Informazioni storicheCodice identificativo monumento: 572
CronologiaUn incendio distrgge una parte della città, e l'imperatore Commodo pretende di rifondarla con il nome "Colonia Commodiana". Danni al Tempio di vesta ed all'ala occidentale della Casa delle Vestali, al Foro della Pace, al Portico di Ottavia ed ai palazzi imperiali.
Durante degli scavi nel Campo Vaccino, sono rinvenute le rovine del Tempio di Vesta.
Narra Fra Giocondo: reperta sunt in ruinis templi Vestae, quod erat ante templum S. Cosmae et Damiani sola via mediante in quodam harundineto, dodici piedistalli di statue erette ad onore di alcune vergini vestali massime.
Campagna di scavi e spoliazione al Campo Vaccino.
Nello spazio di dieci anni appena si distrussero: la gradinata del tempio di di Antonino e Faustina, quella del tempio dei Castori, tutto l’altissimo basamento marmoreo del tempio di Cesare, coi fasti che rimanevano ancora nel proprio loro luogo; si sfondò la volta della cloaca massima; si disfece l'arco fabiano ed il tempio di Vesta; si ridussero ad altri usi le colonne, i fregi, i cornicioni, le soglie, gli altari dei varî tempî, e si fece calce di quanto per la viltà della materia o pel volume non meritava d'essere trasferito altrove.
Rodolfo Lanciani.
Gli scavi nel foro romano portono alla scoperta dei resti del Tempio di Vesta.
Per ordine di S. E. il Ministero della pubblica Istruzione sono stati intrapresi nel Foro romano i lavori necessari per la conservazione ed il ristauro dei grandiosi resti monumentali e pel riordinamento dei materiali decorativi, che in tutta l'area del Foro si trovano da lungo tempo accumulati. Si è ricostruita l'edicola di Vesta coi frammenti architettonici, che furono scoperti nel 1882; e sono stati ricollocati sul proprio basamento i pezzi di una delle colonne onorarie, erette nel secolo quarto presso la Sacra via, di fronte alla basilica Giulia.
Si è pure posto mano a raccogliere insieme i marmi, che appartengono al celeberrimo tempio rotondo, ove ardeva il fuoco sacro, per studiarne la ricomposizione nel miglior modo possibile. Ed a tale scopo, essendo stato liberato dalla terra il basamento del tempio, che si era creduto intieramente fabbricato di solida costruzione, è stata scoperta sotto il piano della cella una piccola camera quadrilatera, di buon laterizio, che si potrebbe supporre quel locus intimus in aede Vestae, ove sì custodivano il Palladio e le reliquie più sacre dell'impero, alle quali si dicevano legati i fatali destini di Roma.
Un'altra importante scoperta è stata fatta dinanzi al tempio del divo Giulio, edificato nel luogo stesso ove fu bruciato il cadavere dell'ucciso dittatore. Rimossa la terra che era addossata all'emiciclo, di cui appariva soltanto la parte superiore nel basamento della fronte del tempio, si è riconosciuto che nella prima costruzione dell'edificio quella forma semicircolare era stata imposta dal rispetto che si volle avere ad una specie di base rotonda, la quale era stata costruita sulle lastre di travertino, che formano l'antico pavimento del Foro.
Di questo basamento, che in origine fu rivestito di lastre marmoree, è stato scoperto il nucleo costruito in massiccio: e con tutta probabilità deve in esso riconoscersi l'ara che eretta dalla plebe nel sito ove arse il rogo di Cesare, e poco dopo distrutta da Dolahella, dovette poi essere riedificata e religiosamente mantenuta al proprio luogo, quando Augusto innalzò il tempio sacro al culto del suo padre adottivo.
In seguito poi agli sterri praticati nell'area a nord dei Rostri, si è riconosciuto che questo insigne monumento fu da quel lato ingrandito con una costruzione laterizia certamente non anteriore al secolo quinto, nella quale furono infissi muovi rostri a somiglianza di quelli che ornavano la più antica tribuna ivi trasportata da Giulio Cesare. E poichè a questo prolungamento dei vecchi Rostri assai bene si adatta, come ha già dimostrato il ch. prof. Hilsen (Bull. d. Istit. 1895, p. 62), l'epistilio marmoreo che porta scritto il nome di Ulpio Giunio Valentino prefetto della città nell'anno 472, così se ne deduce, che tale memoria deve mettersi in relazione con le barbariche incursioni dei Vandali, e che perciò ì rostri aggiunti a quelli delle navi Anziati ci rappresentano una vittoria navale ottenuta dai Romani sulle orde Vandaliche, le quali infestavano audacemente tutte le coste del Mediterraneo.
