Informazioni storicheCodice identificativo monumento: 529
CronologiaIl Cardinale Pietro Ottoboni avvia scavi nella propria villa sul gianicolo, che portano alla scoperta di un tempio siriaco.
Nel fare uno sterro per ricerca d'acqua a monte del Viale Glorioso per conto della Società Gianicolo, è stata messa in luce una costruzione di carattere sacro, i cui muri sono formati con tufi tagliati a piccoli rettangoli. E costituita da un ambiente lungo m. 7,26, largo m. 5,50.
Nella parete ovest esiste un'abside larga m. 2,70 e profonda in. 1,77, nella quale è ricavata una nicchia, larga m. 1,28, e profonda m. 1,08.
La parete est ha l'ingresso largo ni. 1,31; nelle altre due pareti esistono due aperture, larghe m. 1,20.
Nel centro della stanza è costruito in muratura laterizia uno zoccolo di forma triangolare, nel cui lato verso l'ingrosso è ricavata una specie di nicchia larga m. 0,45 e profonda m. 0,36.
Esternamente all'ingresso è un nartece largo m. 2,20. con un altro ingresso, forse il principale, largo ni. 1,65, dove rimane tuttora al posto una soglia di travertino, lunga m. 1.95, larga m. 0.76, col foro per il cardine.
I muri hanno lo spessore di m. 0,45; solo quelli del nartece variano da m. 0,60 a m. 0,50. In questo sterro è stata scoperta una statua marmorea alta m. 0,60. Rappresenta un uomo seduto su trono, con manto che gli scende dalla spalla sin. dietro il dorso, coprendo poi le gambe.
Dante Vaglieri.
Si conclude lo scavo del Santuario siriaco al Gianicolo:
"Una Società edilizia romana sta ora costruendo sulle pendici meridionali del Gianicolo, là dove pochi avanzi rimangono di quella che fu l'antica Villa Sciarra, una serie di graziosi villini, a beneficio dei quali si stanno ora incanalando le acque.
Era, ed è, ricco d'acqua il Gianicolo, come tutto il sottosuolo di Roma: particolarmente poi, ricordano. gli scrittori la fonte della Ninfa Furrina, che dava in gran copia acque cristalline e perenni, e che attraversando il Bosco sacro, — forse quello che vediamo nella nostra incisione ne è un remotissimo discendente,scendevano a formare un celebratissimo Ninfeo. La Società Gianicolo, cercava dunque in questi ultimi tempi, se bene senza alcuno scopo religioso, di scoprire e riallacciare le antiche acque furrineì e trovò invece un santuario sacro alle antiche divinità siriache.
Fu scoperta dunque, in questi ultimi giorni, una specie di corte rettangolare, a cui si discendeva per tre larghi gradini; la quale aveva in fondo, dalla parte del monte, un santuario formato da una cella non molto grande, divisa lateralmente in due recessi con: nicchie per le divinità.
In mezzo si vedono le tracce di un'ara triangolare costruita di mattoni e incavata sul lato anteriore per preservare un piccolo simulacro.
Nella cella stretta, di fianco all’ara, fu scoperta ina statua acefala di Giove seduto sul trono: e sotto il piano della corte si trovarono, deposte in tre stratificazioni, quelle grosse anfore olearie, cho si vedono nella nostra fotografia, e che sono una delle parti più interessanti e più misteriose della scoperta.
Le anfore contengono avanzi di sacrifizi, e cioè ossa di animali, e sono tutte disposte con la bocca verso il nord: ognuna dunque, forse, ricorda un sacrificio cruento, i cui avanzi si deponevano nella favissa del tempio?
Furon messe poi allo scoperto due celle a pianta poligonale, osagone e simmetriche, le quali avevano accesso dalla corte stessa e prendevano luce da due grandi finestre.
In quella di sinistra fu trovata, accanto a un tronco di colonna di cipollino, una statua di Bacco in marmo greco, di buono stile, con avanzi di doratura sulla tei; e nello spazio fra le due celle, una statua di stilo egiziano, con tutta probabilità un'Iride, in basalto tenero: la divinità ha le braccia tese, e doveva stringere nei pugni oggetti simbolici di bronzo.
Lungo le pareti della nicchia furono trovati tre scheletri bene allineati, nei quali qualche improvvisato archeologo volle riconoscere avanzi di sacrifici umani; ma questa ipotesi è priva di ogni fondamento.
Altri due scheletri sono stati rimessi in luce proprio oggi, anch'essi bene orientati, e accuratamente sepolti lungo le pareti del tempio: sono tutti, senza dubbio, cadaveri di grandi sacerdoti, sepolti vicini al santuario, e sotto l'immediata protezione della divinità a cui avevano consacrato la loro vita.
Ma la parte più singolare della scoperta, perchè veramente è senza riscontro, è quella avvenuta il 6 febbraio, e concernente un rito di consacrazione. Innanzi alla nicchia che abbiamo ricordata fu messa a nudo una costruzione che parve da principio una grande ara (o basamento di ara) ma che più probabilmente è una specie di fonte battesimale — col vertice rivolto ad oriente, costruita di mattoni e ricoperta di forte cemento, impermeabile all'acqua. Nel mezzo di essa era incluso un pozzetto a pianta quadrata, coperto di tre laterizi bipedali: rimossi questi, si potè vedere nel fondo del pozzetto, scevro da qualunque infiltrazione, una statuetta di bronzo rappresentante una divinità. mitriaca, con le braccia strette lungo il corpo, inguainata come una mummia e con la sola testa fuori della guaina.
