Informazioni storicheCodice identificativo monumento: 6190
CronologiaIl cardinale Prospero Colonna, signore di Nemi, incarica l'architetto Leon Battista Alberti del recupero delle Navi romane nel Lago di Nemi. Il resoconto dell'impresa è narrato da Flavio Biondo nella sua Italia illustrata: grazie ad alcuni esperti nuotatori genovesi, si esplora la nave più vicina a riva, determinandone distanza e profondità; poi se ne tenta il recupero mediante una piattaforma galleggiante munita di corde e uncini.
« Prospero Colonna il Cardinale, essendo per eredità signore di questi due castelli, Nemore e Cintiano, ed avendo da quelli di Nemore inteso alcuna volta dire che erano in quel luogo due navi annegate, e che non erano così putride, ancorchè se ne venissero a pezzi con le reti che vi si erano a caso alcuna volta impicciate; o colle funi che vi avevano apposta, per tirarle su, attaccate; nè si potevano facilmente così intiere da tutti quei paesani tirare su nel secco; venne voglia al cardinale, studiosissimo delle buone lettere e delle istorie antiche, di voler vedere e sapere a che cosa ed a che proposito si fossero così gran navi gittate in così picciol lago, e circondato d'ogni intorno da altissimi monti; onde fu perciò chiamato Leon Battista Alberti, gran geometra del tempo nostro, che ne ha composti bellissimi libri d'architettura.
Costui adunque fece legare insieme in molti ordini alcune botti vuote, per potervi tenere su, quasi su ponti, alcune macchine, dove erano molti uncini di ferro, attaccati con lunghe funi, e tirate poi su con ingegni da maestri legnaiuoli; e furono condotti da Genova alcuni marinari, che nuotavano come pesci, i quali attuffandosi giù nel fondo del lago sapevano dire la grandezza delle barche, e quante fossero le intiere o le rotte, e vi attaccavano poi quei tanti uncini di ferro.
Essendone dunque legata una nella prora, e tirandosi su si spezzò, e ne venne solo una parte; per la quale vennero da Roma i più belli ingegni della corte romana per vedere come era fatta. Essa era composta tutta di tavole grosse tre dita di un legno chiamato larice; e tutta intorno al di fuori era coperta d'una. buona colla di color giallo, o purpureo; e sopra questa vi erano tante piastrelle di piombo, chiavate con spessi chiodi, non di ferro, ma di bronzo, che mantenevano la nave e la colla intiera e la difendevano dall'acqua e dalle pioggie.
Di dietro poi era talmente fatta, che non solo era sicura dall'acqua; ma si poteva dire e dal ferro e dal fuoco. Era prima sopra il legno tutto disteso di buona creta, sparso tanto ferro liquefatto (sarà stato in altra maniera), che faceva una piastra, poco meno quanto era tutta la nave di tavole; ed in qualche uogo era grossa un dito, in alcun altro due; e sopra il ferro era un’altra impiastrazione di creta; e ci parve di vedere che mentre era il ferro caldo vi fosse su posta la creta; per essere talmente così la creta di sotto, come quella di sopra, afferrata e ristretta col ferro, che pareva ed il ferro e la creta una medesima colla. Mentre che per trarre su detta nave si affaticava ciascuno molto, furono nel fondo del lago trovate alcune fistole, o tubi di piombo, lunghe due cubiti e ben massicce, le quali si vedeva, che erano attaccate l’una all'altra, ed atte a gire molto in lungo.
In ognuna di quelle erano scolpite belle lettere, le quali dimostravano (come pensiamo), che l'autore della nave fosse stato Tiberio Cesare; e giudicò Leon Battista Alberti, che dal bel fonte ed abbondante che scaturisce presso Nemore, e dove sono oggi li molini, si stendessero molte di quelle fistole di piombo infin nel mezzo del lago, per condurre acque in servizio delle case suntuose e belle che noi crediamo che fossero sopra quelle navi edificate. Bella cosa e quasi meravigliosa a vedere i chiodi grandi di bronzo, d'un cubito lunghi, così intieri e così puliti che pareva che allora appunto fossero da mano del maestro usciti »
Il bolognese Francesco De Marchi compie una serie di immersioni nel Lago di Nemi, di cui dà conto nella sua opera Della Architettura Militare. Utilizzando una speciale campana di legno munita di oblò in vetro, che protegge la parte superiore del corpo lasciando libere gambe e braccia e permettendo la respirazione, De Marchi determina le dimensioni dello scafo più vicino a riva e il suo stato di conservazione.
« Non mi parerà fuori di proposito di parlare della barca de Traiano; poichè il Biondo da Forlì, nella descrittione d’Italia e il Faueno nelle antigaglie. di Roma ne hanno parlato senza vederla; ma io che l'ho veduta e tocca con mano, parlarò parte di quello che saprò. Dico che la barca di Traiano è sommersa nel lago di Nemo.
Passa mille trecento quarant'anni che detta barca è nel fondo di detto lago, alla ripa che guarda verso il levante; la quale sta in pendivo nel lago; dove che maestro Gulielmo da Lorena trovò un istromento nel qual'entrava in essa; e se faceva calare nel fondo del lago, dove stava ivi un'ora, e più e meno, secondo l'haveva da fare, overo che il freddo lo cazzava via, con il qual'istromento si può lavorare, con segare, tagliare, turare, ligar corde, adoperar mazzi, scarpelli, tanaglie et altri simili instromenti; ma non se può già fare se non puoca sforza per grande che l'huomo l'habbia, per rispetto dell’acqua che impedisce; ancora se li vede alquanto quando il sole è lucante; come era quando io vi andai, che fu a’ 15 de luglio 1585.
Si vede per un christallo che è d'una grandezza di un palmo: la vista è in questo modo, che una cosa per piccola che sia, par molto grande, dico molto maggiore ch'ella non è a vederla in acqua. Dico che li pesci detti Laterini, che sono in questo lago, li quali non sono maggiori del minimo dito della mano, paiono di sotto grossi come è il brazzo di un huomo e longhi tre palmi; li quali, se io non ero informato di detti pesci me haveriano posto paura per la gran moltitudine, che abbondavano alla volta mia; massime che io portai quattro onze di pane, e una de formaglio con esso meco per magnare; e perchè il pane era duro et nero se sbrizulava, dove concorse tanta moltitudine de pesci che mi cingevano intorno, dove che io era senza braghe m'andavano a piccare in quella parte che l'huomo può pensare, e io con le man li dava, ma non curavano nulla, come quelli che erano in casa sua, di modo che ne vidi uno il quale mi parve molto grosso; e così lo pigliai, e non era più grosso quanto era il mio dito secondo della mano. Io lo portai di sopra; si giudicò che non manco di trenta se andasse per lira di dodeci onze.
Io non portai braghe perchè in Toscana, in tempo del duca Alessandro de Medici, che era mio patrone, essendo andati una volta certi pescatori lungo Arno a pescare, ve ne fu uno, che si tuffò sotto l'acqua, per pigliar delli pesci con mano, che in detta provincia se ne trovano molti che pigliano li pesci sotto l'acqua, il qual si attaccò con le braghe in una radica d'un albero; e così non si potete disciogliere, e restò ivi morto, poichè fu callato il fiume d'Arno, se trovò il detto pescatore attaccato alle radiche per le braghe. Questa fu la causa che io non me le posi, pertanto li pesci mi piccavano volentieri in quella parte, più che nelle altre.
Ancora il maestro Gulielmo mi volle turare le orecchie con del bambaso, con del muscho, e altri odori; ed io non volsi con dire ch’ io voleva vedere se io udiva a chiamarmi, dove fui chiamato molte volte ad alta voce, e non sentiva; et non era sotto l’acqua più di sei canne romane: ma sentiva bene il tuono di doi sassi, che battevano l'uno contra l'altro, sotto l'acqua un mezzo brazzo e più si sentiva doi martelli battere l'un contra l'altro, dico in modo che mi offendevano le orecchie molto forte, e battendo sopra l’acqua più forte non udivo nulla.
Mi disse maestro Gulielmo c'haveva fatto sonare un tamburo sopra lui mentre l'era sotto l'acqua, e che mai l'haveva potuto udire; ma come sotto acqua si faceva romore si sentiva subito. Hora nell'andare giù sotto l'acqua io sentiva una passione nell'orecchie tanto grande che pareva che mi fusse posto un stillo d'azzale, che mi trapassasse dall'una orecchia all'altra: grandissimo dolore io sentii; dico che fu tale che mi si rompete una vena del capo, ch'l sangue mi usciva per la bocca, e per il naso dove che quando io cominciai a battere con il martello nella barca, mi cominciò a moltiplicar il dolore, e abondare il sangue, che fui sforzato a dare il segno, e farmi tirare di sopra; quando io fui di sopra, che io fui fuori dell’instrumento, era tutto sangue il giupone bianco, ch'io haveva a dosso, il quale era così sutto da mezzo brazzo adietro come era quando io entrai nell'instrumento de più haveva un capello di seta cremesina, con una quantità di penne bianche, le quali erano così sutte, come erano quando io entrai nel lago; e per segnale i miei compagni me le tolsero per memoria.
Era maestro Leonardo da Udine, valente architetto, il quale misurò tutta Roma dentro e fuori e la pose in istampa con tutti li monti e theatri et tempi], strade e altre cose segnalate, al quale io aiutai forse sei mesi per mio piacere, e per più imparare. Vi era un suo figliuolo detto Thesiofonte, che era musico; vi era un gentil'huomo romano detto Messer Hippolito Mataleno, sonator eccellente di liuto. Vi era maestro Gulielmo con doi suoi servitori, questi io nomino per contrasegno.
Io steti mezz'hora di horologio la prima volta sotto l'acqua, et haveva portato l'horologio con me per veder il tutto, e da poi che io fui di sopra, saltai nel lago a notare, e subito ch'io presi acqua in bocca, e che hebbi bagnato il capo, si fermò il sangue, che non usciva nè dal naso nè dalla bocca, poi volse tornare un'altra volta a basso: dove mi posi le braghe, e mi turrai l'orecchie con bombace muschiato et non mi diedero più noia li pesci, nè sentij più quel dolore nel capo, dove stetti un'hora a basso, e ligai una parte della sponda della barca, la qual con un'argano che havevano di sopra in su un ponte di botte, trassimo tanto di questo legname che haveressimo potuto cariricare doi buonissimi muli, il qual legname era di più sorte; v'era larice, pino, cipresso; così fu giudicato in Roma da tutti gli valent'huomini.
Poi vi eran certi cavigli, li quali erano di rovere, e venati così neri che parevano di ebano; et questo era per il gran tempo che erano stati sotterrati, ma erano sani come il resto del legno. Vi erano ancora delli chiodi di ferro li quali dimostravano di essere stati grossi quanto è il dito grosso della mano d'un huomo, et erano tornati sottili come una penna d’'occha da scrivere; e per la ruggine s'erano assottigliati e scurtati.
Verano poi altri infiniti chiodi di metallo, li quali erano tanto lucenti e intieri che parevano che fossero fatti quella settimana, li quali chiodi erano di infinite misure, cominciando alla lunghezza di doi palmi, venendo diminuendo come le canne d'un organo sì de lunghezza come di grossezza; tanto che venivano alla lunghezza del dito minimo della mano; ma è ben vero che li più piccoli havevano più largo il capo, come è una di un terzo di scudo di argento, e sotto vi erano certi raggi di rilievi a similitudine di una stella; li quali chiodi erano posti per di fuori della barca, e quelli tenevano le lastre de piombo e la vela di lana coperta d'una mistura che sapeva di buono, e ardeva facilmente, questa era tra le sponde della barca e il piombo; li detti chiodi erano lontani l'uno dall’altro quanto è la palma della mano, gli altri chiodi erano confitti nell’incatenatura delli legnami, che tenevano la barca serrata, dove più era pericolo di non aprirse.
Quelli di ferro erano posti in certi luoghi, che ancora che mancassero, non perciò si poteva aprire la barca. Quelli di legno erano tra certe tavole delli coperti delle camare. Le tavole che facevano il fondo, e sponde, e ogni brazzo vi era una commettitura di legno larga quattro dita, che entrava in l'uno e l’altro tavolone, che teneva serrate le tavole insieme, dove erano di questi cavigli di rovere, che passavano quelli legni, che serravano le tavole insieme, ma non riuscivano fuori delle sponde, le quali sponde erano di tavoloni grossi sei dita chi più e chi meno.
Quelle da basso erano più grosse che quelle di sopra; poi il panno che vera sopra con quella conza, mostrava di non essere stata sottile. Poi le lamme di piombo erano poste sopra in doi modi; da mezzo in giù erano poste doppie, e da mezzo in su sempie, ma sopraposte tutte l'una all'altra.
Alla congiontura erano grosse le piastre quant'è la costa d'un cortello ordinario, più presto più che meno; e dette lassere erano di fuori inchiodate nelle sponde della barca. Dentro della barca v'erano delli pavimenti de matoni di tre palmi per ogni verso, e grossi quattro dita, li quali erano rossi come è un carmesino.
Ancora cavassimo un pezzo de smalto di un pavimento, il quale era rosso e di bel colore; era cinque palmi per un verso, e otto per l'altro, grosso un mezzo palmo. In detta barca si vedevano certe scurità, le quali erano le camere del palazzo, che qui era edificato sopra questa barca, dove non mi attentai di entrarvi per paura di non mi perdere; e ancora per il pericolo dell’instromento che se per sorte l'huomo cadesse e non restasse dritto subito saria morto, per l’acqua che entraria nell'instromento con tanta velocità, ancora perchè pesa assai bene; ma quando fusse uno che sapesse notare o havesse animo, potria lasciare l'instromento a basso, e venire di sopra; come faceva il maestro spesse volte.
Il maestro diceva che ancora egli haveva paura a entrare in dette camare, perchè se cadeva era necessario lassar l'instromento, ma trovare la porta di riuscire era il fatto. Il provare con una corda, e tornare per essa hebbi una volta a restarvi, perchè hebbi a cader giù per una scala. Dove che 'l s'avisò di voler levar detta barca per di fuori andandola disfacendo. Mi disse che vi sono delli travi di metallo, ma io non gli ho veduti.
Trovassimo in quel giorno certe tanaglie che erano attaccate a certe catene della nave, che altri havevano voluto rompere, e cavare della barca; ma mostrava che restassino, per la corda, che si rompesse; come si fece a noi, che attaccassimo un travo con una corda grossa che pareva da nave, e con un argano e un mollinello voltavamo per cavar una quantità di questa barca.
Eravamo sedici huomini a girar l'argano; la gomena si rompè e non potessimo far nulla; e per segnale gli huomini erano di Gianzano che andavano ad Alba longa che v'era una divotione della Vergine Maria.
Ancora trovassimo delle ancore, o cose fatte a somiglianza di ancora, quali adoperavano nel tempo del Biondo historico per cavare di detta barca. Vi sono altri c'hanno parlato di detta barca, che con barche o ponti vi andavano sopra e gittavano a basso instromenti per cavarne; e di quel poco che cavarno ne fecero mentione per iscrittura.
Ancora si trovò in esso un pezzo d’un canone di piombo, grosso tre dita; e haveva tanto di vacuo, che vi entrava il pugno della mano dentro.
Misurassimo ancora la barca in questo modo: pigliassimo una corda e l’attaccassimo da un capo, poi se andò giù dall'altro capo, e si faceva il medesimo con tirare la corda. La barchetta veniva al dritto di sopra, dove l'era attaccata, poi tirassimo una corda sottile da una barca all'altra, e segnassimo la distanza dall'una all'altra, poi segnassimo la corda al pari dell'acqua, quella che era attaccata alla barca, venivano poi al mezzo di questa corda, he andava per la lunghezza, mi affondava, e l’attaccava alle sponde, con tirare le corde; le barchette andavano sopra le sponde, e de qui si tirava un filo da una barchetta all'altra, e sì pigliava la larghezza di modo che con misurare la profondità delli capi, venevano a veder quanta dependenza haveva la barca, e così calcolavammo.
