato di poco il VI° chilometro della via Prenestina, nel fare i restauri e i nuovi cavi per la conduttura dell'Acqua Marcia, a m. 0,80 sotto il livello stradale, fu scoperto un tratto di muro a poligoni di basalte per una lun-ghezza di m. 6 e spettante all'antica via.
In questo stesso tratto e precisamente oltre la crepidine destra della detta via fu scoperta un'urna cineraria di marmo chiusa con coperchio impiombato. Quest'urna per essere stata trafugata dal sig. Angusto Travaglia, appaltatore dei lavori anzidetti, sta sotto sequestro.
Tra i rottami e lo sterro si raccolse un peso discoidale di marmo, di circa sessanta libbre, con segno dell'impernatura dell'ansa di ferro. Non ha alcuna nota del peso, né traccia d'iscrizione.
Fu pure scoperto nello stesso luogo la parte inferiore di un grosso cippo di tufo (m. 0,35X0,40X0,19) dove resta soltanto a grandi lettere: ANN L... | IN FRONT | IN AGRO P XI
Tanto il peso quanto questo frammento furono immessi nella raccolta del Museo Nazionale Romano.
Angiolo Pasqui.
Demolendosi i caseggiati sul fianco destro del monumento al Re Vittorio Emanuele, e precisamente a capo di via Marforio, si trovò incastrato nella muratura moderna della casa segnata col n. 78 un cippo grande di marmo lunense, orinato e danneggiato dal fuoco. È alto complessivamente m. 1,23, largo m. 0,73 sulla fronte e m. 0,63 sul fianco. In tre lati girano alla cimasa e allo zoccolo semplici cornici a grandi gole e listelletti stendati. È evidente che la cornice dello zoccolo richiedeva un'altra membratura, cioè un semplice plinto di non grande altezza, su cui era imposto il cippo. Sopra l'abaco della cimasa restano tracce visibilissime dell'incastro dei piedi di una statua, e delle grosse imperniature di ferro fissate mediante colate di piombo.
La statua doveva essere di bronzo, col piede destro posato indietro e l'altro spiuto in avanti, obliquo e aggettante un terzo fuori della base. Sulla fronte del cippo non apparisce che vi fosse stata incisa una iscrizione: invece una iscrizione a lettere regolarissime vedesi incisa sul fianco destro, il cui campo misurava in origine m. 0,73 di larghezza e m. 0,84 di altezza. Oggi la parte sinistra della iscrizione è un poco abrasa per l'azione del fuoco e in alcune parti è scheggiata.
AVGVRIA | MAXIMVM QVOSALVS P R PETITVR QVODACTVMEST | LAELIO LAMIA M SERVILIO COS | GOMPONLO FLACCO CCAELIO COS | IVAE ACTASVNT | c. caessaRE L AEMILIO PAVLLO COS
p. viniCÌO P ALFENOVARO COS | m. fuIO CAMILLO SEXNONIOQVINCTILIANO COS | germANICO CAESARE CFONTEIO CAPITONE COS | c. caelIO LPOMPONIO FLACCO COS
Il cippo offre alcune date nelle quali avvennero prodigio,, donde furono tratti gli augurio,. Le date corrono dal 1° al 17° anno d. C. ; e dal modo con cui sono aggruppaté le prime due di esse e, dal modo con cui fanno seguito le altre cinque, alle quali è preposta una uguale notizia di anguria, è lecito supporre che il cippo fosse stato scritto in due volte, completandolo la seconda volta con date di tempo precedenti e intermedie alle prime.
Le date si succedono nella iscrizione nel modo seguente: 1) L. Aelius L. f. Lamia = M. Seroilius Norcianus, an. Ili p. Ch.; 2) L. Pomponius L. f. Flaccus = G. Caelius Rufus, an. XVII p. Ch.; 3) C. Caesar. Aug. f. = L. Aemilius L. f. Paullus, an. I p. Ch.; 4) P. Vinicius M. f. = P. Alfenus P. f. Varus, an. II p. Ch.; 5) M. Furius P. f. Camillus = Sex. Nonim L. f. Quinclilianus, an. Vili p. Ch.; 6) Germanicus Caesar Ti. f. = C. Fonleius G. f. Capito, an. XII p. Ch.; 7) C. Caelius Rufus = L. Pomponius L. f. Flaccus, an. XVII p. Ch.. Questo cippo, a cura dell'Ufficio per gli Scavi di Roma e Provincia, fu trasportato nel Museo Nazionale Romano.
