Informazioni storicheData: 80
Codice identificativo monumento: 2523
Cronologia Secondo l'opinione del Nibby, nei lavori di ricostruzione della basilica di s. Maria in Trastevere, vengono riutilizzati capitelli e colonne spogliate dalle rovine dell'Iseo Campense:
...a cagione di quelle figure di Iside di Serapide di Arpocrate che adornano le volute dei primi. Ma la provenienza suggerita dal Nibby, mi sembra discutibile, perchè Roma contava molti iséi e molti serapéi, oltre quelli famosi della regione nona. Il solo argomento favorevole per la teoria del Nibby, si ritrova nel modulo gigantesco di quei capitelli proprii sol tanto di un edificio di primo ordine quale era il santuario campense. Questi singolari e notevolissimi simboli, furono martellati e distrutti, in occasione dei restauri eseguiti nella nave della basilica transtiberina, l'anno 1870. Il ch. Maes ha osservato che anche le colonne granitiche della basilica di modulo oltre misura grosso arieggiano il carattere egizio.
Durante la costruzione della tribuna della Basilica di Santa Maria sopra Minerva, viene scoperto un obelisco dell'Iseo Campense che viene innalzato nei pressi dell'attuale piazza di San Macuto:
Circa quest'anno ricostruendosi sotto gli auspicii di Gregorio XI la chiesa della Minerva è probabile che avvenissero scoperte considerevoli specialmente dalla parte della tribuna la quale penetra nell'area dell Iséo. Sembra certo che tornasse in luce in questa occasione l'obelisco macutéo, ora in piazza della Rotonda, parlandone il Poggio come di cosa stabilmente e onorevolmente esposta al pubblico assai prima del 1450, Sunt et aliorum obeliscorum particulae quaedam crectae altera in Capitolio altera in regione quae hodie pinea appellatur (ap. Urlichs Cod p 241).
Facendosi la selciata per tutto Campo Marzo (Vacca mem. 35) furono ritrovati i due leoni di basalte con leggenda geroglifica nel plinto i quali rimasero in piazza della Rotonda fino all'anno 1586. Sisto V li trasportò ad ornamento della sua mostra dell acqua felice in piazza di Termini. Da Gregorio XVI furono definitivamente collocati nella nona stanza del museo egizio vaticano. I cartelli delle iscrizioni recano il nome di Nektanebo I.
Nell'area dove in passato sorgeva il Tempio di Iside, viene scoperta una statua del Tevere con Romolo e Remo. L'anno seguente nella stessa località viene alla luce una statua (analoga per tipo e simmetrica per disposizione), rappresentante il Nilo. Le statue sono portate nei giardini della villa del Belvedere al vaticano.
Rinvenuta nei pressi della Chiesa di Santo Stefano del Cacco in Campo Marzio, una colossale statua con la personificazione del Nilo, probabilmente parte della decorazione dell'Iseo Campense. La scultura viene subito trasferita, su richiesta di papa Leone X Medici, nel Cortile del Belvedere in Vaticano .
Scoperto un obelisco presso il convento dei domenicani di Santa Maria sopra Minerva. Viene acquistato dal cardinale Ferdinando de' Medici, che lo porta nella sua villa sul Pincio.
Presso la Tribuna di Santa Maria Sopra Minerva, sono scoperti i resti di un obelisco dell'Iseo Campense, lungo 14 palmi. I resti dell'obelisco sono lasciati a vista nella piazzetta dietro la tribuna.
Papa Pio IV concede la chiesa di Santo Stefano del Cacco ai Padri silvestrini, con l'onere della cura delle anime. Nell'occasione, sono rimossi i due leoni di pietra nera di Numidia, provenienti dall'Iseo Campense, "trasportati al Campidoglio e messi per ornamento al principio delle scale fatte a cordone che conducono sopra la piazza" (Vacca mem. 27 ap. Fea Miscell. I 67)
Pochi anni or sono, fu cavato sotto la detta chiesa di s. Stefano del Cacco e fu scoperta, parte di un tempio che ancora vi erano le colonne in piedi di marmo giallo ma quando le cavarono andarono in pezzi tanto erano abbruciate. Vi trovarono certi piedistalli dove gli antichi sacrificavano vi erano scolpiti certi arieti con ornamenti al collo che solevano usare gli antichi. Mi ricordo averne veduti in più luoghi e si trovano oggi in casa del sig Orazio Muti e non è dubbio che sotto detta chiesa vi sono gran cose ma si perdono per non mettere detta chiesa in ruina (Vacca mem. 27 ap. Fea l.c.p. 67).