La lunghezza è canne sessanta, la larghezza è canne trentacinque, l'altezza dal fondo alla cima della sponda canne otto. La misurai a questo modo. Attaccai una corda alla sommità della sponda nel mezzo; e poi andai per insino al fondo, e segnai tutto questo con diligenza, e feci per saper parlar della barca di Traiano.
Io me ne portai un gran pezzo a Roma; dove pigliai ogni sorte di chiodi e li pesai, e misurai, e ne presi un palmo requadrato, e pesai il piombo sempio, e altrettanto feci del doppio, e un palmo della sponda e tolsi la grossezza, e il peso; ma questi tali pesi e misure mi furno rubbati con molti chiodi, con pensar di trovar in iscritto il modo come è fatto l'instromento d'andare sotto acqua, e starvi una, o doi hore: ma la gli venne fallata, che non lo trovarono, perchè con sacramento ho tal secreto di non lo mostrare mentre vive maestro Gulielmo inventore di tal'instromento al quale uscisse il fiato d'esso, e non entra l'acqua, senza spiracolo sopra l’acqua, cosa ingeniosissima da sapere.
Questo modo di star sotto acqua può servire a più cose, si come l'uomo si può imaginare. Io le tacerò: perchè se io volessi scrivere a quanto possa esser giovevole tale inventione scriveria molto: ma sol dirò che a conoscere li fondi sotto l'acqua, e a legare alcuna cosa per tirare de sopra, e trovare quello che non si può vedere nè toccar con mano in altro modo, per quanto io habbia potuto trovare, nè in iscritto nè in fatti.
Ancora faccio sapere che detta barca è in detto lago, solo una minima particella vi manca, che manca che maestro Gulielmo levò via; e quella che io cavai. Et di questa barca de Traiano tanto ve ne sia detto. »
Il cavaliere Annesio Fusconi al cospetto di un folto pubblico, utilizzando una campana di Halley dotata di una pompa d'aria, raggiunge i relitti delle navi romane nel lago di Nemi e asporta marmi, smalti, mosaici, frammenti di colonne metalliche, laterizi, chiodi:
«Immensa quantità di legname, di ferro e di piombo fu all'uopo fatta trasportare da Roma a Genzano, e quindi alla sponda del lago, e sotto la sua disciplina furono con assai precisione eseguiti i lavori. Costruita una zattera su molte botti vuote, della quale è dato il disegno nell’opuscolo sopra citato, la fece fermare a 50 palmi dalla spiaggia, in quella parte del lago verso ponente ove si supponeva giacere la nave; ed il giorno 10 di settembre si diè cominciamento all'impresa al cospetto d'innumerevole moltitudine.
Discesi i marangoni nella campana poco stante diedero il segno, e tratti fuora mostrarono alcuni mattoni intelarati di ferro coll’iscrizione 770. Caes., e varî chiodi di metallo, plaudendo quanti erano ivi adunati.
Nei susseguenti giorni feriali si fece il medesimo, fino al dì 28 di quel mese, che fu l'ultimo giorno dei lavori. In quel giorno si legò un oggetto tondo di metallo, non avendolo saputo descrivere i marangoni, e strappatesi le gomene, non fu potuto estrarre.»
Intanto il Fusconi si trovò nella impossibilità di continuare, « stante le pioggie precocemente cadute in quell'anno, che avevano le acque del lago raffreddate per forma, da non potervi i marangoni tollerare la troppo bassa temperatura ».
E così avvenne che non si estrasse a pezzi tutta la nave, come erasi posto in cuore di fare il signor Fusconi, il quale non potè poi rimettere mano all'opera nella nuova stagione, perchè durante il verno fu depredato ogni materiale.
Il materiale ripescato da Fusconi fu tutto salvato. Anzi una parte di esso per consiglio dell'illustre Accademia di s. Luca l’eminentissimo cardinale Camerlengo acquistò pei Musei Vaticani, ed un'altra parte fu conservata come proprietà del Fusconi nei magazzini di uno dei palazzi del sig. don Alessandro Torlonia, duca di Ceri, e del suo degnissimo fratello don Carlo, che furon a lui di tanto favore cortesi.
Furono acquistati pel Museo Vaticano i seguenti pezzi: Un capitello di colonna di metallo; Due tondi di pavimento, uno di porfido orientale e l’altro di serpentino; Un tavolone di terracotta con graticola di ferro annessa; Simile con quattro impronte negli angoli; Un frammento di graticola coll'epigrafe: Tib. Caes.; Trave lungo palmi 14 con 14 chiodi di rame con testa dorata; Altri chiodi di rame e ferro, sciolti, di svariate grandezze; Due tubi di terracotta per la conduttura dell'acqua; Due travi di larice insieme congiunti con grossi chiodi di ferro, della lunghezza ciascuna trave di palmi 74, della larghezza di circa 2 palmi, e della grossezza di once 14.
Gli altri oggetti ripescati dal Fusconi furono da lui descritti così: Una trave di larice, lunga palmi 14 con 20 chiodi di rame a testa dorata, cui è annessa una tavola che mostra aver fatto parte di un soffitto di una stanza. Fu comprata dai padri Gesuiti che la collocarono nel loro Museo nel Collegio romano; Quaranta tavolini di terracotta, di tre palmi in quadro, grossi 4 once, due dei quali intelarati di ferro, e tutti intieri da potersene formare il pavimento di un gabinetto, acquistati da S. E. il sig. don Alessandro Torlonia, adoperati per un gotico gabinetto nel suo palazzo in piazza di Venezia; Settanta tavolini di larice ed abete, lunghi palmi 22, larghi palmi 1 2/3, alti once 4, ottimamente conservati e proprî a formare ogni maniera di masserizia di nobile appartamento, di recente comprati dal sunnominato sig. duca Torlonia, per farne l'uso che in seguito saprassi; Una trave di abete, lunga palmi 18 con varî frammenti di chiodi di metallo; Molti pezzi di marmi di varie specie, di smalti e di musaici, con altri fondi di porfido; Parecchi pezzi di tavole e travi, con parte dei quali il sig. Fusconi fece lavorare a pulimento bastoni, canne da fumare, tabacchiere, segretini, cassettine da viaggio, libretti, ricordini ecc., per mostrare come quei legni per tanti secoli maturati sott'acqua, abbiano sì bella grana e venatura da disgradarne il mogano.
La nobilissima Casa Orsini, con atto rogato il 20 marzo del volgente anno, diede al sig. Eliseo Borghi il permesso di ripigliare le indagini a ricerca di antichità nell'area del famoso tempio di Diana sulla sponda del lago di Nemi. Con queste nuove ricerche si rimisero in luce parecchi oggetti, tra i quali alcuni vasi di marmo con rilievi pregevoli, ed un'iscrizione dedicata dagli Aricini all'imperatore Adriano, ed altre cose che si vanno pubblicando a mano a mano nelle Notizie degli scavi.
Ma poichè arrideva la speranza di maggiori trovamenti, il sig. Borghi venne a nuovi accordi colla stessa Casa dei Principi Orsini, e ne ottenne la facoltà di estendere le indagini nel lago di Nemi, il quale, come è noto, è privato possesso di quella principesca famiglia. Si riparlava della famosa nave di Tiberio colà sommersa, ed alcuni pescatori affermavano conoscerne con esattezza il sito, poichè quivi appunto rimanevano impigliate le loro reti.
Felice Bernabei
Il nuovo contratto tra il sig. Eliseo Borghi e la nobilissima Casa Orsini per avere licenza di ricercare antichità nel lago di Nemi fu firmato il giorno 22 del settembre scorso; ed il permesso governativo fu rilasciato il giorno 8 di ottobre. Tuttavolta per la storia esatta di queste ricerche devo ricordare, che le esplorazioni nel lago di Nemi ebbero cominciamento alcuni giorni prima che il permesso governativo fosse stato rilasciato. Ma devo aggiungere che ciò non avvenne per proposito di trascurare le prescrizioni di legge, sì bene perchè pareva sufficiente il permesso accordato fino dalla scorsa primavera al sig. Eliseo Borghi per eseguire scavi nei beni della Casa Orsini nel comune di Nemi.
In fatti il 25 settembre fummo avvertiti che il giorno susseguente avrebbero avuto principio i lavori col palombaro; e poichè si fece allora osservare che per essere perfettamente in regola conveniva chiedere uno speciale permesso; e poichè è da tutti ritenuto che il lago di Nemi è privato possesso della famiglia Orsini, che ha perfino le chiavi dell’emissario, il permesso fu accordato.
Felice Bernabei.
Con il permesso della famiglia Orsini e con il contributo dello Stato, Eliseo Borghi effettua una serie di immersioni per recuperare parti delle navi romane di Nemi. Avvalendosi della collaborazione di un provetto palombaro, sono recuperati: una ghiera di un timone, le teste feline, rulli sferici, rulli cilindrici, cerniere, filastrini in bronzo, tubi di piombo, tegole di rame dorato, laterizi di varie forme e dimensioni, frammenti di mosaici con abbellimenti in pasta di vetro, lamine di rame e 400 metri di fasciame e travi.
« Essendomi stato riferito il giorno 3 di ottobre che, incominciati i lavori di saggio, si erano scoperti alcuni bronzi, andai a Genzano il giorno successivo, e fui colpito dalla meraviglia, vedendo il bellissimo bronzo circolare, che qui è stato rappresentato (fig. 1). È la parte superiore di una colonna di ormeggio, e consiste in una grande ghiera di bronzo, sagomata in giro, e tornita sopra con modanatura, dalla quale da un lato sporge una maschera leonina, che ha in bocca un anello. Misura m. 0,30 di altezza, ed ha il diametro di m. 0,43. Evidentemente era infissa in una colonna di legno, come dimostrasi dagli avanzi del legno marcito, che rimangono nell'interno del cilindro.
Era la prova più evidente che in quel punto doveva essere sommerso un galleggiante; altrimenti non avrebbe potuto avere spiegazione alcuna l’oggetto ripescato; ed era manifesto che, se questo galleggiante doveva essere in rapporto con la colonna di ormeggio, esso doveva appartenere al primo secolo dell'impero; perocchè all’arte mirabile di quel tempo deve essere ascritto il bellissimo bronzo recuperato.
Vidi alcuni pezzi di legno infradiciato, e vari chiodi, e senza cominciare ad indagare se si trattasse di barca di Cesare o di Tiberio, e quale forma avesse avuta, riconobbi essere necessario disporre tutto in modo di poter seguire il corso di questi lavori colla massima cura.
Però, o fu presunzione la mia, ovvero mi c' indusse l'esame del materiale che subito dopo fu raccolto, certo è che fin dal principio credei assai probabile che il galleggiante anzi che di una nave avesse avuto la forma di una zattera, e che ai quattro angoli fossero state collocate colonnette per ormeggi, con la testata chiusa in cilindri di bronzo, come quello ritrovato. Non era venuto fuori nessun pezzo che accennasse a curvature quali avrebbero dovuto convenire ad una nave; e poi lo stato di soverchio deperimento con cui si presentavano le cose raccolte dava indizio di compagine di non grande spessore, e che, rimasta tutta circondata dalle acque, si fosse totalmente disfatta. Ma non tardai a riconoscere che questa supposizione non era da accettare.
Date tutte le istruzioni alla guardia degli scavi, sig. Raffaele Finelli, che sempre diede prova di costante diligenza, questi si trovò sul posto il 14 di ottobre, nel quale giorno ebbero principio i veri lavori. Perocchè il sig. Eliseo Borghi, licenziati i primi operai, dei quali erasi servito per i saggi, fece venire un palombaro assai abile, il sig. Pietro Pardi, che lavorò molto nella Spezia, e molto lavorò pure nel porto di Civitavecchia, dove per conto della casa Cancellieri ebbe grandissima parte nell'impresa di rimettere a galla un vapore affondato.
Ed il giorno 14 fu scoperta una testa di lupo, di grandezza maggiore del vero, la quale formava la testata di una trave rettangolare, ed aveva tra i denti un grosso anello come vedesi nella rappresentanza che qui se ne offre (fig. 2). La scatola è alta esternamente mm. 218, larga mm. 202, e profonda mm. 245. Un'altra simile fu scoperta poi in questi ultimi giorni, della quale è bene dare anche qui la rappresentanza (fig. 3). La scatola è alta esternamente mm. 195, larga mm. 170, profonda mm. 186.
Il giorno seguente, 15 ottobre, fu ripescata una bellissima testa di Medusa, essa pure di bronzo, da servire parimenti come testata di una trave rettangolare (fig. 4). La scatola, ove si incastrava la testa della trave, è alta esternamente mm. 258, larga mm. 288, e lunga mm. 295. Ed essendo stato avvertito per telegrafo, corsi subito sul luogo della scoperta, accompagnato dai colleghi prof. Giuseppe Gatti ed architetto conte Adolfo Cozza, e dal disegnatore sig. Stefani, per esaminare meglio le cose, ed essere quindi in grado di fare a V. E. le migliori proposte.
Rimanemmo pieni di ammirazione per questi bronzi, e credemmo pure essere finalmente riusciti a vedere una delle così dette graticole iscritte ricordate dal Nibby; perocchè ci si parlava di una inferriata (sic) che era stata depositata nel palazzo di Nemi. Ma fattala portare, riconoscemmo essere una bellissima transenna clathrata, fusa tutta di un pezzo (fig. 5). È alta m. 0,58, larga m. 1,13.
Vedemmo altresì due pezzi di una centina di arco in lastre di bronzo, i quali si ricommettono nel modo che qui vedesi raffigurato (fig. 6). Hanno la costante altezza di mm. 275, e la larghezza che da mm. 275 sì riduce a mm. 180. Esaminammo poscia alcune lastre di rame, piegate a tegole ed embrici. Una di esse, che è qui rappresentata (fig. 7), è larga mm. 830, lunga mm. 480, ed ha lo spessore di un millimetro e mezzo.
Poscia attirò la nostra attenzione una quantità di paste vitree e di lastre di porfilo e di serpentino, tagliate con estrema sottigliezza, cose tutte che dovevano servire in un pavimento a musaico di commesso (opus sectile), eseguito con sommo artificio, e di mirabile effetto. Anzi come effetto sembrava che quel pavimento avesse vinto i bellissimi che si attribuiscono al palazzo di Caligola sul Palatino, secondo che sappiamo dai saggi che con questa indicazione si conservano nel Museo Nazionale Romano alle Terme di Diocleziano, e che provengono dalla raccolta palatina.
Imperocchè a questo musaico nemorense era aggiunto l’ornamento delle paste vitree per lo più a zone costolate di bianco, di rosso, di verde e di nero, mentre nei pavimenti settili del Palatino il lavoro era condotto a soli marmi. Vedemmo poi una lastra di rame, coi lembi tagliati ad archi di cerchio, di curvatura eguale a quella riscontrata nelle pelte di porfido e di serpentino, il che dimostra che agli ornamenti in musaico faceva da fondo il rame lucente.
Ma non potemmo venire a nuove conclusioni sopra la forma del galleggiante, solo essendoci sembrato probabile che fosse stata una grande zattera, come in principio aveva supposto, però colla differenza che ne fosse escluso il cilindro di bronzo che fu il primo ad essere trovato (fig. 1), e che, non accordandosi con la forma rettangolare della scatola finiente a testa di lupo, ci parve piuttosto convenire ad una colonna di ormeggio collocata sul navale o sulla banchina.
Ci parve inoltre che con le lamine di rame formanti la centina di un arco, e portanti superiormente sporgenze che bene avrebbero potuto servire per innestarvi altri membri di copertura, ci si offrisse un documento da provare che in mezzo al galleggiante fosse stata costruita un’ edicola, alla quale avrebbe potuto convenire l'ornamento della testa di Medusa; giacchè servendo anche questo per la testata di una trave, bene avrebbe potuto essere posto come pagmento di uno dei mutuli, sopra i quali avrebbe dovuto riposare l'arco di quella edicola.