Angelo Pasqui.
Nella sua proprietà all'angolo tra via Labicana e via Mecenate (ora via Tommaso Grossi), Ruggero Partini lavorando alla costruzione di un fabbricato, trova a 9 metri di profondità una statua di Augusto in veste di pontefice massimo. La scultura viene trasportata al Museo romano alle Terme (ora esposto a Palazzo):
"Scoperta di una statua marmorea di Augusto presso la via Labicana. La mattina del 4 giugno fu denunziata all'Ufficio degli Scavi di Roma dal sig. Ruggero Partini la scoperta di una statua marmorea nel terreno di sua proprietà, situato sull'angolo sinistro della via Labicana colla via Mecenate. Ivi è un fabbricato in costruzione, già elevato fino al secondo piano, al quale viene ora ad essere aggiunto un altro corpo di fabbrica con prospetto sulla via Labicana.
Nel mezzo del vano più grande e già chiuso, che trovasi sull'angolo della via suddetta, vedesi aperto un cavo trasversale, che muovesi dal muro di sinistra e giunge fino a metà di quel vano o specie di magazzino. Il cavo misura m. 2,20 di lunghezza, m. 1,20 di larghezza, e discende fino alla profondità di m. 8,50, attraversando uno scarico di terriccio, dove apparvero scarsissimi gli avanzi o detriti di materiali antichi, ma piuttosto frequenti, almeno per una notevole profondità, i detriti di cocci e laterizi del basso medioevo.
Il cavo, per dichiarazioni dello stesso proprietario e del costruttore sig. Bernardini, era stato eseguito per operare una sottofondazione a rinforzo del muro, contro cui veniva ad appoggiarsi. Questo muro, costruito sei o sette mesi avanti, richiedeva ora, dicesi, tale rinforzo, dovendo far parte della struttura di una scala.
In fondo al cavo, regolarmente armato di legname, trovavasi una statua marmorea giacente supina e perfettamente in piano, colla testa innestata, ma aderentissima, come se fosse stata accomodata a bella posta. Aveva i piedi e il plinto internati nel detto muro dove appoggiava il cavo, in modo che nel fondare questo muro necessariamente deve essere stata incontrata la parte inferiore e visibilissima della statua.
Inoltre la statua occupava in lunghezza e in larghezza tutto il fondo del cavo ; resultava mancante delle mani, una troncata al polso dell'avambraccio destro, l'altra tolta da un incavo, che appariva sotto le pieghe del panneggio sostenuto dal braccio sinistro. Per quanto riguarda queste parti mancanti non si poteva sospettare che esse fossero state modernamente asportate, essendo concordi molte testimonianze e manifestandosi di data non recente tanto la frattura del polso destro, quanto l'incavo del braccio sinistro.
Non appena la statua fu scoperta si sparse la voce che rappresentasse l'imperatore Traiano, ma dopo che fu pulita tanto che bastasse a riconoscere i lineamenti del volto, si vide subito che la testa riproduceva le sembianze di Augusto in età avanzata. La testa era di perfetta conservazione fino nelle parti più esposte ad essere danneggiate, quali le ciglia, il mento e specialmente il naso. La statua rimase vigilata nel cavo fino al 14 giugno, giorno in cui per ragioni di tutela e di amministrazione fu estratta e immessa in un locale appartato del Museo Nazionale Romano.
Solamente dopo che fu trasportata colle dovute precauzioni la statua in questa nuova sede, fu dato agio di giudicarne i pregi artistici e il suo valore archeologico.
La testa poi apparve di mirabile fattura e di grande espressione nei lineamenti del personaggio che rappresentava.
La figura misura in altezza m. 2,05 ; posa sopra un plinto smussato sul dinanzi, alto m. 0,09; ed è composta nelle sue parti principali con marmi diversi. La testa,
che è mobile ed adattata al tronco, apparisce di marmo grechetto, che nella tinta, se non nella grana sottile, si avvicina al marmo pario. L'avambraccio destro, che, come abbiamo accennato, è troncato al polso, venne scolpito col marmo stesso adoperato per la testa. E collo stesso marmo dovè certamente essere fatta la mano sinistra. Il tronco poi è di marmo lunense, di grana fine e lucida, come quello dell'ara Paris.