Finalmente togliendo la terra, che copriva ancora un tratto del lastricato del Foro dinanzi all'arco di Settimio Severo, si è ritrovato in gran parte l'antico pavimento in lastroni di travertino.
In un sito però più prossimo al Comizio il lastricato è di marmo nero; e l'area coperta da queste pietre nere, la quale misura dodici piedi romani di lato si vede essere stata in origine recinta con lastre marmoree, le quali furono anche rinnovate in tarda età.
Era questo dunque un locus religiosus, che doveva essere lasciato scoperto, e dove non doveva camminarsi nè costruirsi alcun edificio, siccome erano quelli che erano stati toccati dal fulmine. Taluni però opinano che vi sì possa riconoscere il niger lapis, che era nel Comizio, e di cui Festo ricorda la leggendaria tradizione che fosse stato destinato per la sepoltura di Romolo.
Giuseppe Gatti.
Procedendo i lavori di esplorazione nel Foro Romano, è ritornato all'aperto il muro sud della Regia, costruito a massi squadrati di tufo e scavato due volte nell'ultimo ventennio. Alla distanza media di m. 4 dal detto muro è stata scoperta la recinzione del locus Vestae, a tre corsi di tufo, perfettamente squadrati, alti m. 0,55, grossi m. 0,51, e lunghi da m. 1,06 a m. 1,57. Ivi presso restano gli avanzi di un muricciolo formato da piccoli blocchi di tufo, che serviva probabilmente di sponda ad un canale di scolo per le acque.
Fra il muro della Regia e quello del sacrato di Vesta è stato rimesso in luce un antichissimo pozzo, del diametro interno di m. 0,71. È rivestito di anelli di tufo a cinque segmenti, alti m. 0,72, le cui commettiture verticali stanno in prolungamento l'una sull'altra; vi sono incavate, in due lati, quattordici pedarole per la discesa. Il rivestimento di tufo finisce a m. 4,65 di profondità, ove sì trova un grosso strato di ghiaia, dalla quale scaturisce una copiosa sorgente.
Il pozzo era ripieno di terriccio mescolato a carbone; e, vuotato intieramente, vi si trovarono molti frammenti fittili, ossa-bovine, ovine e suine, e scheletri di mustela. Nello spazio compreso fra la prima e la quinta pedarola, oltre a frammenti di vasi di tecnica diversa, si rinvennero alcuni pesi di terracotta, a forma tronca leggermente piramidata, ed una sottilissima patera verniciata nera.
Fra la quinta e la settima pedarola si trovarono alcune lucerne fittili d'età repubblicana: ed alla ottava pedarola, un'arula di rozza argilla raffigurante Tetide seduta su di un delfino; una piccola spatola di bronzo; qualche pezzo di stilo in osso; una testina in terracotta e tre monete di bronzo repubblicane.
Fra la nona e la decima pedarola fu raccolto un pezzo di antefissa con la figura di una Venere nuda, egregiamente modellata in altorilievo, e con panneggio colorito di rosso. Ivi pure si trovarono frammenti architettonici fittili, policromati, ed un pezzo del margine del puteale e rottami di tufo.
Fra la decima e la duodecima pedarola si rinvennero due tazze etrusco-campane; e più in fondo, un vaso ansato coperto di vernice nera, con palmette dipinte in bianco, e qualche frammento di bucchero. Misti al terriccio si trovarono anche frammenti di grandi vasi grezzi in terracotta, di dolî o di anfore vinarie, di tegole, e di intonachi dipinti; piccoli boli di color celeste e rossi; astragali, e qualche osso segato di traverso e cominciato a tornire.
