Storia Monumento

Informazioni storiche artistiche sul monumento

Data: 1612 / 1633

Descrizione

L’edificio fu costruito sul sito nel quale sorgeva la villa del cardinale Pio da Carpi, passata nel 1587 ad Alessandro Sforza duca di Santafiora, dopo essere appartenuta ai Della Rovere e, prima ancora, a Giacomo Cesi.

Francesco Barberini nel 1625 acquistò la proprietà per 550.000 scudi, donandola l’anno seguente al fratello Taddeo. Urbano VIII affidò a Carlo Maderno i lavori di trasformazione e di ampliamento dell’intero complesso.

Il Maderno inizialmente ideò una costruzione quadrangolare tipica del Rinascimento optando successivamente per una tipologia ad ali aperte, che si richiamava alla villa di Agostino Chigi alla Lungara ispirandosi, appunto, al concetto di palazzo-villa che assommava le funzioni di dimora di rappresentanza e di villa urbana con giardini e prospettive aperte. I lavori si conclusero, nella parte principale, nel 1633 ad opera del Bernini, che alla morte del Maderno diresse la fabbrica assistito dal Borromini.

Il palazzo presenta una parte centrale con tre ordini di loggiati e due ali laterali più compatte e severe con due ordini di finestre architravate, e ingloba, dalla parte dell’attuale via Barberini, l’edificio cinquecentesco degli Sforza che sorgeva su antiche arcate.

Sotto i tre loggiati sovrapposti trova posto un atrio che si conclude in una specie di nicchia semicircolare, che sfocia in un vestibolo ovale dal quale si accede al giardino retrostante; ai lati dell’atrio sono due scaloni: a sinistra quello grandioso del Bernini “a pozzo quadrato” , le cui rampe, rette da colonne doriche binate fino al primo piano, conducono alla Galleria nazionale di Arte antica che occupa, in parte, i piani superiori; a destra dell’atrio si colloca la scala elicoidale a colonne binate del Borromini, per la quale si accedeva alla biblioteca del cardinale Francesco Barberini. Sempre al Borromini si attribuiscono il disegno delle finestre del corpo centrale e alcuni particolari decorativi.

L’ingresso al complesso era ubicato all’imbocco dell’odierna via Barberini, dove si trovava un portale costruito da Pietro da Cortona. Su questo lato, un grande portone al centro della facciata, immetteva nel salone di ingresso da cui parte la scala del Bernini. Un ulteriore ingresso è su via delle Quattro Fontane; da qui si accedeva invece alle due ali del corpo; il settore a nord era riservato a Taddeo e alla moglie Anna Colonna, che dimorarono nel palazzo solo per un breve periodo dal 1632 al 1634, restando sempre nella “Casa grande” ai Giubbonari; mentre l’ala sud era occupata dagli ecclesiastici di famiglia. La cancellata a pilastrate risale all’Ottocento e fu realizzata da Francesco Azzurri, autore anche della fontana a candeliere con vasca ottagonale posta nel giardino.

Il piano nobile dell’edificio comunicava coi giardini posteriori attraverso il “ponte ruinante” su due arcate del Bernini. Qui, sull’area degli antichi Horti Sallustiani sul Quirinale, figuravano diverse piante rare a testimonianza degli interessi per le scienze da parte dei Barberini.

Feste e spettacoli a palazzo

Palazzo Barberini fu teatro di straordinarie feste e spettacoli; il 28 febbraio 1656, alla chiusura del Carnevale, nel cortile della Cavallerizza si svolse la festa dei Caroselli in onore della Regina Cristina di Svezia. Per ricavare un’area più agevole per la giostra dei caroselli, e far spazio ai palchi e alle tribune, i Barberini fecero demolire alcune case confinanti; per l’occasione si spesero 7.000 scudi. Il biografo della Regina ricorda che la festa “ (…) per le comparse, e per le machine meritò l’applauso universale (…)” e aggiunge che “ a buon calcolo questa sola illuminatione costaua più d’un migliaro di scudi” e riferendosi ai cavalieri scrive che “ à ciascuno di loro costaua più di duecento scudi di penne” , ovvero i cimieri. (Gualdo Priorato, 1656).