La figura di Augusto viene rappresentata come stante, in attitudine di protendere la mano destra e la parte destra della persona, per cui tutta la sua parte sinistra, il braccio compreso, rimane in riposo. La testa pure accompagna con leggera inclinazione l'accennato movimento della persona. È coperta dalla tunica a larghe maniche, le quali non giungono oltre il gomito('). Porta gettata sopra la tunica la ricca toga, la quale attorno alla persona apparisce, neque restricta neque fusa (*), ma semplicemente saliente sopra la testa.
Questa toga nei suoi minuti particolari lascia vedere in modo chiaro come fosse indossata, specialmente nel suo primo giro attorno alla vita, dove formava il cosiddetto balteus ; inoltre nel partito di pieghe, che fasciano il fianco e la gamba destra, e nel lembo gettato sopra la spalla sinistra e ricadente di dietro.
Non manca in questa foggia di indumento il classico sinus ovvero umbo, che vedesi formato sul petto da un gruppo sporgente della medesima toga. Rende completo l'abbigliamento il calceus patrieius, composto di bassa solea, di copertura talmente sottile da fare intravedere i dettagli del piede, e delle legature che muovonsi dalle due bande incrociate sul dorso del piede, e si aggirano e si annodano attorno alla caviglia.
Come appoggio, e forse come significato della statua, accanto al piede sinistro, vediamo rappresentata in una forma semplice una cista per volumi.
Sembra che l'esecuzione di questa scultura sia in accordo colla differenza dei materiali adoperati, e ciò in riguardo alle parti nude della statua. Infatti, osserviamo che l'esecuzione della testa e dell'avambraccio destro è più accurata che il rimanente del tronco. Ma non credo che ciò sia avvenuto semplicemente per distinguere le parti scoperte da quelle coperte dagli indumenti. Un esame accurato, invece, ci fa rilevare che e per sentimento di arte, e per effetto materiale d'esecuzione, la testa e le braccia si riferiscono ad opera di artista esimio, ben diverso da quello che completò il rimanente della figura.
Non voglio discutere ampiamente la tesi sulle ragioni e sul tempo in cui questi due diversi artisti avrebbero operato; ma non debbo privare lo studioso di alcuni dati di fatto che io ho osservato, e che si riferiscono strettamente a questa tesi. In primo luogo escludo quello che da alcuni studiosi è stalo obiettato, forse per mettere d'accordo più facilmente le cose, che cioè la testa e le braccia lavorate a parte, sebbene eseguite da un maestro esimio, provengano dalla stessa officina, dove un altro scultore meno abile avrebbe eseguito il resto della statua.
Escludo ancora che ad un tronco di statua preesistente e rappresentante un Pontefice, o altro personaggio distinto, sia stata adattata l'effigie di Augusto, quasi per ragioni di opportunità. Osserviamo invece due fatti notevoli : il primo, che la giuntura della testa al busto è fatta in modo che il collo, isolato in tutta la sua nudità, combacia sulla apertura rotondeggiante della tunica, mentre la toga, in luogo di essere tagliata su questa linea del collo, è tagliata e combacia all'altezza della mascella.
L'altro fatto è che la testa vedesi in grandissima parte mancante dell'occipite, ma che evidentemente doveva essere in quel punto tassellata. Questi due fatti mi lasciano sospettare che la testa fosse stata in precedenza lesionata per qualche caso che sarebbe inutile cercare, e lesionata appunto sulla nuca e sulla base della toga nella piegatura della spalla. Con ciò solo si potranno spiegare le due anomalie sopra indicate sulla commettitura della testa al busto e sulla mancanza riscontrata nell'occipite, non potendosi mai presupporre che ad un artista, il quale ritraeva le sembianze di Augusto, facesse difetto un blocco di marmo non molto grande nel quale potesse scolpirsi la testa intera.
Esaminando attentamente la riunione della testa al tronco in quella parte dove combaciano le pieghe della toga discendente dalla testa, è facile rilevare che i motivi delle pieghe raffigurate nella testa sono più grandiosi di quelli delle pieghe delle spalle; anzi dal lato sinistro (tav. Ili, fig. 2) si nota una tale angolosità nei raccordi da far sospettare senz'altro che le pieghe del tronco fossero state modellate e accompagnate con poca naturalezza, in modo che alcuni partiti di pieghe sottili muoiono bruscamente sulla linea della unione dei due marmi, sebbene siasi tentato di accompagnare il raccordo con passate di raspa. Ne traggo l'ipotesi che esistesse una statua di Augusto in marmo greco, e che, per una causa che sfugge ad ogni nostra ricerca, la statua subisse gravi lesioni, dalle quali, ad eccezione della faccia, non sarebbe stata preservata qualche parte della testa medesima; e che forse, anche durante la stessa vita di Augusto, la statua fosse stata restituita così come ora si trova.