Un drago cinghia cinque volte con le sue spire il corpo della statua: ha la coda stretta ai talloni riuniti: la sua cresta sorpassa la testa dell’idolo e ne domina la fronte. Negli spazi tra le involuzioni del drago erano sei ova di gallina, due sovra i piedi, uno sovra le coscie, uno sovrail ventre, uno sovra il seno, uno sovra il collo del Nume.
E per finir la cronaca della scoperta, dirò che S. M. il Re, il ministro Rava, Corrado Ricci, Direttore delle antichità e Belle Arti, l'on. Barnabei e tutti gli archeologi ufficiali e non ufficiali visitarono subito gli scavi e che questi, promossi dall'Accademia di Francia, furono diretti con grande competenza dal prof. Pasqui, il neo Direttore degli scavi di Roma e provincia."
Queste Notizie ebbero ad occuparsi altra volta della scoperta di alcuni avanzi di costruzioni e di alcuni marmi scolpiti e scritti, che si riferivano ad un santuario dedicato a deità orientali presso il Lucus Furrinae. Questi avanzi avevano stretta relazione coi materiali scoperti nel 1906, presso il villino Würtz, in occasione di ricerche delle sorgive delle acque Furrine, che irrigavano il Lucus. I lavori di esplorazione erano condotti dalla Società Gianicolo sotto il titolo di ricerche d'acqua, e sull'indizio di una sorgiva, che sembrava provenisse da uno degli antri scoperti presso la limitrofa Villa Würtz. Così furono tirati innanzi i lavori dal giugno fino ai primi del dicembre 1908, quando per l'indole stessa dei lavori e per la estensione che avevano preso, non parve più giustificabile il motivo dato alle ricerche, e, dopo breve sospensione, si procedette ad uno scavo più regolare, autorizzato e vigilato dai funzionarî del Governo.
Al momento di questa sosta dei lavori, era stato messo al nudo l'intero sacello colla piccola ara triangolare, già noto in parte per le ricerche anteriori (3); inoltre un'area rettangolare recinta da muro e accessibile principalmente da un lato per mezzo di tre gradini marmorei, costituente una specie di atrio, o meglio corte aperta. Alcune opere di sondaggio avevano fatto conoscere che nel sottosuolo di quest'area si trovavano stratificate molte anfore; e gli scavi stessi avevano messo in luce frammenti d'intonaco dipinto, e frammenti di marmo scolpiti o scritti, che ricorderemo a suo tempo. Lo scavo, già condotto innanzi da circa un anno, aveva incontrato grandi difficoltà a motivo dell'enorme terrapieno che sovrastava alle rovine, in ispecie sopra la cella del tempio.
Un grande taglio era stato aperto da monte a valle, munito di opportune scarpate; ma la pressione del terrapieno era tale, che gli avanzi venivano minacciati di essere travolti dagli scoscendimenti della terra, e fu necessario proteggere i muri con solide sbarrature di legname. Queste difficoltà inceppavano la graduale e regolare esplorazione, in modo che convenne sul principio procedere come erasi fatto per l'innanzi, cioè un poco saltuariamente. Accenno a questi fatti per rilevare che nel descrivere le scoperte non sarebbe possibile tenere l'ordine cronologico dei lavori, i quali, ripeto, venivano spostati avanti e indietro, a seconda delle difficoltà, che si paravano per lo sgombro del terreno. Descriverò quindi tutti i risultati ottenuti in questo scavo nel periodo compreso dai primi del dicembre 1908 al 20 giugno 1909, giorno in cui si tralasciò ogni ricerca.
Occorre pertanto porre sotto occhio la pianta completa di questa scoperta (v. tav.), rilevata con la conosciuta perizia dal disegnatore sig. E. Gatti, addetto all'Ufficio Scavi. Vi appariscono all'evidenza varie costruzioni, che sono indicate da tratteggio distinto, soggette a piani differenti, in parte rese libere da sovrapposizioni, e in parte utilizzate come posa di ricostruzioni. Queste riguardano le diverse fasi subite dal santuario e dai suoi annessi, ed anche opere più antiche e d'indole diversa, delle quali do su- bito notizia.
A prima vista rileviamo due diverse costruzioni, l'una sull'altra; che, salvo lo spostamento già riscontrato in altri edifici sacri, seguono coll'asse longitudinale una orientazione e quindi si riferiscono a edificî che avevano uno stesso scopo. Il genere di costruzione ed i materiali designano vieppiù lo spazio di tempo che intercede tra l'una e l'altra costruzione. Quella più bassa, che viene indicata nella pianta con le lettere A, A, nella sua massa rappresenta un recinto rettangolare, che potrebbe anche indicare un atrio od un semplice cortile, come nello edificio superiore, e forse in origine si collegava alla cella del tempio e agli altri annessi, i cui indizî apparvero nei saggi fatti a confine, dentro il parco del villino Würtz. Nell'angolo a sinistra della parte anteriore di questo cortile forma un insieme organico un piccolo corridoio pavimentato di fine mosaico a larghi rettangoli ed a squame di tasselli neri sul fondo bianco (lett. B). Al corridoio si accede per una porta non molto grande, la cui soglia è formata da mattoni bipedali, in uno dei quali è impresso un bollo, che si riferisce al tempo di Settimio Severo (C.I.L. XV, I; 762b).
