Informazioni storiche

Informazioni storiche artistiche sul monumento

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Codice identificativo monumento: 2766

Cronologia

7/1896

Nella sommità del Palatino, sistemandosi l'area ove sorgono gli avanzi delle antichissime costruzioni in blocchi di tufa, fra il tempio della Magna Mater e la casa detta di Livia, è stato scoperto un pozzo circolare, o conserva d'acqua, spettante alle opere primitive degli abitatori della Roma quadrata.
È di forma cilindrica, col diametro di m. 2,80, il quale all'altezza di m. 3,46 dal fondo si viene gradatamente restringendo verso la bocca, a forma di cupola. La profondità nello stato attuale è di m. 5,76.

Il pozzo è costruito in piccoli massi rettangolari di tufo, ed in origine fu circondato all'esterno da un grosso strato di creta rossastra; più tardi fu intonacato all'interno. Esso fu tagliato a mezzo verticalmente ed in parte demolito quando si ricostruì in maggiori proporzioni un muraglione di grandi parallelepipedi di tufi, che faceva parte della sostruzione di un vetustissimo edificio. In questo edificio, che trovavasi posto nel supercilium scalarum Caci ed apparisce essere stato religiosamente conservato anche nell'età imperiale, con somma probabilità deve riconoscersi l'aedes Romuli contenente la tradizionale capanna.

Fra la terra rimossa per spianare il terreno adiacente all'edificio testè ricordato, sono stati recuperati varî frammenti di terrecotte ornamentali, d'arte antichissima, alcuni dei quali conservano figure in rilievo e disegni geometrici colorati. Sono stati pure raccolti numerosi frammenti di vasi fittili d'età remota, e parecchi pezzi di stoviglie aretine, con rilievi e bolli di fabbrica.

Di tali scoperte si darà piena relazione tosto che i lavori di sterro saranno compiuti.

Giuseppe Gatti.

Fonte: Notizie degli scavi di antichità

9/1907

IV Relazione di Dante Valieri sullo scavo della necropoli del Cermalo al Palatino.

Quando apparvero i solchi praticati nel suolo, dei quali si disse nella relazione passata, si pensò che dovessero riferisi ad un grande tumulo o ad una grande capanna. Nondimeno, poichè il piano di posa (L) non aveva forma circolare, ma elittica, convenne anche rinunciare all'idea del tumulo ed ammettere l'esistenza di una grande capanna della forma degli antichi cinerari.

La cavità rettangolare (K) compresa nel perimetro della capanna apparve eccentrica rispetto a questa, onde si dovette dubitare che la cavità e la capanna stessero tra loro in rapporto: difatti della totale indipendenza dell' una dall'altra si ebbero prove evidenti quando si riconobbe che la cavità era circondata da fori destinati a infissioni di pali, che dovevano sostenere una propria copertura; e si constatò che la impronta di questi pali ed una profonda fossa di drenaggio (N), tagliano le traccie della grande capanna elittica. Sembra di dover inferire che questa si debba riportare alla così detta capanna laziale, laddove la cavità rettangolare spetterebbe all'epoca di passaggio tra quella e la casa quadrata.

I frammenti fittili, che venivansi discoprendo man mano che ci avvicinavamo all'area nella quale erano comprese queste opere, si distinguono per due caratteri essenziali: mancano avanzi anteriori all'ottavo secolo e il vasellame accenna ad una maggiore moltiplicità di forme, le quali ci riportano, come si è già detto precedentemente, non a piccoli sepolcri, a pozzo o a fossa, ma a grandi sepolcri a camera. Questi si rinvengono in tutta l'Etruria a cominciare da quest'epoca, e man- cano finora nel Lazio, dove si sono invece rinvenute solo grandi fosse, capaci di contenere anche vasellame copioso e delle dimensioni consuete nell'uso, come si vede nella tomba dell'agro Gabino conservata nel Museo di Villa Giulia.