Nella fabbrica nuova del convento de padri di s. Domenico alla Minerva, oltre l'essersi trovata una statua d'Iside e Osiride di marmo egittio, cavandosi il piano della cantina da quella parte che guarda verso la chiesa de Bergamaschi, fu trovato un pavimento antico di lastre di pietra intagliato tutto con figure o hieroglifici egitti, qual riquadrando attorno attorno una stanza, lasciava il vano di mezzo ornato di certo mosaico di pietra, era però detto pavimento stato rivoltato, con le figure intagliate quali in qualche parte ancora si vedevano dipinte verso terra e nell andarlo scavando per tirarlo di sopram si trovò abbruciato e danneggiato dal fuoco, notabilmente nulla di meno si cavò fuori e in conformità di quel che si trovava sotto terra, da fra Vincenzo laico, fu fatto trasportare in una stanza terrena, per vedere se fusse stato possibile rimetterlo insieme, oltre a questo si trovò una mano di marmo pario superbissima et un frammento d una statua di marmo lidio pur egittia danneggiata ancor quella dal fuoco et un pezzo di colonna lavorata tutta con rigiro di strisce stravaganti: l'obligo d'haver visto queste curiosità antiche della Minerva l'ho al padre Reginaldo Lucarino, che venne a darne conto a casa a mio fratello e ci condusse sul luogo a veder il tutto e questo fu la mattina dei 30 di marzo 1642 (Cassiano dal Pozzo ap Lumbroso Notizie p 53 sg)
Scoperto presso il convento dei domenicani, un nuovo obelisco dell'Iseo Campense. Papa Alessandro VII decide di farlo erigere davanti la chiesa di Santa Maria sopra Minerva.
Nello scavare i fondamenti per una fabbrica che fanno i monaci silvestrini di s. Stefano del Cacco, si sono trovati tre gran pezzi d'intavolato d'un portico come si può giudicare dalla loro convessità. Sono d'una finezza insigne di lavoro senz'essere caricati d'ornamenti. I piccoli dentelli vengono uniti con certi ovolini pertugiati a due a due d'un lavoro anch'esso sottilissimo. Alcuni di questi sono rimasti all'intavolato delle tre colonne del tempio di Vespasiano- Gli anellini fra i dentelli sono una caratte ristica speciale dei tempi di Domiziano (Winkelmann m?m. 1, ap. Fea 1 c. p. 178).
Cavandosi per li fondamenti della biblioteca casanatense si trovò un ara di marmo bianco, in un fianco della quale, vi era scolpito in bassorilievo Anubi ,in altro Arpocrate, in altro degli strumenti da sagrifizio e nel quarto una cista con un serpe attortigliato (Ficoroni mem. 17, ap. Fea 1 c. p. 125)
Il Cardinale Annibale Albani riceve in dono dai padri Gesuiti tre pezzi di Obelischi di piccola dimenzione probabilmente provenienti dall'Iseo Campens e disotterrati in passato durante l'ampliamento del convento della Minerva: uno serviva come cantonata davanti allo speziale di San Bartolomeo de Bergamaschi, alto 10 palmi; un'altro posto al Cantone opposto; ed un terzo di 14 palmi, che si trovava presso la fabbrica del Collegio Romano. I pezzi sono probabilmente trasportati nei giardini del Cardinale presso la via Salaria. (Lanciani indica erroneamente come data il 1702, quando però il cardinale aveva solo 10 anni, quindi è probabile che l'anno sia il 1732)
Il sig. Silvestrelli nel rafforzare le della sua casa posta in via di s. Ignazio n. 18, scoprì pezzi delle architetture del tempio di iside. Secondo le notizie comunicatemi dai sigg prof. Montiroli e cav. Venanzi, sarebbero stati ritrovati alcuni capitelli a cista e la parte inferiore di una colonna istoriata, non dissimile da quella scoperta Tranquilli cinque anni dopo Questi frammenti si conservano nel museo egizio vaticano.
Il signor Pietro Tranquilli, nello smuovere la terra per riparare una casa di sua proprietà limitrofa al muro posteriore della chiesa, rinvenne una colonna istoriata a rilievo con figure rituali egiziane e due sfingi in granito rosso.