Scendemmo sul luogo della scoperta, che è a circa 60 metri a sud della « casetta dei pescatori » sulla sponda del lago di Nemi dalla parte di Genzano. Quivi a circa 150 metri dalla riva furono posti due barconi da ponte, e sopra di questi fu costruito un cavalletto da cui pende il tiro, che si fa scendere nell'acqua per cavare i grossi pesi.
Le notizie nuovamente raccolte, coordinate coi fatti che avevamo potuto notare, ci confermavano nella conclusione che in quel luogo fosse rimasto affondato un galleggiante, di cui sì conservavano solo i metalli adoperati nella contessitura e nell’ornato, ed i marmi e le paste vitree che ne formavano il pavimento. La parte lignea appariva tutta marcita e deformata, salvo un piccolo pezzo che non si mostrava così corroso come .gli altri, ed era stato abbandonato dentro la casa dei pescatori. Ma fu dato ordine ;alla guardia di farlo gelosamente custodire con tutti gli altri pezzi di legno, c con la cura medesima con cui si custodiscono i metalli. Furono pure rinnovate tutte le istruzioni circa il divieto di usare ferri o mezzi violenti.
Tornato in Roma il giorno 18 ottobre, ebbi l'onore d’'informare di tutto l'E. V., la quale, mostrando somma premura per questa importantissima scoperta, e manifestandomi il desiderio di volersi recare ad esaminare le cose sul luogo, raccomandò la massima diligenza nel seguire l'andamento dei lavori, destinandovi anche altre persone dell'amministrazione nostra, se il bisogno lo richiedesse.
Ed il giorno susseguente mi fu riferito correre la voce che il Ministero permettesse opere condotte senza garanzia di sorta; nè mancò chi affermasse che il Ministero permetteva lo sfasciamento della nave. Fatta venire in Roma la guardia Finelli il giorno appresso, cioè il 20 ottobre, e chiesto se negli ultimi due giorni i lavori non fossero stati eseguiti con le debite cautele, seppi dal Finelli che i lavori erano stati fatti sempre nel modo istesso, e si era lavorato anche nella mattinata di quel giorno, in cui era stata rinvenuta una bella maschera di leone in bronzo, essa pure per testata di trave (fig. 8). La scatola esternamente è alta mm. 250, larga mm. 425, lunga mm. 240.
Vi è rimasto un pezzo della trave di cui questa maschera formava l'estremità, e sopra questo pezzo è tuttora infisso un chiodo di rame, che pure offre un dato prezioso per gli studi di reintegrazione.
Ma soggiunse il Finelli che se i lavori procedettero in modo non riprensibile fino a quel giorno, vi sarebbe stato pericolo pei giorni seguenti; perocchè l'impresa aveva fatto osservare essere impossibile attendere al recupero delle ‘antichità lasciando al palombaro il solo uso delle mani. Era quindi in animo dell'intraprenditore far adoperare un palo di ferro a punta piatta e bipartita, o come suol dirsi a zampa di porco, per farne leva e distaccare i pezzi.
Diedi ordine al Finelli di tornare immediatamente a Nemi e di ricordare al sig. Borghi o chi per lui che il Ministero avrebbe fatto sospendere immediatamente i lavori, se si procedesse contro le istruzioni date.
Fu inoltre avvertito il Finelli di attendere con tutte le precauzioni possibili a che non avvenissero inconvenienti, e di badare che per nessun verso rimanessero vane le prescrizioni governative; perciocchè avrebbe potuto facilmente succedere che il palo di ferro fosse gettato nell'acqua quando il lavoro giornaliero fosse stato sospeso, e la guardia fosse andata via, e si riprendesse poi il palo e lo si adoperasse sott’ acqua, senza che la guardia se ne potesse accorgere.
In questo caso avrebbe il Finelli dovuto esercitare la più scrupolosa attenzione sopra il modo con cui fossero consegnati gli oggetti dal palombaro, ovvero fossero tirati su colle corde, dovendo la guardia rimanere costantemente sui pontoni, assistendo al vestirsi del palombaro, e non andandosene se non dopo che il palombaro si fosse rivestito dei suoi abiti. Nel caso che qualcuno degli oggetti estratti mostrasse. rottura o segno alcuno di violenza o di strappo, il Finelli avrebbe dovuto far sospendere i lavori, ed avvertire noi telegraficamente.
E la sera di martedì 22 il Finelli telegrafava che i lavori non procedevano come avrebbero dovuto, e che pel divieto di usare mezzi violenti l'impresa protestava. Partii immediatamente, accompagnato dall'architetto conte Cozza, e fui a Genzano in quella stessa sera, dove conferii con la guardia. Seppi che quando giunse da Roma il Finelli la mattina del giorno anteriore, cioè il lunedì, i lavori erano già incominciati e si incominciava ad usare il palo di ferro; ma egli volle che rigorosamente fossero adempiti gli ordini; ed il palo fu messo da banda. Nondimeno la mattina di martedì cominciarono proteste da parte dell'impresa; e, siccome trattavasi di tirare su una lunga trave, egli vide che, legata che fu questa trave alla catena, fu scossa la catena eccessivamente, col proposito di produrre l’urto che facesse levare a pezzi la trave stessa. Il Finelli protestò, dicendo che avrebbe telegrafato, come infatti fece.
Di quanto egli asseriva avrei potuto avere la prova esaminando la trave, che era stata collocata entro la casa dei pescatori. Mercoledì mattina, prestissimo, scendemmo sul lago, per trovarci colà prima da incominciassero i lavori, ed essere in grado di esaminarne gli apparecchi ed il procedimento.
Non era ancora arrivato il palombaro, che avviatosi dopo di noi, ci raggiunse poco prima della casa dei pescatori. Quivi trovammo il sig. Ballerini, che rappresenta gli interessi del sig. Borghi, ed un giovine che reputo sia stato posto dal sig. Giovanni Tittoni, intendente di Casa Orsini per curare gl’interessi di quella famiglia. Dimandai del sig. Borghi e del sig. Tittoni; e mi fu risposto che erano partiti per Roma; e qualcuno aggiunse che erano andati a Roma unicamente per parlare con me, dopo le proteste fatte dalla guardia.
Esaminai il pezzo di trave estratto il giorno precedente, che veramente in una parte mostrava i segni della spezzatura, e confermava la violenza di cui la guardia Finelli aveva parlato; ed al palombaro ed al sig. Ballerini ripetei gli ordini severi che V. E: aveva impartiti. Questi signori sostenevano che la trave si spezzò da sè, a causa dello squilibrio nel tirarla; ed altre cose vollero dire per far credere essere stata esagerazione nel racconto della guardia. Ma il palombaro non negava di aver voluto adoperare il palo di ferro, che subito aveva tolto di mezzo.
Per altro non mancava di soggiungere che se dovevano farsi i lavori solo con gli apparecchi e con le forze adoperatevi, sarebbe stato impossibile di continuare, non potendosi mandar su i pezzi della nave con l’opera delle sole mani. Alla nostra presenza fu ripescata un’altra scatola di bronzo con maschera di leone, simile alle precedenti, e che pure qui è raffigurata (fig. 9). La scatola è alta esternamente mm. 248, larga mm. 473, profonda mm. 282.
Cominciava allora a mostrarsi un fatto importante, che ci si rivelava mediante lo studio di questa trave, la cui scoperta riuscì sommamente preziosa per noi. Essa non era del solito legno consunto e deformato, ma in gran parte era conservatissima, e si prestava a molte osservazioni, come risulta dalle note che qui aggiungo, e che per la parte costruttiva debbo alla cooperazione del mio compagno architetto conte Adolfo Cozza. Veramente non trattasi di una trave, ma di una compagine di travi come vedesi nella sezione che qui ne è data (fig. 10).
Si compone di una trave principale (a), alta sulla fronte esterna mm. 246, sulla fronte interna mm. 265, larga mm. 230. La sua base è tagliata con due piani obliqui. Quello della parte interna è largo mm. 112, quello della parte esterna mm. 115. Quest'ultimo conserva gli avanzi del rivestimento calafatato, e ricoperto con lamina di piombo, che è fissata con chiodi di singolare struttura.
Sopra la trave principale posa in tutta la sua larghezza una seconda trave (5), alta mm. 115, fissata con chiodi di rame passanti e ribaditi, e con grandi biette di rovere (fig. 11). Sul davanti di queste due travi si appoggia una tavola fissata con due ordini’ di chiodi, di cui il superiore collega la trave più piccola e l’altro la trave più grossa (fig. 10 c).
Questa tavola è alta quanto le due travi compatte, e grossa mm. 70. Il piano interno, tagliato obliquamente alla base della trave più grande, e che formava un angolo ottuso colla parete verticale, indica l'attacco dello scafo. E ‘ciò è anche confermato dal fatto, che alcuni incastri con biette di rovere, leggermente inclinati, traversavano la trave più grande e si infiggevano nel fasciame. Tali biette erano tenute salde dai cavigli trasversali (fig. 10 a).
Eravamo adunque innanzi ad un frammento di capitalissima importanza pel nostro studio; imperocchè questa compagine di travi apparteneva ad una delle membrature principali di un galleggiante, cioè apparteneva al bordo, e ci mostrava in maniera irrefutabile che questo galleggiante anzi che avere la forma di zattera, era una vera e propria, con propria carena. Altrimenti non avrebbesi potuto spiegare il piano obliquo (fig. 10 a), in cui venivano a trapassare le biette, per infiggersi in una zona inferiore, che proseguisse nella direzione obliqua, colla quale veniva ad indicarsi la curva della carena.
A tale proposito diventava prezioso ciò che l'architetto Cozza osservava ed era confermato dal palombaro, ossia che la linea dei buchi di queste biette (fig. 12), essendo molto vicina allo spigolo interno della trave, non avrebbe potuto corrispondere ad un fasciame semplice, ma ad un fasciame doppio, l'interno più grosso, l'esterno meno, come ci viene indicato dallo spazio laterale che rimarrebbe esuberante. E ciò era in armonia con le dichiarazioni del palombaro, il quale affermava che la carena ha doppio fasciame. Queste conclusioni ebbero poi nuova conferma dalla scoperta di un pezzo di tavolone, appartenente all’esterno dello scafo.
È qui rappresentato nella fig. 13; e mostra anch'esso i segni di essere stato rivestito con uno strato di panno impermeabile, con lastre di piombo sovrapposte, il tutto tenuto fermo da piccoli chiodi di rame, simili a quelli adoperati nel rivestimento della trave del bordo. Questi chiodi sono di forma singolare, che merita di essere conosciuta. Hanno la capocchia del diametro di mm. 80 (fig. 14); e sotto di questa appariscono rilievi lineari a croce (c), intramezzati di globetti, il tutto ottenuto sulla forma ove la testa del chiodo venne martellato, allo scopo di produrvi sporgenze, che giovassero a comprimere maggiormente lo strato di piombo, ed a farlo meglio aderire intorno alla spina.
Nasceva subito il desiderio di conoscere se la parte inferiore di questo galleggiante si fosse realmente svolta a tutta linea curva; ossia vi fosse stata una vera e propria carena, ovvero vi fosse stato il fondo piatto; in altri termini nasceva il desiderio di sapere se eravamo dinanzi ad una nave nel più stretto senso della parola, ovvero innanzi ad un pontone, inetto a navigare, ma capace di sostenere grandi pesi.
Ed a risolvere il quesito interveniva l'affermazione del palombaro, il quale diceva trattarsi di vera nave, con propria carena, munita non solo della chiglia ma anche della sopracchiglia, coi proprî madieri e stamenali non senza il rinforzo dei paramezzali; il tutto coordinato insieme secondo le buone regole dell’arte.
E l'asserzione del palombaro appariva maggiormente dal fatto che alcuni anni or sono quivi ai pescatori rimase impigliato nelle reti e fu da essi tratto a riva un frammento di trave, lungo m. 2,60, largo mm. 275, il quale bene potrebbe convenire al dritto di prua. Perocchè vi si vedono conservate due facce opposte, ove si mantengono alcuni pezzi del rivestimento calafatato, e pezzi delle lamine di piombo, il tutto tenuto fermo dai solidi chiodetti di rame, come risulta dal disegno che qui se ne aggiunge (fig. 15).
Seguivano poi i legni che potevano convenire alle contessitura del ponte, tra i quali merita ricordo un pezzo di trave, lungo m. 4,90, con buco rettangolare per incastro (fig. 16). In questo buco, combaciandovi esattamente, entra il dente rilevato nella testata di un ritto, di cui fu pure recuperato un frammento che misura in altezza mm. 470 (fig. 17). Appariva probabile che questo ritto avesse appartenuto alla costruzione sopra la coperta. Era poi manifesto che nella trave (fig. 16) si dovesse riconoscere uno dei bagli, che costituivano la travatura del ponte.
E poichè corrispondevano alle misure di questa trave o baglio le misure della scatola di bronzo con le teste di lupo, ne derivava la ipotesi che alla testata di siffatte travi fosse stato applicato quell'ornamento. All'estremità dei bagli sembra fosse stata disposta una lungarina, la cui esistenza ci sarebbe rivelata dal chiodo rimasto infitto nella testa del baglio a cui fu applicata una delle scatole con maschera di leone (fig. 8). Stando alla sporgenza del detto chiodo la lungarina doveva avere l'altezza di mm. 95. Sopra questa lungarina si elevavano forse le transenne di bronzo, una delle quali, recuperata sul principio di queste indagini, fu rappresentata superiormente (fig. 5); ed in mezzo a queste transenne dovevano poi trovar posto i pilastrini di bronzo, come sappiamo dai pezzi che se ne ebbero, uno dei quali è qui raffigurato (fig. 18). Ha la larghezza inferiore di mm. 69; ma non ne abbiamo l’altezza originale. È presumibile per altro che questa non avesse oltrepassato i mm. 580; tale essendo l'altezza delle transenne, colle quali i pilastrini dovevano essere uniti. »
Felice Barnabei.
Durante la campagna di esplorazioni subacque nel Lago di nemi, viene individuata la seconda nave romana.
Relazione di Felice Bernabei sulle Nuove scoperte di antichità nel lago di Nemi:
« Il punto in cui questa seconda nave fu riconosciuta venne indicato con la lettera B nella pianta generale del lago e dei suoi dintorni, che fu unita alla relazione ora citata (p. 31; cfr. Notizie 1895, p. 389).
Le nuove indagini principiarono il giorno 18 di novembre. Allora il palombaro dell'impresa Borghi lasciò di lavorare presso la prima nave, ed andò un poco più a sud per fare delle esplorazioni che furono subito coronate dalla buona fortuna. Tolgo dal giornale della guardia Raffaele Finelli le notizie seguenti intorno a questa nuova ricerca.
18 novembre. Alle ore undici il palombaro ha smesso di lavorare presso la barca; e fino alle tredici gli operai tutti, cioè tre aiutanti e tre manuali, in due barche sono stati impiegati ad una ricognizione verso sud del lago, alla ricerca di altra nave, che al dire del pescatore Giovanni Medella, affittuario del lago, trovasi quivi sommersa. Le ricerche fatte oggi a tale scopo hanno dato risultato negativo.
19 detto. Anche oggi si sono fatti i lavori di esplorazione incominciati ieri, e sono stati proseguiti nei punti sud e sud-est del lago; e sino alle ore tredici i punti esplorati hanno dato risultato incerto. Questi punti sotto i quali i marinai hanno creduto esistere qualche cosa, sono stati da me contrassegnati; e, se i risultati affermativi vi saranno, sarà mio dovere di indicarli.
20 detto. Anche oggi nelle prime ore del mattino si è continuato il lavoro di ricognizione interrotto ieri; e verso le dieci eravamo al punto del lago che ci fu detto da alcuni essere indicato col nome « Sasso di Germanico», cioè ad un 400 e più metri a sud del sito ove trovasi la nave affondata, a circa 150 metri discosto dalla riva; e qui il palombaro ha avvertito a diciannove metri di profondità esservi un’altra nave. Ritornato sotto per verificare meglio, è venuto nuovamente su, ed ha confermato che quivi è un'altra nave, senza traccia di marmi, musaici e bronzi, ma molto grande.
