Informazioni storicheCodice identificativo monumento: 347
CronologiaL'ingegnere capo del Genio civile ed il sindaco di Anzio riferirono sui primi di gennaio, che il mare burrascoso negli ultimi di decembre, investendo il piede del promontorio di Anzio, nel punto detto l'Arco muto, rimise allo scoperto un muro rivestito di cortina, costituito da riquadri o scomparti di opera reticolata di tufo e finti pilastri di cortina di mattoni, ed ornato di una nicchia parimenti in cortina di mattoni, entro la quale si rinvenne una statua muliebre di marmo pario, mancante della testa, delle braccia, e di una parte del petto. Tale statua, posta su piedistallo è alta met. 1,50.
Fatte fare accurate ricerche, sotto la guida dell'ispettore sig. Venanzio Scagnoli, il giorno 4 gennaio si rinvennero con la testa altri pezzi della statua, ed un altro piedistallo, che diede speranza di ulteriori scoperte. La statua depositata nella villa del principe di Sarsina, rappresenta una giovane donna tutta intesa a riguardare qualche cosa che sosteneva colla sinistra, dove è restato solo una piccola base marmorea frammentata con avanzi dei piedi di un animale.
I ruderi scoperti appartengono alle sostruzioni del tempio della Fortuna Anziatina; ed il eh. senatore P. Rosa, ispettore generale dei musei e degli scavi, essendosi recato sul luogo della scoperta, comunicherà quanto prima altre notizie, che a suo tempo avrò l'onore di presentare alla R. Accademia.
Rodolfo Lanciani.
Nella sua proprietà all'angolo tra via Labicana e via Mecenate (ora via Tommaso Grossi), Ruggero Partini lavorando alla costruzione di un fabbricato, trova a 9 metri di profondità una statua di Augusto in veste di pontefice massimo. La scultura viene trasportata al Museo romano alle Terme (ora esposto a Palazzo):
"Scoperta di una statua marmorea di Augusto presso la via Labicana. La mattina del 4 giugno fu denunziata all'Ufficio degli Scavi di Roma dal sig. Ruggero Partini la scoperta di una statua marmorea nel terreno di sua proprietà, situato sull'angolo sinistro della via Labicana colla via Mecenate. Ivi è un fabbricato in costruzione, già elevato fino al secondo piano, al quale viene ora ad essere aggiunto un altro corpo di fabbrica con prospetto sulla via Labicana.
Nel mezzo del vano più grande e già chiuso, che trovasi sull'angolo della via suddetta, vedesi aperto un cavo trasversale, che muovesi dal muro di sinistra e giunge fino a metà di quel vano o specie di magazzino. Il cavo misura m. 2,20 di lunghezza, m. 1,20 di larghezza, e discende fino alla profondità di m. 8,50, attraversando uno scarico di terriccio, dove apparvero scarsissimi gli avanzi o detriti di materiali antichi, ma piuttosto frequenti, almeno per una notevole profondità, i detriti di cocci e laterizi del basso medioevo.
Il cavo, per dichiarazioni dello stesso proprietario e del costruttore sig. Bernardini, era stato eseguito per operare una sottofondazione a rinforzo del muro, contro cui veniva ad appoggiarsi. Questo muro, costruito sei o sette mesi avanti, richiedeva ora, dicesi, tale rinforzo, dovendo far parte della struttura di una scala.
In fondo al cavo, regolarmente armato di legname, trovavasi una statua marmorea giacente supina e perfettamente in piano, colla testa innestata, ma aderentissima, come se fosse stata accomodata a bella posta. Aveva i piedi e il plinto internati nel detto muro dove appoggiava il cavo, in modo che nel fondare questo muro necessariamente deve essere stata incontrata la parte inferiore e visibilissima della statua.
Inoltre la statua occupava in lunghezza e in larghezza tutto il fondo del cavo ; resultava mancante delle mani, una troncata al polso dell'avambraccio destro, l'altra tolta da un incavo, che appariva sotto le pieghe del panneggio sostenuto dal braccio sinistro. Per quanto riguarda queste parti mancanti non si poteva sospettare che esse fossero state modernamente asportate, essendo concordi molte testimonianze e manifestandosi di data non recente tanto la frattura del polso destro, quanto l'incavo del braccio sinistro.