Il sig Pietro Tranquilli, eseguendo taluni risarcimenti nella sua casa posta in via di s. Ignazio n. 23, ottenne le più belle ed erudite scoperte ch'io debba ricordare. Alla profondità di m. 6 00, scoprì un nuovo tratto di quel pavimento a lastre di marmo con figure egizie graffite nella faccia rivolta al suolo, già visto e descritto da Cassiano dal Pozzo. Questo pavimento marmoreo terminava da un lato con un canalone pure di marmo che io stimo destinato a raccogliere gli stillicidî del portico dal quale era circondata attorno attorno l'area sacra. Sul pavimento giacevano le seguenti scolture:
a) Parte posteriore di una statua della vacca Hathor.
b) Frammento di statua del gran dignitario Uababr.
c) Piccola sfinge di granito grigio, ritratto della regina Hats'epu, acquistata dal barone Giovanni Barracco distinitissimo cultore delle discipline egittologiche.
d) Sfinge intatta di granito rosso alta m 0 68 lunga m 1 35, di lavoro tolemaico. Si conserva dal sig Tranquilli nel luogo della scoperta.
e) Colonna di granito bigio alta sino alla frattura m 5 00 larga nel diametro m. 1,50 con rilievi sino al terzo, esprimenti cerimonie isiache e sacerdoti in pie su sgabelli trapepezoidi coronati di ulivo, in atto di sostenere canopi.
f) Porzione di capitello a cista corrispondente al diametro della colonna.
g) Altra colonna liscia integra di granito. È stata abbandonata sotterra.
h) Frammento di panneggio di statua in marmo greco alto m. 0,78.
Avanzi che ho veduto in gran parte distrutti, rifabbricandosi la casa de Pedis sull'angolo della via di Piè di Marmo e della Minerva. Essi non presentavano particolarità architettoniche tali, da dare assoluta certezza sulla loro destinazione primitiva. Vi si riconobbe un'ampia sala rettangola, coperta con volta a tutto sesto di m. 9,00 di diametro.
Il cervello della volta giungeva all'altezza di m. 16,00 sull'odierno piano stradale. Di qua e di là dalla sala furono scoperti altri ambienti di misura assai minore, in modo da essere divisi in due piani nell'altezza sopraccennata di 16 metri. La grossezza enorme dei muri, la solidità delle volte simili a quelle che si scoprono alla Palombella , la bontà dell' opera muraria dimostrano quegli avanzi avere appartenuto ad un edificio pubblico, e quasi certamente ad un edificio termale.
Ora i centocinquanta bolli, che io stesso ho trascritto nel vivo dei muri della casa de Pedis, man mano che gli abbattevano, recano tutti concordemente la data dell'anno 123, di Adriano.
In uno scavo eseguito per cura del Comune in via di S. Ignazio presso la tribuna della Minerva, in prossimità della casa Tranquilli, ove nel 1856 tornarono in luce preziose antichità egizie, appartenenti al tempio di Iside della IX regione urbana, alla profondità di m. 5,90 è stata scoperta una grande e bella sfinge in basalte nero, la quale non è certamente di imitazione romana, ma di lavoro egizio della migliore epoca saitica. Esprime il ritratto del Faraone Amasi, della XXVI dinastia.
Il simulacro manca della estremità delle zampe anteriori e del naso, che era riportato ab antico. Giaceva su d'un pavimento di cocciopisto, nell’interno del peribolo dell'Iseo.
Si scoprirono poscia: un simulacro di cinocefalo alto m. 1,38, scolpito in granito nero-violaceo, con leggenda nel plinto, nella quale è posto il nome del Faraone Neythorheb.
Altro simulacro in tutto simile. Ambedue hanno il volto spezzato.
Parte inferiore di un obelisco in granito rosso, con geroglifici contenenti i cartelli di Ramsete II.
Piedistallo triangolare di candelabro in marmo bianco, alto m. 1,12, con intagli di maniera greca. Gli specchi di ciascun lato contenevano probabilmente ornati o piastre di metallo, come può dedursi e dai buchi dei perni, e dalla scabrosità istessa della superficie, la quale non doveva certamente essere esposta alla vista.
Rodolfo Lanciani.
Essendo poi incominciata la esplorazione di quello strato di suolo di scarico, sul quale era disteso l’obelisco di Ramsete il grande (scoperto alcuni giorni sono nella via di s. Ignazio), sono tornati in luce altri frammenti di non comune importanza.
I) Il primo frammento, scolpito in marmo bianco, potrebbe appartenere ad un’ara o ad una base di candelabro. È un prisma a sezione triangolare; contro le facce del quale si veggono scolpite d’alto rilievo figure di divinità, come Apollo citaredo, ed altre che non ho ancora ben riconosciute, per essere state in gran parte martellate. Appariscono pure nello scavo pezzi di eleganti bassorilievi egizii in granito rosso.