Altra porticella uguale alla prima si apre sullo stesso muro, ma corrisponde all'interno del detto cortile. Ogni rimanente di questa costruzione, che spetta al tempio primitivo, inalzato dagli orientali, residenti in Roma, rivela una tecnica accurata e relativamente solida, sebbene formata con semplice muramento di pietre e laterizi frammentari: non così risulta la costruzione sovrapposta (lett. C, C), che, essa pure in gran parte costituita da materiali frammentari, non offre che poca solidità a motivo della cattiva calce, specialmente in quella parte che costituiva il vero e proprio delubro.
Questa seconda costruzione, i cui piani si trovavano a circa m. 1,20 sopra il livello di quelli della costruzione precedente, ha, a sua volta, evidenti testimonianze di successivi ampliamenti o parziali trasformazioni. È appunto dalla maniera di costruire che rilevasi tale diversità. Ad esempio la cella (lett. a) doveva essere in origine ben semplice, cioè limitata all'abside centrale (b) e ai due sacelli (c, c), ampliata poi alla corsia trasversale (d) e alla nuova porta (e). Ciò rilevasi principalmente dalla diversità della struttura dei muri, i quali se in apparenza si rassomigliano a quelli della cella (fig. 1), in sostanza differiscono perfino nella fondazione superficiale, o quasi del tutto mancante. Qui venne in aiuto un dato cronologico che ha stretta relazione colle due diverse costruzioni del sacrario, cioè l'inferiore e la superiore.
Nella nuova aggiunta o trasformazione dell'ingresso della cella fu messa nella porta esteriore (e) una soglia di marmo con due diverse iscrizioni, che si riferiscono a due cose differenti, cioè al doppio uso a cui servì il marmo stesso. È una tavola larga m. 0,76, lunga m. 1,275, alta m. 0,065 rappresentante in origine una mensa e come tale dedicata, forse nel primo tempio, agl'imperatori Marco Aurelio e Commododall'orientale Gaionas, e utilizzata poi e dedicata, come limen sacrum, da certo Eflanio Martiale.
L'iscrizione dedicatoria di Gaionas, incisa intorno al margine della mensa, era stata nascosta dal muramento: l'iscrizione poi dedicatoria di Martiale era visibile sul piano della soglia, ma quasi del tutto abrasa per l'uso, in modo che non tutte le linee sono leggibili. La prima, che è incisa con caratteri regolari e profondi, dice: PRO SALVTE ET REDITV ET VICTORIA IMPERATORVM AVG ANTONINI ET COMMODI CAES GERMANIC PRINCIPIS IVVENT SARMATICI GAIONAS CISTIBER AVGVSTORVM DD, l'altra, a lettere più grandi, non molto regolari: CAEFLANIVS MARTIALIS II VENERI CAELESTI CVM
Questo limen, tolto nell'estate del 1908 e trasportato presso la Scuola Francese a Palazzo Farnese ('), solo nel gennaio del corrente anno fu restituito e riunito agli altri marmi e oggetti antichi, provenienti da questi scavi, e che si conservano nella villa del sig. marchese sen. Medici al Vascello. Un disegno fatto prima della remozione di questa soglia dal sig. ing. Capellino della Società Gianicolo, dimostra all’evidenza come la tavola fosse stata adattata in muratura, compensandone la scarsa larghezza con due aggiunte o lastroni di marmo, i quali incastravano sotto gli stipiti della porta, e agli angoli esterni avevano le impronte dei cardini di una porta o di un cancello.
Oltre alle porte suddette, che si aprono e si seguono sull'asse longitudinale del recesso sacro, non appariva nella parete del tempio altra apertura di accesso. Questa parte del tempio era chiusa sul dinanzi dall’atrio o cortile rettangolare, lungo m, 11,45, largo m. 9, a cui si discendeva dalla sinistra per mezzo di tre larghi gradini di marmo, il che indicava che il piano di campagna o di una via di accesso era più elevato del piano del cortile. Sulla parete opposta vedesi aperta una porticella larga circa un metro, priva di soglia e semplicissima, come quella che doveva comunicare colle adiacenze del tempio riservate al culto.
Un'altra importante sezione del santuario più moderno era quella che precedeva il cortile di contro alla cella ed, ai recessi, e che evidentemente aveva comunicazione col cortile stesso. Consisteva in un recinto ettagonale (/) che formava il corpo più avanzato del santuario e forse terminava sul dinanzi a punta, con abside profondo e appoggiato contro il muro divisorio del cortile, e con due recessi pentagonali (4, #), i quali risultavano geometricamente compresi tra il prolungamento delle pareti lunghe del cortile e i lati dell'abside e del recinto ettagonale. Questi due recessi hanno la loro porta di comunicazione col cortile, e una larga finestra rispondente al piano del detto cortile, mentre i piani dell'abside e del recinto ettagonale sono più bassi di circa m. 1,10. :
Al momento degli sterri si volle riconoscere un'impronta di gradinata, che scendeva dall'una e dall'altra finestra dei recessi sui fianchi dell'abside: e ciò spiegherebbe che l’accesso al recinto ettagonale fosse esclusivamente dalla parte del cortile, in modo che il tempio e questi sacelli non erano praticabili se non entrando nel cortile stesso. E questo misterioso riserbo è anche dimostrato dall'assenza completa delle finestre sia nel cortile, sia nella cella e suoi recessi, sia nel recinto ettagonale e nei suoi riparti, eccezione fatta di un vano in forma di finestra che apresi sul lato lungo della celletta pentagonale di sinistra (4).
