Informazioni storicheCodice identificativo monumento: 454
CronologiaScoperta di una tomba contenente una brocchetta di terracotta e un Epigrafe funeraria dedicata a Tecla, adaedem sanctae Caeciliae in Regione transtiberina (Vettori).
Si avviano i primi scavi sotto la basilica di Santa Cecilia a Trastevere. Sono scoperti i resti di una domus del II secolo a. C. poi trasformata in insula.
Nella chiesa di s. Cecilia in Trastevere sono stati intrapresi, a cura dell'emo card. Rampolla titolare della chiesa medesima, grandiosi lavori per rinnovare il pavimento e per ristaurare la cripta sotterranea, togliendo l'umidità che da ogni parte danneggiava quel sacro edificio.
Gli sterri hanno rimesso in luce molti avanzi di costruzioni spettanti ad un'antica e cospicua casa romana, che nei primi secoli della pace fu trasformata in chiesa; e sono pure riapparsi notevoli resti dei muri e delle colonne marmoree spettanti al tempio riedificato dal papa Pasquale I nel secolo ottavo, quando lo stesso pontefice vi trasferì le sacre reliquie della nobilissima martire romana.
Avanzi di altre costruzioni medievali e di decorazioni cosmatesche, massime del pavimento, sono stati riconosciuti; i quali spettano alle opere di ampliamento e di ristauro, fatte dai marmorarî romani sul cadere del secolo undecimo, o negli inizi del dodicesimo, cioè nella età in cui l'elegante portico esterno della chiesa fu costruito ed adornato di pitture a fresco ritraenti scene degli atti di s. Cecilia.
Giuseppe Gatti.
Lavori per rinnovare il pavimento della basilica di Santa Cecilia:
Verso la metà della chiesa, e normalmente all'asse della medesima, è tornato all'aperto un muraglione costruito a grandi massi rettangolari di tufo, il quale faceva parte del primitivo edificio costruito nell'età repubblicana.
A non molta distanza da questo muro si è rinvenuta, tuttora in piedi sulla propria base, una colonna in tufo, baccellata, del diametro di m. 0,46, composta di tre blocchi sovrapposti uno all'altro, ed alta m. 3,60. Vicino ad essa si è trovato anche il capitello, egualmente tagliato in tufo. Un rocchio di altra simile colonna, rivestito in parte d’'intonaco e con tracce di coloritura in rosso, si è raccolto a poca distanza dalla colonna medesima.
Questo più vetusto edificio apparisce essere stato ricostruito ed ampliato nei primi tempi dell'impero, in buona opera laterizia, della quale restano in varie parti notevoli avanzi, a livello alquanto più alto del muro a blocchi di tufo. E difatti, in pieno accordo con la bontà del materiale e della struttura, i bolli di fabbrica, con cui sono improntati i frammenti di tegole e di mattoni, raccolti fino ad ora nello sterro sono della prima metà del II secolo; e quindi segnano per questa nobile casa romana un'epoca certamente anteriore a quella nella quale, secondo la tradizione fin qui comunemente accettata, s. Cecilia subì il martirio sotto M. Aurelio e Commodo (a. 177-180).
Appartengono pure alla stessa età i resti di quella stanza con caloriferi, che era già conosciuta presso il principio della navata destra della chiesa; e sette grandi vasche cilindriche, scoperte nella navata di mezzo a varia distanza fra loro, le quali hanno in media il diametro di m. 1,30 con la profondità di m. 1,40. Queste costruzioni cilindriche, di eccellente opera laterizia, non hanno traccia di scolo; e sono state trovate riempite di terra battuta e coperte con pavimento ad opera spicata.