Non appena la statua fu scoperta si sparse la voce che rappresentasse l'imperatore Traiano, ma dopo che fu pulita tanto che bastasse a riconoscere i lineamenti del volto, si vide subito che la testa riproduceva le sembianze di Augusto in età avanzata. La testa era di perfetta conservazione fino nelle parti più esposte ad essere danneggiate, quali le ciglia, il mento e specialmente il naso. La statua rimase vigilata nel cavo fino al 14 giugno, giorno in cui per ragioni di tutela e di amministrazione fu estratta e immessa in un locale appartato del Museo Nazionale Romano.
Solamente dopo che fu trasportata colle dovute precauzioni la statua in questa nuova sede, fu dato agio di giudicarne i pregi artistici e il suo valore archeologico.
La testa poi apparve di mirabile fattura e di grande espressione nei lineamenti del personaggio che rappresentava.
La figura misura in altezza m. 2,05 ; posa sopra un plinto smussato sul dinanzi, alto m. 0,09; ed è composta nelle sue parti principali con marmi diversi. La testa,
che è mobile ed adattata al tronco, apparisce di marmo grechetto, che nella tinta, se non nella grana sottile, si avvicina al marmo pario. L'avambraccio destro, che, come abbiamo accennato, è troncato al polso, venne scolpito col marmo stesso adoperato per la testa. E collo stesso marmo dovè certamente essere fatta la mano sinistra. Il tronco poi è di marmo lunense, di grana fine e lucida, come quello dell'ara Paris.
La figura di Augusto viene rappresentata come stante, in attitudine di protendere la mano destra e la parte destra della persona, per cui tutta la sua parte sinistra, il braccio compreso, rimane in riposo. La testa pure accompagna con leggera inclinazione l'accennato movimento della persona. È coperta dalla tunica a larghe maniche, le quali non giungono oltre il gomito('). Porta gettata sopra la tunica la ricca toga, la quale attorno alla persona apparisce, neque restricta neque fusa (*), ma semplicemente saliente sopra la testa.
Questa toga nei suoi minuti particolari lascia vedere in modo chiaro come fosse indossata, specialmente nel suo primo giro attorno alla vita, dove formava il cosiddetto balteus ; inoltre nel partito di pieghe, che fasciano il fianco e la gamba destra, e nel lembo gettato sopra la spalla sinistra e ricadente di dietro.
Non manca in questa foggia di indumento il classico sinus ovvero umbo, che vedesi formato sul petto da un gruppo sporgente della medesima toga. Rende completo l'abbigliamento il calceus patrieius, composto di bassa solea, di copertura talmente sottile da fare intravedere i dettagli del piede, e delle legature che muovonsi dalle due bande incrociate sul dorso del piede, e si aggirano e si annodano attorno alla caviglia.
Come appoggio, e forse come significato della statua, accanto al piede sinistro, vediamo rappresentata in una forma semplice una cista per volumi.
Sembra che l'esecuzione di questa scultura sia in accordo colla differenza dei materiali adoperati, e ciò in riguardo alle parti nude della statua. Infatti, osserviamo che l'esecuzione della testa e dell'avambraccio destro è più accurata che il rimanente del tronco. Ma non credo che ciò sia avvenuto semplicemente per distinguere le parti scoperte da quelle coperte dagli indumenti. Un esame accurato, invece, ci fa rilevare che e per sentimento di arte, e per effetto materiale d'esecuzione, la testa e le braccia si riferiscono ad opera di artista esimio, ben diverso da quello che completò il rimanente della figura.
Non voglio discutere ampiamente la tesi sulle ragioni e sul tempo in cui questi due diversi artisti avrebbero operato; ma non debbo privare lo studioso di alcuni dati di fatto che io ho osservato, e che si riferiscono strettamente a questa tesi. In primo luogo escludo quello che da alcuni studiosi è stalo obiettato, forse per mettere d'accordo più facilmente le cose, che cioè la testa e le braccia lavorate a parte, sebbene eseguite da un maestro esimio, provengano dalla stessa officina, dove un altro scultore meno abile avrebbe eseguito il resto della statua.
Escludo ancora che ad un tronco di statua preesistente e rappresentante un Pontefice, o altro personaggio distinto, sia stata adattata l'effigie di Augusto, quasi per ragioni di opportunità. Osserviamo invece due fatti notevoli : il primo, che la giuntura della testa al busto è fatta in modo che il collo, isolato in tutta la sua nudità, combacia sulla apertura rotondeggiante della tunica, mentre la toga, in luogo di essere tagliata su questa linea del collo, è tagliata e combacia all'altezza della mascella.
