Informazioni storicheCodice identificativo monumento: 379
CronologiaIn uno scavo eseguito per cura del Comune in via di S. Ignazio presso la tribuna della Minerva, in prossimità della casa Tranquilli, ove nel 1856 tornarono in luce preziose antichità egizie, appartenenti al tempio di Iside della IX regione urbana, alla profondità di m. 5,90 è stata scoperta una grande e bella sfinge in basalte nero, la quale non è certamente di imitazione romana, ma di lavoro egizio della migliore epoca saitica. Esprime il ritratto del Faraone Amasi, della XXVI dinastia.
Il simulacro manca della estremità delle zampe anteriori e del naso, che era riportato ab antico. Giaceva su d'un pavimento di cocciopisto, nell’interno del peribolo dell'Iseo.
Si scoprirono poscia: un simulacro di cinocefalo alto m. 1,38, scolpito in granito nero-violaceo, con leggenda nel plinto, nella quale è posto il nome del Faraone Neythorheb.
Altro simulacro in tutto simile. Ambedue hanno il volto spezzato.
Parte inferiore di un obelisco in granito rosso, con geroglifici contenenti i cartelli di Ramsete II.
Piedistallo triangolare di candelabro in marmo bianco, alto m. 1,12, con intagli di maniera greca. Gli specchi di ciascun lato contenevano probabilmente ornati o piastre di metallo, come può dedursi e dai buchi dei perni, e dalla scabrosità istessa della superficie, la quale non doveva certamente essere esposta alla vista.
Rodolfo Lanciani.
Il nuovo obelisco dell'Iseo Campese scoperto durante una campagna di scavi del Lanciani, tra la Tribuna della chiesa e il Convento di Santa Maria sopra Minerva, viene estratto con gli argani, e trasportato in depositato a Piazza del Collegio Romano.
L'obelisco scoperto alcuni giorni sono nella via di s. Ignazio, fra la tribuna della Minerva e la biblieteca Casanatense, è stato liberato dalla terra nella sua piena lunghezza. Trovasi in uno stato di conservazione assolutamente perfetta, e forma coppia con quello del Pantheon, essendo ambedue scolpiti nella stessa grana di marmo, lunghi medesimamente m. 6,45, e appartenenti allo stesso Faraone Ramsete il grande.
Il nuovo obelisco deve la sua perfetta conservazione al fatto dell’essere stato rovesciato, quando il piano dell’ Iséo trovavasi già coperto da uno strato di scarico, grosso circa due metri; di modo che in luogo di infrangersi contro il lastrico del dromos, venne a riposare sopra un letto cedevole e molle.
Del monumenti egiziano, fece la seguente descrizione il sig. dott. E. Schiaparelli:
Obelisco monolite di granito rosso di Siene, alto m. 6,34, avente alla base un lato di circa 77 centimetri, integro in ogni parte.
Le quattro faccie di esso non hanno una superficie perfettamente piana, ma bensì alquanto convessa come nell’obelisco di Lugsor, e sono coperte per intiero di iscrizioni geroglifiche, incise profondamente e trattate con quello stile largo, grandioso ed elegante, che è proprio dei regni di Seti I e di Ramesse II.
A giudicare dall'aspetto suo attuale, dovette portare infissa nel vertice del pyramidion una piccola sfera di bronzo o di altro metallo: questa però gli sarebbe stata aggiunta dopo che dall'Egitto fu trasportato a Roma, secondo la consuetudine praticata per parecchi obelischi. Come tutti gli altri monumenti egiziani della stessa natura, l’obelisco recentemente trovato si compone di due parti egualmente essenziali, del pyramidion e del tronco. Quello, secondo il concetto degli Egiziani, rappresenta il Dio Ra o il sole raggiante, e questo riproduce un fascio di raggi, che emana da esso e che scende verticalmente a riscaldare e a fecondare la terra. Queste due parti sono separate l’una dall'altra dal regno del cielo: sopra di esso sta il sole simboleggiato dal pyramidion, e da esso scende un fascio di raggi sino a toccare il suolo, rappresentato quello dal tronco e questo dalla base dell'obelisco.
La punta del monolite fu vista, senza dubbio, nell’anno 1719, quando si scavarono le fondamenta della biblioteca Casanatense. Ho potuto accertare che la presenza di quel pinnacolo, coperto di geroglifici, non solo attrasse l’attenzione dei lavoranti, ma che il terreno fu « sgrottato > per una profondità di circa 70 centimetri, per meglio riconoscere la natura del monolite. Contuttociò la scoperta fu tenuta nascosta, non trovandosene fatta menzione nè dal Ficoroni nè dall'Oliva che visitarono gli scavi della Casanatense, e ne lasciarono erudite memorie.