Estendendosi lo scavo dal lato occidentale, abbiamo rinvenuto altri due cavi simili (inclusi sempre nella grande area elittica l’uno a nord-est, (18-24) l'altro a nord-ovest (9-15). Si tratta dunque di un gruppo di capanne o edicole sepolerali, che si sostituiscono alla grande capanna elittica, escludendosi, come si è detto e come meglio si vedrà, le capanne per abitazione. Delle tre capanne scoperte sino ad oggi nessuna è ancora interamente esplorata.

La prima è interrotta da muri e da un pavimento (H), che, per essere antichi, non credemmo di dover rimuovere stando al sistema di scavo che ci proponemmo ed a cui ci attenemmo scrupolosamente. Le altre due non sono finora messe in luce se non in parte per la grande massa di terra che ad esse si sovrappone, difficoltà molto considerevole per noi, non disponendo per questo lavoro se non di un solo operaio. Senonchè, quantunque lo scavo sia incompleto, pure esso offre elementi che bastano per reintegrare la forma primitiva di queste capanne. Esse hanno forma rettangolare, anzi sembrano comporsi di due quadrati. I rettangoli non sono in isquadra, e dimostrano come quelle costruzioni non appartenessero al vero periodo dell’opera quadrata.

Gli assi lignei che formano l’ossatura delle pareti è della porta (9-12) conservano la forma naturale cilindrica; il loro allineamento è imperfetto, ravvicinandosi ai lati estremi, e rappresentando così il passaggio dalla forma elittica alla rettangolare. Siccome però la lunghezza è maggiore della larghezza, è da supporre che la. i copertura avesse anch'essa perduta la forma elittica per prendere quella dei due spioventi che corrono lungo tutto il fabbricato. Ci troveremmo dunque in quel periodo a. che è rappresentato dai sarcofagi con copertura a due spioventi, ma con il colmareccio arcuato, anteriore alle costruzioni fondate sulle norme dei Greci. La porta è visibile in una sola di queste capanne (11-12). Essa è preceduta dal due assi, i quali ricordano un poco quelle fuque, che prospettano le porte rappresentate dai cinerari laziali.

Il punto topografico in cui ci troviamo, corrispondente al lato più interno dell'antico estuario tiberino, doveva essere naturalmente il centro di concorrenza di tutti coloro che per ragioni di commercio avevano interessi con il corso inferiore del Tevere. Questa circostanza porta quella promiscuità di costumi, che si nota sempre nelle popolazioni marittime e che fu caratteristica per Roma antica.

Il vasellame partecipa dei caratteri propri della prossima Etruria, da cui provengono gli holmoi, il carchesion, le cinochoai (fig. 50) col becco allungato e con graffiti, le grandi tazze di alto piede con pareti cilindriche, leggermente svasate, gli infondibuli, ecc. Ma del Lazio sono le forme dei manici attortigliati in modo speciale e certi tipi di piccole anfore.

Oltre al materiale di pretto uso sepolcrale sono tornati in luce anche dei fittili, che hanno riscontro con quelli adoperati nella vita comune. Essi hanno dei caratteri propri locali. Sono questi dei foculi (fix. 51-56) consistenti in un tronco di cono, un po’ rigonfio, con una grande apertura di fianco (fig. 52-53) per immettervi il combustibile. Un orlo piatto e molto sporgente gira in prossimità di un piccolo ripiano superiore, formato dal taglio del cono. Varie aperture sono fatte al di sopra e al di sotto di quest'orlo.

Sopra la parte tronca del cono parrebbe che siasi posata un'olla e forse sull'orlo una lastra fittile, per cuocere focaccie. La materia di questi foculi non è formata col solito impasto di detriti vulcanici, spalmati con argilla ocracea, ma è perfettamente omogenea, quale viene dalla cava, sicchè, se questi oggetti non si trovassero frammisti a materiali certamente anteriori al sesto secolo e la loro forma non accennasse ad un costume primitivo, si dovrebbero ritenere di un'epoca molto più tarda.

Esaminando questi foculi, dobbiamo persuaderci che essi non furono lungamente adoperati e che anzi taluno non ha per nulla sperimentata la finmma, precisamente come non accenna in realtà al contatto del fuoco quanto di riguardante la cucina si rinviene nei sepoleri della Toscana, /oculi, spiedi, alari, ecc. Evidentemente non toccarono il fuoco se non nelle rare occasioni delle cerimonie funebri, quando nell'edicola sepolcrale sì riunivano per celebrarle i parenti, come fu sacro costume degli antichi Romani.