Addossato al lato ovest della Regia si è riconosciuto un vano, di forma trapezoidale, formato dal prolungamento del lato sud e dall'avanzo di un muro in opera reticolata di tufo. Vi rimangono tracce del pavimento in musaico bianco: e quando il luogo fu trasformato e destinato ad altro uso nel medio evo, vi fu murato un pezzo di architrave marmoreo con cornice, nel quale è incisa l'iscrizione: kalatORES PONTIFICVM ET FLAMINVM
Un cippo marmoreo fu trovato in questo medesimo luogo nell'anno 1788, su due lati del quale sono scritti i nomi dei Lalatores pontificum et flaminum, che pare avessero in tal luogo la loro residenza (cfr. C.I.L. VI, 2184).
Giuseppe Gatti.
Relazione di Giacomo Boni sui recenti esplorazioni nel Sacrario di Vesta.
Il rudero del sacrario di Vesta, aveva subito, in tempi non lontani, squarci notevoli a scopo di ricerche rimaste infeconde; giaceva sotto il peso di ostinate definizioni, scoraggianti ogni ulteriore ricerca; ma il rudero fu studiato ora con metodo, tenendo conto dell’apertura, colmata di terra, d'un cunicolo scavatovi nel Cinquecento. Così tornarono in luce la favissa centrale la platea circolare del podio, importanti avanzi di sacrifici, e i confini del temenos; fu possibile così differenziare le strutture di età diverse e determinare l’ ampiezza dell’edificio cui appartengono i frammenti architettonici del tardo restauro imperiale, determinazione non superflua, poichè i rilievi del sacrario di Vesta, fatti in questi ultimi sedici anni, differivano d'oltre quattro metri nel diametro attribuito alla cella.
Il rudero è costituito da una sopraelevazione imperiale, del III secolo; i da due strati di muratura e da una platea di fondazione che presentano il tipo repubblicano, ma attribuibili alla età dei Flavii e posteriori quindi all’ incendio neroniano. È incassato nel suolo vergine, d'argilla sabbiosa giallastra, alla quale sovrastano lenticolarmente i tufi granulari grigio-verdicci, riconosciuti iniziando. una esplorazione stratigrafica sotto l' atrio della casa delle Vestali, e assai più in alto, presso la rampa che sale all'angolo nord-est del Palatino.
La platea di fondazione, del diametro di m. 15,05, grossa m. 2,17, è di muratura a sacco o pietrisco, composta di scheggioni di tufo rosso lionato cementati con malta di calce e pozzolana grigio-livida, ben diversa dalla pozzolana rossa adottata quasi esclusivamente nelle più tarde costruzioni imperiali. La platea è inter|’ rotta nel centro da una cavità quadrangolare corrispondente alla favissa del podio, cavità che tuttora conserva, nella parte inferiore, l'argilla vergine, lasciata probabilmente perchè il fuoco sacro custodito nel tempio sovrastasse alla terra senza interposizione di un diafragma manufatto. A m. 4,50 di profondità dal piano superiore della platea, l'argilla che costituisce il fondo della favissa, contiene concrezioni sabbioso-calcaree durissime, traverso le quali non ho creduto necessario di spingere la terebrazione.
La muratura riposante sulla platea circolare, aveva il diametro di m. 14,80 circa, ovvero di cinquanta piedi di m. 0,29574, secondo le misure assegnate al piede romano dallo Hultsch; e trovandola impiegata in un tempio che aveva a Roma tradizioni più antiche d'ogni altro, è bene qui ricordare la opinione più volte espressa dal ch. prof. Pigorini, che i Terramaricoli, popolo divenuto italico prima degli Etruschi e dei Greci, avessero una unità metrica corrispondente circa al piede romano di m. 0, 2963, e che tracciassero le loro costruzioni in base a quest’ unica misura. Il primo strato di muratura (c), grosso m. 0,695, è costituito da massi di tufo lionato a proietti (grumi di lapilli di lava e fors'anco di calcare scuro della sommità del cunicolo vulcanico) squadrati sui piani di posa, radiali nelle faccie di combaciamento e con interposizione di pietrisco a sacco.
Sono abbozzati a punta di piccone nelle faccie murate, squadrati con accetta e rifiniti a scalpello dentato (pettinina, pecten) ed a martellina dentata (picchiarello 0 gradina) nei piani di posa. | I solchi minuti e paralleli prodotti dagli strumenti di lavoro, a sette e a un: dici denti (più lunghi e piani quelli dello scalpello, internantisi a declivio e interrotti quelli della martellina), sono, nelle superficie di combaciamento, resi quasi irriconoscibili da una successiva raschiatura trasversale o dall'arrotatura d'una lama adoperata per ottenere « ut connivent arete »...