L'aspetto quindi di tutto l’edificio era singolarissimo. Ad un capo del cortile la cella con piccola abside in fondo e una nicchia centrale, dove si crede fosse collocata la statua di Giove seduto su trono, già semplicemente ricordata nelle relazioni precedenti ('), ma che merita di essere qui riprodotta appunto per il significato che questa scoltura può avere in un santuario dedicato a deità orientali (fig. 2). Le pareti laterali della cella sulle quali si aprono le porte dei due sacelli, sono divise in alto con quattro nicchiette foderate nelle centine con latercoli.
Ciascuno dei due sacelli, dei quali per la difficoltà, che imponeva il grande terrapieno uno solo fu interamente sgombrato dalla terra, ha forma rettangolare, e in fondo una grande nicchia e dalla parte opposta una nicchietta piccola, Nel mezzo della cella principale un’ara triangolare costruita di mattoni e con incavo o nicchia sul dinanzi. Anche il corridoio trasversale è diviso lateralmente in due piccoli sacelli, muniti di porte, e spartito nella parete di fondo con tre nicchiette a mattoni (cfr. fig. 1). Sull’alto della parete della cella, come in giro agli altri recessi, vedesi formata con tre filari di piccoli mattoni l'ossatura della cornice, che serviva di appoggio alla copertura a vòlta. Di questa non si riscontrò alcuna traccia che potesse indicare il sistema di costruzione, ma si ebbero invece le testimonianze di intonachi dipinti a vari colori e con indizio di rappresentanze a figurine di stile egizio.
Il cortile aveva le pareti elevate quanto quelle della cella e costituiva quindi un vero recinto. In alcuni punti erano visibili gli avanzi dell’intonaco grezzo, sul quale era stata data una spalmatura di sottile strato di calce colorita di rosso pallido e di giallastro. Nel piano di' questo cortile, che fu in gran parte scavato per le ricerche del tempio più antico, apparvero gl’indizi di un pavimento rozzissimo di calce e detriti di pietre e laterizî, specie di rude opus festaceum, ma non si ebbe prova alcuna che il cortile fosse coperto ‘0 tutto o in parte in modo da prendere l'aspetto di un atrio.
Il gruppo del sacello ettagonale e dei suoi recessi si trovò demolito a circa 70 cent. dall'antico pavimento. Era questo indicato dal livello costante, dato dalla rastremazione della parete sul blocco di fondazione. Era però evidente il sistema di copertura usato per questo gruppo di vani. Ma la copertura di questi diversi e piccoli vani non era uniforme, cioè vi è motivo a dubitare che il vano ettagonale, sebbene chiuso da un alto recinto, fosse sopra interamente aperto. Ciò dedussi dai materiali raccolti nei diversi vani, e che provenivano appunto dalla rovina delle coperture.
Consistevano questi in tubi di terracotta, piccoli, di forma cilindrica, appuntati. da una parte e aperti dall'altra, in modo che la parte appuntata di un tubo veniva inserita nell'orificio dell’altro, e si costituiva così una continuità, la quale si adattava alla muratura della volticella, formandone lo schema, che seguiva una linea spiraliforme. Questi si trovarono solamente ammucchiati nell'abside, che apresi in un lato del recinto ettagonale e dentro ai due recessi pentagonali (9, , î): nessun tubetto era disceso nel vano più grande (f).
Più che dalla mancanza delle prove di detta copertura, il fatto che il recinto ettagonale fosse aperto sopra, è dimostrato dalla scoperta di eccezionale importanza ivi avvenuta. Abbiamo detto che il livello della piccola abside e del recinto in questione si trovano molto più bassi dei due recessi pentagonali, in modo che apparisce all'evidenza che i due recessi hanno relazione col piano del cortile, gli altri due vani restano a parte, quasi indipendenti. Inoltre, le scoperte avvenute in questi diversi vani confermano questa osservazione, poichè alcuni degli oggetti ivi rinvenuti sono proprî dei luoghi aperti, altri dei luoghi scoperti.
Il 23 dicembre 1908, sulla sera, scavandosi sotto il livello del pavimento antico del recesso segnato in pianta con lettera h, si rinvenne un tronco di colonna di bigio, e tra questo e il muro, che divide il recesso dall'abside, una statua di Bacco con poche lesioni, in modo che dalla sua giacitura supina e dalla sua conservazione fu ritenuto che ivi fosse stata con qualche cura deposta.
La statua in marmo pario, che ha preso una tinta uniforme terrosa, misura m. 1,46 di altezza. Rappresenta Bacco giovinetto, interamente nudo, in una posa stanca del fianco destro, mollemente incurvato e appoggiato al tronco di olmo, su cui si avvince la vite. Ha la testa ricca di capigliatura che gli adombra la fronte e gli discende, divisa in due fiocchi ondulati, sul sommo del petto. Alla sua posa stanca corrisponde la rilassatura del braccio destro, che discende sino all'anca per sostenere con due sole dita il Xantharos, mentre ha l’altro braccio sollevato a metà, piegato in avanti e in atto di appoggiarsi al tirso (fig. 3). La statua non ha che una piccola lesione nella punta del naso e nel Xarztharos, ma la sua mano sinistra innestata e imperniata in antico, non è originale e inoltre risulta eccessivamente-grande, come un'altra prova di restauro l'abbiamo nella sommità della testa, che è intassellata.