Il nostro obelisco ha appunto questo carattere speciale, e si può ritenere come un monumento che simboleggia il Faraone Ramesse II,il Sesostri dei Greci, i cui cartelli reali e i cui titoli sono incisi sulle quattro faccie di esso.
Pyramidion: Rappresentazione identica sopra tutte quattro le faccie. Nella parte superiore di ciascuna, vedesi rappresentato il disco solare; sotto di esso sta lo scarabeo colle ali distese; e sotto ancora sono incisi i cartelli reali, nome e prenome di Ramesse II.
Questo complesso di simboli rappresenta, a mio credere, l'apoteosi di Ramesse II, e simboleggia la sua unione col sole, rappresentato da due dei suoi simboli, il disco e lo scarabeo. Non conosco altro obelisco, nel cui pyramidion vi sia una rappresentanza simile a questa: però le scene, che si trovano incise sulla maggior parte di essi, hanno un significato poco diverso.
Tronco: Sopra ognuna delle quattro faccie è incisa una colonna verticale di iscrizioni.
Faccia I. « Il cielo. Il Dio Oro sovrano del Sud e del Nord, toro forte figlio di Tum, re dell'alto e basso Egitto, Rauserma-sotepenra, (prenome di Ramesse II), figlio di Ra, Ramessu amato da Ammone (nome proprio di Ramesse II), sovrano perfetto di pensieri come Tum, signore dei diademi, Ramessuamato da Ammone, amato da Ra, Oro dei due orizzonti ».
Faccia II. « Il cielo. Il Dio Oro sovrano del Sud e del Nord, toro forte amato dalla Verità, re dell’alto e basso Egitto, Rausermàa-sotepenra, figlio di Ri, Ramessu amato da Ammone, che trascina (dietro a se) tutti i popoli colla sua forza, signore delle. due regioni (dell'Egitto), Rauserma-sotepenra, amato da Ra, Oro dei due orizzonti».
Faccia III: «Il cielo. — Il dio Oro sovrano del Sud e del Nord, toro forte amato da Ra re dell’alto e basso Egitto, Rauserma-sotepenra, figlio di Ra, Ramessu amato da Ammone, che moltiplica le offerte in Eliopoli, la sede dello splendore, il signore dei diademi, Ramessu amato da Ammone, amato da Tum signore di Eliopoli ».
Faccia IV. « Il cielo. — Il dio Oro sovrano del Sud e del Nord, toro forte amato dalla Verità, re dell'alto e basso Egitto Rauserma-s0 tepenra, figlio di Ra, Ramessu amato da Ammone, che compie i templi dei suoi progenitori, il signore delle due regioni (dell'Egitto), Ra ALL rmfî-sotepenri, amato da Ra, Oro dei due orizzonti ».
Le predette iscrizioni non contengono alcuna notizia speciale, che si riferisca a qualche avvenimento importante del regno di Ramesse II; esse contengono però alcune espressioni, che caratterizzano assai bene quel momento della storia egiziana, e fra esse specialmente quella in cui è detto, che Ramesse II fece compire i templi dei suoi antenati.
Questo invero è uno dei tratti, che meglio contraddistinguono il regno di Ramesse, da quello di tutti gli altri Faraoni che lo precedettero e lo seguirono, perchè appunto Ramesse, oltre a un numero infinito di monumenti suoi proprî, con cui coperse l'Egitto durante il suo lunghissimo regno, fece pure ingrandire e ultimare parecchi grandiosi templi, iniziati da Seti I suo padre, e fra gli altri il tempio di Abido, la sala ipostila di Karnak, e il tempio funebre di Quenah; cosicchè per questo rispetto, i regni di Seti I e di Ramesse II si confondono l’uno coll’altro, e non rappresentano che un solo momento nella storia dell'architettura e della scultura egiziana.
Sulla provenienza del nostro, e degli altri obelischi rinvenuti prima d'ora nell'Iséo, non fu lasciata alcuna notizia dagli antichi scrittori. Essi però provengono certamente da Eliopoli, e tutti, eccettuato quello della Minerva, che appartiene ad un periodo molto meno antico, fanno parte di una stessa serie di obelischi di varie dimensioni, che Ramesse II fece erigere intorno al tempio del sole in Eliopoli, da lui grandemente ampliato, come risulta da due iscrizioni sincrone, rinvenute nella necropoli di Menfi, non meno che da una indicazione dell’ obelisco che sorge attualmente sulla piazza del Pantheon.
Rodolfo Lanciani.
