Informazioni storicheData: 1877 / 1891
Codice identificativo monumento: 4265
CronologiaEsplode la polveriera del forte Portuense a Vigna Pia. Al momento dello scoppio, conteneva un quantitativo di esplosivo maggiore rispetto al consentito: 285 mila chilogrammi (rispetto ai 233 previsti). Le cause dello scoppio sono incerte. Danni ingenti nel vicino Istituto di Vigna Pia; nella basilica di San Paolo, si frantumarono le nuove vetrate delle navate esterne; nella chiesa di Santa Passera crolla il muro di destra; nella chiesa di Sant'Ignazio, si squarcia la tela della finta cupola; nella chiesa di Santa Maria della Luce a Trastevere viene danneggiata gravemente la cupola; nei Palazzi Montecitorio e Madama, oltre alle vetrate frantumate, si scoprirono delle crepe che compromettevano le strutture:
"Sullo spavento di Roma all'alba di giovedì 23 aprile, parla più sopra il Dottor Vertua. Qui diamo alcuni particolari di fatto.
La polveriera era fuori di Porta Portese, nel forte omonimo. L'edificio, costruito solidamente, tutto in travertino, e che consisteva in un solo corpo di fabbricato a due piani, uno dei quali era il laboratorio pirotecnico e l'altro il deposito de' materiali, rovinava in una voragine. La polveriera, di forma circolare, trovavasi in fondo a una valletta detta Pozzo Pantaleo, circondato da colline alte quasi cento metri; e confinava colla Vigna Pia, il podere-modello fondato da Pio IX. Quel sotterraneo non aveva comunicazione coll'esterno ed era sempre gelosamente chiuso. L'ingresso nella polveriera non era permesso che ai soldati di guardia e agli operai addetti al laboratorio. Nessun altro poteva penetrarvi, se non munito d'un ordine speciale del Comando.
Com'era avvenuta, adunque, la catastrofe?...
Alle ore 3 del giorno avanti, il laboratorio fu chiuso. Gli operai e gli uffiziali, a questo addetti, tornarono in città, e la custodia dell'edificio rimase, come sempre, affidata ai soldati di guardia: un picchetto del 12.º reggimento bersaglieri.
Durante la notte, nessun incidente. La guardia aveva funzionato colla solita regolarità, senza nulla avvertire di straordinario. Alle ore 6, il caporale Cattaneo montò la guardia alla polveriera con sei uomini.
Verso le 6 e 20 minuti, la sentinella udì come uno scoppiettio sotterraneo, e ne avvertì il caporale Cattaneo. Questi mandò un soldato ad avvisare il tenente Odoardo Gabrielli del 12º reggimento bersaglieri, che alloggiava nel forte appresso. Il Gabrielli si diresse allora correndo alla polveriera; e, in quel momento stesso, passava dinanzi alla polveriera, accompagnato dall'assistente De Romanis, il capitano del genio Spaccamela, il notissimo inventore dei fortini adottati in Africa, il quale, udito lo scoppiettio, dubitando questo potesse provenire dall'accensione di qualche cartuccia nei sotterranei, fece per entrare precipitosamente nella polveriera, domandando conto di quei rumori ai soldati di guardia. Ma le chiavi della polveriera le aveva il tenente d'artiglieria, custode del forte, allora assente. Lo Spaccamela non ebbe più dubbi della imminente catastrofe; s'inerpicò sul muro circondante la polveriera e da quel posto comprese subito di che si trattasse. Non c'era tempo da perdere.
'Fuggite, fuggite!' gridò subito ai soldati 'la polveriera sta per scoppiare. Fuggite in tutte le direzioni; avvertite i passanti e gli abitanti delle case vicine. Non c'è da perdere un momento!'. E solo quando a forza cacciò via i soldati e quando fu sicuro che nessuno dei soldati era più sul posto, il capitano Pio Spaccamela si allontanò dalla polveriera, insieme al De Romanis e al Gabrielli.
Dopo diciotto minuti circa, avvenne lo scoppio spaventoso, la rovina, la voragine. Dugentosessantaquattro mila chilogrammi di polvere e cartuccie e altre munizioni esplosero. Tre casupole, che sorgevano a pochi passi dalla polveriera, e nelle quali abitavano poche persone fuggite in tempo per l'avvertimento dei soldati, rovinarono anch'esse in un lampo. Altre casupole lungo lo stradale Portuense, e altre molte disseminate per la contrada della Vigna Pia, divennero un mucchio di macerie o son rimaste malconcie, inservibili. La polveriera era circondata da vigne ricchissime: di tutto questo, nulla esiste più. Nemmeno puoi trovare una traccia dell'edificio della polveriera, ch'era pure un grosso fabbricato. Sul luogo del disastro, non rimasero che rottami di botti, di scatole, ed altri legnami carbonizzati: il terreno è abbruciacchiato tutto. Pietre, tegole, travi, tutto è stato lanciato a distanze inverosimili.