Verso le ultime ore del lavoro è stato tirato fuori: Legno. Due travi fermate con chiodi e fasce di ferro, distanti l'una dall'altra m. 2,85, largh. mm. 100, dello spessore di mm. 3. Le tracce di queste fascie sono tre. Una delle travi è lunga m. 13,50, larga m. 0,25, alta m. 0,31; l'altra è rotta, e ne rimane un pezzo, lungo m. 9,45, largo m. 0,25, alto m. 0,35. Rame. Tre chiodi simili a quelli rinvenuti i nave, lunghi ciascuno m. 0,40. ,
22 detto. Si sono ripresi i lavori nella seconda barca, ed alla profondità di n m. 20,50 è stato ripescato: Brronso. Una testata di trave a forma di rettangolo, sulla cui superficie, e sopra un piccolo ripiano che termina superiormente in linea curva, è impernato un avambraccio con mano, più grande del naturale ed in perfetta conservazione. La testata è lunga m. 0,59, larga m. 0,49; alta da una parte m. 0,20, dall'altra m. 0,23. Il braccio, compresa la mano, è lungo m. 0,59; la sola mano è lunga m. 0,26. La testata suddetta è rimasta ancora conficcata sulla sua trave, della i si è conservato un frammento lungo m. 1,85.
23 detto. Continuano le ricerche al punto del lago ove fu scoperta la seconda nave. Quivi è stato pescato: Legno. Parte di una trave lunga m. 2,80, larga m. 0,60, alta m. 0,27. Altre parti di travi, tra le quali è un pezzo lungo m. 4,00; ma è impossibile misurarne la larghezza è l'altezza originaria, perchè assai consumato. Tutti questi pezzi di travi hanno residui di chiodi di rame e di ferro. Frammento di una costola della nave, lungo m. 2,00: Rame. Cinque tegole, alcune delle quali frammentate, ma simili a quelle rinvenute sull'altra nave. Sono lunghe m. 0,825, alte m. 0,51.
24, 25 detto. Non si è lavorato.
26 detto. Questa mattina sono stati ripigliati i lavori di ricerche nel vanti ove ; di furono lasciati sabato 23 corrente, cioè ove fu rinvenuta la seconda nave. Il numero degli operai è quello degli altri giorni, cioè il palombaro, tre aiutanti e tre manuali. È stato estratto: Legno. Due travi fermate con chiodi e fasce di ferro. Queste sono distanti l'uno dall'altra m. 2,20, e sono larghe m. 0,10, alte m. 0,05. Una delle travi è lunga m. 21,70, larga m. 0,33, alta m. 0,28, ed ha ad una estremità attaccato un pezzo di legno, tagliato a zeppa, e cinque incastri lunghi m. 0,28, larghi m. 0,06, lontani l'uno dall'altro m. 4,27. L'altra trave è lunga m. 8,33, larga m. 0,33, alta m. 0,23; è conservata ad una estremità, mentre dall'altra ha un dente lungo m. 1,22 sul quale vi era altra trave innestata per completare la lunghezza della prima. Altra trave frammentata senza vestigia di chiodi, lunga m. 4,56, alta m. 0,16, larga m. 0,36. Altri frammenti di travi di varie lunghezze, con chiodi di rame e ferro, ma corrosi dall'acqua.
27 detto. Continuano i lavori al punto ove fu scoperta la seconda barca, e colla medesima forza di ieri. È stato raccolto: Legno. Parte di un bordonaro con l’impronta di una fascia di ferro che l’assicurava ad altro bordonaro. Vi si trova infisso un chiodo di rame; e finora è questo il solo bordonaro che ha chiodi di questo metallo. È lungo m. 6,00; largo m. 0,33, alto m. 0,27. Altro bordonaro, rotto nello scaricarlo dalla barca. Ha pure tracce di fasce di ferro e chiodi dello stesso metallo. In uno dei lati si vedono gl'incastri ove erano i puntali, lontani tra loro l'uno m. 2,35, l’altro m. 3,25.
28 detto. Continuano i lavori come nei giorni precedenti. Si è tirato fuori: Legno. Due travi fermate con chiodi e fasce di ferro, le quali vi sì mostrano in due punti, distanti l'uno dall'altro m. 4,18, e sono larghe m. 0,10, alte m. 0,03. Una di queste travi è lunga m. 20,35, larga m. 0,46, alta m. 0,26, ed ha in un lato i segni di tre incastri. Tra i due primi corre lo spazio di m. 4,18; dal secondo al terzo è la distanza di m. 4,10. Degli incastri non si può dare la misura originaria, perchè sono corrosi dall'acqua. Altre due travi frammentate, con uno dei lati tagliato a spiovente, e coperto da una sottilissima foglia di ferro. Una di esse è lunga m. 4,80, l’altro m. 3,90.
29 detto. Continuano le ricerche nel punto ove fu scoperta la seconda barca, e col numero di operai degli altri giorni, e si è rinvenuto: Legno. Ritto di prua della nave con chiodi di rame, lungo m. 4,22, largo m. 0,26, alto in una estremità m. 0,60, e dall'altra m. 0,40. Una trave che faceva parte del bordo della nave, rivestita in due lati con panno, sopra il quale è la copertura di piombo; e l'una e l’altra copertura sono assicurate alla trave con chiodi di rame a larga capocchia. Vi si veggono degli incastri di forma rettangolare, ed in questi rimangono avanzi di biette in legno di quercia, biette che servivano per le commettiture con altra trave e che sporgono per l'altezza di m. 0,10. La trave è lunga m. 11,55, alta da un lato m. 0,32, larga m. 0,20; dall'altro lato larga m. 0,88, alta m. 0,30.
30 detto. Procedono i lavori come nei giorni precedenti. Si è raccolto: Legno. Trave frammentata che faceva parte del bordo di questa seconda nave. Ha da un lato le tracce del panno che vi era disteso, e della sottilissima lamina di piombo che era soprapposta, le quali fodere erano fermate con corti chiodi a grossa capocchia. È lunga m. 3,68, larga m. 0,37, alta m. 0,20. Altra trave frammentata simile a questa ora descritta, lunga m. 3,20, alta m. 0,38, larga m. 0,20. Una tavola del fasciame esterndella nave, coperta nella parte che rimaneva a’ contatto dell'acqua da un residuo di panno, sopra cui è una sottilissima foglia di piombo, fermata con chiodi di rame a grossa capocchia. Anche questa tavola ha gl'incastri di forma rettangolare, nei quali erano zeppe di legno di quercia. Alcune di queste sporgono dalla tavola m. 0,08. Lunghezza della tavola m. 3,90, largh. m. 0,22, alt. m. 0,03. Altra tavola frammentata, simile a quella sopra descritta. Lungh. m. 2,90, largh. m. 0,23, alt. m. 0,08.
1 dicembre. Benchè giorno festivo si è continuato a lavorare nel punto ove si trova la seconda nave. Il numero degli operai è stato aumentato di un bracciante, perchè lavorando il palombaro a molto maggiore profondità, per mandar l'aria con la pompa alla profondità stessa, tre braccianti soli non resistevano. È stato raccolto: Legno. Un gruppo di due travi, fermate con chiodi di rame. Una di queste ha per tutta la sua lunghezza un incastro nel quale era una sbarra di ferro larga m. 0,055. L'altezza non è possibile segnarla perchè il ferro è consumato. Nel centro di una della estremità della trave suddetta è una sporgenza, che si innestava nell’incastro di altra trave. Il gruppo delle travi è alto m. 0,88, largo m. 0,60, lungo m. 0,40. La sporgenza sopra menzionata è lunga m. 0,19, alta m. 0,06, larga m. 0,07. Altra trave con incastro che l'attraversa in tutta la sua lunghezza, nel quale era una sbarra di ferro, larga m. 0,055. Questa trave faceva parte di un altro gruppo simile a quello sopra descritto, lungo m. 0,88, alto m. 0,36, largo m. 0,33. Anche questa trave ha una sporgenza in una estremità, che è lunga m. 0,23, alta m. 0,06, larga m. 0,07. Altra trave frammentata, coperta in un lato da sottilissima sfoglia di ferro, forse appartenente al rivestimento interno della nave. Lungh. m. 5,33; largh. m. 0,55, altezza massima m. 0,30. Una tavola tutta corrosa dall'acqua, senza tracce di chiodi. Lungh. m. 7,80, alt. m. 0,09, larghezza massima m. 0,20. Altra trave frammentata, con grande quantità di lunghi chiodi di rame. È lunga m. 2,90, alta m. 0,30, larga m. 0,20, ed è in gran parte corrosa dall'acqua.
2 detto. Sono stati continuati i lavori nella seconda nave, col medesimo numero di operai, e si è raccolto: Legro. Due travi fermate l'una all'altra con lunghi chiodi e fasce di ferro. Una ha da un lato cinque incastri, distanti l'uno dall'altro m. 3,80. La larghezza e l'altezza originaria di tali incastri non è possibile di determinare, a causa delle corrosioni. La trave è lunga m. 19, larga m. 0,36, alta m. 0,25. L'altra trave è lunga m. 8,10, larga m. 0,37, alta m. 0,25. Altra coppia di travi con chiodi e fasce di ferro, come nelle travi sopra descritte. Anche in una di queste sono gl incastri, distanti l'uno dall’altro m. 3,60, e corrosi. Una delle due travi è lunga m. 13,00, larga m. 0,35, alta m. 0,24; l’altra è lunga m. 11,00, larga m. 0,37, alta m. 0,25. Si raccolsero pure alcuni frammenti di altre travi.
3 detto. Si è lavorato come nei giorni precedenti, con lo stesso numero di operai, e si è raccolto: Marmo bianco. Base di una colonna assai corrosa dall’ acqua, alta, compreso il plinto, m. 0,28, del diam. di m. 0,59. Il plinto misura m. 0,67 ba lato, ed è alto m. 0,10. Legno. Frammenti di travi assai corrosi.
4 detto. Si è raccolto: Terracotta. Parte di un’antefissa con ornato di tre palmette nella sommittà, e col rilievo di una figura muliebre di stile arcaico nel centro. Ha le chiome sciolte, le quali scendono sugli omeri, e la mano destra è alzata fino al petto, mentre con la sinistra solleva l'estremità della veste. Alta m. 0,35; largh. m. 0,20. Marmo. Alcuni pezzettini rimasti attaccati sopra un sottilissimo strato di calcestruzzo, il quale alla sua volta aderisce sopra una sottile lastra di marmo bianco. Tali pezzettini, simili ad altri che si raccolsero sciolti nella prima nave, appartengono al pavimento in musaico che doveva essere disteso sopra una parte della copertura in questa seconda nave, pavimento che sembra simile a quello che era nella prima. Il frammento recuperato è largo m. 0,12, lungo m. 0,08, alto m. 0,025. Lastra di marmo bianco, frammentata in più punti, lunga m. 0.73, larga m. 0,58, alta m. 0,03: Legno. Tavola di quercia con residui di chiodi di ferro e di rame. È lunga m. 1,83, larga m. 0,43, alta m. 0,08. Trave pure di quercia rozzamente spianata, con due incastri all'estremità; lunga m. 3,76, larga m. 0,18, alta m. 0,12. Tavola di pino, con incastro nel centro, lungo m. 0,28, largo m. 0,13, profondo m. 0,09. È lunga m. 6,00, larga m. 0,34, alta m. 0,18. Trave frammentata, appartenente al sostegno del pavimento. Ha due incastri, distanti l’uno dall'altro m. 3,60; e vi sono anche i segni delle più volte ricordate fasce di ferro, e dei chiodi di ferro con cui la trave suddetta veniva accoppiata ad altra. È lunga m. 7,60, larga m. 0,35, alta m. 0,24. Altra trave con otto incastri, lunghi ognuno m. 0,30, larghi m. 0,17, profondi m. 0,12. Nel centro di tali incastri, è un chiodo di ferro, che si incatenava nella trave che qui veniva ad innestarsi. Questi chiodi sono lontani l'uno dall'altro alcuni m. 1,78, altri m. 1,45, altri m. 2,00. La trave è lunga m. 14,15, larga m. 0,32, alta m. 0,18.
5 detto. Continuati i lavori nel luogo medesimo, si è raccolto: Legno. Un puntale con sporgenza nel centro delle due estremità, le quali sì innestavano da una parte negli incastri delle travi che servivano a reggere il pavimento della nave, e dall'altra si innestavano nel fasciame interno della nave stessa. Ai due lati di questo puntale sono due fasce di ferro che hanno la stessa lunghezza e grossezza di quelle che corrono intorno alle travi; e tutto porta a credere che le più volte ripetute fasce delle travi dovevano continuare fino al fondo della nave, e quivi le estremità dovevano essere piegate ed inchiodate. Lungh. m. 0,67; largh. m. 0,30; alt. m. 0,27. Altro puntale simile, lungh. m. 0,62, largh. m. 0,30, alt. m. 0,22. Una trave con tre incastri, lunghi ognuno m. 0,37, larghi m. 0,10, profondi m. 0,11. Nel centro di ognuno di tali incastri è un chiodo di ferro. Sono lontani l'uno dall'altro m. 1,78; m. 1,45; m. 1,90. La trave è lunga m. 6,80, larga m. 0,33, alta m. 0,14. Frammenti di altre travi con chiodi di rame. Uno di tali frammenti è di quelle travi che servivano a sostenere il pavimento della nave, ed ha i segni delle solite fasce di ferro e degli incastri.
6 detto. Continuati i lavori nel luogo stesso, si è raccolto: Zegno. Un puntale, o sostegno delle travi che reggevano il pavimento, con due sporgenze alle estremità, le quali si innestavano negli incastri corrispondenti nelle travi del pavimento ed in altri praticati nel fondo della nave. Anche questo puntale ha le fasce di ferro, con le quali era maggiormente assicurato. Lungh. m. 0,96; largh. m. 0,30; alt. m. 0,27. Altro puntale simile. Lungh. m. 0,90; largh. m. 0,380; alt. m. 0,27. Trave rammentata che apparteneva al sostegno del pavimento della nave, coi soliti segni delle fasce di ferro. Lungh. m. 14,40; largh. m. 0,30; alt. m. 0,27. Frammenti di altre travi. Listelli sagomati, ma frammentati, il maggiore dei quali è lungo m. 0,34, largo m. 0,02, alto m. 0,02. Marmo bianco. Lastra lunga m. 0,44, larga m. 0,27, alta m. 0,04. Terracotta. Frammento di una tegola con canaletto, entro cui si conserva una striscia del piombo che vi fu colato. Lungh. m. 0,17; largh. m. 0,12.
7 detto. Continuati i lavori come negli altri giorni e col medesimo numero di operai si è raccolto: Legno. Alcuni frammenti di travi.
10 detto. Sono stati ripresi i lavori di ricerche nel punto ove fu scoperta la seconda nave, interrotti il giorno 7 corrente, e si è raccolto: Legno. Una trave frammentata in una estremità, forse appartenente al sostegno del pavimento. Lungh. m. 24,00; largh-m. 0,40; alt. m. 0,17. Altra trave simile. Lungh. m. 16,80; largh. m. 0,38; alt. m. 0,17. Altra simile, su una delle cui facce è rimasto un grosso frammento di tavola, che faceva parte del ponte. Lungh. m. 3,70; largh. m. 0,22; alt. m. 0,30. Porfido. Una striscia, lunga mm. 250, larga mm. 30, alta mm. $.
11 detto. Si è raccolto: Bronzo. Una sbarra ben conservata, lunga m. 1,13; larga m. 0,03; alta m. 0,02. Rame. Una tegola rotta in più parti. Lungh. m. 0,82; largh. m. 0,52; alta m. 0,003. Sei chiodi di varia lunghezza. Legno. Una trave frammentata con sbarrette di legno, le quali si innestavano in altra trave, e con chiodi di rame. Lungh. m. 1,46; largh. m. 0,17; alt. m. 0,20. Frammenti di altre travi, tra i quali uno coperto da molti chiodi di rame e da alcuni di ferro.