Un mese fa circa, gli abitanti della via che da S. Ignazio mette all'ingresso posteriore della chiesa della Minerva a Roma, videro arrivare un signore alla testa d'una squadra di lavoranti armati di piccozzini e pale, fermarsi davanti a quel piccolo ingresso, e dar ordini ai lavoranti con piglio imperioso segnando a ciascuno un punto nel selciato.
Immediatamente i suoi uomini smossero il selciato e cominciarono a scavare la terra in mezzo a capannelli di curiosi e di gente del vicinato. Durarono quei lavori due giorni senza altro risultato che di veder scavare una buca sempre più profonda e più larga.
Del tesoro, che secondo le donne del rione, si cercava dietro la chiesa, non si vide pur segno, ma al terzo giorno ecco comparisce qualche cosa di nero e lucido. I lavori si continuarono con maggiori riguardi, e una bella sfinge in porfido nero della quale diamo riprodotta dall'incisione l'immagine di profilo e di faccia, fu messa allo scoperto, con indicibile soddisfazione e commovimento di quel signore che non era altri che il commendatore archeologo Rodolfo Lanciani. Dopo la sfinge, si scoprì un obelisco, o per meglio dire la base di un obelisco, lo stele essendo allora rimasto più addentro affondato nella terra; poi ecco un cinocefalo di granito, poi un altro, poi fra rottami di marmo pario, e dello stesso marmo, la base triangolare d'un candelabro monumentale, o di un'ara che sia.
Trovati questi oggetti, si fece un'altra scoperta, non dal Lanciani, bensì in altra sede, che cioè l'obelisco era noto, notorio e notissimo, fino dal 1558 essendo così menzionato nel libro Le Antichità della città di Roma: stampato in quell'anno dal Ziletti di Venezia: "dietro a questa chiesa (la Minerva) su la portu piccola che è presso l'altar maggiore, si vede in terra un obelisco antico simile a quello che è presso San Manto."
Apprezziamo di più la scoperta dell'archeologo Lanciani che alla notorietà dell'esistenza di un monumento trecento e più anni fa, ha sostituita la palpabilità del monumento stesso che da alcuni secoli non si era più visto.
Questa scoperta è venuta in buon punto dopo gli inutili scavi fatti in Piazza di S. Luigi de' Francesi per trovare un obelisco annunciato con molto apparato dal professore Costantino Maes.
L'obelisco, la sfinge, i cinocefali di via S. Ignazio ci porteranno assai probabilmente ad altre scoperte.
Già dal 1856 il signor Pietro Tranquilli, nello smuovere la terra per riparare una casa di sua proprietà limitrofa al muro posteriore della chiesa, rinvenne una colonna istoriata a rilievo con figure rituali egiziane e due sfingi in granito rosso. Ora gli altri graniti scolpiti, rinvenuti vicini all'obelisco, ci fanno supporre di aver messo le mani tra le ruine di un tempio consacrato ad Iside ed Osiride.
Il lavoro tanto della Sfinge quanto del Cinocefalo, (scimia con la testa di cane) si giudica di una buona epoca dell'arte egiziana. L'iscrizione che sta sul plinto del cinocefalo ne reca la data che ci riporta a oltre tremila anni indietro.
I miti granitici finora scoperti, avendo tutti le faccie smussate, è da argomentarsi che fossero particolarmente presi di mira dal martello distruttore dei cristiani intolleranti. Invero quei leoni dalla testa di donna e quei scimiotti dal muso di cane, dovevano destare impeti irrefrenabili negli
Proseguendosi attivamente gli scavi, anche l'ILLUSTRAZIONE proseguirà il suo còmpito di diffonderne le notizie grafiche, lasciando ai bollettini archeologici la pubblicazione delle interpretazioni delle scritte incise su quei monumenti.
La base di candelabro, o di ara (gli archeologi non sono ancora d'accordo nel qualificarla) è di buona epoca romana. — L'obelisco è lungo metri 6 e 45 centimetri: sembra eguale in tutto a quello che sta sulla fontana prospiciente il Pantheon.
Vi si leggono le medesime leggende: i cartelli sullo stelo appartengono egualmente al Re Ramsete II della 19.ª dinastia, il conquistatore di tante provincie limitrofe all'Egitto e che i Greci appellarono Sesostri. Il Faraone di cui si discorre nell'Esodo sarebbe il figlio di questo gran Re.