La muratura a sacco, che riempie i vani interposti e retrostanti ai blocchi, è congenere a quella della platea di fondazione, a elementi della grandezza 'i: media di m. 0,15 X 0,06 X 0,07, e presenta materiali tufacei svariati e peperino (Lapis albanus) delle cave di Marino, nonchè qualche frammento fittile (tegole o cocci d'anfore campane o di Rodi) e qualche scheggia di travertino spianato, il tutto cementato con malta di pozzolana grigio-livida. Le pareti a mezzogiorno (A) e a oriente della favissa, per l'altezza del primo strato, sono d'opera incerta che sembra fatta espressamente ad imitazione dell'opus incertum delle antiche costruzioni repubblicane sulla Via Sacra, all’ Emporium e delle fortificazioni di Anxur, di tufo litoide lionato ; quella a settentrione è di muro a sacco, quella a occidente manca affatto.
Il secondo strato di muratura è pur esso a blocchi di tufo, con interposizione di pietrisco congenere al già descritto, ma la parete della cella corrispondente a quella meridionale d’opera incerta, è di muro di tegolozza a cortina, di mattoni triangolari lunghi da m. 0,22 a m. 0,27, grossi m. 0,04 con malta dello spessore medio di m. 0,017, appartenente al restauro del II secolo, cui forse si riferisce la medaglia di bronzo di Lucilla, figlia di Marco Aurelio. E Quattro massi di tufo nel segmento curvilineo esterno rivolto a oriente, larghi in media m. 0,90 ciascuno, sono tagliati a piani diversi in modo da mostrare, in profilo, la forma di gradini, e quantunque manomessi, sono evidentemente un avanzo della scala che saliva al tempio e della quale rimane a posto un masso troncato dal rivestimento marmoreo.
Comparata la qualità del tufo a proietti del sacrario di Vesta e le traccie degli strumenti impiegati nella lavorazione dei blocchi radiali, con quelli di grandioso opus quadratum del templum Sacrae Urbis, vi ho riscontrato tali analogie, da dover attribuire ai Flavii la parte più antica del rudero che vediamo ora. Il bassorilievo disegnato dal Peruzzi, poteva benissimo .rappresentare questa ricostruzione susseguente all'incendio neroniano, e sono indotto a crederlo perchè corrisponde all'edificio a basso stilobate e senza piedistalli raffigurato negli aurei di Vespasiano e di Domiziano, e perchè la tendenza degli edifici del Foro di alzarsi nelle successive ricostruzioni corrisponde alla legge architettonica che determina l'aumento progressivo dell'altezza in rapporto alla densità degli edifici, in densitate miraculorum.
Sopra il secondo strato di muratura a blocchi di tufo, riposa uno straterello (e), grosso m. 0,05, di scheggie di marmo bianco lunense, alquanto bigio come quello dei residui di lavorazione a posto, sotto il lastricato imperiale della Regia. Sopra il secondo strato di muratura a blocchi di tufo, riposa uno straterello (e), grosso m. 0,05, di scheggie di marmo bianco lunense, alquanto bigio come quello dei residui di lavorazione a posto, sotto il lastricato imperiale della Regia.
Il nucleo severiano è composto di scheggioni di tufo gialliccio a struttura pisolitica, molto argilloso, e concrezionato da sostanze eterogenee, facili a decomporsi; rassomiglia a quello degli strati intermedî ai tufi in prossimità della così detta Sedia del Diavolo, sulla via Nomentana. Gli scheggioni sono cementati, con tendenza stratiforme, in malta di pozzolana livida, ma non crivellata, e mescolati a qualche rottame di mattone e di tegola.