Venne in seguito rimesso all'aperto, nel mezzo della strada di s. Ignazio ed a soli due metri del livello della strada, un tronco di colonna di granito egizio, che nella parte inferiore mostra figure in rilievo e sopra piedistalli, in atto di recare oggetti destinati al culto, e nello stile egiziano, simili in tutto a quelle dell’altra colonna scoperta dal sig. Tranquilli, e lasciata nel piccolo orto presso la casa di lui, dietro l'abside della Minerva. Il nuovo tronco è lungo met. 6,70, ed ha il diametro di un metro.
A livello poi del suolo antico, alla profondità di sei metri dell'attuale livello, fu trovato in un canale tutto lastricato di marmi il simulacro di un coccodrillo lungo met. 1,70, scolpito in granito orientale rosso con macchie verdastre, e rotto nel muso. Dei monumenti, di puro stile egiziano, che furono rinvenuti insieme ad altri di imitazione romana, in questi scavi dell’Iséo campense, fece la seguente descrizione il sig. dott. E. Schiaparelli
II) Sfinge in basalte, con corpo di leone e testa d’uomo, giacente nella posizione dello sfinge colossale di Gizeh, che diventò successivamente comune a tutti gli altri monumenti della stessa natura. Ha i capelli raccolti nelle fascie nemes, caratteristica del dio Oro e del Faraone; porta al collo una ricca collana, indicata in leggierissimo rilievo, e aveva l'ureo sulla fronte.
Sul petto vedonsi incise le tre colonne di iscrizioni geroglifiche, disposte verticalmente entro uno spazio rettangolare; e così pure è a supporre, che altre iscrizioni fossero sulle fronti esterne della base. Di queste ultime non rimane più traccia, essendo essa stata scheggiata da tutti i suoi lati: mentre delle prime rimangono pochi segni, essendo stati gli altri martellati con singolare accuratezza, e da persona che conosceva il valore speciale di ciascuno di essi.
Al martellamento dei segni ed alla scheggiatura della base, corrisponde la rottura del naso, dell’ureo e dell’acconciatura del capo, effetto ancor questo di un’azione violenta e volontaria: così che il nostro sfinge presenta attualmente tutti i caratteri di un monumento, che fu orribilmente mutilato dagli Egiziani medesimi, prima che dall'Egitto venisse portato a Roma per ornarne l’Iséo.
Malgrado queste mutilazioni, esso si riconosce a colpo d’occhio qual prodotto dell’arte saitica; la quale, così nella scoltura libera che nel bassorilievo, non fu altro se non l’arte dell'antica Menft, ingentilita dalle influenze semitiche, che si fecero “sentire potentemente nelle provincie del Delta, ma oppressa quasi sempre dalla maniera jeratica e convenzionale di Tebe: essa incominciò collo svolgersi delle dinastie indigene del basso Egitto (din. XXIV); raggiunse un'alto grado di sviluppo durante la dinastia XXVI, di Sais e si mantenne quindi quasi stazionaria sino alla dinastia XXX, ultima della storia nazionale dell’ Egitto.
La testa del nostro sfinge è trattata colla finezza più squisita di tutto questo periodo, tanto che la pietra riproduce con meravigliosa verità la morbidezza delicata del viso di persona giovanile; le varie membra del corpo di leone sono pure trattate con molta cura; e la loro interna anatomia è indicata con singolare esattezza; nondimeno, sia per la maniera alquanto convenzionale, sia per la poca proporzione delle parti, questo monumento ha nel suo insieme un non so che di fiacco e di pesante, e non è in verun modo paragonabile agli sfingi stupendi della XII e XIII dinastia, e ad alcuni della XVIII, celebri per la forte vigoria e per lo slancio nervoso, che traspira da tutte le loro membra.
Se non che l’importanza di questo sfinge non è artistica, ma essenzialmente storica, e sta nelle orribili mutilazioni a cui accennai e nelle sue iscrizioni, che si spiegano e si completano a vicenda, e insieme riunite gettano non poca luce sopra un periodo della storia egiziana, che ci è finora più noto per le tradizioni classiche, che per le indicazioni dei monumenti.
L'iscrizione che portava incisa sul petto, completata nelle sue parti mancanti, sarebbe la seguente: «Il Dio benefico, signore delle due regioni alto e basso Egitto, vivente come Numabra in eterno amato da Osiride, Dio grande che risiede nella dimora dell'ape».