12 detto. Questa mattina i lavori di ricerche nel punto ove fu rinvenuta la seconda nave, sono stati sospesi; e le barche con il palombaro e gli altri operai sono state spinte a sud-est del lago, e precisamente a m. 100 dalla estremità inferiore della gola che sta fra i due monti indicati coi nomi di « Monte Rotondo e « Pendice pizzuta ».
A questo punto restammo incagliati quando fu fatta la ricognizione nel lago nei giorni 19 e 20 dello scorso novembre. Qui il palombaro è sceso alla profondità di m. 32, e fino alle ore 14,30, in cui si è smesso il lavoro, nulla ha rinvenuto.
13 detto. Anche questa mattina i lavori di esplorazione, incominciati ieri a sud-est del lago, sono stati continuati fino alle ore 11. Ed in questo tempo il palombaro ha riconosciuto che quivi nel fondo del lago non sono avanzi di legni o travi, che abbiano potuto servire a qualche costruzione; ma solo vi giacciono alcuni alberi cascati casualmente dalle pendici vicine, nei quali alberi restarono incagliate le corde quando sì fece la ricognizione del lago.
Dopo il 18 dicembre i lavori eseguiti per conto dell'impresa Borghi si fecero nuovamente presso la prima nave, ma per alcuni giorni solamente; perocchè il giorno 21, a causa delle piogge e della stagione totalmente avversa, ogni altra indagine restò sospesa. Risulta intanto dai dati di fatto, superiormente esposti mediante lo stesso giornale della guardia, che questa seconda nave ci riporta al tempo medesimo della prima essendo costruita nel modo istesso. Infatti è anch'essa rivestita di panno, coperto con lastra di piombo fermata con chiodi; ed ha pure il pavimento a musaico; inoltre ci restituì le tegole di bronzo simili a quelle che nell'altra nave furono scoperte, di una delle quali fu rappresentata la forma nella fig. 7 della mia precedente Relazione (Notizie 1895, p. 374). Non sono stati recuperati grandi bronzi ornamentali come i bellissimi della prima nave; ma devesi ricordare che quivi i lavori sono stati appena iniziati, e tra ostacoli non pochi per la grande profondità in cui la nave trovasi sommersa. Ma è certo che gli ornamenti in bronzo non dovevano mancare; e ne abbiamo le prove nella cassetta rettangolare che formava la testata di una trave, e che porta il rilievo di una mano, di cui offriamo qui la rappresentanza tolta da una fotografia. È il bronzo scoperto il giorno 22 di novembre, come è narrato nel giornale della guardia. »
In una delle ultime sedute della Camera, l'on, Luca Beltrami interroga il ministro dell'istruzione pubblica su quali provvedi avrebbe preso in merito alle scoperte archeologiche del lago di Nemi. Risponde il ministro G. Baccelli.
« Sin da quando si cominciò a riparlare di una nave romana sommersa da secoli nel lago di Nemi, ordinò che si racegliessero tutti gli studi fatti finora, e che se ne facesse una memoria all'Accademia dei Lincei, perchè la cosa interessava non solamente l’Italia, ma il mondo intero. Nuovi recentissimi tentativi per rimettere in luce gli avanzi della nave furono fatti; ed egli seguì nuovamente le prime scoperte però con vivo interesse questi tentati non riescirono troppo soddisfacenti.
Si ottenevano oggetti veramente preziosi, senza metodo strappati dal corpo della nave. Rimaneva sempre il dubbio se si trattasse di una nave romana o di un semplice galleggiante. Ora egli volle che il dubbio fosse dissipato, e perciò venne ordinato al palombaro che per via di funicelle attaccate ai bordi della nave e portanti dei galleggianti alla superficie dell'acqua, se ne determinasse il perimetro. E così apparve chiara e distinta la figura della nave.
Interpretando il pensiero della Camera e di quanti si interessano alle nostre memorie, procurò che i lavori fossero continuati in modo razionale, e che fosse appurata l’importanza della nave medesima. Chiesi al collega della marina, che ringrazio, un esperto palombaro e un ingegnere.
Non si poteva però impedire l'estrazione di oggetti, perchè il lago di Nemi non è di proprietà demaniale, ma della Casa Orsini. Ora dunque, per quanto riguarda le ricerche storiche ed archeologiche, egli ha disposto già come ha detto; quanto a mettere in luce la nave sommersa, verrà ad accordi che dimostrino ispirarsi î lavori ad intelletto di amore.
Le più diligenti ricerche fanno ora ritenere che non una sola, ma due siano le navi sommerse nel lago. Spera quindi che con la cura posta dal Governo attorno all'importante scoperta si possa rimettere»a, galla non solo una, buona parte degli ornamenti, ma la nave intera (Bene! Bravo! — Approvazioni). »
Relazione dell'Ingegnere di I° classe V. Malfatti a s. e. il ministro della Marina sulle ricerche eseguite nel lago di Nemi.
« Secondo gli ordini impartiti dall'E. V., e coll’opera di un palombaro della direzione delle costruzioni del 2° dipartimento della R. Marina, fatto venire appositamente da Napoli, furono intraprese le indagini per fornire al Ministero della Pubblica Istruzione le dilucidazioni desiderate circa la presenza, lo stato di conservazione e la possibilità di ricupero di strutture navali giacenti sul fondo del Lago di Nemi.
Tali indagini ebbero principio il giorno 9 dello scorso dicembre, e terminarono il 20 dello stesso mese; esse furono dapprima circoscritte a quelle località nelle quali la presenza di strutture di legno e di materiali di diversa specie era già stata constatata mediante ricuperi fatti da un palombaro del sig. Borghi Eliseo, intraprenditore di scavi, eseguiti per conto di detto signore e dell’Ecc. Casa Orsini, proprietaria del lago. |
Ambedue queste località erano bene determinate. La prima, perfettamente definita anche fuori acqua, riuscendo circoscritta alla superficie del lago da piccoli galleggianti tenuti da sfilacce verticalmente sopra le parti contornanti le sottostanti strutture; galleggianti che riuscivano disposti a foggia di linea d'acqua superiore di una nave, e che erano stati assicurati alla sottostante costruzione a cura del personale dipendente dal sig. Borghi, secondo le disposizioni date dagli ufficiali del Ministero della Pubblica Istruzione.
La seconda località veniva indicata da due pontonetti, portanti la pompa del palombaro dell’intraprenditore ed una capra destinata al sollevamento degli oggetti ricuperati.
Il palombaro della R. Marina ebbe innanzi tutto incarico di scendere al primo dei designati posti e di procedere ad un'accurata visita di quanto ivi si trovava.
La località in parola è a circa cento metri al sud della « casetta dei pescatori », modestissimo fabbricato costrutto là dove la stradetta, che da Genzano va a Nemi scendendo per la costa, comincia a seguire la riva del lago, e dista in media circa 50 metri dalla riva che guarda a levante. i
Quivi sul fondo del lago trovasi una nave od una grande barca, adagiata sul suo fianco sinistro, e quasi completamente interrata. La poppa è rivolta verso terra e la prora verso il largo coll’asse pressochè in direzione nord-sud, esattamente come è indicato nella Relazione del comm. Barnabei, direttore degli scavi, a S. E. il Ministro della Pubblica Istruzione.
Le dimensioni rilevate a mezzo dei galleggianti sopra accennati risultano le seguenti: Lunghezza estrema m. 60,25; larghezza fuori tutto m. 18,40. L'altezza od il puntale della nave non fu possibile misurare, stante il quasi completo interramento delle strutture, che solo in qualche punto affiorano sul fondo; sono visibili soltanto le estremità degli scalmi (dove la suola è stata asportata), in qualche parte la suola, il piede di ruota con parte dell'estremità della prora, parte dell'estrema poppa.
Dall'avviamento però di quella poca parte dell'opera viva visibile a prora, e da quanto risulta da un sondaggio fatto dal palombaro mediante un ferro al centro della nave (nella quale operazione il palombaro solo alla profondità di m. 1,900 sotto il fondo del lago ha trovato la resistenza dovuta ad una struttura), è da ritenersi che la carena non scenda più sotto di due metri dal fondo.
L’opera viva, la poppa, il fianco sinistro della nave sono quasi completamente circondati e coperti dalla sabbia, dal fango e da materiali diversi (quali grandi piastrelle di cotto, mattoni ecc.), materiali che costituiscono in gran parte anche il riempimento della nave. Le strutture ora accennate sono le meglio conservate.
Le parti non completamente interrate o sporgenti dal fondo sono state o guastate dall'acqua o distrutte od asportate in tempi più o meno lontani da noi. La nave trovasi in m. 5,80 di fondo a poppa; in m, 12,50 a prora; in m. 8 al centro a destra, e in m. 9,30 al centro a sinistra: è quindi in profondità facilmente accessibili, nelle quali il palombaro può lavorare bene.
Sono state rilevate alcune misure delle parti dei legnami costituenti la intiera struttura. Così la chiglia poco sotto il piede di ruota misurerebbe 40 cent. di larghezza per 30 di altezza; il fasciame esterno a prora si mostra costituito da due strati di tavole sovrapposte, grosse ciascuna 3 cent., ricoperte esternamente da uno strato di pittura, poi da uno spesso tessuto, ed infine da fogli di piombo, tenuti a posto da corti e frequenti chiodetti di rame di forma speciale.
Le ossature, distanti circa 48 cent. da centro a centro, sono leggermente curve, e misurano 20 cent. per madiere e 13 cent. per chiglia; a prora sopra i madieri corre un paramezzale centrale largo 30 cent. e grosso 10 cent.; ai lati di questo, discosto 25 cent., corrono due paramezzali laterali, uno per parte, di 15 X15 cent.
Il palombaro sondando il fondo avrebbe riscontrato un ponte che dall'estrema poppa raggiunge il centro della nave; risulterebbe a circa 50 cent. sotto la suola, e sembra costituito da un tavolato superiore grosso 8 cent., sorretto da bagli alti 25 cent. fasciati inferiormente da un altro tavolato. La suola è ancora a posto in alcuni punti ; dove è stata asportata appaiono pressochè intatte e coi loro incastri le teste degli scalmi, che a quella facevano capo. La struttura dell'estrema poppa, visibile in un punto per un vuoto nel riempimento interno, appare di forma speciale; non ha dritto propriamente detto; le tavole che la fasciano e che affiorano dal fondo sembrano disposte a ventaglio.
Nella seconda località, ad una profondità media di circa 22 metri, trovasi deposta sul fondo, ed interrata per una buona metà della sua lunghezza, un’altra nave di dimensioni, a quanto asserisce il palombaro, maggiori di quella precedentemente descritta.
Alcune parti di strutture di legname colà estratte, specialmente alcuni travi dritti, probabilmente bagli (uno misura in lunghezza m. 23,75, e non appare intero, 33 cent. in altezza e 22 in larghezza) confermerebbero pienamente le asserzioni del palombaro.
Misure dirette di lunghezza da fuori acqua non è stato possibile eseguire, poichè se la prora della nave per un buon tratto è accessibile, s'affonda poi verso il mezzo sotto il fango; e della poppa non è riuscito a trovar traccia. Giova notare che ricerche di questo genere, in profondità così rilevante, non facili in estate con tempo chiarissimo ed in acque relativamente calde e trasparenti, nel mese di dicembre con giornate fosche e piovose riescono sommamente difficili anche disponendo, come nel caso attuale, di un espertissimo palombaro. Nè è da passare inosservato il fatto che per quanto il palombaro possa veder bene ciò che trovasi alla portata delle sue mani, non può mai farsi idea precisa'circa l'insieme di una struttura, essendo noto che sottacqua alla profondità di 10 m. il raggio di visibilità si estende a pochi metri soltanto, e che alla profondità di 20 m. arriva a poco più di 1 m. o a 2 m. appena. Ciò senza tener conto che il notevole ingrandimento col quale si mostrano gli oggetti, per poco che siano discosti dall'elmo del palombaro, può esser causa di errori di apprezzamento anche in chi sia abituato a star sott'acqua.
Questa seconda nave è discretamente accessibile verso la prora: da un lato anzi una sorgente d’acqua sul fondo del lago rende più facile di avvicinarsi; in corrispondenza di questo punto sembra anzi sia alta due metri e mezzo. La parte inferiore del dritto di prora è in posto: misura cent. 30 X 25. Le ossature si mostrano curve e sono di legno di essenza forte; hanno inoltre le dimensioni di cent. 15 X 15, e distano da centro a centro, a volte 60 cent., a volte 70 cent.
Il palombaro ha notata una robustissima suola formata di tre pezzi di legname di grossa squadratura, sovrapposti a scalino e solidamente connessi: la sporgenza del fasciame di murata di una tale struttura non misurerebbe meno di 50 cent.
La nave si mostra abbastanza bene dalla prora al mezzo per una lunghezza di 30 a 40 metri; poi si affonda nel fango e scompare del tutto; riposa sul suo lato dritto, la prora essendo rivolta verso la riva del lago. Anch'essa appare fasciata di piombo, per quanto manchi buona parte di quella fasciatura; sono però a posto 1 chiodetti caratteristici di rame che servivano a fissarla sulla murata.
Il legname che costituisce questo antico galleggiante è per la maggior parte di essenza dolce ; di essenza forte sembrano invece le ossature. Il tutto trovasi in tale stato di conservazione da poter permettere il sollevamento ed il ricupero dell'intiera costruzione.
Che le strutture descritte siano effettivamente due navi o due grandi barche, che in epoca certo a noi molto lontana galleggiavano sul lago, appare evidente dopo quanto ho detto. Ove occorressero, altre riprove potrebbero aversi dall'esame dei bronzi e dei materiali ricuperati sopra luogo dal palombaro del sig. Borghi. Tra alcuni dei bronzi portati fuori acqua figurano guarda-tonneggi, pagliuoli traforati per boccaporti o sentine, candelieri per guardacorpo, cassette ornate per testate di travi o bagli, tubi da ombrinali, cerniere per porte o portelli, una grande armatura a forma di ruota di prora. Oltre a ciò il contorno della prima nave, ripetuto alla superficie del lago mediante i galleggianti nel modo già indicato, la composizione stessa delle parti di struttura asportate, le connettiture dei legnami e più di ogni altra cosa il fasciamento esterno dell'opera viva, sono altrettante nuove prove di quanto è stato fin da principio asserito, cioè che trattisi di veri e proprî galleggianti, foggiati a nave o a barca di grandi dimensioni.
Delle due navi quella più vicina a terra e in acque meno profonde, appare più danneggiata. Ma la maggior parte delle sue strutture è ancora discretamente conservata ed è in condizione d'essere sollevata e tirata a terra con un lavoro di non grande entità. Le operazioni di vuotare la nave dei materiali di riempimento, di consolidarla e di imbracarla possono venir condotte a dovere, perchè la profondità alla quale si trova permette un regolare lavoro da palombaro. Naturalmente tutte queste operazioni andrebbero fatte con molta cura, avuto riguardo allo stato attuale di conservazione dei legnami ed alle rilevanti dimensioni della nave stessa.
La seconda nave per quanto in migliori condizioni di conservazione e meno guasta da precedenti tentativi di ricupero, presenta per il sollevamento difficoltà maggiori, causate dal solo fatto della maggiore profondità nella quale si trova, profondità che rende assai disagevole e di limitatissimo frutto il lavoro dei palombari. Ad ogni modo non si esclude la possibilità di sollevarla e metterla in secco, quantunque la spesa a ciò necessaria debba essere rilevante.
Oltrechè nei due luoghi accennati si fecero indagini anche in altre parti del lago, e precisamente nella località detta «il Colosseo », al limite sud, sotto il cimitero di Genzano ove, secondo venne riferito da persone del luogo, l'architetto Fusconi avrebbe nel 1827 eseguiti i suoi lavori. Le ricerche fatte con mezzi limitati e in condizioni atmosferiche sfavorevoli, non condussero a risultati decisivi. Non resta con ciò escluso che nella località accennata, mediante ricerche sistematiche, con mezzi appropriati ed in favorevole stagione, possa rintracciarsi il preciso posto ove il Fusconi avrebbe ayviato i suoi lavori ed estratti dal lago i materiali da lui descritti.