Ferma l’attenzione nostra l’avanzo della grossa doratura che rivestiva la testa intera, le mani e il Xantharos, e questa doratura conserva ancora traccia del processo tecnico che ha servito per applicarla. Sotto alle foglioline d'oro appariscono, in quasi tutte le parti indicate, le tracce di uno strato sottilissimo, dato a pennello, di una materia finissima, colore rossiccio molto sbiadito, la quale rappresenta una specie di bolo, che è, tecnicamente parlando, l'elemento intermediario tra la lamina del prezioso metallo e il marmo. poichè questo da solo non potrebbe trattenere la doratura. Infatti oggi manca detta doratura dove manca il bolo portato via dall'umidità ; ed io valendomi dell’opera del notissimo restauratore del Museo Nazionale Romano, sig. Dardano Bernardini, ho potuto fissare tutte le laminette d'oro sollevate dall’umidità ed anche attratte dallo strato delle sostanze terrose, a mano a mano che queste si prosciugavano, dopo che la statua fu messa al coperto. Allora osservai che riusciva molto facile di fissare quelle laminette laddove restava il bolo non appena questo veniva iniettato di sostanza glutinosa.
La doratura indica chiaramente che questa statua doveva essere coperta di indumenti veri e proprî, uno dei quali è presumibile fosse un chitor talare, chiuso al collo e con maniche allungate fino ai polsi. Questo vestito. doveva permanentemente coprire il simulacro, cioè non essere adoperato, come nei riti delle religioni greca e romana, soltanto in occasione di festività, essendo impropria degli orientali la nudità assoluta nella rappresentanza delle deità ed anche dei personaggi. Riconoscendo pure un eccessivo sincretismo religioso nel periodo in cui erano ammessi e favoriti in Roma i diversi riti delle religioni orientali, in ispecie al tempo di Elagabalo, sarebbe. difficile immaginare che fosse tenuto in venerazione un simulacro di Bacco, nella concezione artistica più pura, che manifestava troppo apertamente il significato religioso greco-romano, senza che gli orientali stessi non avessero in qualche modo (e appunto con un vestito proprio) truccato il simulacro suddetto.
Nel medesimo recesso era stata gettata a non grande profondità una base tronca di candelabro triangolare, di marmo lunense, alta m. 0,85, posata su plinto sagomato e decorato con tre figurine di ninfe danzanti, ora acefale e mutilate (fig. 4, a, b, c). Il movimento della danza e il ricco panneggio rivelano in questa piccola scoltura tutte le grazie dell'arte neo-attica. Nell'altro recesso i, doveva trovarsi in origine un secondo simulacro di Bacco, ma molto più piccolo di quello descritto. Vi si raccolse tra lo sterro solamente il kantharos e la mano sinistra, che stringeva la parte superiore di un tirso. In questi due frammenti non apparivano indizî di doratura. Queste statue, se si tien conto della forma dei due vani e della disposizione dei loro accessi, dovevano essere collocate a ridosso degli angoli acuti, in faccia alle porticelle che comunicavano colla corte; e forse alla prima servì di basamento quel tronco di colonna di bigio ricordata sopra.
Un'altra scoperta importante avvenne il 3 febbraio 1909, dentro alla piccola abside posta tra i due recessi h, i. Vi si trovò in tre pezzi principali una statua di basalto, d’arte egizia, alta m. 1,30, rappresentante un Faraone. Sta sopra un plinto scorniciato, in posa rigida, gradiente, e colla gamba sinistra spostata in avanti (fig. 5). Le sue braccia sono pareggiate ai fianchi e chiuse al pugno, dove apparisce un foro passante, sul quale restano le tracce di ossido di rame, che fanno supporre uno strumento, o un sistro od il simbolico fau. La statua appoggia colla schiena e colla gamba destra alla lunga cartella (fig. 6), sulla quale non vi sono iscrizioni: veste il perizoma aperto sul dinanzi e tenute fermo da cintura, ed è coperta dal claft che cinge la fronte e, dopo una piega angolare sopra alle orecchie, discende sul torace. Nel mezzo della cinta frontale spiccava l’uraeus, che caratterizza questa statua per un simulacro di un re egiziano.
La bella scoltura, che sembra riferirsi alla metà del IV sec. av. C., era animata dagli occhi interamente di smalto vitreo. Si potè stabilire che questa statua nella piccola abside posava entro una nicchia, che trovavasi allo stesso livello delle porte di accesso dei sacelli 4, 7. Della nicchia restava solo la traccia della pianta. A differenza della statua di Bacco questo simulacro sembra che fosse stato abbattuto con violenza, e non solo spezzato dalla caduta, ma deturpato nel naso, nella bocca e nella mano destra; gli furono inoltre levati gli smalti degli occhi e quasi del tutto abraso lo uraeus. Un'altra prova di questa violenta distruzione fu data dal ritrovarsi il plinto ed i piedi di questa statua dentro il recesso h in un livello molto superiore. |
Ma se gli avanzi architettonici e la detta sccltura provano che quei vani dove furono trovati erano coperti con muratura a volta, un monumento singolare, e, senza dubbio, nuovissimo nella storia delle scoperte d'antichità, prova tra le altre cose, che il vano poligonale era ipetrale, e che, a confronto degli altri vani coperti, doveva avere una eccezionale importanza nei misteriosi riti, che si compievano nel santuario. Nel mezzo della cella poligonale era costruita con piccole pietre una vasca a pianta triangolare equilatera (fig. 7), coi bordi alti esternamente dal masso della fondazione circa m. 0,68, e internamente sopra un piano artificiale m. 0,30. L'orlo di questa vasca era un poco arrotondato e, come tutto il rimanente che emergeva dal suolo, doveva essere spalmato di cemento solidissimo, fatto con pesto di laterizî e con calce.