In uno dei muri laterizi sotto la nave centrale, a destra, si vede incavata una nicchia arcuata, con lati obliqui, a modo di larario domestico. Nel mezzo è alta m. 0,55, ai lati m. 0,42; sul davanti è larga m. 0,58, nel fondo m. 0,30, ed ha la profondità di m. 0,30. Nel fondo è incastrata una piccola lastra di tufo, alta m. 0,40 e larga m. 0,30, nella quale è rappresentata in bassorilievo assai piatto (m. 0,02 di sporgenza) la figura di Minerva in piedi, accanto ad un’ ara rettangolare liscia, spezzata nell'angolo sinistro. La dea, appoggiata alla lancia, guarda a sinistra dalla parte dell'ara, e tiene la mano sinistra al fianco; ha in testa l'elmo, ed è vestita di un semplice chitone talare senza maniche, cinto alla vita con leggiero rimbocco, sul quale è applicata immediatamente, cioè senza l'egida, una maschera di Medusa. A destra apparisce porzione dello scudo appoggiato in terra. Questo rilievo è un rozzo lavoro d'inabile scarpellino: le forme del corpo sono goffe e sproporzionate, e le pieghe della veste sono indicate da solchi verticali ondulati, incisi sulla superficie perfettamente piatta della figura.
Nei due lati obliqui della medesima nicchia sono inserite due lastre in terracotta, con eguali rilievi, eseguiti sullo stesso stampo, di arte molto migliore del precedente e del solito stile dei fregi fittili della buona epoca romana. La lastra tufacea di fondo viene in avanti per circa m. 0,06, senza toccare però le lastre fittili che distano dai margini di quella per due centimetri; ma in modo da coprire in parte una delle figure in esse rappresentate. La rappresentanza è una scena di sacrificio. Una donna, vestita di chitone ed himation annodato davanti al seno e coi capelli legati dietro, ed in parte cadenti sulle spalle, abbassa sopra un'ara rustica una fiaccola che tiene colla mano destra, mentre colla sinistra preme sul petto delle offerte di forma tondeggiante, probabilmente dei pomi. Dall'altro lato dell’ara sta una Menade, pure vestita di chitone e di himation, che colla sinistra porta a spalla il tirso e colla destra abbassata regge il timpano. Segue un Panisco, il quale ha la nebride legata attorno alle spalle e suona il doppio flauto: uno dei fiauti è più lungo dell'altro ed ha l'estremità ricurva ed allargata a guisa di tromba. Il margine superiore delle lastre è terminato da una fila di palmette.
L'edificio spettante alla buona epoca imperiale si estendeva anche al di fuori della odierna chiesa. Gli sterri eseguiti sotto il portico, avanti l'ingresso principale, hanno fatto tornare in luce, alla profondità di m. 3,80, il pavimento di una stanza rettangolare, decorato con musaico a piccole tesselle bianche e nere, di fina ed accurata fattura. Una larga zona con triplice greca elegantemente intrecciata gira tutt’ attorno alla stanza, e lascia nel mezzo uno spazio rettangolo battuto a pietrine di vario colore. Questa parte centrale misura m. 1,90 X 1,30, e la fascia, onde è inquadrata, è larga m. 0,85.
Altre costruzioni di età posteriore, in opera laterizia alternata con mattoncini di tufo, sono state scoperte principalmente verso la navata sinistra della chiesa, e parallelamente ad essa. Quivi si hanno tre antiche stanze, le quali conservano una parte dell’antico pavimento in musaico. Uno di tali pavimenti è a tesselle bianche disposte in figura di rombi, contornati da piccola fascia nera. Un altro è parimenti a musaico bianco e nero, con riparti a figure geometriche e decorazione di vasi e fogliami. Il terzo è battuto a semplici tessere di marmo bianco, ma di dimensioni maggiori delle altre.
Nello sterro sono stati recuperati varî marmi scolpiti, di età classica. Un sarcofago, mancante del lato posteriore e del lato sinistro, lungo m. 2,05 X 0,88 X 0,68, è decorato sulla fronte con baccellature ondulate e con due colonnette corinzie sugli angoli. Nel mezzo vi sono scolpiti in bassorilievo, entro un clipeo in forma di conchiglia, i busti di due coniugi: l’uomo è un personaggio togato, la donna vestita di palla porta un’ acconciatura di capelli, che conviene ai tempi di Traiano od Adriano. Sotto a questi ritratti è espressa una scena pastorizia, cioè un pastore che munge una capra ed un altro che sta appoggiato ad un albero, e con la palma della mano sorregge la testa reclinata in atto di riposo.