Il capitano Spaccamela, all'eroismo del quale si deve se disastri maggiori non sono avvenuti, si trovava nel momento dell'esplosione, a circa trecento metri di distanza dalla polveriera, e fu ferito in testa e nel petto da una grossa pietra, che lo fece cadere per terra, tra le macerie, la polvere, privo di sensi. Dei bersaglieri di guardia due soli rimasero feriti: il caporale Cattaneo di Torino ventiduenne e l'appuntato Consesatto. Il Cattaneo rimase ferito così gravemente a una gamba che dovettero amputargliela. Durante l'operazione, si contenne da forte; non volle essere nemmeno cloroformizzato.
Un soldato veneto, che era di guardia alla polveriera prima dello scoppio, ubbidì al comando di allontanarsi, ma avvenuto lo scoppio, ed essendo rimasto incolume, fatti pochi metri, retrocesse e riprese tra le rovine il suo posto.
Alle otto, cominciarono i primi soccorsi. Il fragore chiamò sul luogo numerose autorità. I vigili e i soldati del Genio sgombravano le macerie fumanti dove si temeva fossero rimasti dei sepolti e demolivano i muri pericolosi; mentre tutti gli sbocchi erano militarmente occupati per allontanare i curiosi accorsi in folla enorme in vettura, a piedi. Numerosi proiettili d'artiglieria, la maggior parte de' quali inesplosi, stavano seminati nel largo perimetro dell'esplosione: i soldati d'artiglieria ne raccolsero in gran numero; ma parecchi andarono nelle tasche dei monelli.
I militi di tutte le Croci, accorsero, pronti con attrezzi, barelle e buon numero di sanitari... Ma già, ecco, comincia l'esodo doloroso dei feriti. Il momento è commoventissimo... Acclamato dalla folla, con una dimostrazione grandiosa, imponente, e da evviva ripercotentisi nelle alture, re Umberto giunge prima ancora di molte autorità.
Alla presenza del Re, vengono estratti dalle macerie varii feriti, in istato compassionevole. S. M. è commosso. Incuora i soldati nel lavoro di salvataggio; si accosta premuroso ai feriti prendendoli per mano e confortandoli con parole d'affetto. S'imbatté in alcuni soldati che si dispongono a collocare in una vettura il capitano Spaccamela; e li invita a deporre l'eroico ufficiale nella propria carrozza.
Il Re si reca a Vigna Pia, dove c'è una colonia agricola di ragazzi guidata da frati, e dove una parte del fabbricato è caduto. Dei cento e più ragazzi raccolti, venti sono feriti, ma per fortuna non gravemente. Umberto vuol vedere i piccini, li accarezza, li consola, li fa collocare in una camera a parte. Una popolana ventenne è trovata in un campo, tutta insanguinata alla testa, dove è stata colpita da una pietra. Il Re discende per un pendio pericoloso e vuol vederla, la incoraggia, la raccomanda ai portatori. Altre donne vanno incontro a Sua Maestà piangendo: 'Siamo rimaste senza casa!'. E il Re: 'Provvederò: non abbiate timore!'. Un vecchio era rimasto quasi sepolto in un sottoscala profondo, e geme chiamando aiuto. Un giovanotto, certo Andrea Bruschi, romano, scalpellino, si lancia in suo aiuto senza badare al pericolo cui si espone, scendendo in quel trabocchetto. Il Re lo ferma, prendendolo per braccio, si fa dare una corda e la lega alla cintola con un nodo scorsoio e, continuando a tenere egli stesso la corda, gli raccomanda di calarsi laggiù con la massima circospezione. Il Bruschi, aiutato dal Re, può così trar fuori il vecchio sano e salvo.
Solo alle 10 e un quarto il Re lascia il luogo del disastro. Scende dalla collina di Vigna Pia per i campi, seguito da una immensa folla plaudente e si dirige verso il primo cavalcavia della stazione di Trastevere dove lo attende la sua vettura. La folla cresce, cresce; ripete l'acclamazione più affettuosa, più viva. L'entusiasmo per il Re non si può descrivere. In mezzo a continue acclamazioni, la carrozza reale, procedendo al passo, giunge fino a Porta Portese, donde si dirige immediatamente al Quirinale. Il Re ha alla sua sinistra il duca degli Abruzzi.
Le premure pietose del sovrano temprano la triste impressione della sventura. Per miracolo, il numero delle vittime umane non fu considerevole. Solo quattro furono i morti: fra i quali l'assistente del Genio Civile Enrico De Romanis, di trentadue anni, e un fraticello della Vigna Pia, Stefano Ponti.