Già in antico, dopo che sarebbe avvenuta questa restituzione, si rilevò il colore discorde, e invero stonante, come apparisce oggi, tra il marmo della testa e quello della persona, e si procurò di rimediare a questo difetto coprendo di colore ceruleo l'intera toga. Tracce di coloritura nei capelli e nelle pupille, come nella nota statua di Prima Porta, non si riscontrano affatto; si nota soltanto una forte tinta rossa sul piano dello zoccolo; e questa doveva dare risalto maggiore alla figura, come se non fosse attaccata allo zoccolo, ma posasse sopra la terra. Lo stesso zoccolo smussato verso il piede destro, e tutta la parte posteriore della figura, nella quale sono appena sbozzate le pieghe del panneggio, indicano chiaramente come questa statua dovesse essere esposta entro una nicchia.
Non ho creduto di interporre molto tempo tra il presupposto deperimento della statua originale e la restituzione nella forma presente, poiché anche in questa restituzione credo che siasi voluto rappresentare nel tronco la stessa persona di Augusto. Infatti, riducendo la statua dalle sue eccessive dimensioni alla naturale statura, vi raffiguriamo la persona di Augusto quale ci venne tramandata da Suetonio.
La testa poi, che ritrae Augusto verso la sua precoce vecchiaia, ha nel volto tutta la espressione di mestizia che gli dava la sua sofferente salute. Solo negli occhi profondi sembra sia rimasto il fascino della superiorità.
La statua indubbiamente, sia nella prima origine, sia dopo la restituzione, doveva decorare un edificio pubblico. Noi l'abbiamo trovata, chi sa mai per quali ragioni, distesa e composta nell'umido terriccio a circa un metro sopra allo strato archeologico, dove furono in ogni tempo rinvenuti gli avanzi di antiche costruzioni, che fiancheggiavano la via Labicana.
Lì presso oggi lo stesso proprietario sig. Partini, in un cavo di fondazione di un fabbricato, attiguo a quello dove fu rinvenuta la statua, ha messo allo scoperto una colonna di travertino posata sulla sua base, sostenuta da un capitello ionico, e un avanzo di epistilio; il tutto coperto da intonaco e con qualche traccia di fascia dipinta di rosso.
Anche questo avanzo indica un atrio di una abitazione privata piuttosto che una parte di edificio pubblico. Il livello poi, dove trovasi la base di quella colonna, è inferiore di circa due metri a quello dove si trovò coricata la statua.
Ivi dai regionali antichi ai topografi moderni, più per induzione che per dati certi o per scoperte avvenute, si propongono ragguardevoli edifici pubblici, quali i castra Misenatium e il Summum Choragium, i quali però sembra che non avessero preceduto i tempi di Adriano. In tutta quella zona, che fu occupata poi dalla casa Aurea, dalle terme di Tito e dalle terme di Traiano, noi abbiamo il ricordo di un solo edificio pubblico che possa riferirsi, senza dubbio, al tempo augusteo, cioè al tempo della statua recentemente scoperta; e questo sarebbe il porlicus Liviae, che però, secondo i moderni studi, avrebbe avuto la sua sede più verso il nord di questa regione.
Angelo Pasqui.
Mostra archeologica al Museo romano alle Terme di Diocleziano. L'iniziativa si collocava nel più ampio quadro delle celebrazioni del cinquantenario dell'Unità d'Italia e benchè designata in modo totalmente generico, essa nei fatti sarà ricordata come la "Mostra Archeologica" per eccellenza. Organizzata da Rodolfo Lanciani, è dedicata ad illustrare la civiltà romana nelle provincie.
Con un decreto ministeriale, si decide la spartizione delle collezioni del Museo Kircheriano tra le nuove più consone sedi che negli anni si erano costituite, come il Museo Nazionale Romano, il Museo di Villa Giulia, Castel Sant'Angelo.