Oltre ai foculi, tornò in luce pure una lastra fittile per focaccia, tutta perforata da grandi buchi, quali si ritrovano nelle capanne di Satricum. È da notarsi però che questa lastra è profondamente compenetrata dall'azione della combustione: fu portata forse nell’edicola con la focaccia gia cotta o in tutto o in parte. La presenza infatti di questa graticola non può distruggere la nostra induzione, che queste capanne fossero soltanto funerarie e non di uso: mancano sul piano di esse quei potenti strati di legna combuste, gli avanzi di pasto, i frammenti di olle in cui il cibo si coceva, che si ritrovano nelle altre stazioni coeve e specialmente in quelle di Satricum.

Traccie di combustione si sono rinvenute però anche nel fondo delle nostre capanne, ma si tratta di uno strato sottile, non alto più di due o tre centimetri, quasi uniformemente diffuso, prodotto certamente da un incendio, per effetto del quale il terreno per una certa profondità si è trasformato. Di questo fatto, che ha notevole importanza per la questione, sì è avuta cura di lasciare la testimonianza sul posto.

È da notare ancora come dall'esame di tutte le capanne risulti evidente che esse sono generalmente in tale ottimo stato di conservazione sino alle traccie meno sensibili del piccone da sembrare che lo scavo loro nel terreno sia avvenuto contemporaneamente alla scoperta: anche ciò conferma, che queste capanne non furono adibite neppure per breve tempo, ad uso domestico.

In esse troviamo quindi i primi saggi di quel costume, per ci più tardi saranno innalzati dai Romani i loro grandi sepolcri a imitazione della casa, le domus aeternae dette proprio casae, in C.I.L. VI, 9659 e 15526 per il riposo del defunto, dove dovevano convenire i parenti per tutte le cenge furedres che il culto dei Mani prescriveva. Questi grandi sepolcri, costruiti per l'eternità come tutte le opere romane hanno sfidato i secoli e non pochi di essi tuttora s'ergono superbi ai lati delle vie: y ma anche le nostre capanne, fatte di materiale marcescibile ed esposte al fuoco, hanno lasciato le loro impronte sicure nel terreno. Perchè fu destino di Roma lasciare attraverso ì secoli anche le più lievi e remote traccie della sua storia.

La continuazione dello scavo, praticato nell'interno della cisterna (fig. 57) ha messo in luce due dati importanti. Il primo si è che nel fondo della cisterna si poteva discendere mediante una scala a chiocciola. Una tale disposizione farebbe supporre che la cisterna non avesse cupola o che alla gradinata sì accedesse da un cunicolo aperto al di sotto della cupola. La struttura delle pareti, i cui massi riposano sulla sezione minore, ci spingerebbe a supporre che si tratti di una vasca, cioè di un lacus presso la porta, costume con sueto delle città romane e medievali. Tale quesito potrà solo essere risoluto dal proseguimento della difficile indagine.

Il secondo dato ci viene fornito da un piccolo frammento di decorazione fittile, murato nell’intonaco, che riveste il fondo della cisterna (A). Esso non ha il carattere stilistico degli ornamenti del periodo prettamente arcaico, rappresentato dai piccoli bassorilievi, su cui appaiono bighe e guerrieri, riferibili indubitabilmente al sec. VI a. C., ma appartiene piuttosto al V.