Riassumendo, risulta assodato che le strutture giacenti sul fondo del Lago di Nemi nelle due località accennate sono due proprî e antichi galleggianti (navi o grandi barche che fossero) che questi trovansi in discreto stato di integrità e di conservazione e in condizioni tali da poter all'occorrenza venir messi in secco. Con ciò sembrami di aver risposto alle domande rivolte in proposito a V. E. dal Ministero della Pubblica Istruzione.
Ove però occorressero nuove e più particolareggiate dilucidazioni sulle strutture in esame od un progetto concreto per il sollevamento od altri schiarimenti, oltre quelli forniti e per i quali è stata ordinata la visita di cui si dà ragguaglio in questa Relazione, occorrerebbe procedere a rilievi sul posto o a rimozione di fondo od a scavi parziali, lavori tutti i quali non potrebbero essere convenientemente eseguiti che a stagione propizia. »
Nelle Notizie dello scorso dicembre (p. 461 sg.), ove si disse delle nuove scoperte di antichità avvenute nel lago di Nemi fu inserita la Relazione dell' ingegnere del R. Genio navale cav. Vittorio Malfatti, intorno alle ricerche alle quali egli attese per ordine di S. E. il Ministro della Marina.
In tale relazione il lodato sig. ingegnere, dopo aver dichiarato che nella località ove si fecero le scoperte giacciono sul fondo del lago due antiche navi o grandi barche, le quali trovansi in tale stato di integrità e di conservazione ed in condizioni tali da potere all'occorrenza venir messe a secco, terminava col dire che « ove occorres- sero nuove e più particolareggiate dilucidazioni sulle loro strutture, ed un progetto concreto per metterle a secco, od altri schiarimenti, bisognerebbe procedere a rilievi sul posto, o a rimozione di fondo od a scavi parziali, lavori tutti i quali non avrebbero potuto essere convenientemente eseguiti che a stagione propizia.
E poichè si avvicinava tale stagione, S. E. il Ministro della Pubblica Istruzione on. prof. comm. E. Gianturco, si rivolse a S. E. il Ministro della Marina on. comm. B. Brin, chiedendogli di far compilare il necessario progetto, al quale avrebbe dovuto rimanere subordinato qualunque ulteriore provvedimento per la prosecuzione dei lavori e delle indagini presso quelle navi.
S. E. il Ministro della Marina, accogliendo favorevolmente la dimanda, incaricò della compilazione del progetto lo stesso ing. Malfatti, che vi cominciò ad attendere al principio del corrente mese di giugno, con personale della R. Marina posto sotto gli ordini di lui.
Felice Bernabie.
Relazione dell'Ingegnere del Genio Navale V. Malfatti a S. E. il Ministro della Marina, sulle Nuove ricerche nel lago, rilievi eseguiti e programma per mettere in secco le antichità quivi rintracciate.
Ebbi già l'onore di presentare a V. E. la relazione sulle prime indagini fatte lo scorso novembre nel lago di Nemi, quando fui incaricato di rintracciare il genere delle antiche strutture, che si erano riconosciute nel fondo di quel lago, e lo stato di loro conservazione. Ora V. E. mi ha affidato un nuovo compito, quello cioè di redigere un programma intorno alle opere necessarie per mettere in secco le costruzioni medesime. Per la compilazione di tale programma occorreva in primo luogo che io attendessi a completare alcune indagini, che nella precedente ispezione non avevano potuto essere condotte a termine; e ciò non tanto per la mancanza di mezzi adatti, quanto per la stagione poco propizia. In principal modo avrei dovuto occuparmi della seconda barca, di quella cioè che giace a maggiore profondità, della quale non era stato possibile scoprire l'estremità di poppa, e quindi determinare la lunghezza; nè era stato possibile rilevare quelle parti delle strutture che uscivano dal fondo del lago.
Occorreva poi procedere ad altri rilievi, i quali avrebbero dovuto servire di base per gli altri studi. Ho dovuto quindi: a) fare la topografia del lago; b) eseguire i rilievi delle barche; c) finalmente procedere a tutti gli altri rilievi, che hanno attinenza col tema propostomi. Rilievi eseguiti. Bisognava incominciare coll'eseguire un rilievo generale del fondo del lago mediante scandagli, per giudicare della sua profondità, che da informazioni assunte si riteneva superasse i cento metri; poi rilevare l'inclinazione del suo fondo; quindi fare rilievi più accurati in corrispondenza di quella zona del fondo che comprende le due barche, cioè per il tratto che corre in prossimità della riva di levante tra la Casetta dei pescatori e la bocca dell'emissario. Ciò per formarsi una idea generale intorno alle condizioni altimetriche di tutto il fondo, ed avere cognizioni più particolareggiate in corrispondenza di quella parte dello specchio d'acqua nella quale avrebbero presumibilmente dovuto svilupparsi i lavori necessarii per mettere all’asciutto le barche.
I risultati degli anzidetti rilievi trovansi raffigurati nelle fig. 1 e 2 che qui sì aggiungono. La fig. 1 rappresenta la pianta del lago nella scala di 1:16.000, e mostra le linee secondo le quali di cinquanta in cinquanta metri sono state rilevate le profondità del lago. Di queste linee, una (MN) è diretta per 28° rispetto alla direzione nord-sud, e corrisponde all'incirca alla massima lunghezza del lago (m. 1800); le altre tre, disposte per il traverso e pressochè normalmente alla linea precedente, sono state tracciate, la prima (AB) in corrispondenza della casetta dei pescatori, la seconda (CD) nella maggiore larghezza del lago (m. 1240); la terza (EF) nella estremità a mezzogiorno della parte pianeggiante del fondo. La fig. 2 dà pure il tracciato delle sezioni verticali considerate, in scala di 1: 16,000 per le ascisse, ed in scala di 1: 2,000 per le profondità.
Dai rilievi riportati nelle figure anzidette, risulta che lo specchio dell'acqua del lago occupa attualmente una superficie di circa m.q. 1,715,200: il volume totale delle acque è di circa m. c. 37,696,000: la massima profondità è di m. 34,50 circa. La conformazione del bacino occupato dalle acque rispecchia quella generale del cratere del quale il lago occupa il fondo: si riscontra quindi pendio dolce a nord, scosceso a sud e un pò meno ripido a levante ed a ponente. L'altezza della superficie libera attuale sul livello del mare è di circa m. 318.
La fig. 3 rappresenta la topografia di quella parte della riva che corre tra la casetta dei pescatori e l'emissario, colle linee di livello del fondo di metro in metro di profondità: vi figurano pure le due barche nelle posizioni ora determinate. Colla fig. 3a si rappresentano le due sezioni della riva, secondo gli assi maggiori delle barche nella scala da 1:4000 per le lunghezze, e da 1:2000 per le profondità. Si rileva la posizione delle barche rispetto alla riva del lago e quella tra di loro. La prima barca risulta distante dalla riva, rispettivamente colla poppa, m. 20,00 e colla prora m. 67,70; dalla casetta dei pescatori al centro della barca si hanno all'incirca m. 90 in linea retta.
L'asse longitudinale principale della nave fa un angolo di 185° colla direzione nord-sud. La seconda barca invece dista rispettivamente dalla riva colla poppa m. 50 circa, e colla prora circa m. 108,50: il suo asse principale fa colla direzione nord-sud già detta, un angolo di 258°: dalla casetta dei pescatori, il suo centro dista m. 280. La distanza delle due barche (centro a centro) è di circa m. 200, e l'angolo compreso dai due assi misura 73°. I rilievi eseguiti sulle due barche sono raffigurati nelle due fig. 4-5.
La fig. 4 rappresenta la prima barca, quella più vicina alla casetta dei pescatori; vi è delineato il contorno della nave in proiezione orizzontale, ottenuto riunendo punti direttamente rilevati. Vi figurano le ordinate e le ascisse di questi punti rispetto all'asse della struttura e ad una delle due estremità di questa. Le distanze di questi punti dalla superficie del lago, e le altezze degli stessi punti sul fondo che servono a dare un'idea di quanto le strutture della nave sporgono dal fondo, sono indicate in questi due specchietti. Accennerò al procedimento seguito sul posto per determinare i punti del contorno della barca avviati sul disegno, affinchè possa farsi un giudizio della approssimazione che è stato possibile ottenere nelle dette misure.
Anzitutto è stato riportato alla superficie del lago il contorno della struttura in esame, servendosi di piccoli gavitelli collocati dal palombaro. Le estremità delle cordicine che tenevano i gavitelli furono assicurate alla parte più sporgente della nave, in corrispondenza della suola, e la lunghezza della cordicina è stata ridotta in modo | da far risultare il gavitello verticalmente sopra il punto di ancoramento. La barca essendo pressochè completamente interrata, non è stato possibile disporre sistematicamente i gavitelli, nè tampoco far corrispondere quelli di un lato con quelli dell'altro lato dall'asse di figura, assicurandoli alle estremità di una stessa ossatura.
In qualche. i punto poi, in causa di parti di struttura mancanti, il gavitello si scosta naturalmente. dalla linea che rappresenta il contorno della barca. Riportato alla superficie del lago l’asse longitudinale principale della barca mediante due speciali gavitelli, collocati sopra le estremità di prora e di poppa della nave, e tesa una funicella assicurata alla riva e ad un pontonetto ormeggiato passante per i gavitelli anzidetti, riuscì possibile ottenere un’asse di riferimento per i rimanenti gavitelli, dei quali fu facile rilevare le distanze dall'asse e di piedi delle perpendicolari su questo abbassate a mezzo di un'asta a squadra galleggiante, che si spostava sull'acqua mantenendone il cateto più corto lungo l’asse sopra detto, e facendo capitare successivamente il cateto più lungo in corrispondenza dei gavitelli da rilevare.
Sulla fig. 4 appariscono appunto i gavitelli così rilevati: il contorno della barca è poi tracciato, avuto riguardo alla posizione di questi segnali. Il contorno di poppa invece riesce alquanto indeterminato a cagione della discontinuità delle parti delle strutture della nave che ivi affiorano sul fondo. La lunghezza della barca è stata ottenuta misurando alla superficie del lago la distanza assiale tra i due gavitelli estremi di prora e di poppa: la posizione degli altri gavitelli determina il contorno della nave e le larghezze di questa in corrispondenza delle diverse sezioni trasversali. Nei specchietti trovasi segnata la profondità del lago in corrispondenza di ciascun gavitello, ottenuta mediante scandaglio, e l'altezza della parte della nave che sporge dal fondo. Quest'ultima misura è stata presa direttamente dal palombaro, che l’ha segnata volta per volta sopra un'assicella di legno.
La fig. 5 dà i corrispondenti elementi che riguardano la seconda barca, quella più discosta dalla casetta dei pescatori, ed in maggiore profondità d'acqua: anche per questa sono state prese nel modo detto precedentemente le ordinate dei singoli gavitelli. Solo i rilievi si arrestano al 10° gavitello a destra ed al 13° a sinistra verso poppa, poichè in corrispondenza di quelli la nave si nasconde completamente nel fango, e non è riuscito di seguirne il contorno della parte addietro. E però stato possibile rintracciare il punto dell'estremità della nave, sporgendo dal fondo del lago una piccola parte del suo coronamento di poppa. Aggiungiamo anche qui le profondità del lago in corrispondenza dei singoli gavitelli e l'altezza delle parti di struttura che sporgono dal fondo, misurate cogli stessi procedimenti or ora indicati parlando dell'altra barca.
Rilievi di altra indole è stato necessario di eseguire per completare gli elementi ed i dati che dovevano servire per il nuovo studio. Alcuni di questi si riferiscono alla natura ed alla consistenza del fondo del lago in prossimità delle barche: altri alla determinazione delle qualità, quantità e densità dei materiali che costituiscono il riempimento delle barche: altri ancora intesi a rendere possibile l'approssimativa valutazione del peso delle strutture in esame. Rilievi di altro genere furono fatti per determinare la natura della roccia nella quale è scavato il bacino del lago e per valutare la portata media dell'emissario attuale. Inoltre fu fatta una ispezione all'emissario per giudicare della possibilità e convenienza di trarre da esso un qualche partito nella messa in secco delle navi. Del risultato di questi studi sarà fatto cenno in seguito.
Stato attuale delle barche.
Come è già stato detto, dalle ultime ricerche non sarebbe apparso alcunchè di nuovo a riguardo della prima barca. Le misure dirette eseguite ora accuratamente ne farebbero rettificare le dimensioni, portandone la lunghezza a circa m. 64 ed a circa m. 20 la larghezza massima. Se si tiene presente che le estremità delle strutture in esame sono guaste o mancanti (quella poppiera è poi del tutto interrata), e che solo ora i punti rilevati sono stati portati in figura, si potrà facilmente spiegare come non sia dapprima riuscito di determinare esattamente le massime dimensioni. Ad ogni modo anche la lunghezza di 64 m. non rappresenta la lunghezza originaria della barca, e ciò perchè non tiene conto delle parti delle estremità mancanti.
La seconda nave si è ora meglio visitata ed è stato possibile rintracciarne la estremità di poppa e rilevarne la lunghezza estrema, che è risultata di circa m. 71. La larghezza massima è di m. 24,40. Questa barca è quindi molto più grande della prima, come, per quanto fu possibile desumerne dalla prima ispezione, era già stato accennato.
Le strutture di questa seconda barca sono già state descritte nella precedente mia relazione. Solamente in alcuni punti, dove trovasi in posto la suola, si nota una leggiera soprastruttura superiormente a questa e in prolungamento della murata, nella quale trovansi praticate delle aperture a forma rettangolare di circa cm. 35 X 35, discoste tra di loro di circa m. 1,50, che accennerebbero come in quei punti le travi trasversali (bagli), che reggevano il ponte, sporgessero dalle murate. Di quanto fosse questa sporgenza non è stato possibile rintracciare, poichè nelle parti accessibili della nave nessun baglio trovasi ancora a posto, e di quelli ricuperati e tirati in terra nessuno è intero o porta alle estremità indizi tali da permettere di assegnare la lunghezza della sporgenza sopra accennata.
La barca si presenta per una buona metà della sua lunghezza del tutto libera lateralmente, dal fango: l'interno di questa parte appare completamente vuoto: la porzione poppiera invece si nasconde completamente sotto il fango che ricopre le pendici del lago, sicchè riesce inaccessibile. Il lato dritto della barca è bene visibile fin dove scompare nel fango. In corrispondenza dell'intervallo tra il gavitello n. 9 e 10 si è rintracciata una paratia trasversale costituita da travi di grossa squadratura sovrapposti.
Quanto all'altezza della barca, un'asta di ferro, affondata in corrispondenza del piano longitudinale principale a traverso dell'ultimo gavitello avrebbe incontrato resistenza a circa m. 4 di profondità, ciò che fa ritenere che la barca in quel punto sia alta circa m. 3,50, la restante altezza essendo occupata dal fango che la ricopre. Quello che sembra accertato si è che all'altezza della suola della barca, anzi in parte sorretto da questa, esisteva un gran ponte piano, i bagli del quale sporgevano dalle murate. Su questo ponte, è ragionevole supporre si trovasse tutto quanto di importante reggesse la nave, e qui fosse disposto tutto ciò che riguardava il servizio a cui la nave era destinata.
La sottostante struttura, foggiata a scafo, sembra altro scopo non avesse che di reggere fuori acqua questo ponte. Che quest'ultimo venisse a trovarsi al disopra del livello del lago, è indubitato, poichè la sua impernagione è tutta quanta di ferro, a differenza di quella dello scafo, interamente di rame. Il fasciame dell'opera morta, superiore alla suola e quindi al ponte, è costituito, a quanto asserisce il palombaro, da tavole tenute a posto mediante un solo chiodo di ferro, infisso in ciascuna ossatura.