Questa vasca misurava m. 2,10 di lato; aveva sopra il margine alcuni incavi profondi e a coda di rondine, i quali richiamavano i sostegni verticali di una copertura a tettoia. La vasca, poichè per tale appariva, fu fatta non a scopo di ara, ma evidentemente per contenere acqua, e a questo scopo fu coperta di intonaco resistente e usato nell'antichità per opere idrauliche. Il piano della medesima, dopo che fu ripulito, mostrava uno strato uniforme e impermeabile di calce, e fu vera fortunata combinazione che al momento del completo isolamento di questa vasca si trovassero presenti il sig. dott. Ghislanzoni, il sig. Edoardo Gatti, e il sig. Briziarelli, l'uno ispettore, l'altro disegnatore e il terzo soprastante di questo Ufficio, i quali, constatato ur vuoto nel mezzo della vasca, si accinsero colle proprie mani ad esplorarlo. Questo avvenne la mattina del 5 febbraio 1909, e il risultato fu il seguente. Il piano della vasca era coperto uniformemente da uno strato di smalto, che nascondeva nel mezzo tre mattoni bipedali, l'uno all’altro sovrapposti e solidamente cementati. L'ultimo di questi mattoni posava sul battente formato sul perimetro di un vuoto rettangolare largo m. 0,41, lungo m. 0,61 e profondo m. 0,363, il quale costituiva un pozzetto circoscritto dal vano esterno della vasca, in modo che due angoli del pozzetto erano avvicinati ai lati convergenti del recinto triangolare dalla parte che volge a oriente.
Ciò corrispondeva all'orientamento generale dell'intero sacrario. In fondo al pozzetto giaceva una statuetta in bronzo, distesa supina coi piedi ad oriente, posata nel fondo murato del pozzetto, che rimase libero dalle terre di infiltrazione, in modo che il simulacro di bronzo appariva isolato e come semplicemente deposto di recente nella sua cavità. Questo fatto trovava la sua spiegazione nel modo perfetto con cui era stato chiuso sopra il pozzetto mediante i tre grandi laterizî. Il simulacro di bronzo era rappresentato da una statuetta alta m. 0,47, interamente fasciata, in modo che dall'involucro emergeva la sola faccia, di aspetto giovanile e femineo.
Quella specie di fasciatura tessile che avvolge la statuetta, come se avvolgesse il corpo di un neonato, è talmente aderente al corpo da farne risaltare la forma intera, fino ai dettagli delle gambe accoppiate; e questa fasciatura non sarebbe stata tanto visibile se non avesse il suo compimento in due grandi orecchiette, o specie di bavero molto rialzato sul collo fin sopra le orecchie. La statuetta è avvinta da sette spire di un serpente, le quali si svolgono risalendo dalla parte sinistra in modo quasi simmetrico. L'ultima spira superiore del serpente fascia e serra gli omeri e risale di dietro, sull'occipite, mostrando la testa, trasformata in dragone crestato, sull'alto della fronte (fig. 8).
L'aspetto di questo simulacro era reso ancora più maestoso con alcuni tratti di doratura nella testa del dragone e nelle sue spire. Quando fu deposto nel pozzetto rettangolare, perfettamente vuoto, si collocarono entro ciascuna spira del dragone sette uova di gallina, delle quali si conservano in grandissima parte i gusci, taluni a posto, altri discesi ai lati, come viene indicato chiaramente dalla fig. 8. Ciò prova all'evidenza che questo pozzetto non fu giammai riaperto dopo la deposizione del simulacro e delle uova. La disposizione della vasca triangolare, quella del pozzetto e più che altro quella del simulacro, rispondenti tutte alla più perfetta orientazione, dimostrano che il deposito del simulacro deve considerarsi come una rituale consacrazione del luogo a deità orientali, o più esattamente a deità siriache, poichè, secondo la notizia tramandataci da Macrobio, nel tempio siriaco di Hierapoli esistevano statue di deità femminili chiuse nelle spire dei serpenti.
Questa divinità è appunto l'Atargatis o la Venus Caelestis del culto siriaco, alla quale si conveniva non un'ara, come alcuni vogliono vedere nella muratura triangolare, ma una vasca poco profonda, coperta sopra da leggiera tettoia, i cui sostegni erano infissi nell'orlo, e contenente acqua lustrale, nella quale i sacerdoti nutrivano alcuni pesci che erano tutelari del deposito sacro e sacri essi pur.
Giova ricordare che il santuario descritto era imposto ad un'altra costruzione più antica, della quale non aveva utilizzato nessuna parte per le sue fondazioni, poiché si era obbligato ad un'altra orientazione, e aveva tagliato i muri più antichi, andando a cercare negli strati più profondi le proprie fondamenta. Questi dati di fatto tendono a farci dubitare se il sacrario primitivo appartenesse alle medesime deità alle quali appartenne il sacrario descritto colle statue e col simulacro della divinità. Abbiamo forse un solo ricordo di un oggetto che doveva appartenere al sacrario più antico, cioè la mensa dedicata da Gaionas alla memoria degli imperatori M. Aurelio e Commodo; ma questa aveva nel nuovo sacrario perduto ogni carattere votivo ed era stata impiegata come semplice soglia, con nuova inscrizione dedicatoria. Altra iscrizione votiva di Gaionas agli dèi na?é?ot, doveva pure appartenere al santuario primitivo, nè altro di questo sappiamo, se non che fu in essere o restaurato negli ultimi anni del sec. II, come rilevasi dal bollo di mattone dei tempi di Settimio Severo ricordato a suo luogo. Ma a questa prima costruzione si. collegano senza dubbio aleuno le testimonianze di un rito, che non osservasi nel sacrario più recente, e di alcune opere speciali fatte per rendere il terreno sano e adatto a fondarvi un edificio sacro.