Numatrà è il prenome, é Aahmes figlio di Neit è il nome di Amasi, penultimo re della XXVI dinastia (an. 572 a 528 a. C.), che come risulta dalle notizie degli autori greci, fu portato al trono da un pronunciamento militare, affinchè ponesse argine allo svolgimento invadente dell'elemento greco in Egitto. Per necessità di governo, Amasi dovette associarsi ai Greci, più che non avesse fatto il suo predecessore; per cui, come risulta dai monumenti, attirò contro di sè l’odio degli Egiziani e particolarmente dei guerrieri e dei sacerdoti ; odio che sì scatenò contro la sua memoria durante i primi anni della conquista persiana, € che si rivolse pure contro le sue statue e contro i monumenti da lui fatti costruire.
Il nostro sfinge, sia perchè agli occhi degli Egiziani rappresentava l'apoteosi dell'odiato Faraone, sia perchè esso occupava probabilmente il posto d'onore in uno dei templi di Sais, o forse nella tomba medesima di Amasi, doveva naturalmente essere fatto segno più di ogni altro monumento alla rabbia furibonda dei distruttori; e le orribili mutilazioni che attualmente lo deformano, sono di ciò la prova più eloquente e più certa.
Per queste ed altre considerazioni, il nostro sfinge è a ritenersi il monumento più importante, che del regno di Amasi sia finora giunto a noi.
Due statue scolpite in una varietà speciale di basalte, di uso poco frequente, e rappresentanti amendue un cinocefalo in riposo. Sia la prima che la seconda sono, al pari dello sfinge, un prodotto dell’arte saitica, la quale si rivela specialmente nel modo in cui sono trattati gli occhi, le zampe ed il ventre. Anticamente gli occhi erano intarsiati con smalto o con avorio o con cristallo; ma ora dell'intarsio non rimane più traccia, essendo andato perduto insieme alla parte anteriore del muso, che manca ad amendue le statue.
Sulla faccia anteriore del piedestallo, su cui ciascun cinocefalo riposa, è incisa una iscrizione in tre colonne, di grossi segni geroglifici stupendamente disegnati e accuratamente incisi. La prima è integra, e dice: « Il re dell'alto e basso Egitto Snotemhatà in eterno amato dal cinocefalo, il toro che è nella dimora divina ».
La seconda, che è in parte mancante per la rottura del piedestallo, si restituisce mediante la prima in questo modo: « Il re dell’alto e basso Egitto Snotemhatàmon figlio di Osiride, Neytharheb-sadsmeraàmon amato dal cinocefalo (Thot-Luno), lo scriba del mistero ».
Dalle dette iscrizioni risulta, che amendue queste statue rappresentano uno dei quattro genii lunari, che nelle pitture egiziane si vedono talora adorare il crescente di luna; e che individualmente presi simboleggiano il Dio Luno, e più frequentemente ancora il Dio Thot, in cui quello generalmente si concretava, secondo il concetto teologico degli Egiziani. Esse quindi hanno un carattere essenzialmente funebre, e con tutta probabilità furono scolpite per la tomba del Faraone Ne yxtharheb, il Nectanebo I dei Greci, fondatore della XXX dinastia, e penultimo re nazionale dell’Egitto, il cui nome appunto si trova ripetuto in amendue le iscrizioni.
Queste due statue non hanno una importanza storica speciale, ma non mancano di interesse, atteso lo scarso numero di monumenti che attualmente si posseggono del regno di quel Faraone.
III) Due frammenti di bassorilievi ad incavo, in granito rosa, di tempo tardo, per quanto è possibile giudicare dai piccoli pezzi che tuttora rimangono ».
Rodolfo Lanciani.
Il nuovo obelisco dell'Iseo Campese scoperto durante una campagna di scavi del Lanciani, tra la Tribuna della chiesa e il Convento di Santa Maria sopra Minerva, viene estratto con gli argani, e trasportato in depositato a Piazza del Collegio Romano.
L'obelisco scoperto alcuni giorni sono nella via di s. Ignazio, fra la tribuna della Minerva e la biblieteca Casanatense, è stato liberato dalla terra nella sua piena lunghezza. Trovasi in uno stato di conservazione assolutamente perfetta, e forma coppia con quello del Pantheon, essendo ambedue scolpiti nella stessa grana di marmo, lunghi medesimamente m. 6,45, e appartenenti allo stesso Faraone Ramsete il grande.