La favissa, occupante la parte centrale del podio, ha pianta quadrangolare, leggermente trapezoidale; il lato nord, maggiore di tutti, è largo m. 2,50, il lato sud, minore di tutti, è di m. 2,30; il lato est è di m. 2,45, quello ovest di m. 2,47. L'angolo acuto è rivolto a nord-ovest. Era piena di terra di scarico, contenente nella parte superiore qualche frammento di terraglia ordinaria medioevale, e di vasi etrusco-campani; pezzetti spianati di porfido, di serpentino, di verde antico, di pavonazzetto ecc.; mandibole e qualche dente di bove, di maiale e di pecora; più in basso fu rinvenuto un mattone col bollo di Teoderico e una moneta di rame di Tiberio. Incerto è l’uso a cui poteva servire la favissa. Orientata come i sacrari della Regia non aveva aperture laterali, e le sue pareti salgono senza indizio d'impostazione di volta, quasi fosse stata chiusa in piano, ciò che fa pensare alle crates stano rariae di Catone. Non era rivestita nè intonacata.
Sappiamo che le spazzature del sacrario di Vesta (comprese le ceneri del’ fuoco sacro) venivano portate annualmente alla Porta stercoraria del Clivo Capitolino; sappiamo che in 4ede Vestae esisteva un locus intimus per la custodia di oggetti misteriosi, e che le sacra fatalia col Palladio e i Penati portati da Troia, dai quali sì credeva dipendesse la salvezza di Roma, erano le prime cose che, nei casi di pericolo, le Vestali ponevano in salvo.
Durante l'invasione dei Galli, questi oggetti furono già racchiusi entro dolia. H. Jordan pensava, che essi fossero tenuti nascosti sotto il tempio, e si domandava dove venissero custodite le spazzature, fino al 15 giugno, Q(vando) ST(ercus) D(elatum) F(as), giorno fissato annualmente per trasportarle altrove. Supponeva da principio che a tale scopo avesse servito il pozzetto quadrato (n) che sta a destra della gradinata di accesso, ma poi dubitò fosse un luogo colpito dal fulmine. Somiglia ai pozzetti che vado riconoscendo accanto al niger lapis.
Come la legna nutre il fuoco, i residui della nutrizione animale e quelli della combustione, le ceneri sacre, tornavano concime benefico, ad fellurem alendam, cibo rituale alla terra. Nel sacrario di Vesta, focolare tipico, dovevamo aspettarci solo un ripostiglio per le ceneri, all'opposto di ciò che succede col fornello, o clibanus, che abbisogna del cinerario a ventilazione; un fornello di pietra manziana, trovato giacente presso il tempio di Cesare, ha, oltre al cinerario, i buchi pel tripode e un foro laterale, forse pel calamistrum.
Addossati al segmento sud-ovest e a quello nord della platea circolare di fondazione, riconobbi alcuni avanzi di sacrifizi, vale a dire ceneri, ossa, frammenti fittili ed aes rude, ora custoditi nel Museo del Foro Romano. Procedendo gli scavi in direzione del Palatino, sarà possibile di compiere l'esplorazione dello strato che passa sotto a murature repubblicane, di tufo stratificato grigio-verdiccio granulare e di tufo terroso del Foro, squadrato con accetta, troncate dalla platea circolare del tempio. In attesa di poter conoscerne la estensione, e di dare una descrizione completa del suo contenuto, bastino, per ora, i seguenti cenni, avvertendo, che lo strato sacrificale manca nel segmento sud-est, incassato nel terreno vergine, e non può verificarsi, se esistesse nella parete ovest, la quale fu rivestita, in età posteriore, con pietrisco di travertino….
In fondo alla fossa appariscono costruzioni repubblicane, incassate nell’argilla e che dovranno venire esplorate. Oltre il muro settentrionale del temenos, è tornato in luce il muro meridionale a due strati di massi squadrati di tufo, alti m. 0,45 e 0,48, grossi m. 0,63, lunghi da m. 0,50 a m. 1,86, e qualche traccia di mosaico di rozza fattura.
Lo scavo del terrapieno, sul quale sorgeva la chiesa di s. Maria Liberatrice, va rimettendo in luce molti nuovi frammenti marmorei del sacrario di Vesta. Alcuni tra essi, appartenenti al soffitto del peribolo e alla trabeazione della cella, trovansi murati nelle ignobili macère a secco costruite all'incirca nei secoli VII-VIII per chiudere i vani di porta o gli squarci del caseggiato limitrofo alla strada che percorre il lato sud-est del tempio dei Dioscuri e che chiamo per ora Vicus Vestae.