Le testimonianze di un rito finora a noi sconosciuto, consistono in una fila di anfore oleari (l, l) perfettamente allineate, e coricate per un solo verso e col medesimo andamento di una delle pareti lunghe dell'edificio (fig. 9), accatastate in tre ordini (fig. 10). Quest'ordine di anfore è seguìto da altra fila di anfore vinarie (72, 2) infisse verticalmente nel terreno,: parallelamente a quelle coricate (fig. 11). Inoltre quest'ordine di anfore vinarie era intersecato ad angolo un poco acuto da una fila di anfore simili (2, x), pure infisse per la punta (fig. 12).
Le anfore vinarie avevano forme e dimensioni differenti; quelle olearie erano tutte eguali, a corpo sferiforme; ma nè le une nè le altre contenevano o avanzi di deposito di vino o di sostanze oleose, nè portavano segni graffiti o colorati del contenuto, nè opercoli od altro che potesse fare supporre che, prima di essere deposte, queste anfore fossero state usate. Nemmeno si rinvenne nell'interno di alcune (le quali si trovavano spezzate) avanzi di sostanze organiche, o di ceneri o di ossa; soltanto nel terriccio dove erano o coricate e infisse, apparvero in copia notevole i frantumi di ossa di animali, riconoscibili per cinghiali, pecore, caproni, vitelli dalle piccolissime corna e anche polli, misti a terra grassa e talora rossastra e piena di carboni, come fosse stata bruciata. Uno strato di cenere e di carboni sembrava che segnasse il piano di posa delle anfore infisse verticalmente.
Da tutti questi fatti si arguì che le file delle anfore dovevano rappresentare un rito misterioso, riferibile al culto delle divinità venerate nel primo santuario. Ma ammettendo questo, bisogna ammettere che quella funzione della deposizione delle anfore fosse avvenuta in un solo momento, cioè bisogna escludere che ogni anfora rappresenti, quale favissa. una cerimonia rituale compiuta, inquantochè non è materialmente possibile di deporre a intervalli di tempo una dopo l’altra le anfore, aprendo ogni volta una buca nella terra. Ciò viene escluso in modo assoluto dal trovarsi le anfore tutte allineate e accostate perfettamente. Nè si può pensare che dette anfore fossero colà disposte per procurare, come una specie di vespaio, il prosciugamento del grande recinto A A, poichè a tale scopo erasi provveduto con opere opportune, che giova descrivere.
Trovandosi il sacrario dentro ad un’insenatura naturale del Gianicolo, dove abbondavano le sorgive delle aquae furrinae, occorreva impedire che le acque stesse invadessero gli edifizi, e in ispecie si arrestassero dentro ai recinti che venivano a formarsi coi muri delle fondazioni. Già per l’innanzi, che intorno agli ultimi tempi repubblicani, sembra che fosse stato provveduto a contenere e convogliare le acque con grosso muramento a parallelepipedi di tufo, i cui avanzi apparvero a grande profondità sulla destra del muro di cinta del cortile spettante all'ultimo santuario (v. pianta, lett. D).
Ai primi anni dell'Impero risponde un’opera veramente grandiosa, consistente in una piscina circondata da muro a laterizi, che superiormente era coperto da grossi mattoni e da uno strato di cemento inclinato verso l'interno come una sponda di vasca. Un lato di questa piscina sbarrava la insenatura contro le scaturigini dell'acqua, ed era forato con tre buchi circolari passanti, appunto per raccogliere le filtrazioni a monte. Su questo muro, che ad una certa altezza rientra con una risega di circa 25 cm., si elevò la parete breve e anteriore del più antico santuario (A, A). Alcuni sondaggi fatti da una parte e in punti che dovevano corrispondere all’interno di questa piscina, e dove apparisce lo stesso recinto a mattoni (E) ebbero per risultato di constatare che alla profondità di m. 1,80 dal livello della risega si trovava un piano lastricato, che rendeva impermeabile la detta piscina, costruita evidentemente per raccogliere e distribuire una parte delle acque furrine.
Questa piscina, al tempo della prima costruzione del santuario, non doveva più funzionare, forse perchè le colmate della terra avevano fatto rialzare il livello delle acque, ma fu utilizzata come smaltitoio delle acque stesse. Ed è per questo scopo che vediamo essere stato costruito un puticolo di muramento con bocca quadrata, profondo fino al livello di una fogna, che corre nel senso della insenatura del monte, cioè verso il muro a mattoni, dove si sfoga, dopo un percorso leggermente curvilineo (v. pianta 0, 0), chiuso sopra da grandi pezzi di anfore tagliati nel rigonfio del corpo (fig. 13). Ma per gli usi del santuario si condusse l'acqua limpidissima e fresca di una delle sorgive furrine per un canaletto murato e spalmato di ‘intonaco. Ne fu scoperto un piccolo tratto (lett. p) a confine del terreno della Società del Gianicolo col parco Wiirtz, nel cui fondo sono appunto le scaturigini delle acque furrine.
Il canale aveva per scopo di condurre l'acqua sulla sinistra del santuario più antico, seguendo ad angolo la cameretta pavimentata di mosaico. Anche il santuario più recente ebbe la sua conduttura di acqua, ma dalla parte opposta del canaletto designato, e usufruendo della sorgiva stessa che nel primo santuario andava dispersa per la fogna descritta. Sbarrata la piccola insenatura coi muri di fondo della cella, era evidente che l'acqua dovesse rialzare di livello, e infatti a piè della nicchia centrale dietro all’ara triangolare tuttora sgorga un filo d’acqua perenne e purissima. Le opere antiche debbono avere condotto quest'acqua dentro il canale di muratura che sbocca sul dinanzi del santuario (q, q). Il mistero che avvolge molti fatti che furono osservati in questo santuario dedicato alle deità orientali, è reso anche più tenebroso dal trovarsi dentro e fuori del santuario più recente (r, r, r), e perfino in un recesso della cella principale (s), miseri seppellimenti entro fosse scavate nella terra e coperte di tegole e di grandi laterizî (fig. 14).