Il nuovo obelisco deve la sua perfetta conservazione al fatto dell’essere stato rovesciato, quando il piano dell’ Iséo trovavasi già coperto da uno strato di scarico, grosso circa due metri; di modo che in luogo di infrangersi contro il lastrico del dromos, venne a riposare sopra un letto cedevole e molle.
Del monumenti egiziano, fece la seguente descrizione il sig. dott. E. Schiaparelli:
Obelisco monolite di granito rosso di Siene, alto m. 6,34, avente alla base un lato di circa 77 centimetri, integro in ogni parte.
Le quattro faccie di esso non hanno una superficie perfettamente piana, ma bensì alquanto convessa come nell’obelisco di Lugsor, e sono coperte per intiero di iscrizioni geroglifiche, incise profondamente e trattate con quello stile largo, grandioso ed elegante, che è proprio dei regni di Seti I e di Ramesse II.
A giudicare dall'aspetto suo attuale, dovette portare infissa nel vertice del pyramidion una piccola sfera di bronzo o di altro metallo: questa però gli sarebbe stata aggiunta dopo che dall'Egitto fu trasportato a Roma, secondo la consuetudine praticata per parecchi obelischi. Come tutti gli altri monumenti egiziani della stessa natura, l’obelisco recentemente trovato si compone di due parti egualmente essenziali, del pyramidion e del tronco. Quello, secondo il concetto degli Egiziani, rappresenta il Dio Ra o il sole raggiante, e questo riproduce un fascio di raggi, che emana da esso e che scende verticalmente a riscaldare e a fecondare la terra. Queste due parti sono separate l’una dall'altra dal regno del cielo: sopra di esso sta il sole simboleggiato dal pyramidion, e da esso scende un fascio di raggi sino a toccare il suolo, rappresentato quello dal tronco e questo dalla base dell'obelisco.
La punta del monolite fu vista, senza dubbio, nell’anno 1719, quando si scavarono le fondamenta della biblioteca Casanatense. Ho potuto accertare che la presenza di quel pinnacolo, coperto di geroglifici, non solo attrasse l’attenzione dei lavoranti, ma che il terreno fu « sgrottato > per una profondità di circa 70 centimetri, per meglio riconoscere la natura del monolite. Contuttociò la scoperta fu tenuta nascosta, non trovandosene fatta menzione nè dal Ficoroni nè dall'Oliva che visitarono gli scavi della Casanatense, e ne lasciarono erudite memorie.
Il nostro obelisco ha appunto questo carattere speciale, e si può ritenere come un monumento che simboleggia il Faraone Ramesse II,il Sesostri dei Greci, i cui cartelli reali e i cui titoli sono incisi sulle quattro faccie di esso.
Pyramidion: Rappresentazione identica sopra tutte quattro le faccie. Nella parte superiore di ciascuna, vedesi rappresentato il disco solare; sotto di esso sta lo scarabeo colle ali distese; e sotto ancora sono incisi i cartelli reali, nome e prenome di Ramesse II.
Questo complesso di simboli rappresenta, a mio credere, l'apoteosi di Ramesse II, e simboleggia la sua unione col sole, rappresentato da due dei suoi simboli, il disco e lo scarabeo. Non conosco altro obelisco, nel cui pyramidion vi sia una rappresentanza simile a questa: però le scene, che si trovano incise sulla maggior parte di essi, hanno un significato poco diverso.
Tronco: Sopra ognuna delle quattro faccie è incisa una colonna verticale di iscrizioni.
Faccia I. « Il cielo. Il Dio Oro sovrano del Sud e del Nord, toro forte figlio di Tum, re dell'alto e basso Egitto, Rauserma-sotepenra, (prenome di Ramesse II), figlio di Ra, Ramessu amato da Ammone (nome proprio di Ramesse II), sovrano perfetto di pensieri come Tum, signore dei diademi, Ramessuamato da Ammone, amato da Ra, Oro dei due orizzonti ».
Faccia II. « Il cielo. Il Dio Oro sovrano del Sud e del Nord, toro forte amato dalla Verità, re dell’alto e basso Egitto, Rausermàa-sotepenra, figlio di Ri, Ramessu amato da Ammone, che trascina (dietro a se) tutti i popoli colla sua forza, signore delle. due regioni (dell'Egitto), Rauserma-sotepenra, amato da Ra, Oro dei due orizzonti».