Questi marmi, importantissimi elementi architettonici per la ricostruzione grafica del monumento, documentano la storia della sua distruzione… Determinai il diametro del sacrario, considerando i sesmenti di scali circolari compresi dalle riquadrature del soffitto a cassettoni del peribolo; e, tenendo. conto, che quattro cassettoni corrispondono a ciascun intercolunnio, e che il tempio doveva aver venti colonne, perchè lo sviluppo delle curve della trabeazione combinasse coll’ ampiezza del nucleo, ottenni un raggio di m. 6,745 dal centro dell’edificio all'asse delle colonne, misura che combina con quella risultante dal calcolo dei piani radiali, e mantiene incerta una oscillazione di pochi centimetri, dovuta all'imperfetta lavorazione dei marmi appartenenti al restauro severiano e ad un altro forse ancora più tardo. Se sì trattasse di un'opera adrianea, le sagome sembrerebbero passate alla trafila, ed i centimetri di oscillazione si ridurrebbero a millimetri.
I risultati teorici furono controllati sperimentalmente, capovolgendo i massì superstiti del sacrario e distribuendoli sul tracciato delle corrispondenti distanze di un centro comune. Ancora si trovano in tale posizione e potrebbero venire rialzati a posto col vantaggio di sgombrare il terreno, e di dare una idea d'insieme della ricostruzione severiana, qualora fosse dato raccogliere altri elementi architettonici per determinare il posamento e l'altezza dei piedistalli, per stabilire cioè il rapporto che intercedeva fra il nucleo flaviano del sacrario di Vesta, e la sua sopraelevazione. Anche essa era per certo in rapporto altimetrico cogli stilobati del tempio dei Dioscuri e dell'Heroon di Cesare.
Gli avanzi architettonici del sacrario di Vesta, appartenenti alla trabeazione, alle colonne, ai piedistalli, ai gradini e alla cella, sono tutti di marmo lunense, spianati a scalpello nelle fascette e sfondi degli ornati, battuti a gradina nei piani più larghi e in quelli di posa o di contatto, che più raramente presentano una superficie segata, o lisciata a lama. Finora abbiamo in osservazione: Ventuno pezzi di cornice, alta m. 0,50, monolitica col soffitto del peribolo (del quale rimangono dodici pezzi), lavorata a pulvini alternati con cunei come nel fregio del tempio dei Dioscuri, della basilica Emilia, ecc.; di guisa che il peso si scaricasse sulle colonne; le faccie oblique di contatto tra i cunei e i pulvini, sono lavorate a fascia liscia racchiudente un piano interno incassato a punta, per la colatura dell piombo o altro mezzo congenere, atto a impedire lo scivolamento in caso di terremoti.
Ventisei pezzi dei lacunari di soffitto del peribolo, intagliati a cassettoni Lo e rosette. duna Due pezzi e qualche frammento di fregio, alto m. 0,32, e di ci i m. 0,34, pur essi monolitici. Gli arnesi di sacrificio e l’avanzo d'iscrizione che vi sono scolpiti, sono già illustrate nelle dotte pubblicazioni dei proff. Rendi Jordan, Auer, Marucchi, Thédenat, ecc.
Sette capitelli, alti m. 0,60, presentano diverse sbozzature verticali, che possono aver servito per incassare le transenne o cancelli che chiudevano tutto all’ ingiro il tempio, come i trafori d'un turibolo. Uno dei capitelli fu rinvenuto a pochi centimetri di profondità nella terra di riempimento del primo locale a oriente del recinto di fronte al tempio, e due altri sotto il terrapieno che copriva la basilica Emilia, e dove erano stati impiegati probabilmente nel portico gotico (di Teoderico?) eretto quando il portico augusteo della basilica era già raso al suolo.
Dieci imoscapi, cinque sommoscapi, dieci pezzi intermedî e alcuni scheggioni appartenenti ai fusti delle colonne, del diametro di m. 0,51, pochi dei quali poterono venir ricomposti, senza però riuscire a mettere insieme un solo fusto intero, la cui lunghezza proporzionale calcolata in rapporto con quella delle colonne del tempio rotondo alla Bocca della Verità e di quello di Tivoli, risulterebbe di m. 4,45. Alcuni pezzi sono fiancheggiati da alette, o fascie sporgenti, alle quali andava probabilmente adattato il telaio della parte apribile dei cancelli, o quello di contorno agli stipiti della porta; appartengono a due fusti, e forse non erano di più. Le alette non stanno una dirimpetto all'altra, ma piegano secondo la curva del tempio.