Sempre in omaggio alla Regina fu recitata nel palazzo l’opera in musica “La Vita umana” con scenografie di alto livello, a cui seguirono balletti e concerti, nonché uno spettacolo di fuochi d’artificio.

Una cronaca anonima del tempo, probabilmente riferita alle prove per la festa, annota persino “cavalli vivi e veri, con uomini a cavallo in atto di giostra, camelli vivi e elefanti, bovi, cacce di tori sopra palchi e cose di gran meraviglia” (Daolmi, 2006).

Un dipinto di Filippo Lauri, oggi al Museo di Palazzo Braschi, raffigura l’evento.

I Barberini erano avvezzi a tali iniziative; nel 1634 per volere di Antonio Barberini si era tenuta in piazza Navona la Giostra del Saracino, altro grandioso spettacolo, in onore del principe Alessandro Carlo di Polonia. È conservato sempre a Palazzo Braschi il relativo dipinto di Andrea Sacchi e Filippo Gagliardi, nel quale è ripreso lo scenario della piazza nel momento in cui entra una nave con Bacco “ accompagnato dal Riso, da otto baccanti, da quattro satiri, quattro pastori e tre bombardieri. In terra, era seguitata la nave di sedici pescatori, vestiti di azzurro a squame d’argento, con torce in mano. Poco dopo, veniva il battello, di forma quadrata, alla marinaresca. Erano, in esso, dieci strumenti, sonati da ninfe e da pastori, sei marinai la conducevano con i remi e da un nocchiero si reggeva il timone” (Incisa della Rocchetta, 1959)

A partire dal 1628 nel palazzo Barberini iniziarono le rappresentazioni teatrali che si svolsero inizialmente nella Sala dei Marmi al piano nobile, attigua al salone affrescato dal Cortona. La prima messa in scena fu l’opera pastorale in musica il Marsia di Ottavio Tronsarelli e l’anno seguente la prima versione del Sant’Alessio; seguirono l’Erminia sul Giordano e Teodora.

Una descrizione del Sant’Alessio, nella versione del 1632, scritta dal libertino francese Jean Jacques Bouchard non lascia dubbi sulla magnificenza della rappresentazione: “(…) (…) tutto era tappezzato di raso rosso blu e giallo e una copertura dello stesso sovrastava tutta la sala (…)”. L’autore passa a descrivere le scene: la città di Roma con i palazzi; l’Inferno con i diavoli, la tomba di Sant’Alessio e la “gloria del Paradiso con Sant’Alessio e numerosi angeli. Le nuvole si aprirono ed apparve una visione così risplendente e luminosa che si poteva guardare appena”, e annota ancora “gli attori che impersonavano femmine, coristi o angeli così straordinariamente belli (…) (…) anche i costumi erano particolarmente sontuosi (…)” (Daolmi, 2006).

Più tardi le rappresentazioni verranno eseguite in un vero e proprio teatro che i Barberini fecero costruire all’esterno del palazzo, sul lato nord, dall’architetto Bartolomeo Braccioli e da Valerio Poggi già assistente del Bernini nella fabbrica del palazzo. La superficie di 600 mq aveva una capienza di 1000-1500 persone. Per l’inaugurazione del 1639 fu scelta l’opera “Chi soffre speri” con straordinarie scenografie del Bernini, così ricordate in un avviso del marzo di quell’anno: “con apparente propettive et intermedii meravigliosi e gustosissimi, con balli ninfe e pastori, mutazioni di tempi in grandine et in pioggia, et in particolare fu rappresentata una fiera col concorso di varie genti anche in carrozza et a cavallo (…), e prospettive (…) illuminate da un sole che col suo giro a poco a poco va a tuffarsi nel mare (…)”.(Daolmi, 2006).

Per diversi decenni, a sovrintendere l’attività del teatro Barberini fu Giulio Rospigliosi che era entrato a servizio di Antonio Barberini seniore, fratello del futuro Urbano VIII, al quale si deve l’intensa fioritura del maturo melodramma romano.

Alla fine del Seicento il teatro probabilmente era già stato riconvertito in granaio, funzione che avrà due secoli dopo; nel 1913 divenne una rimessa per macchine.