Perciò ammesso che l'obelisco sia genuino — cosa che molti antiquari contestano — sarebbe anteriore a Mosè e conterebbe la bellezza di 32 secoli d'età. Rimandiamo per più ampie e scientifiche notizie a quanto hanno pubblicato sugli scavi di Via S. Ignazio il professor O. Marucchi nella Nuova Antologia del primo luglio, ed il commendatore Lanciani nel Bollettino Archeologico che pubblica il Municipio di Roma.
Gli scavi proseguono, non essendosi rinvenuto ancora l'antico livello. Si spera in altre scoperte.
Intanto l'obelisco, tirato dal suo buco a forza d'argani, è stato portato nella vicina piazza del Collegio Romano, in un angolo della quale è stato lasciato coricato ed esposto all'ammirazione dei curiosi.
Il Principe Boncompagni di Venosa dona un blocco di granito egizio rosa, un tempo base dell'obelisco Sallustiano, al comune di Roma, intenzionato ad innalzare a Piazza Strozzi l'obelisco appena scoperto presso il Convento della Minerva dall'Archeologo Lanciani.
Dopo il massacro di Dògali, il Consiglio Comunale, su proposta del sindaco Principe Leopoldo Torlonia, delibera la realizzazione di un monumento in memoria dei caduti italiani. Una commissione tecnica, di cui fa parte l'assessore Libani il consigliere Giorni e l'architetto Francesco Azzurri, riceve l'incarico di seguire le varie fasi dei lavori che devono concludersi per il 5 giugno, anniversario dello Statuto, data prevista per l'inaugurazione. Nella stessa seduta viene ratificata dalla Giunta la donazione da parte della famiglia Boncompagni di uno zoccolo in granito per l’obelisco, da parte delle imprese esercenti delle cave di Sardegna e Baveno dei blocchi di pietra per la realizzazione del monumento e da parte della ditta Lelli e Orlandi l'offerta di prestazione gratuita per i lavori di muratura.
L'Obelisco recentemente scoperto dal Lanciani presso gli scavi all'Iseo Campense, viene trasferito dal deposito a Piazza del Collegio Romano e Innalzato sul monumento ai Caduti di Dogali alla Stazione Termini.
Festa dello Statuto con la rivista al Macao. Nell'occasione, viene inaugurato il Monumento ai Cinquecento caduti di Dogali, posto di fronte alla stazione Termini. Presenti i sovrani, i membri del governo, molti parlamentari e il Sindaco Leopoldo Torlonia. La Piazza Termini cambia nome nell'occasione in Piazza dei Cinquecento. Una lapide commemorativa viene anche posta su Palazzo Senatorio:
"La rivista del giorno dello Statuto a Roma fu fatta, secondo il consueto, nel piazzale del Macao. Re Umberto vi si recò accompagnato dal principe ereditario, dal ministro della guerra, dal capo di stato maggiore dell'esercito e da un numeroso stato maggiore del quale facevano parte gli addetti militari delle potenze estere..."
Segue l'inaugurazione del monumento a Termini: "La legione allievi carabinieri disposta in quadrato circondava lo spazio intorno all'obelisco, a sinistra del quale erano i superstiti di Dogali e le rappresentanze de' corpi che presero parte ai combattimenti di Dogali e di Saati. Il Re, tornando dalla rivista, entrò nel quadrato, salutò i superstiti, poi la Regina che lo aveva preceduto in carrozza e le rappresentanze del Parlamento. Quindi il sindaco Torlonia lesse un discorso. I palchi eretti per l'inaugurazione erano stipati di gente: v'erano molte signore, deputati, senatori, sindaci di alcune principali città d'Italia e molti altri invitati..."
"Aggiungiamo qui che esso consiste in un antico obelisco innalzato sopra una base di granito di Baveno; sopra di essa si ergono quattro edicole faciali che portano le tavole in bronzo nelle quali sono scritti i nomi dei morti in caratteri d'oro. Le tavole sono alte metri 2.49 per 1.60 di larghezza. Al disopra delle edicole faciali sonvi quattro are, su ciascuna del'e quali posa un'aquila in bronzo. Alcune delle decorazioni sopra dette non sono ancora terminate, e furono supplite provvisoriamente con modelli di legno.
Il disegno del monumento è opera dell'architetto comm. Azzurri. Le iscrizioni apposte al monumento furono dettate dall'onorevole Ruggero Bonghi.
Esse dicono: "A dì 26 gennaio 1887 — 548 italiani — Assaliti improvviso nel deserto di Dogali — Da molte migliaia di abissini — Lontano lontano dai cari loro — Non esitarono, non trepidarono, non si arretrarono — Col nome d'Italia nel cuore — E non pensosi di altro che di onorarlo — Sostarono, combatterono, morirono — Suggellando col sangue versato in comune — L'unità recente dell'antica patria. "Qui nel nome di Roma — Che ricorda eroismi non numerabili — E infinite battaglie — Il municipio — E cittadini di ogni parte d'Italia — Tennero a dovere — Elevare di tanta virtù — Un monumento perenne."