Se ne dovrebbe dedurre che la cisterna fosse stata costruita dopo questo tempo; ciò che contrasta col carattere dei vasi rinvenuti entro l'anello dell'argilla e che appartengono evidentemente al secolo sesto. Se ne deve dunque inferire che l'intonaco fu applicato in seguito, ovvero che il fondo della cisterna ebbe un secondo rivestimento. «I pozzi più antichi di argilla», siccome avverte il conte Cozza, « non avevano rivestimento interno, perchè non ancora introdotto negli usi costruttivi: l’impermeabilità dell'argilla bastava per contenere l'acqua. Introdotto l'uso dell'intonaco, come si vede dal caso della nostra cisterna, si continuò a costruire cisterne a tenuta esterna di argilla, pur adoperandosi internamente l'intonaco. Anzi cisterne col semplice intonaco senza l'anello esterno di argilla non si costruirono che quando fu introdotto, almeno per le opere idrauliche, il sistema dell'emplecton, fatta eccezione per i pozzi scavati nella roccia, in cui l'intonaco risale al secolo sesto.

La cisterna da noi scoperta parrebbe appartenere a quel periodo di transizione, in cui i due sistemi di tenuta erano associati. Ma l'ufficio dell'argilla non era più essenzialmente quello di contenere l'acqua, per cui l'intonaco sarebbe bastato, ma di costipare il terreno intorno alle pareti della cisterna per renderle resistenti alla spinta dell'acqua. Per accrescere ancora di più il volume della zona argillosa, i costruttori di quel tempo aggiungevano calce viva, badando di non metterla a contatto delle pareti lapidee. Questa disposizione sembra applicata nei casi in cui il terreno adiacente era più compressibile.

Pubblichiamo inoltre la pianta dello scavo sotto alla platea di blocchi di tufo sul lato occidentale della scala di Caco. Presentiamo pure le riproduzioni di frammenti fittili architettonici del VI secolo, qui rinvenuti o nelle vicinanze:

1. Frammento della zampa posteriore di un cavallo (m. 0,18) (fig. 59). Questo prezioso avanzo apparteneva ad un gruppo di tutto rilievo, il quale doveva certamente decorare il frontone di un edificio, di cui dà approssimativamente l'ampiezza, che non potrebbe essere dedotta da altri elementi. E modellato con semplicità arcaica e non è tratto da forma, onde si ricava che fi fatto espressamente per questo tempio. Un particolare tecnico, forse non altrove riconosciuto, si è che i muscoli sono indicati con linee sottilissime nello stesso modo con cui sono accennati nei vasi.

2. Altro frammento appartenente allo stesso gruppo (fig. 60). Consiste in una coda di cavallo sostenuta da un puntello, che doveva trovare appoggio in una delle zampe posteriori, quella maggiormente piegata all'indietro. Le masse dei peli sono indicate con il colore rosso dato col pennello e con i segni sottili del frammento precedente.

3. Altro frammento pure appartenente ad un gruppo frontale del tempio, che per tecnica sembra riferirsi ad una ricostruzione più tarda (fig. 61). È informe e frammentato, sicchè è difficile definirlo.

4-7. Quattro frammenti di sima dritto, sporgente m. 0,06 nella subgrundatio per quanto appare dal dipinto. Vi sono rappresentate, in piccoli bassorilievi, scene di caccia. L'altezza dei cavalli non può essere superiore ai sette centimetri; si tratta quindi di un piccolissimo coronamento di un tempio, che però con le sue dimensioni non dà quelle dell'edificio. Questi frammenti rappresentano: a) parte delle zampe posteriori di due cavalli, attraversate dal timone della biga, e parte di zampa posteriore di un veltro (fig. 62). I colori sono dati a fuoco sopra una preparazione giallastra generale. La decorazione della grondaia è semplicissima, consistendo in strie rosse e bianche a spina con l’asse sull'angolo della grondaia; b) un cervo. Forma e tecnica identiche (fig. 63); c) zampe anteriori di un cavallo e parte inferiore di un guerriero con schimeri (fig. 64); d) ruota e parte superiore di una biga e piede di un guerriero posato sovr'essa (fig. 65).

8. Frammento di una cornice strigilata (fig. 66), che per essere poco rilevata accenna alla ricopertura fittile degli epistilî o dei capreoli. Le sue dimensioni, messe in rapporto con quelle del sima, sono notevolmente grandi e concordanti con quelle del gruppo equestre.

9-10. Frammenti della grande palma concava che coronava le antefisse (fig. 67-68).

Fonte: Notizie degli scavi di antichità

Stampe antiche

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