Bibliografia

Gualdo Priorato G., Historia della Sacra Real Maestà di Christina Alessandra Regina Di Svetia, in Roma 1656
Rosichino M., Dichiaratione delle pitture della sala de' signori Barberini, Roma 1640
Incisa della Rocchetta G., Notizie inedite su Andrea Sacchi, in “L’Arte”, 1924
Haskell F., Mecenati e Pittori, Firenze, Firenze 1985
Incisa della Rocchetta G., Tre quadri Barberini acquistati dal Museo di Roma, in “Bollettino dei musei comunali di Roma”, 1959
A.d’Avossa, Andrea Sacchi, Roma 1985
Lo Bianco A., Pietro da Cortona e la grande decorazione barocca, Art Dossier, 1992
Wittkower R., Arte e Architettura in Italia, 1600 -1750, Torino 1993
AAVV, Pietro da Cortona 1597-1669, Catalogo Mostra, Roma 1997
Carpaneto G., I Palazzi di Roma,Roma, 1998
Daolmi D., La drammaturgia al servizio dell'opera. Le "volubili scene" dell'opera barberiniana, in "Il Saggiatore musicale", XIII/1, 2006.

Scheda curata da Loredana Braconi

Stampe antiche

Interni

L’interno del palazzo presenta una vasta e complessa decorazione che celebra la famiglia esemplificata nella volta di due sale da due affreschi rispettivamente di Andrea Sacchi e di Pietro Berrettini da Cortona.

La Divina Sapienza di Andrea Sacchi

Realizzata in una delle sale del palazzo fra il 1629 e il 1633, occupa l’intero spazio della volta architettonica sovrapponendosi ad essa secondo un procedimento barocco. La rappresentazione, sobria e misurata, segue il testo apocrifo del “Libro della Sapienza” di Re Salomone (settima e ottava parte):

Al centro: la Sapienza, giovane donna vestita di bianco sul cui petto brilla il sole (simbolo di divinità ma anche elemento dello stemma Barberini), porta sul capo una corona di stelle risplendente di luce eterna; nella mano sinistra tiene uno specchio terso e chiaro e nella destra lo scettro del comando. Intorno le stanno le personificazioni dei suoi attributi:

Da sinistra a destra: La Nobiltà con la corona; l’Eternità col serpente; la Giustizia con la bilancia; la Forza con la clava; la Soavità con la lira; la Divinità col triangolo, la Beneficenza con la spiga di grano; la Santità con l’altare ardente; la Purezza con il cigno candido; la Perspicacia con l’aquila; la Bellezza con la chioma di Berenice;

In alto: Amore che cavalca il leone e la Paura che caccia una lepre.

In basso: il Globo terrestre.

Perché l’increata Sapienza, nel governo ammirabile del mondo deve esser’armata, et temuta, perciò dalla pittura si rappresenta in atto di comandare all’amore et al timore, suoi divini arcieri, che tirino di mira al bersaglio del mondo, per saettare et ferire salutevole gli animi degli omini (…) (…) Conveniva tal pittura al maestoso Edefitio della Casa Barberina, acciò che s’intendesse che, sì come sì felice famiglia, è nata et eletta in luogo d’Iddio per li primi governi della Chiesa, così, con divina Sapienza, parmenti amata e riverita, la governa”. (Incisa della Rocchetta, 1924)

La glorificazione della famiglia Barberini inizia, quindi, con questa allegoria per proseguire poi nel salone affrescato dal Cortona.

Oltre questa analisi iconografica, un’interpretazione iconologica proposta da Lechner - sulla base degli attributi della Sapienza, le costellazioni del firmamento e le giovani donne -, asserisce che la composizione rappresenti il cielo di stelle del 6 agosto 1623, ovvero il giorno in cui Maffeo Barberini fu eletto papa col nome di Urbano VIII: “Questo cielo artificiale , fissato nel momento di una felicità astrologica della sua vita, avrebbe dovuto avere funzione di talismano a protezione delle influenze negative di Marte e Saturno nei momenti dell’eclisse solare e lunare”. (d’Avossa, 1985)

Secondo il Lechner l’ispiratore della composizione sarebbe stato il domenicano Tommaso Campanella, per il quale il regno di Urbano VIII era la realizzazione della Città del Sole sulla terra.