L'obelisco fu trovato il 5 luglio del 1883 negli scavi intrapresi in via Sant'Ignazio, per cura della commissione archeologica municipale. Il prof. Schiaparelli, illustrandone i geroglifici, ha affermato che esso proviene dalle cave di Siene, presso la prima cateratta del Nilo e che fu lavorato verso il 1400 avanti Gesù Cristo. Le quattro facce sono coperte d'iscrizioni dello stile del regno di Rames II. Si crede che l'obelisco sia stato portato in Roma da Eliopoli. Misura in altezza 6.m34 e alla base i lati sono di 0,77."
"Il nostro Paolocci, nel disegno che si pubblica in questo numero, ha rappresentato il corteggio reale mentre ritorna al Quirinale dopo la rivista e l'inaugurazione del monumento ai caduti di Dogali. La scena è in via Nazionale, in quel tratto dove si sta costruendo il palazzo della Banca Nazionale. Il Re procede qualche passo avanti del suo stato maggiore, dietro il quale sono le carrozze della Regina e del seguito.
La folla si accalca contenuta a stento da una doppia ala delle truppe che, dopo avere sfilato davanti ai sovrani in piazza dell'Indipendenza, sono andate a schierarsi nuovamente sul loro passaggio. Quella stessa folla seguendo il corteggio reale, riempi poco dopo la piazza del Quirinale, ed acclamando i Sovrani, li obbligò a comparire due volte sul balcone della reggia."
Preparativi per la visita di Stato dell'Imperatore di Germania Guglielmo II:
Il Consiglio comunale istituisce un plotone di guardie municipali a cavallo da "adibire per i servizi di sorveglianza nelle feste pubbliche e per le comunicazioni fra i vari punti della città e del suburbio, dove la distanza è enorme".
L'architetto comunale Giocchino Ersoch è stato incaricato di realizzare un palco in stile eclettico intorno all'obelisco di piazza del Popolo e un quinta scenica al fondo di piazza del Campiglio (in vista del ricevimento in suo onore), collegando Palazzo Senatorio e Palazzo Nuovo con una costruzione effimera in stile.
Viene inoltre completato il monumento dedicato ai Caduti di Dogali alla Stazione Termini. L'obelisco viene innalzato di due metri, installando il piedistallo in granito di Baveno (appartenente all'obelisco Sallustiano) regalato dai Boncompagni Ludovisi al Municipio nel 1883.
A Piazza Esedra, agli angoli della nuova fontana, vengono sistemati quattro leoni di gesso accucciati.
Davanti agli appartamenti per gli ospiti (nella manica lunga del Palazzo del Quirinale) sono demolite tutte le fabbriche, per realizzare una vista su nuovi giardini. Tra queste la chiesa della Maddalena e di Santa Chiara.
"Al Quirinale si lavora alacremente sotto la direzione del marchese di Villamarina che, per quest'occasione, ha riunito qui molti tesori ch'erano sparsi nelle diverse Reggie d'Italia. Il marchese di Villamarina sa a memoria l'inventario di tutti i palazzi reali. A lui pertanto è riuscita facile, assai più che a qualunque altro, la scelta degli oggetti da far trasportare a Roma per accrescere ornamento e lustro al Quirinale. Nè vi prenda timore ch'egli non li disponga in bell'ordine, per modo che ne risulti un complesso armonico. Diamine! Il marchese di Villamarina è anche Presidente dell'Accademia di Santa Cecilia dove si dettano le leggi dell'armonia. L'appartamento dell’ Imperatore sarà una meraviglia."
Per ragioni urbanistiche, il monumento ai caduti di Dogali, viene spostato dalla fronte della stazione Termini a i giardini di Viale Einaudi.
Stampe antiche1894
Dante Paolocci
Commemorazione dei Caduti di Agordat
L'Illustrazione Italiana 1894
1887
Dante Paolocci
Monumento ai Caduti di Dogali
L'Illustrazione Italiana 1887
1887
Inaugurazione del monumento ai Caduti di Dogali
L'Illustrazione Italiana 1887
1887
Inaugurazione del monumento ai Caduti di Dogali
L'Illustrazione popolare
1883
Dante Paolocci
Scavi di via S. Ignazio
L'Illustrazione Italiana 1883
1883
Iscrizioni dell'Obelisco scoperto presso la tribuna della Minerva