Faccia III: «Il cielo. — Il dio Oro sovrano del Sud e del Nord, toro forte amato da Ra re dell’alto e basso Egitto, Rauserma-sotepenra, figlio di Ra, Ramessu amato da Ammone, che moltiplica le offerte in Eliopoli, la sede dello splendore, il signore dei diademi, Ramessu amato da Ammone, amato da Tum signore di Eliopoli ».
Faccia IV. « Il cielo. — Il dio Oro sovrano del Sud e del Nord, toro forte amato dalla Verità, re dell'alto e basso Egitto Rauserma-s0 tepenra, figlio di Ra, Ramessu amato da Ammone, che compie i templi dei suoi progenitori, il signore delle due regioni (dell'Egitto), Ra ALL rmfî-sotepenri, amato da Ra, Oro dei due orizzonti ».
Le predette iscrizioni non contengono alcuna notizia speciale, che si riferisca a qualche avvenimento importante del regno di Ramesse II; esse contengono però alcune espressioni, che caratterizzano assai bene quel momento della storia egiziana, e fra esse specialmente quella in cui è detto, che Ramesse II fece compire i templi dei suoi antenati.
Questo invero è uno dei tratti, che meglio contraddistinguono il regno di Ramesse, da quello di tutti gli altri Faraoni che lo precedettero e lo seguirono, perchè appunto Ramesse, oltre a un numero infinito di monumenti suoi proprî, con cui coperse l'Egitto durante il suo lunghissimo regno, fece pure ingrandire e ultimare parecchi grandiosi templi, iniziati da Seti I suo padre, e fra gli altri il tempio di Abido, la sala ipostila di Karnak, e il tempio funebre di Quenah; cosicchè per questo rispetto, i regni di Seti I e di Ramesse II si confondono l’uno coll’altro, e non rappresentano che un solo momento nella storia dell'architettura e della scultura egiziana.
Sulla provenienza del nostro, e degli altri obelischi rinvenuti prima d'ora nell'Iséo, non fu lasciata alcuna notizia dagli antichi scrittori. Essi però provengono certamente da Eliopoli, e tutti, eccettuato quello della Minerva, che appartiene ad un periodo molto meno antico, fanno parte di una stessa serie di obelischi di varie dimensioni, che Ramesse II fece erigere intorno al tempio del sole in Eliopoli, da lui grandemente ampliato, come risulta da due iscrizioni sincrone, rinvenute nella necropoli di Menfi, non meno che da una indicazione dell’ obelisco che sorge attualmente sulla piazza del Pantheon.
Rodolfo Lanciani.
Un mese fa circa, gli abitanti della via che da S. Ignazio mette all'ingresso posteriore della chiesa della Minerva a Roma, videro arrivare un signore alla testa d'una squadra di lavoranti armati di piccozzini e pale, fermarsi davanti a quel piccolo ingresso, e dar ordini ai lavoranti con piglio imperioso segnando a ciascuno un punto nel selciato.
Immediatamente i suoi uomini smossero il selciato e cominciarono a scavare la terra in mezzo a capannelli di curiosi e di gente del vicinato. Durarono quei lavori due giorni senza altro risultato che di veder scavare una buca sempre più profonda e più larga.
Del tesoro, che secondo le donne del rione, si cercava dietro la chiesa, non si vide pur segno, ma al terzo giorno ecco comparisce qualche cosa di nero e lucido. I lavori si continuarono con maggiori riguardi, e una bella sfinge in porfido nero della quale diamo riprodotta dall'incisione l'immagine di profilo e di faccia, fu messa allo scoperto, con indicibile soddisfazione e commovimento di quel signore che non era altri che il commendatore archeologo Rodolfo Lanciani. Dopo la sfinge, si scoprì un obelisco, o per meglio dire la base di un obelisco, lo stele essendo allora rimasto più addentro affondato nella terra; poi ecco un cinocefalo di granito, poi un altro, poi fra rottami di marmo pario, e dello stesso marmo, la base triangolare d'un candelabro monumentale, o di un'ara che sia.
Trovati questi oggetti, si fece un'altra scoperta, non dal Lanciani, bensì in altra sede, che cioè l'obelisco era noto, notorio e notissimo, fino dal 1558 essendo così menzionato nel libro Le Antichità della città di Roma: stampato in quell'anno dal Ziletti di Venezia: "dietro a questa chiesa (la Minerva) su la portu piccola che è presso l'altar maggiore, si vede in terra un obelisco antico simile a quello che è presso San Manto."