Di diverso avviso lo studioso Sutherland Harris il quale, invece, ravvisa nello stesso Sacchi l’ideatore dell’affresco forse aiutato dall’erudito Sforza Pallavicino.

La Divina Provvidenza di Pietro da Cortona

L’affresco, realizzato tra il 1633 e il 1639 decora la volta del salone di oltre 600 mq. Il programma iconografico è ispirato al poema in ventitrè canti scritto dall’erudito e poeta di corte Francesco Bracciolini sull’elezione di Urbano VIII e incentrato sulla lotta fra vizi e virtù.

La parte centrale raffigura la Divina Provvidenza circondata dalle Parche, dal Tempo e dalle Virtù, fra cui in basso:Giustizia, Misericordia, Eternità e Verità; mentre in alto: Fede, Speranza e Carità;

tutt’intorno corre un fregio interrotto agli angoli da medaglioni monocromi sorretti da due ignudi, in cui sono rappresentate storie romane ed animali che alludono ad altre Virtù, ovvero:

Scipione: la temperanza – l’alicorno;
Muzio Scevola: la Fortezza – il leone;
Tito Manlio: la Giustizia – l’ippogrifo;
Fabio Massimo: la Prudenza – l’orso.

Sotto il fregio sono affrescate altre quattro storie e precisamente:

Sui lati lunghi: La Pace in trono e il Furore incatenato con i Ciclopi che forgiano le armi ( la Pace promossa dal governo temporale di Urbano VIII); La Religione, la Sapienza, la Lascivia e Sileno ebbro ( Lascivia e Sileno simboleggiano i vizi).

Sui lati brevi: Minerva che scaccia i giganti ( simbolo della ragione che trionfa sulla forza bruta e la violenza); Ercole che allontana le Arpie ( simbolo dell’avarizia condannata dai Barberini)

L’intera iconografia allude alle virtù del papa e della sua famiglia che hanno dato prosperità e pace ai popoli attraverso il prevalere della ragione sulla forza.

La scena centrale è bene raccontata in una descrizione della sala fatta nel 1640 da Rosichino: “ (…) la divina Providenza, che siede sopra una nuvola, ornata di splendori con lo scettro in atto di commendare al presente e al futuro; e perciò il tempo che in forma di Saturno divora i propij figliuoli, si tien sotto di se, e le Parche. Vi stanno attorno la Giustizia, la Misericordia, l’Eternità, la Verità, la Purità, la Bellezza, e altre che pare che habbino desiderio d’obbedirla: ma tra tutte dimostre l’Immortalità d’esseguire i comandamenti, movendosi con la corona di stelle ad incoronare l’insegna di Urbano Ottavo sommo Pontefice; questa è circondata da due gran rami di lauro, che insieme arrendendosi, fanno la somiglianza di uno scudo, sostenuto dalla fede e dalla speranza da i lati e da piedi dalla Carità, volandovi dentro le tre Api. Standovi di sopra la religione con le Chiavi, e Roma con il regno Papale: e un bambino con la ghirlanda di lauro, segno del valore poetico che va quivi presso scherzando”.

L’apoteosi e l’immortalità di Urbano VIII, che viene qui figurato dalle insegne papali, sono rappresentate dalle figura con la corona di stelle, cioè Urania che rende onori in cielo agli uomini dotti (riferimento alle doti intellettuali del pontefice).

A testimoniare lo stupore che provocò la decorazione fra i contemporanei, le parole di Francesco Ubaldini che vide la volta del salone poco dopo la fine dei lavori: “E’ la sua volta così sublime, e colorata d’un azzurro sereno in tal maniere, che ella non si crede esser volta, ma lo stesso cielo scoperto, che vedi, e congiunge le mura come una purissima conca trasparente, e le figure per entro la sua chiarezza, rassembran vive, e che passeggino l’aria volando, o portate da spiriti invisibili; scorrano per quel concavo, e non sien dipinte ma vive. Io lo guardo e non batto palpebra, e la meraviglia m’impetri la vista”.(Cfr.Mochi Onori, 1977)

Pietro da Cortona “mai più raggiunse, o ricercò, un’eguale densità e acutezza di motivi animato da una altrettanta tempestosa passione” (Wittkower, 1993).

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