Un altro sarcofago di marmo, lungo m. 2,25 X 0,65 X 0,63, conserva il suo coperchio alto m. 0,23, ed è ben conservato. Il sarcofago è ornato, sul davanti, delle solite strie ondulate; ed ha nel mezzo una tabella preparata per il titolo funerario, che non vi fu mai scritto. I lati minori sono decorati con due scudi esagonali ed una lancia, eseguiti soltanto a linee incise. Nella fronte del coperchio, che agli angoli è terminato da due maschere, è espressa in rilievo una rappresentanza divisa in tre quadretti, che il prof. L. Savignoni ha descritto nel modo che segue.
Nel quadretto di mezzo si vede un lungo poggiuolo rustico, che fa da tavola; e dietro questo, a sinistra, sta sdraiata verso destra una giovine donna, vestita di chitone e clamide, e con la faretra alle spalle. Essa con la mano sinistra appoggiata al bancone tiene l'arco, e stende la destra verso un giovane parimenti seduto e coperto dalla clamide, il quale porta la sua destra al collo di lei e colla sinistra regge un nappo. Queste due figure rappresentano Atalanta e Meleagro. A destra siedono accanto a loro due altri giovani in vesti e posizione uguale, cioè con clamide e pileo, e col cubito sinistro appoggiato guardanti verso destra. Raffigurano i Dioscuri: uno dei quali regge colla sinistra un laccio, come pare, l’altro un nappo. Una cortina fa da sfondo dietro le quattro figure.
Nel gruppo a destra si vede un uomo barbato (privo della gamba d., ad eccezione del piede), che si avanza a gran passo e allunga con vivacità la mano verso i banchettanti in atto di gridare; ha il manto ravvoltolato attorno al corpo nudo, e colla sinistra regge una lancia. Poi tre giovani cacciatori nudi, colla clamide aperta, stanno curvi attorno al cinghiale morto, che è di colossali dimensioni e che due di essi, l'uno stando presso la testa, l’altro all'altra estremità, sembrano volere misurare con un’ asta (in parte mancante) tenuta orizzontalmente sopra la bestia, mentre il terzo che sta in mezzo, in fondo, gesticola colla destra distesa.
Nel gruppo a sinistra un giovane nudo versa il vino da una grande anfora puntuta dentro un grosso cratere, che sta in terra; e un secondo, con perizoma ai fianchi, sta in ginocchio verso sinistra, davanti ad un masso, sopra il quale sta un grande lebete, tenendo colla destra un oggetto lungo, forse una fiaccola, per accendere il fuoco. Composizioni figurate con accenni erotici nei rapporti tra Meleagro ed Atalanta non mancano; ma una scena come questa, di gusto tutto romano, che ci presenta questi e gli altri eroi che se la scialano dopo la perigliosa caccia, credo che sia fin ora senza esempio. Su ciascuno dei lati corti del coperchio è rappresentata una pantera sdraiata davanti ad un canestro o vaso rovesciato, donde escono dei frutti o fiori. La scultura è di lavoro ordinario, che accenna l’arte decadente, probabilmente del III secolo dopo Cristo.
Tra i materiali poi adoperati nelle costruzioni di tarda età, sì sono rinvenute parecchie lapidi inscritte. La più importante è un cippo di travertino, in quattro pezzi, mutilo nella parte superiore sinistra ed in basso, alto, nello stato attuale, m. 0,65X 0,63. Spetta alla terminazione ed all’ampliamento del pomerio, che fu compiuta dagli imperatori Vespasiano e Tito. Altre iscrizioni, recuperate nel disfare il pavimento della chiesa e nello sterrare le antiche costruzioni ad esso sottoposte.