Queste tombe erano nascoste sotto il livello dei pavimenti, spesso accoppiate, senza un orientamento stabilito, talvolta con cadaveri coricati l'uno inverso all'altro, ma piuttosto normali alle pareti presso le quali si trovarono sempre disposti. Vi sono molte prove che detti seppellimenti fossero fatti nel momento stesso in cui era in onore il santuario; anzi un seppellimento, colla sua disposizione, prova che anche durante il tempo in cui era in piedi il primo santuario, si costumava di seppellire dentro il recinto del medesimo (cfr. pianta, lett. t). Non so se questi seppellimenti avessero alcuna relazione colla scoperta di una scatola cranica, deposta in un incavo rettangolare ai piedi della nicchia centrale della cella (b).
Si è voluto riconoscere in questo deposito una cosa sacra inerente ai misteri del culto delle deità orientali, e perfino una testimonianza di sacrificio umano, ma nè io, nè i funzionarî addetti all'Ufficio Scavi, ci siamo trovati presenti a questa scoperta, e nemmeno abbiamo veduto ed esaminato quanto ad essa si riferisce, poichè il tutto sarebbe stato disperso. I cadaveri deposti nelle tombe debbono essere di personaggi e di sacerdoti addetti al sacrario e forse non sono del tutto alieni a questi seppellimenti i due frammenti di un iscrizione scoperta presso le tre tombe della piccola abside, di fronte alla vasca sacra. SACERDO
Un'altra prova che i detti seppellimenti siano del medesimo tempo dei sacrari, l'abbiamo nell'età a cui si riferiscono i bolli dei laterizî, quasi tutti dell'età di Commodo e di Settimio Severo, tutti noti (C.I.L. XV, 179, 224, 662 a, 762b, 1404), eccetto uno semicircolare che pure deve riferirsi all'età degli ultimi Antonini. Altri bolli su tegole e su frammenti di laterizî furono raccolti nel piano del santuario più moderno e si riferiscono alle officine del tempo di Diocleziano e ancora più tardi (C. I. L. XV, 1552, 1629). Oltre al materiale descritto lo scavo del santuario del Gianicolo non ebbe a registrare oggetti di singolare importanza, nè spettanti all'edificio sacro, nè sporadici. Sono da notarsi solamente due frammenti di lastre marmoree opistografe (a, b); una basetta di marmo bianco che misura m. 0,38 X 0,26 X 0,18 e porta incisa nel fronte, racchiusa entro cornice, la iscrizione (c): NVMINI I O M H M.HELVIVS RVSTICVS A MILITIIS. SVB HERENNIO SACER D DOTE D C; un orlo di cratere di marmo, su cui restano gli avanzi di una iscrizione che doveva circuirlo (d) NVS DECEN ; due frammenti pure di lastre marmoree (e, f) con pochi avanzi di lettere, ed un pezzo più grande rappresentante l'angolo superiore sinistro di una tabella di marmo (g).
Nel terrapieno si raccolsero alcune monete di bronzo, molto consunte, alcuni frammenti di vasi di vetro e di terracotta, e poche lucerne fittili di forma comunissima, e poche di esse con bolli di fabbriche sconosciute. Singolare tra tutti questi oggetti minuti è la metà di una forma in palombino, usata per la fusione delle tessere di piombo. Vi sono incise sei facce di tessere uguali l'una all'altra, con rappresentanza di due pancraziasti nudi, che si affrontano coi pugni alzati e muniti del cesto. Tra le due figure sorge un'anforetta da cui sboccia un gruppo di foglie.
Angiolo Pasqui
Al viale Glorioso, fra la terra di scarico ammassata in seguito allo scavo del santuario siriaco, si rinvenne un piccolo frammento d'iscrizione marmorea (m. 0,09 X 0,06 X 0,02) in cui si legge: RDO... | POSSVIT D... | FEBRIS. Nella prima linea sembra doversi leggere [sac]erdotu[rn].
Nel medesimo sterro si raccolse anche un bollo di mattone (C.I.L. XV, 392).
In un tasto eseguito presso il confine della proprietà Wurtz, all'esterno dell'abside del tempio si rinvenne un busto marmoreo di Antonino Pio, tagliato nella parte superiore del cranio, che doveva essere intassellata, rimanendovi l'incavo di una grossa impernatura quadrata. È alto m. 0,43 X 0,16.
Angiolo Pasqui
Avvio di un intervento di rilievo, restauro, adeguamento e valorizzazione dell'area archeologica del Santuario Siriaco, che
prevede in primo luogo il rilievo digitale completo aggiornato e il restauro delle strutture, la messa in sicurezza e la valorizzazione della componente vegetazionale, l'eliminazione delle barriere architettoniche e la realizzazione di un'area funzionale espositiva nella ex casa del custode, già recuperata strutturalmente, con la realizzazione di un allestimento di visita fisico e virtuale.
I lavori sono stati finanziati con 414.251 euro dal fondo PNRR PERCORSI GIUBILARI (DALLA ROMA PAGANA A QUELLA CRISTIANA).
Stampe antiche