Durante la costruzione delle nuove case popolari dell'Associazione Cooperativa Luigi Luzzatti, all'angolo tra viale Principessa Margherita (attuale via Giolitti) e via Pietro Micca, viene scoperto un edificio costruito in laterizio e materiali di risulta, probabilmente prelevati dalla vicina necropoli lungo la via Labicana. Viene ritrovata la monumentale iscrizione sepolcrale del liberto Epaphroditus (oggi esposto nel giardino del Museo Nazionale Romano alle Terme di Diocleziano).
Il Ministero della Pubblica Istruzione acquista, destinandola al Medagliere del Museo Nazionale Romano, la collezione di monete romane di Francesco Gnecchi, di Milano, insigne cultore di numismatica romana e appassionato collezionista.
Trasporto dei frammenti dell'Ara Pacis a Roma per volere del Duce in occasione del Bimillenario di Augusto.
"Dopo lunghe trattative diplomatiche cominciate fin dal 1919 tra Roberto Paribeni, Soprintendente alle Antichità e Belle Arti e il Direttore degli Uffizi Giovanni Poggi, nel 1937 le lastre appartenti all’Ara Pacis Augustae lasciano la città di Firenze per giungere a Roma in occasione della ricostruzione dell’altare augusteo: l'inaugurazione avverrà a chiusura delle celebrazione del Bimillenario Augusteo, il 23 settembre 1938.
Fu solo grazie a uno speciale decreto reale che i rilievi augustei presenti negli Uffizi da due secoli (la famosa Tellus e la grande Processione) poterono essere svincolati dallo speciale Legato dell’ultima discendente diretta Medici, Maria Luisa d’Austria, nel 1737 che sanciva ad aeternum che nessun bene artistico e di valore appartenente alla sua eredità avrebbe potuto lasciare lo stato toscano."
Il ministro Bottai e il governatore di Roma in visita ai lavori di restauro dei frammenti dell’Ara Pacis di Augusto.
"Nelle sale del Museo delle Terme di Roma il Professor Giuseppe Moretti, responsabile della ricostruzione dell’Ara, mostra al Ministro dell’Educazione Nazionale Giuseppe Bottai e al Governatore di Roma Piero Colonna gli importanti lavori di restauro necessari per riconfigurare il recinto esterno dell’altare augusteo.
Impegnati nei restauri sono molti dei funzionari della Soprintendenza: la scarsità dei tempi e la mole dei lavori infatti impone ritimi molto intensi.
Un ruolo particolare spetta al professore di ornato Cesare Giri impegnato nella complessa opera di completamento del fregio vegetale, tra I suoi collaboratori Marconi, Vettraino, Romagnoli.
Per la parte strutturale molto importante la figura dell’architetto Guglielmo Gatti, autore dei rilievi di scavo del 1937-1938 e di molte delle parti architettoniche mancanti."
Visita dei reali ai lavori di restauro in corso sull'Ara Pacis di Augusto:
"Il Re d'Italia e Imperatore di Etiopia, Vittorio Emanuele III, visita i restauri dell’Ara Pacis nei locali nel Museo Nazionale Romano. Elogi per il Professor Moretti, Soprintendente alle Antichità di Roma, responsabile dell’anastilosi del monumento e per i suoi collaboratori impegnati nello strenuo lavoro di rimontaggio e ricostruzione delle varie parti architettoniche e decorative.
La necessità di inaugurare l'altare per il 23 settembre 1938 (genetliaco di Augusto e data conclusiva delle celebrazioni del Bimillenario Augusteo) impone ritimi molto serrati.
Al monumento viene attribuito, oltre che uno straordinario valore artistico, anche un eccezionale valore simbolico per la celebrazione del mito di Roma e del suo primo Imperatore Ottaviano Augusto che i fregi con le loro immagini allegoriche e storiche rammentano ed esaltano. In particolare Mussolini, che in quei mesi sullo scenario internazionale si propone come promotore della pace, vuole fortemente l'inaugurazione dell'Altare della Pace augusteo."
IV giorno di visita di Adolf Hitler a Roma. A causa del maltempo viene rimandata la partecipazione all'esercitazioni a Furbara e Santa Marinella. Guidati sempre da Ranuccio Bianchi Bandinelli, i due gerarchi visitano la mattina nuovamente la Mostra Augustea della Romanità, poi i Palazzi Capitolini, Castel Sant'Angelo. Alle ore 16.30 il corteo si dirige alle Terme di Diocleziano (dove si trova l'Ara pacis) e poi alla Galleria Borghese. A sera partecipano al banchetto organizzato a Palazzo Venezia, a cui segue un discorso dei due gerarchi alla folla, dal balcone del palazzo.