Apprezziamo di più la scoperta dell'archeologo Lanciani che alla notorietà dell'esistenza di un monumento trecento e più anni fa, ha sostituita la palpabilità del monumento stesso che da alcuni secoli non si era più visto.
Questa scoperta è venuta in buon punto dopo gli inutili scavi fatti in Piazza di S. Luigi de' Francesi per trovare un obelisco annunciato con molto apparato dal professore Costantino Maes.
L'obelisco, la sfinge, i cinocefali di via S. Ignazio ci porteranno assai probabilmente ad altre scoperte.
Già dal 1856 il signor Pietro Tranquilli, nello smuovere la terra per riparare una casa di sua proprietà limitrofa al muro posteriore della chiesa, rinvenne una colonna istoriata a rilievo con figure rituali egiziane e due sfingi in granito rosso. Ora gli altri graniti scolpiti, rinvenuti vicini all'obelisco, ci fanno supporre di aver messo le mani tra le ruine di un tempio consacrato ad Iside ed Osiride.
Il lavoro tanto della Sfinge quanto del Cinocefalo, (scimia con la testa di cane) si giudica di una buona epoca dell'arte egiziana. L'iscrizione che sta sul plinto del cinocefalo ne reca la data che ci riporta a oltre tremila anni indietro.
I miti granitici finora scoperti, avendo tutti le faccie smussate, è da argomentarsi che fossero particolarmente presi di mira dal martello distruttore dei cristiani intolleranti. Invero quei leoni dalla testa di donna e quei scimiotti dal muso di cane, dovevano destare impeti irrefrenabili negli
Proseguendosi attivamente gli scavi, anche l'ILLUSTRAZIONE proseguirà il suo còmpito di diffonderne le notizie grafiche, lasciando ai bollettini archeologici la pubblicazione delle interpretazioni delle scritte incise su quei monumenti.
La base di candelabro, o di ara (gli archeologi non sono ancora d'accordo nel qualificarla) è di buona epoca romana. — L'obelisco è lungo metri 6 e 45 centimetri: sembra eguale in tutto a quello che sta sulla fontana prospiciente il Pantheon.
Vi si leggono le medesime leggende: i cartelli sullo stelo appartengono egualmente al Re Ramsete II della 19.ª dinastia, il conquistatore di tante provincie limitrofe all'Egitto e che i Greci appellarono Sesostri. Il Faraone di cui si discorre nell'Esodo sarebbe il figlio di questo gran Re.
Perciò ammesso che l'obelisco sia genuino — cosa che molti antiquari contestano — sarebbe anteriore a Mosè e conterebbe la bellezza di 32 secoli d'età. Rimandiamo per più ampie e scientifiche notizie a quanto hanno pubblicato sugli scavi di Via S. Ignazio il professor O. Marucchi nella Nuova Antologia del primo luglio, ed il commendatore Lanciani nel Bollettino Archeologico che pubblica il Municipio di Roma.
Gli scavi proseguono, non essendosi rinvenuto ancora l'antico livello. Si spera in altre scoperte.
Intanto l'obelisco, tirato dal suo buco a forza d'argani, è stato portato nella vicina piazza del Collegio Romano, in un angolo della quale è stato lasciato coricato ed esposto all'ammirazione dei curiosi.
Nella via di S. Stefano del Cacco, fra il palazzo Altieri e la chiesa, è stato scoperto un muraglione laterizio grosso oltre un metro.
Rodolfo Lanciani.
In via Piè di Marmo, davanti alla casa segnata n. 6, a circa due metri sotto il piano stradale, è stato scoperto un antico muro laterizio, grosso m. 2,00, che sembra essere stato parte di una grande volta.
Giuseppe Gatti.
Committenti e finanziatori
Stampe antiche1924
Interno dell'iseo Campense
Restauri della Roma Imperiale
1924
Esterno dell'iseo Campense
Restauri della Roma Imperiale
1883
Dante Paolocci
Oggetti trovati negli scavi di via S. Ignazio
L'Illustrazione Italiana 1883
1883
Dante Paolocci
Scavi di via S. Ignazio
L'Illustrazione Italiana 1883
1883
Iscrizioni dell'Obelisco scoperto presso la tribuna della Minerva
1823
Obelischi di Roma
1610
Pietro Martire Felini
Obeliscvs San Mahvtti
Trattato nuovo delle cose maravigliose dell'alma città di Roma
1575
Étienne Dupérac
Obelisci in Area Aedis S. Machuti
Speculum Romanae Magnificentiae