L'altro fatto è che la testa vedesi in grandissima parte mancante dell'occipite, ma che evidentemente doveva essere in quel punto tassellata. Questi due fatti mi lasciano sospettare che la testa fosse stata in precedenza lesionata per qualche caso che sarebbe inutile cercare, e lesionata appunto sulla nuca e sulla base della toga nella piegatura della spalla. Con ciò solo si potranno spiegare le due anomalie sopra indicate sulla commettitura della testa al busto e sulla mancanza riscontrata nell'occipite, non potendosi mai presupporre che ad un artista, il quale ritraeva le sembianze di Augusto, facesse difetto un blocco di marmo non molto grande nel quale potesse scolpirsi la testa intera.
Esaminando attentamente la riunione della testa al tronco in quella parte dove combaciano le pieghe della toga discendente dalla testa, è facile rilevare che i motivi delle pieghe raffigurate nella testa sono più grandiosi di quelli delle pieghe delle spalle; anzi dal lato sinistro (tav. Ili, fig. 2) si nota una tale angolosità nei raccordi da far sospettare senz'altro che le pieghe del tronco fossero state modellate e accompagnate con poca naturalezza, in modo che alcuni partiti di pieghe sottili muoiono bruscamente sulla linea della unione dei due marmi, sebbene siasi tentato di accompagnare il raccordo con passate di raspa. Ne traggo l'ipotesi che esistesse una statua di Augusto in marmo greco, e che, per una causa che sfugge ad ogni nostra ricerca, la statua subisse gravi lesioni, dalle quali, ad eccezione della faccia, non sarebbe stata preservata qualche parte della testa medesima; e che forse, anche durante la stessa vita di Augusto, la statua fosse stata restituita così come ora si trova.
Già in antico, dopo che sarebbe avvenuta questa restituzione, si rilevò il colore discorde, e invero stonante, come apparisce oggi, tra il marmo della testa e quello della persona, e si procurò di rimediare a questo difetto coprendo di colore ceruleo l'intera toga. Tracce di coloritura nei capelli e nelle pupille, come nella nota statua di Prima Porta, non si riscontrano affatto; si nota soltanto una forte tinta rossa sul piano dello zoccolo; e questa doveva dare risalto maggiore alla figura, come se non fosse attaccata allo zoccolo, ma posasse sopra la terra. Lo stesso zoccolo smussato verso il piede destro, e tutta la parte posteriore della figura, nella quale sono appena sbozzate le pieghe del panneggio, indicano chiaramente come questa statua dovesse essere esposta entro una nicchia.
Non ho creduto di interporre molto tempo tra il presupposto deperimento della statua originale e la restituzione nella forma presente, poiché anche in questa restituzione credo che siasi voluto rappresentare nel tronco la stessa persona di Augusto. Infatti, riducendo la statua dalle sue eccessive dimensioni alla naturale statura, vi raffiguriamo la persona di Augusto quale ci venne tramandata da Suetonio.
La testa poi, che ritrae Augusto verso la sua precoce vecchiaia, ha nel volto tutta la espressione di mestizia che gli dava la sua sofferente salute. Solo negli occhi profondi sembra sia rimasto il fascino della superiorità.
La statua indubbiamente, sia nella prima origine, sia dopo la restituzione, doveva decorare un edificio pubblico. Noi l'abbiamo trovata, chi sa mai per quali ragioni, distesa e composta nell'umido terriccio a circa un metro sopra allo strato archeologico, dove furono in ogni tempo rinvenuti gli avanzi di antiche costruzioni, che fiancheggiavano la via Labicana.
Lì presso oggi lo stesso proprietario sig. Partini, in un cavo di fondazione di un fabbricato, attiguo a quello dove fu rinvenuta la statua, ha messo allo scoperto una colonna di travertino posata sulla sua base, sostenuta da un capitello ionico, e un avanzo di epistilio; il tutto coperto da intonaco e con qualche traccia di fascia dipinta di rosso.
Anche questo avanzo indica un atrio di una abitazione privata piuttosto che una parte di edificio pubblico. Il livello poi, dove trovasi la base di quella colonna, è inferiore di circa due metri a quello dove si trovò coricata la statua.
Ivi dai regionali antichi ai topografi moderni, più per induzione che per dati certi o per scoperte avvenute, si propongono ragguardevoli edifici pubblici, quali i castra Misenatium e il Summum Choragium, i quali però sembra che non avessero preceduto i tempi di Adriano. In tutta quella zona, che fu occupata poi dalla casa Aurea, dalle terme di Tito e dalle terme di Traiano, noi abbiamo il ricordo di un solo edificio pubblico che possa riferirsi, senza dubbio, al tempo augusteo, cioè al tempo della statua recentemente scoperta; e questo sarebbe il porlicus Liviae, che però, secondo i moderni studi, avrebbe avuto la sua sede più verso il nord di questa regione.