Il nucleo dei reperti di natura medico-sanitaria delle collezioni Gorga, sono riportato alla luce dai depositi della Galleria d'Arte Moderna ed assegnati, con l'incarico della catalogazione, a Adalberto Pazzini per l'Istituto di Storia della Medicina di Roma, da lui presieduto. Si tratta di circa 8.000 reperti, le cui categorie di maggior rilievo sono costituite da oltre settecento vasi di farmacia, albarelli ed idrie, di manifattura italiana di diversa provenienza; farmacie portatili eseguite con rara perizia artigiana tra il XVII e il XIX secolo; oggetti attinenti all’igiene, personale e pubblica; vetrerie alchemiche (circa 600) e farmaceutiche, tra cui vetri azzurri veneziani con ornati a colori, una collezione di bottiglie, dipinte a mano, per la ‘manna’ di San Nicola di Bari, albarelli e rocchetti in vetro di Murano, ciotole, scatole e bottiglie in cristallo; ferri chirurgici di diverse specialità, dalle civiltà pre-classiche all’evo moderno; strumenti di odontoiatria ed ostetricia, lancette, coppette e catini per il salasso, uretrotomi, ernotomi, castratori, cauteri, amputanti, coltelli e tronchesi per le dissezioni anatomiche, alfonsini, del XVI sec. per l'estrazione dei proiettili delle armi da fuoco, strumenti di contenzione, microscopi dei secoli XVII-XIX, di cui alcuni lavorati a mano, ed uno strumentario scientifco utilizzato, in medicina, per le ricerche e per la misurazione dei fenomeni organici; oggetti di storia materiale, dipinti, mobili ed un'importante collezione di ex-voto del periodo romano.
Presso la raffineria di oli minerali Permolio, sulla via Portuense, durante i lavori di ampliamento degli impianti, sono scoperti due colombari nel banco di tufo, con ricche decorazioni a stucco e affresco. La Soprintendenza alle Antichità di Roma, in accordo con il direttore dell'Istituto Nazionale Centrale del Restauro Cesare Brandi, decidono di rimuovere completamente le tombe e trasferirle nel Museo Nazionale Romano.
L'Istituto Centrake per il Resturo avvia il distaccamento delle pitture nella sala sotterranea della Villa di Livia. Gli affreschi sono trasferiti nel Museo nazionale romano alle Terme di Diocleziano.
La statua del Discobolo Lancellotti torna a Roma esposto al Museo Nazionale Romano.
Il materiale archeologico principale delle collezioni Gorga, rimasto fino ad allora nei depositi della Galleria d'Arte Moderna, è trasferiti nel Museo Nazionale Romano e nell'Antiquarium Palatino a Roma. Alcune ceramiche di area etrusca ed italica (databili tra l'età arcaica e tardo ellenica) e materiali bronzei di ambito etrusco-italico e romano, sono invece trasferiti al Museo delle Civiltà etrusca e italica dell'Università la Sapienza, in fase di costituzione nell'edificio di Lettere e Filosofia.
Con Decreto Legge, viene definitivamente assegnata alla Soprintendenza Archeologica di Roma la collezione numismatica di Vittorio Emanuele III.
Viene inaugurata la nuova sede del Museo nazionale Romano a Palazzo massimo alle Terme (provvisoriamente il solo piano terreno). Vi viene trasferita la sezioni di arte antica, numismatica e oreficeria del Museo Nazionale Romano già nella sede delle terme di Diocleziano.
L'Ipogeo del Quadraro viene riaperto per la rimozione degli stucchi, che vengono trasportati al deposito del Museo nazionale romano alle Terme di Diocleziano.
Inaugurato il nuovo percorso di visita al Museo Nazionale romano presso le Terme di Diocleziano. Viene riaperto il chiostrino Ludovisi della Certosa e la Natatio delle Terme. Nel cortile è esposto il mosaico della Domus della Stazione Termini.
Progetto
DescrizioneMuseo Epigrafico di Roma, del Museo della Protostoria delle Genti Latine.
Stampe antiche