I feriti superano i quattrocento, ma la massima parte senza gravità. E più che nelle vicinanze dello scoppio, furono feriti a distanza, nella stessa Roma, dal crollare delle case, e soprattutto dai vetri rotti. Duecento dei feriti vennero subito ricoverati negli ospedali di San Gallicano, di San Giacomo, della Consolazione e di San Spirito.
Appena giungono, s'innalza un lamento di pietà, misto alle grida e ai pianti dei sofferenti. La lugubre scena schianta il cuore. Par di essere all'ambulanza di un campo di battaglia: teste rotte, gambe spezzate, ferite grondanti sangue, e dovunque dottori, suore, guardie e infermieri. Di fuori, è tanto l'agglomeramento della folla, che deve esser messo un cordone di truppa. Il Re, accompagnato dal generale Terzaghi e dal comm. Rattazzi, si reca, alle 5 e un quarto, all'ospedale della Consolazione; e vuol subito vedere il capitano Spaccamela, che versa in stato talmente grave da far temere prossima la fine. Il ferito non riconosce il Re, che gli rivolge amorosamente la parola, vivamente commosso. (Fortunatamente le ultime notizie affermano che ogni pericolo è scomparso: la robustezza e la giovinezza dell'eroico capitano 'ha 35 anni' lo hanno salvato.)
Sua Maestà la Regina si reca a visitare più tardi il riparto delle ferite, e il cardinale vicario Parrocchi i ragazzi della Vigna Pia che dipende dal Vaticano. Par certo che la causa sia affatto fortuita; probabilmente tutte tre le inchieste che sono in corso non riusciranno a scoprirla.
I danni ammontano a cifre enormi. Al Campidoglio non è rimasto neppur un vetro. Al Quirinale, i vetri di tutte le finestre e moltissimi specchi in frantumi; così pure in Vaticano, i vetri delle gallerie e delle logge, i vetri dipinti della Biblioteca e del Museo, i cristalli interni della scala regia regalati dal re di Baviera. In San Pietro, un vero flagello: rotto il gran dipinto su vetro rappresentante il Padre Eterno; rotti tutti i vetri della cupola. In San Paolo, altri danni: mosaici sconnessi, cristalli spezzati: la basilica è chiusa. Ogni chiesa lamenta gli effetti della catastrofe tremenda, il cui rimbombo si è sentito persino a Caserta. Il danno patito dal Governo ammonta a tre milioni. L'ufficio edilizio municipale verifica che ottantotto case a Roma sono pericolanti; si fanno sloggiare, si puntellano, ma qualche muro è già caduto.
LE OSSERVAZIONI DEL PROFESSOR TACCHINI.
Il direttore dell'Osservatorio del Collegio Romano, fece alcune interessanti osservazioni circa i fenomeni prodotti dallo scoppio. Egli dice che vi furono due effetti: pressione nell'aria e agitazione tellurica. La pressione dell'aria fu grandissima per l'enorme quantità di gas sviluppatosi. Questa pressione dell'aria ha poi agito in tutti i sensi ed è perciò che si sono spezzati così i vetri che erano in posizione verticale, come quelli posti orizzontalmente.
L'azione dello scoppio sulla colonna barometrica si dimostrò con un abbassamento fra i 15 e i 16 millimetri: questo fenomeno spiegato popolarmente equivale all'azione di una forza, che avesse in un attimo prodotto una variazione di peso di circa 240 000 chilogrammi su ogni metro quadrato di superficie.
Il prof. Tacchini afferma che l'azione dello scoppio si dimostrò nel sismografo come una scossa di terremoto, e che anche a Rocca di Papa, ove è la stazione sismica, si ebbero dei vetri rotti.
La polveriera delle macerie e i granelli non abbruciati di polvere pirica furono trasportati a grandissima distanza. Il vento che dapprima spirava da ponente subì una variazione mettendosi a scirocco. Nel luogo ove era la polveriera non rimane più che un grande avvallamento come un cratere, che misura cento metri circa di diametro.
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Stampe antiche1891
Dante Paolocci
Il Re aiuta nel lavoro di salvataggio a Vigna Pia
L'Illustrazione Italiana 1891
1891
Dante Paolocci
Rovine dei casolari presso la Vigna Pia
L'Illustrazione Italiana 1891
1891
Dante Paolocci
La Collina di Vigna Pia
L'Illustrazione Italiana 1891
1891
Feriti dello Scoppio della Polveriera
L'Illustrazione Italiana 1891
1891
Dante Paolocci
Cratere lasciato dallo Scoppio a Vigna Pia
L'Illustrazione Italiana 1891
1891
Dante Paolocci
Veduta della Vigna Pia
L'Illustrazione Italiana 1891
1891
Mappa della Polveriera del Forte Portuense
L'Illustrazione Italiana 1891