Sono stati raccolti nello sterro varî frammenti di tegole con bolli di fabbrica, i quali, come ho già accennato, appartengono tutti alla prima metà del secondo secolo, ed all'antica casa romana costruita o risarcita in buona opera laterizia. I bolli sono i seguenti: BRuT M R L HAST VOP CO (C.I.L. XV 19a) Brut(iana) M(arci) R(utilii) L(upi), Hast(a et) Vop(isco) co(n)s(ulibus). Anno 114; EXPRAB QS INAM Q AC P PATIN E APRON SOC Anno 123. Il primo v. è di lettura ed interpretazione difficile. Il bollo pare inedito; TEG DOL DE FIG IVIA PROCVE FLV NEG (ib. 649a) Teg(ula) dol(iaris) de fig(linis) Iuliae Procul(ae), fiu(viatili) neg(otiatione). Anno 123 in circa; EX FIG CAESAR O D OPPI STabilis SERVIANO III ET VArO COS (C.I.L. XV, 706) Ex fig(linis) Caesar(is), o(pus) d(oliare) Oppi Stabilis etc. Anno 134; ex pr. l. agli avVG PII F OP DOLI AB ARISTIO success: gALLIC ET VETER COS (ib. 735) [Ex pr(aedtis) L(ucii) Aelii Aug(usti) Pii fi(lit), op(us) doli(are) ab Aristio [ Success(o), G]allic(ano) et Veter(e) co(n)s(ulibus). Anno 150; ex PRAD FAVST OP doliar a calpeta CRESCENTE OV r tl a (ib, 725) [Fx p]raed(iis) Faust(inae), op(us) [doliar(e) a Calpeta(no)] Crescente ete. Tegole dello stesso Calpetano Crescente sono notate coi consoli dell'anno 151 (cfr. C.I.L. XV, 1144); opus TI CLAVDi see YNDINi (ib. 1084b) Il nome di questo figulo ricorre in tegole di Lucilla moglie di L. Vero, ed in altre di M. Aurelio (C.I.L. XV, 718. 1081. 1082, ed è da riferirsi agli anni 145-155; Un altro pezzo di mattone è stato pure recuperato, che porta impresso il bollo del quarto secolo: D D D N N N (ib. 1662) cioè (frium) d(ominorum) n(ostrorum). Questo bollo manifestamente indica essere stati fatti all'edificio ristauri o modificazioni nell’ età che succedette alla pace costantiniana.
Giuseppe Gatti.
Continuandosi i lavori di ristauro nella chiesa di s. Cecilia, (cfr. Notizie 1900, pag. 12) sono stati raccolti fra la terra, parecchi altri frammenti di antichi marmi decorativi e scolpiti, fra i quali un pezzo di sarcofago che conserva in rilievo due teste. Si è pure rinvenuto un avanzo di lastra marmorea, di m. 0,38 X 0,35, il quale spetta alla medesima iscrizione greca, di cui un piccolo frammento tornò in luce nel gennaio passato (MVozizie cit. pag. 17, n.3).
Altri pezzi di mattoni con bolli di fabbrica sono stati recuperati fra i ruderi dell'antica casa romana sottostante alla chiesa. Due di questi bolli, come tutti gli altri da me editi nelle Notizie cit., p. 24, n. 1-7, appartengono alla prima metà del secondo secolo. Il primo, di forma circolare, a lettere rilevate, reca: M R L LAMIA ETVetere cos BRVTIana
M(arci) R(utilii) L(upi), Lamia et V[etere co(n)s(ulibus)]: Brutiana. È dell'anno. 116, C.I.L. XV 23. L'altro, di cui furono trovati tre esemplari di diversa scrittura, è quadrilungo ed a lettere incavate. Vi si legge: AGAB SVCsal A(uli) Gab(inii) Suc(cessi): S[al(arese)]. Spetta all'età di Adriano ed al periodo compreso, in circa, fra gli anni 123 e 134 (1): v. C.I.L. XV, 495, 496.
Un terzo bollo figulino, di forma circolare, porta: OP DOL EX PRAED AVG N FIGL DOMITIANAS MINOR
È dell'età di Settimio Severo (v. C.I.L. XV, 178), e va riferito ai restauri fatti all'edificio in epoca posteriore. Finalmente un ultimo bollo rettangolare, a grandi lettere, dà il nome: P ASOSIAS
Parmi inedito, ed è da annoverare fra i bolli fittili dell'epoca più antica. Si può forse confrontare con quelli editi nel citato volume del C.I.L. n. 985 e 986.
Giuseppe Gatti.
Nuova campagna di scavi nei sotterranei di Santa Cecilia trastevere effettuati dalla Soprintendenza archeologica di Roma (con uno scavo condotto dagli archeologi Neda Parmegiani e Alberto Pronti) portatono alla luce un battistero del quinto secolo.
Progetto
Stampe antiche