Tre basi di colonna a tre o quattro fori con canaletto per la piombatura dei perni; dubito che abbiano appartenuto al sacrario di Vesta perchè sono prive di traccia d'incassatura dei cancelli. Frammenti di cimasa di pilastri e di basi rettilinee, cariche di sagome e d'ornati, che il capitano Vettori, testimone degli scavi del 1872 e 1884, indicava al prof. Jordan come appartenenti ai piedistalli delle colonne del sacrario di Vesta. Sopra questi correva un plinto ornato a bucrani e festoncini, che poteva formare zoccolo alle basi di essa, ma i frammenti rinvenuti ammoniscono di non affrettarsi a risolvere un problema architettonico, quando non è ancor dato di distinguere gli elementi uniformi che possono appartenere a diversi edifici. Scavato che sia il terreno fra il sacrario di Vesta e il Palatino, e ultimato lo sterro della casa delle Vestali, sapremo, forse, quanta parte della ricostruzione grafica del tempio severiano possa non rimanere congetturale.
Pezzo di fusto e frammento d'imoscapo con traccia della base d’una semicolonna ad alette, cuneate, in guisa da farla ritenere appartenente allo stipite sinistro della porta della cella. Pezzo di stipite sagomato e lavorato a piani obliqui, attribuibile ad una finestra o ad altra apertura pel passaggio del fumo nel muro della cella.
Pezzo di architrave e fregio centinato ch'era incerto se portasse direttamente la cupola della cella. Ogni dubbio però è svanito scavando in questi giorni nel Vicus Vestae molti frammenti del soffitto di peribolo e dell’architrave e fregio, nonchè quattro pezzi della cornice della cella, monolitica coi lacunari del soffitto e colla cornice esterna. Il pezzo più importante rinvenuto appartiene a uno dei settori a cuneo corrispondenti agli intercolonni, e servirà a risolvere il problema dello spessore del muro della cella. La cornice della cella non è frastagliata di ornati come quella esterna, e ciò, credo, perchè potesse venire più facilmente lavata.
I successivi restauri del sacrario di Vesta non mantennero la tradizione del materiale primitivo, come nella casa Romuli o tugurium Faustuli, ma gli conservarono lo schema architettonico della capanna rotonda, a pareti intessute di vimini, lento vimine textus, ed a pali ritti di legno che servivano per sbarrare la capanna e procurarle un protiro coperto. Esso era il principale sacrarium della Regia, non un femplum; conteneva il fuoco sacro, e poteva venire ricostruito incombustibile, a cupola di pietra, curvo tholo, rivestito di bronzi siracusani, o coperto di tegole squamate dal vertice.
Parziale Ricostruzione del Saerario di Vesta.
Progetto
Stampe antiche1926
Progetti di restauro del Tempio di Vesta
1904
Rcisotruzione del Tempio di Vesta
Das Forum romanum
1904
Pianta del Tempio di Vesta
Das Forum romanum
1904
Spaccato ricostruttivo della Casa delle Vestali
Das Forum romanum
1904
Pianta della Casa delle Vestali
Das Forum romanum
1903
Rudero del Sacrario di Vesta
Gli scavi recenti nel Foro Romano
1903
Pianta degli scavi del Sacrario di Giuturna
Gli scavi recenti nel Foro Romano
1900
Pianta del rudere del Tempio di Vesta
1900
Sezione del rudere del Tempio di Vesta
1900
Ricomposizione del Sacrario di Vesta
1900
Platea circolare del sacrario di Vesta
Notizie degli scavi di antichità
1900
Pianta degli Scavi al Foro Romano
Notizie degli scavi di antichità
1893
Foro romano
Corpus Inscriptionum Latinarum
1888
Pianta della Casa delle Vestali
L'antica Roma
1883
John Henry Parker
Plan of Forum Romanum and Via Sacra
The Archeology of Rome
1883
Scavo del Tempio di Vesta
1883
Rappresentazioni del Tempio di Vesta
1883
Particolari architettonici del Tempietto di Vesta
1882
Pianta degli scavi nel Foro del 1882
1871
The Forum Romanum before Caesar
Rome and the Campagna
1871
The Forum Romanum after Caesar
Rome and the Campagna