Il ponte era formato da una robusta intelaiatura di travi trasversali (bagli) e di travi longitudinali riuniti ad incastri e poggiati sulla suola, e sopra ritti o candele facenti capo ai madieri: il fasciame era poi costituito da un solo ordine di tavole, disposte per chiglia e tra loro collegate con linguette di legno e caviglie, nel modo usato per il collegamento tra di loro delle tavole del fasciame di murata.
Il ponte ora detto deve avere subìti guasti notevoli all'affondamento della barca: in seguito ha sofferto avarie maggiori, ed i legnami che lo componevano sono caduti parte nell'interno della barca e parte fuori; era certamente di questo ponte pressochè tutto il legname estratto lo scorso anno dal palombaro del sig. Borghi, legname di grandi dimensioni e di grossa squadratura, provveduto di incastri per giunzioni ad angolo retto, e di incastri per ricevere le testate dei ritti o candele sopra accennate.
Questa seconda barca, come è stato detto, si presenta del tutto vuota nella parte interna accessibile di prora: nè ivi è traccia di suddivisioni od adattamenti che accennino venisse utilizzato lo spazio in quella parte compreso. La sorgente d'acqua, esistente sul fondo del lago presso questa barca, trovasi tra i segnali 5 e 6 dal lato dritto.
Considerazioni sulle barche.
Ho accennato ora come è da ritenersi costruita la seconda barca: quanto alla prima nulla di attendibile può dirsi intorno alla disposizione delle parti che la compongono, perchè completamente interrata. Nell'ispezione fatta lo scorso dicembre si sarebbe rintracciato verso poppa di quest'ultima nave una porzione di ponte; e la presenza di qualche chiodo di ferro in qualche parte di struttura già osservata dal De Marchi, sarebbe stata confermata. Questi due fatti potrebbero far ritenere non del tutto ingiustificata la supposizione che le due barche fossero costruite allo stesso modo; e che però anche la prima risultasse essenzialmente composta di uno scafo portante un ampio ponte emergente sulla superficie del lago.
Una cosa è degna di nota: pressochè tutti i bronzi ricuperati lo scorso anno (uno solo eccettuato, quello a cassetta portante una mano adagiata sopra una delle facce), quasi tutti i mosaici, i marmi, gli oggetti di finimento, ecc. furono ritirati dal fondo del lago in prossimità della prima barca: sarebbe quindi da ritenersi che questa fosse la più ricca e la più ornata.
La seconda barca nella parte accessibile, cioè per una buona metà, si presenta completamente vuota e disadorna. Ma il bronzo colla rappresentazione della mano appartenente a questa barca, non è presumibile fosse il solo pezzo che ne formava l’ornamentazione. Tutti gli altri abbellimenti ed accessori, che possono esservi stati, per il modo stesso nel quale la barca venne ad affondare, devono esser caduti fuori la barca stessa, e trovarsi quindi ad una profondità ove non sarebbe così facile rintracciarli come è stato per i bronzi finora estratti presso la prima barca. Aggiungasi che i bronzi si troveranno naturalmente coperti dal fango, e inoltre che ricerche sistematiche con questo preciso intento intorno a questa seconda barca non vennero mai fatte.
Le due barche giacciono inclinate sul fondo del lago: la prima colla prora in avanti sbandata a sinistra, la seconda pure con la prora in basso e poggiata sulla dritta. È quindi da ritenersi (e ciò a conferma di quello che ho ora accennato) che all'istante in cui le barche poggiarono obliquamente sul fondo, una buona parte degli oggetti e dei materiali situati sul ponte (che a mio credere costituiva quanto di più notevole esisteva a bordo) siano ‘scivolati nel lago fuori delle barche stesse.
Il fatto al quale accenno risulta confermato per la prima barca, poichè quivi la maggior parte dei rottami, delle piastrelle, dei mosaici, dei marmi, ecc., trovasi per lo appunto ammucchiata contro la murata di prora a sinistra, dentro e fuori la barca. Ed in corrispondenza appunto di questa parte della nave si è rintracciata la maggior quantità di mosaici, delle paste vitree ecc., pezzi tutti che per le loro piccole dimensioni sarebbero certamente andati perduti se non si fossero ammucchiati.
Un fatto simile deve pure essere successo per la seconda barca: e se ricerche si dovranno ancora fare attorno ad essa, sarà bene siano eseguite molto accuratamente quelle in prossimità della murata prodiera di destra della nave medesima. Inoltre fuori della barca dovranno naturalmente essere caduti tutti i bronzi che ornavano le estremità dei bagli, che dalle scoperte fatte si dovrebbero ritenere fossero in buon numero, e quegli altri oggetti che ornavano comunque le murate, le estremità delle prore e le estremità delle poppe. Infatti le testate di bronzo dei agli sono state rintracciate fuori delle barche, come ha asserito il palombaro del sig. Borghi che le ha scoperte, e come ha già fatto noto il comm. Barnabei nella sua dotta relazione. Le osservazioni ora fatte hanno un certo valore; ed avrò occasione di ricordarle in seguito, quando tratterò dei procedimenti da proporsi per la messa in secco delle navi. Considerazioni sulla messa in secco delle barche.
Per quanto riguarda in generale lo studio proposto, è bene ricordare che il desiderio di tutti sarebbe quello di poter ottenere che le due grandi barche ci fossero messe dinanzi così come esse furono costruite e galleggiarono. Ma se è facile riconoscere la impossibilità di appagare tale desiderio, resta però in qualche mode determinato il nostro compito, nel senso che si dovrà cercare di raccogliere tutto ciò che può essere ancora salvato e che serva a farci reintegrare nel miglior modo quelle grandiose costruzioni.
Quindi non adempirei al mandato affidatomi se riducessi lo studio a proporre soltanto in che maniera potrebbe essere messo fuori acqua quello che con maggiore o minore difficoltà potrebbe venir tirato su; ma occorre ancora esaminare contemporaneamente per quali mezzi tutto il resto che formava parte integrante delle costruzioni, e che giace presso ed attorno alle costruzioni stesse, possa esser conosciuto e salvato per esser restituito al proprio posto.
La prima necessità è quindi quella di avere la piena cognizione dello stato attuale delle cose, senza nulla rimuovere od asportare: in secondo luogo occorrerà fare indagini e scavi per rendere completamente visibili le barche e le parti da esse staccatesi che rimangono coperte dal fango; in terzo luogo mettere insieme tutti i dati di fatto che possano servire all'opera di reintegrazione. È evidente che procedendo col solo sussidio dell'opera del palombaro sia proprio impossibile attuare il programma accennato, e seguire quindi il buon metodo che promette la migliore riuscita. Scegliendo pure i migliori e più esperti palombari, rimarranno sempre le difficoltà inerenti alla natura stessa del lavoro subacqueo, ad eliminare le quali non vi è mezzo di sorta.
Se è necessità imprescindibile che tutto il complesso sia prima esaminato nei vari particolari e nei reciproci rapporti, occorrerà che si renda possibile l'ispezione completa, e che per conseguenza si lavori all'aperto, cosa che non può ottenersi senza abbassare il livello del lago in modo da lasciare all'asciutto i due grandi galleggianti e tutto ciò che con essi può aver avuto relazione. Ogni altro procedimento che smovesse le strutture, che non permettesse il completo rintracciamento delle parti staccatesi dalle barche e di rilevare la precisa posizione attuale di queste ultime parti, ci priverebbe di una tale quantità di oggetti e di cognizioni da rendere pressochè impossibile in seguito la ricostituzione delle strutture in esame.
Il ricupero puro e semplice degli scafi potrebbe forse tentarsi mediante il sollevamento diretto: in questo caso però bisognerebbe rassegnarsi nella migliore ipotesi e per quanto è stato detto, a portare fuori acqua la sola carcassa delle navi, rinunciando a quelle parti staccatesi o cadute fuori bordo, che sfuggirebbero alle ricerche del palombaro.
A questo proposito gioverà non lasciare inosservato che ciò che ha maggiormente contribuito a guastare le barche ed a ridurle nel loro stato attuale, sono appunto stati i tentativi di sollevamento fatti nei tempi passati. Sopra questi tentativi non riusciranno del tutto prive di interesse alcune considerazioni, che potranno riflettere anche il caso attuale.
Che non fosse possibile ai tempi del Colonna, di Leon Battista Alberti, del De Marchi, e del Fusconi mettere in secco le navi del lago di Nemi non può credersi. L’Alberti ed il De Marchi furono tra i più valenti ingegneri del loro secolo, ed ai tempi loro lavori ben più importanti di quelli richiesti per mettere all'asciutto quelle barche, furono ideati e condotti a termine. La possibilità di un abbassamento di livello del lago è poi di fatto dimostrato dall'esistenza dell'attuale emissario scavato dai Romani tutto in galleria, che evidentemente ha portato fin dai tempi più remoti da uno più alto a quello d'oggi il livello del lago. L'escavazione di una nuova galleria, più bassa dell'attuale, non presentava difficoltà; e se l'Alberti, il De Marchi ed il Fusconi, non hanno pensato a praticarla, si è che molto probabilmente hanno ritenuto di poter mettere in secco le navi od estrarle a pezzi, mediante il sollevamento diretto.
Scartata dunque la supposizione che prima d'ora non fosse possibile mettere in secco le navi, resta a ritenersi che, scelto il sollevamento diretto, non si proporzionassero i mezzi all'intento o che scopo delle ricerche fosse quello di ricuperare quelle parti delle barche facili a staccarsi o quegli oggetti da esse caduti e giacenti sul fondo del lago. Probabilmente l’Alberti ed il De Marchi tentarono il sollevamento diretto delle intere strutture; e durante lo sviluppo dei lavori, visti riuscir vani i loro sforzi, si dovettero accontentare di asportarne qualche piccola parte. Il Fusconi invece, nel principio di questo secolo, si era nettamente prefisso di sollevare le barche pezzo a pezzo.
È quindi molto probabile che, ritenendo facile il sollevamento diretto, non si sia creduto prima d'ora valesse la pena di pensare ad un abbassamento di livello del lago per mettere all'asciutto le barche; e che invece, iniziato il lavoro di sollevamento, non sia stato possibile condurlo a termine per difficoltà sorte sul luogo, nel procedere del lavoro stesso. I precedenti tentativi, non riusciti, ci avvertono di andar guardinghi nel proporre il sollevamento diretto delle barche, ed i mezzi più perfezionati dei quali sì potrebbe ora disporre per la condotta dei relativi lavori, non sono ancora di tale natura da rendere facile una siffatta impresa.
Sollevamento diretto; abbassamento del livello del lago.
Indipendentemente da ciò che è stato detto e da quello che dirò poi intorno al procedimento definitivo che converrà prendere per mettere all’asciutto le barche, dirò qui delle operazioni elementari che in massima si dovrebbero eseguire.
Abbiamo innanzi a noi due metodi: o il sollevamento diretto delle navi o l'abbassamento del livello del lago. Vero è che si potrebbe pure pensare al sistema delle ture, per togliere l’acqua intorno alle barche; ma nel caso in esame un simile procedimento non è da suggerire per cagioni evidenti, essendo troppa la profondità dell’acqua nella quale si dovrebbero costruire le ture, e queste richiedendo ancora uno sviluppo molto grande per comprendere le barche e le porzioni di fondo del lago ad esse vicine.
Esaminiamo allora separatamente i due casi sopra accennati, riservandoci di ritornare in seguito sulla possibilità e convenienza di adottare l'uno o l’altro di essi. Per mettere in secco le barche mediante sollevamento diretto, e per eseguire l'operazione ora detta nel modo che meglio garantisca le barche da guasti o da avarie, occorrerebbe condurre i lavori di ricupero ordinatamente nel modo seguente:
a) Isolare le barche dal fondo del lago, allo scopo: di rendere accessibili tutto in giro le murate esterne della nave; di rendere possibili le operazioni successive delle quali dirò in seguito; e di sopprimere l'attrito di distaceo lungo i fianchi delle navi, attrito che non tolto, oltre al fare richiedere un notevole sforzo in aggiunta a quello necessario per il sollevamento semplice delle barche, può essere causa di qualche danno alle strutture delle murate.
b) Vuotare completamente le barche dal fango o dai materiali che le riempiono, lasciando solo a posto tutto quanto fa parte delle strutture e ad esse risulta ancora connesso. Scopo principale di questa operazione è di ridurre al minimo possibile il peso da sollevare, e di liberare l'interno delle barche da materiali che, se accumulati in corrispondenza di strutture poco resistenti, potrebbero poi guastarle.
c) Riprendere l'escavazione del fondo del lago per isolare il più che si può anche la parte inferiore degli scafi dal fango, e rendere possibile in seguito l’apertura di gallerie trasversali sottopassanti alle carene. Quello che si dovrebbe procurare di ottenere, sarebbe di separare la parte inferiore degli scafi dal fondo del lago, lasciando in posto quella sola porzione di fondo che può utilizzarsi a mò di taccate per reggere le strutture affondate.
L'operazione consisterebbe nella continuazione dello scavo laterale già accennato in a), spingendolo per quanto è possibile verso il centro delle navi. In seguito dovrebbe venire completata praticando scavi a galleria passante, per madiere, in corrispondenza degli intervalli che dovrebbero restare tra le taccate di terra di sostegno, già accennate. Scopo di queste gallerie, oltre quello già detto di ridurre la superficie di attacco delle strutture sul fondo del lago, sarebbe quello di ‘permettere il passaggio di fasci di cavi o ventriere, che dovrebbero servire per imbracare le barche. Ritengo indispensabile (avuto riguardo allo stato attuale di conservazione, alla resistenza del legname degli scafi sommersi, ed a quanto è successo nei precedenti ricuperi tentati facendo presa su pochi punti delle barche) che le strutture da sollevare vengano bene agguantate per di sotto; e perciò converrà far passare sotto gli scafi fasci di cime o ventriere a distanze variabili in dipendenza della resistenza delle strutture nei diversi punti.
Il passaggio di queste fasciature richiede l'apertura delle anzidette gallerie, operazione quest'ultima che presenta grandi difficoltà, avuto riguardo alla notevole laghezza delle barche (una è larga 20 e l'altra 24 metri), e più ancora alla poca consistenza constatata del fondo, le barche essendosi adagiate all'affondamento sopra strati preesistenti di fango. Ammessa la possibilità, che ora appare dubbia (almeno senza richiedere spese eccessive) di scavare siffatte gallerie, la parte di fondo, compresa tra gallerie contigue, dovrebbe in seguito venire ridotta al puro necessario per il sostenimento delle barche. Probabilmente in seguito converrà liberare del tutto le estremità di queste ultime per rafforzarle allo scopo di impedire abbiano ad ia battersi durante il sollevamento.
d) Dopo ciò occorrerà procedere alla imbracatura delle barche, operazione che può effettuarsi in parecchi modi. Tra questi accennerò a quello che a mio parto darebbe maggior affidamento di buona riuscita. Come già è stato notato, le barche trovansi ora costituite da materiali poco resistenti: esse quindi hanno bisogno d'essere ben sostenute in tutte le loro parti durante il sollevamento, e dovrà evitarsi di sottoporle a sforzi locali. Converrà quindi dapprima renderle rigide e rinforzarle ove si mostrino deboli. Ciò fatto, le barche dovrebbero venire assicurate ad un telaio, avente pressochè le dimensioni massime delle navi stesse, affondato sopra di queste, e sul quale si verrebbero in seguito ad esercitare gli sforzi necessari per il sollevamento delle intere strutture.