Angelo Pasqui.
Alcuni operai che lavoravano nella proprietà Nardoni, in via delle Cave di Pietralata, scoprono un monumentale Sarcofago con scene di battaglia tra Romani e Barbari (il Sarcofago di Portonaccio ora esposto a Palazzo Massimo).
Un operaio che lavora allo sbancamento di un terrapieno in Via delle Cave di Pietralata, scopre il sarcofago di un generale romano, impegnato nelle campagne germano-sarmatiche di Marco Aurelio (Oggi il reperto si trova nella Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo, primo piano, sala XII).
Termina la campagna di scavo alla Domus della Stazione Termini. Sono stati messi in luce un salone d'ingresso, un impianto termale, un ninfeo e un'ampia sala absidata, riccamente decorata da mosaici con motivi floreali e pavoni. I ruderi murari sono demoliti per proseguire i lavori per l'ingresso della stazione Metropolitana. Gli elementi decorativi di pregio, sono distaccati e spostati al Museo Nazionale Romano (oggi gli affreschi a Palazzo Massimo, i mosaici alle Terme di Diocleziano).
L'Istituto Centrake per il Resturo avvia il distaccamento delle pitture nella sala sotterranea della Villa di Livia. Gli affreschi sono trasferiti nel Museo nazionale romano alle Terme di Diocleziano.
Grazie alla Legge speciale per le antichità di Roma, sono incrementati gli spazi espositivi del Museo Nazionale Romani. Sono acquistati Palazzo Altemps, Palazzo Massimo e l'intero isolato della Crypta Balbi. Le collezioni museali vengono quindi riorganizzate nelle nuove quattro sedi, ognuna con una propria specificità:
La vecchia sede della Certosa, con i suoi monumentali spazi, accoglie il Museo Epigrafico (della Comunicazione Scritta dei Romani) e il Museo di Protostoria (dei Popoli Latini), mentre le aule delle Terme di Diocleziano, sono interessate da importanti lavori di restauro.
Palazzo Massimo espone i capolavori della produzione artistica romana rinvenuti nella città di Roma e del suo territorio.
Palazzo Altemps ospita le collezioni storiche e al racconto del collezionismo dei casati romani.
A seguito di una sistematica ricerca archeologica nell'area Crypta Balbi, negli ambienti del Convento di Santa Caterina, viene allestita una esposizione dei materiali scoperti durante gli scavi e un Laboratorio archeologico per le attività di restauro, archivio, analisi e studio.
Viene inaugurata la nuova sede del Museo nazionale Romano a Palazzo massimo alle Terme (provvisoriamente il solo piano terreno). Vi viene trasferita la sezioni di arte antica, numismatica e oreficeria del Museo Nazionale Romano già nella sede delle terme di Diocleziano.
Viene aperto al pubblico l'intero spazio espositivo della sede del Museo Nazione romano a Palazzo Massimo alle Terme.
Durante una campagna di scavi condotta dall'Università La Sapienza a Piazza del Colosseo, in una fossa scavata nel pavimento di un ambiente interrato alle pendici nord-orientali del Colle Palatino (nei pressi della Meta Sudans e dell'Arco di Costantino), vengono scoperte le insegne imperiali di Massenzio.
I reperti, trovati avvolti in sete preziose e custoditi in casse lignee, furono celati deliberatamente in un ambiente sotterraneo per sottrarle a Costantino dopo la battaglia di Ponte Milvio (312 d.C.).
Le insegne imperiali sono costituite da tre scettri, tre punte di lancia da parata e quattro punte di lancia portastendardo, i tutto avvolto negli stendardi di lino e seta; è probabile che tutto il materiale fosse contenuto in una borsa di cuoio. Le punte in ferro erano inoltre custodite in astucci di pioppo e prive delle aste che venivano montate all'occorrenza.
Uno degli scettri era fornito di due globi in vetro giallo-verde, mentre un'altra sfera di vetro verde sostenuta da una corona di petali, appartiene allo scettro piccolo. Una quarta sfera forata, in calcedonio azzurro, andava fissata su un'asta di legno conica.
I reperti sono portati ed esposti al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo.
La testata di baglio in bronzo con testa di leone proveniente dalla prima nave di Caligola, ritornata dal Museo Noazionale romano di Palazzo Massimo al Museo delle Navi Romane di Nemi.
Progetto
Opere d'arte e decorazioni
Gruppi e Istituzioni
Stampe antiche