È al telaio che si dovrà assicurare la nave mediante i fasci di cavi o le ventriere sopra accennate; somma cura inoltre dovrà aversi perchè fino dal primo momento le ventriere restino bene aderenti allo scafo e tutte egualmente in forza. Il telaio dovrebbe seguire a un dipresso il profilo della barca e risultare sufficientemente rigido da distribuire uniformemente su tutte le ventriere gli sforzi locali è ai ig verrà in seguito a trovarsi soggetto. Non è il caso di entrare in maggiori particolari riflettenti le precise forme 6 dimensioni del telaio, il modo di assicurare ad esso le ventriere ecc., particolarità queste che possono venire effettuate in modi diversi ed egualmente soddisfacenti.
e) Isolata, vuotata, rinforzata e collegata infine la struttura affondata al relativo telaio, occorrerà portarla fuori acqua. Questa operazione va eseguita ripartendo il necessario sforzo sopra un conveniente numero di punti del telaio, e prendendo i necessari rilievi e le misure del caso, perchè il telaio non subisca deformazioni. È da richiedersi che il sollevamento riesca in ogni istante controllabile e dirigibile, appunto per evitare deformazioni che potrebbero cagionare guasti alle barche.
Converrà quindi dare la preferenza ad un sistema che permetta di riportare mediante pali, lo sforzo determinato, sul fondo del lago. Un siffatto procedimento offrirebbe pure notevoli vantaggi, fra i quali quello di permettere il sollevamento, astrazione fatta, entro certi limiti, dell'entità del peso da portare su, di richiedere costruzione di impalcature, di tavolati ecc., che tornano utili anche all'esecuzione degli altri lavori da farsi.
Un considerevole vantaggio della soluzione ora proposta sarebbe quello di poter trovare sul posto la maggior parte dei legnami, quali antenne, travi, tavole ecc., che dovrebbero costituire le impalcature e le strutture che occorrerebbe approntare per eseguire il sollevamento. Per completare questi mezzi da lavoro non si richiederebbero che dei cavi e della ferramenta minute, materiali questi di poco peso e ingombro e che non riuscirebbe difficile di trasportare al lago.
Un sollevamento a mezzo di barche, o di pontoni, o di apparecchi speciali galleggianti, non sarebbe pratico, poichè richiederebbe ingenti spese per trasportare sul luogo i galleggianti, o spese non meno forti per costruirli sul posto. Nè è a credersi basterebbero pochi o piccoli galleggianti per determinare lo sforzo necessario per sollevare le navi affondate, poichè oltre il peso proprio di queste, considerevole, occorrerà vincere l'attrito di distacco tra scafo e fondo, attrito molto forte a giudicare da quello che si è avuto occasione di verificare in casi consimili a quello in esame. Con galleggianti poi riuscirebbe difficile portare le strutture affondate del tutto fuori acqua, cosa questa necessaria per l'esecuzione dei susseguenti lavori: nè sarebbe possibile regolare a piacimento il sollevamento nel momento del distacco, che avverrebbe d'un tratto, compromettendo forse l'integrità delle barche.
Procedendo nel modo suggerito, cioè a mezzo di pali ed impalcature, il distacco dal fondo può effettuarsi lentissimamente e regolarsi in modo da non essere causa di danni alle strutture. Anche l'operazione tutta del sollevamento potrà venir condotta e regolata a piacimento, arrestandola tutte le volte che occorra, per esempio, applicare rinforzi locali od assicurarsi che tutto avvenga nel modo desiderato.
Il procedimento ora accennato potrà venir mandato ad effetto nel modo seguente. Disposte lungo la nave due o più file di pali, sufficientemente lunghi da riposare sulla parte resistente del fondo del lago e da sporgere sul livello dell’acqua in modo conveniente, collegati i pali da uno stesso lato tra di loro, si disporranno trasversalmente alla nave tante travi quante ne occorreranno per sostenere gli apparecchi, argani o molinelli ecc., che si stimeranno sufficienti per determinare lo sforzo complessivo di sollevamento richiesto. Mettendo in azione contemporaneamente i congegni ora detti, si potrà esercitare sul telaio lo sforzo necessario per sollevare la barca.
Occorrerà controllare costantemente l'operazione del sollevamento, per assicurarsi che la nave non venga soggetta a deformazioni. Un siffatto controllo riuscirà molto agevole, se si avrà avuto cura, prima di mettere in azione i mezzi di sollevamento, di applicare per esempio alle murate della nave delle aste verticali sporgenti dalla superficie dell’acqua, sulle quali saranno tracciate linee di riferimento giacenti tutte sopra uno stesso piano, che potrà essere quello della superficie libera del lago stesso. Operando il sollevamento lentamente e in modo che le linee ora dette si mantengano sempre in uno stesso piano si potrà condurre la manovra in modo da non cagionare deformazioni nella nave affondata.
Anche qui non è il caso di scendere a più minuti particolari riguardanti il numero, la disposizione, la distanza delle antenne, delle travi e dei congegni costituenti il castello che dovrà servire per sollevare e per reggere la barca. Condizioni del momento, fatti imprevisti, parti di fondo che convenga rispettare ecc., possono suggerire sul posto stesso varianti tanto importanti al tracciato che potrebbe in massima venire scelto per l'attuazione, da cambiare la struttura e la disposizione delle parti. Converrà quindi studiare la costituzione del castello quando i precedenti lavori di scavo accennati in 4 e in c avranno del tutto isolata la barca e erica le parti di fondo ad essa contigue.
f) Sollevata la barca fuori del lago, riuscirà facile liberarla completamente dall'acqua che per avventura fosse trattenuta tra le sue murate, e dai materiali sciolti, che dal palombaro non furono asportati. In seguito converrà procedere all'esecuzione di quei lavori atti a rinforzar convenientemente la struttura ed a chiudere quelle aperture nell'opera viva che impedirebbero alla nave di reggersi a galla per il breve tempo necessario per rimorchiarla in corrispondenza dello scalo.
Mentre la nave è fuori acqua, verranno fatti i rilievi necessari al tracciamento della invasatura che dovrà reggerla sullo scalo, e allorchè l'invasatura sarà stata costruita ed applicata, la nave verrà messa a galla, favorendone la galleggiabilità, se ne sarà il caso, mediante qualche speciale galleggiante. Anche qui non è possibile prevedere l'entità dei lavori di rinforzo e di riattamento che occorrerà intraprendere per mettere la nave in condizioni da galleggiare, nè dare un tracciato anche approssimativo della invasatura che farà per il caso in esame, troppi elementi mancando per poter fare uno studio anche approssimato delle opere dianzi accennate. Contemporaneamente a questi lavori, scelta la località adatta, potrà costruirsi lo scalo da servire a tirare in secco la nave.
g) Ciò fatto, provveduta la barca della relativa invasatura ed adagiata sull'acqua, sarebbe rimorchiata in corrispondenza dello scalo ed in seguito alata in terra ove dovrebbe poi venire sistemata sopra adatte taccate, e venire provveduto alla sua conservazione. Un progetto di scalo, i mezzi da seguirsi per l'alaggio ed in generale tutto quanto riflette le operazioni di tirare a terra la nave e di sistemarla su taccate, non potranno evidentemente concertarsi che allorchè, sollevata la nave fuori acqua nel modo precedentemente accennato, riuscirà di farsi un criterio esatto del suo stato di integrità e di conservazione.
Ad ogni modo, trattandosi di strutture di dimensioni così rilevanti, l'operazione di alarle e di sistemarle in terra dovranno venire condotte con speciali cure. Nell'indicare il procedimento di massima da seguirsi per la messa in secco delle navi, mi sono riferito piuttosto al caso della prima che a quello della seconda barca: ad ogni modo il metodo indicato è suscettibile di subire qualche variante che lo sviluppo stesso dei lavori può mostrare convenga di adottare.
A cagione della profondità alla quale trovasi la seconda barca, profondità che rende difficile e costosi i lavori da palombaro ed obbligherebbe ad adottare speciali provvedimenti per poter raggiungere colla estremità delle colonne del castello il fondo del lago, il procedimento del sollevamento diretto nel modo sopra accennato non è davvero da suggerirsi. Nè potrebbe seguirsi il metodo stesso, sostituendo galleggianti ai verricelli per determinare la spinta necessaria a sollevare la nave, poichè così operando non sono eliminati i lavori da palombaro accennati precedentemente in a, b, c, d, e si andrebbe ancora incontro al pericolo di guastare la barca al suo distacco dal fondo. Se il sollevamento diretto potrebbe quindi venir proposto per la prima nave, non potrebbesi egualmente proporlo per la seconda, a meno che non si volesse ricorrere a spese straordinarie e sproporzionate, come può ognuno immaginare, pensando alla ragguardevole profondità a cui si trova la nave.
Per mettere in secco le barche mediante abbassamento del livello del lago occorrerebbero i seguenti lavori.
h) Praticare una galleria lunga circa 1800 metri (il tracciato rappresentato nella fig. 6, che qui si aggiunge, darebbe un percorso di galleria di 1650 metri) di sezione conveniente per permettere di scaricare l'acqua compresa tra il livello attuale e quello che si vorrebbe ottenere. Per avere in secco le due barche occorrerebbe un abbassamento nel livello di circa m. 22,50. a costruzione della galleria non presenta per sè stessa difficoltà speciali, poichè vien fatta in roccia non troppo resistente, tale da non richiedere rivestimento di sorta. Infatti la roccia vulcanica da perforare si sostiene da sè, almeno a giudicare dall'antico emissario romano, il quale si mostra nella parte accessibile (estremità a monte esclusa) sprovvisto di rivestimento.
La sezione della galleria dovrebb'essere a profilo ad archi di cerchio: data la sua lunghezza non conviene abbia un'altezza minore di m. 2, dovendo lasciarsi lo spazio per un pò d'acqua di scolo e per un tubo di ventilazione di circa 300 mm. di diametro. La sezione della galleria rappresentata nella fig. 6 4 è circa mq. 2,80. La ventilazione verrebbe ottenuta per compressione mediante speciale impianto. Una ventilazione imperfetta importerebbe molta perdita di tempo ed una conseguente maggiore spesa; e però è da evitare. L'avanzamento medio giornaliero del lavoro di scavo si potrebbe ritenere, se nessuna causa imprevista viene a disturbare l'andamento del lavoro, di circa m. 1,50. L'imbocco della galleria, quello verso il lago, potrà effettuarsi o con successivi tratti di gallerie inclinate, o mediante pozzo e condotto in trincea a profondità variabile.
i) Costruire un piccolo edificio allo sbocco della galleria, destinato a regolare l’efflusso delle acque.
l) Tracciare il percorso delle acque di scarico del lago, dallo sbocco della galleria ad un letto naturale di corso d'acqua, che porti poi l'acqua al mare.
Una volta messe in secco le barche, le operazioni da seguirsi su di esse sono quelle che possono riflettere uno scavo ordinario, avendosi allo asciutto tutto quanto occorre studiare e rintracciare; e si ridurrebbero alla rimozione ed alla visita di tutto il fondo circostante alle barche, al vuotamento delle stesse, ed al rilievo delle parti staccatesi dalle strutture principali.
In seguito il lavoro riuscirà differente, secondo che risulterà conveniente lasciare le barche nel preciso posto nel quale si saranno trovate o si stimerà conveniente ritornare al primitivo il livello dell'acqua, chiudendo la galleria di scarico sopra accennata e trasportando le barche sulle attuali rive del lago. Nel primo caso non occorrerà che riparare le barche, adattarle convenientemente sopra le taccate o speciali strutture; nel secondo invece si dovranno eseguire i lavori precedentemente indicati alle lettere f, g per il caso del sollevamento diretto.
Messe in secco le barche, riassettate alla meglio, si giudicherà dal loro stato di integrità e di conservazione, della convenienza di procedere alla loro reintegrazione. Ciò nel solo caso, s'intende, che dallo studio delle barche e delle parti di esse rintracciate, si sian potuti ottenere tutti gli elementi necessari perchè la ricomposizione riesca a dovere.
Da ultimo necessiterà provvedere alla conservazione delle strutture ricuperate. Il problema non è facile nè di sicura riuscita poichè i legnami delle barche, conservati fuori acqua, acquistano una notevole tendenza a disgregarsi; ed è probabile che per conservarli risultino insufficienti le pitture, le vernici e gli smalti, sui quali si fa ordinariamente assegnamento per proteggere quanto conviene sottrarre all’azione dell’aria atmosferica.
Vantaggi ed inconvenienti. I due procedimenti che ho descritti e che in massima permetterebbero di mettere all'asciutto le barche, offrono ciascuno vantaggi ed inconvenienti propri, sui quali giova intrattenersi particolareggiatamente.
Sollevamento diretto.
Premetto che questo procedimento è di dubbia riuscita, perchè da alcuni saggi del fondo eseguiti lo scorso giugno, essendo risultato che le barche riposano sopra fango pochissimo consistente, non può assicurarsi riesca possibile praticare le gallerie trasversali sotto lo scafo, che devono permettere. un conveniente imbracamento delle barche. Ciò posto, ammesso per un momento di poter eseguire il lavoro anzidetto, col sollevamento diretto, si otterrebbe di mettere all’asciutto il solo scafo pressochè nudo, la sola carcassa, poichè gli oggetti di allestimento e di finimento che si trovavano sul ponte o sulle murate saranno caduti nel lago o per scuotimento all'atto dell’affondamento della nave, o si saranno staccati in seguito dalle murate per corrosione dei relativi sostegni.
Non è poi escluso il caso che si abbiano a perdere definitivamente quegli oggetti che non riuscisse di ricuperare durante l'esecuzione dei lavori preliminari di scavi subacquei, e che parte degli oggetti subiscano guasti in causa dei lavori stessi. Ad ogni modo non si potranno rilevare per gli oggetti staccati dalle strutture principali, quegli elementi che possono servire di guida nella ricerca del posto che originariamente occupavano nelle barche e che converrebbe conoscere per lo studio di reintegrazione che riescirebbe interessantissimo di poter fare.
Il vantaggio di questo procedimento sarebbe unicamente quello di non alterare per nulla l'assetto del lago, il quale conserverebbe lo specchio ed il volume d’acqua | attuale; nè verrebbe variato il quantitativo ed il corso delle acque che scarica l'emissario. È questo un qualche vantaggio considerato in sè stesso, ed in rapporto de: di speciali culture che si hanno nel bacino del lago.
Abbassamento del livello del lago.
Se lo scopo da raggiungere è quello di avere le barche all'asciutto nel preciso stato nel quale trovansi attualmente, migliore e più sicuro mezzo per ottenere l'intento stabilito non ci può essere di quello di un abbassamento di livello del lago. Così operando si ottiene inoltre di eseguire i rilievi, le ricerche e gli scavi, all'asciutto, eliminando tutte le cause di incertezze nelle quali si incorrerebbe dovendo invece eseguire lavori subacquei.
Col procedimento ora indicato riesce anche relativamente facile farsi un'idea delle spese necessarie per mettere in secco le navi, che sarebbero quelle richieste per praticare la galleria di scarico delle acque, e per convogliare queste a valle. I restanti lavori verrebbero fatti all'asciutto, e però si ridurrebbero a quelli di uno scavo ordinario, all'aperto, cioè in condizioni da essere eseguiti nel miglior modo e con spesa minima.
Giova inoltre notare che la soluzione accennata metterebbe all'asciutto una zona di fondo di lago di circa 85 ettari, nella quale è da ritenersi potranno essere rinvenuti numerosi altri oggetti quivi giacenti. Gli incovenienti che potrebbe occasionare un abbassamento di livello del lago sono da ascriversi a due cause: alla riduzione del volume delle acque e alla riduzione della superficie liquida. Ne risulterebbero quindi alterati la temperatura e lo
stato igrometrico del bacino il cui fondo è occupato dal lago.
Questi inconvenienti potrebbero essere temporanei poichè nulla vieta, una volta messe in secco e riparate le navi, di chiudere il condotto di scarico del lago e di lasciar ritornare le acque al primitivo livello.
Lavori da farsi.
Ripeto qui in succinto i lavori che importa fare per mettere le barche all'asciutto, con qualche elemento atto a mostrarne l'entità.
1° Caso. Sollevamento diretto.
a) Isolamento delle barche dal fondo del lago. È difficile stabilire fin d'ora la misura dello scavo da farsi, dipendendo esso e dalla consistenza del fondo e dall'altezza della parte interrata delle barche che non è stato possibile delimitare con sicurezza. Ritenendo basti a ciò praticare un canale largo circa m. 2 e profondo a poppa altrettanto, occorrerebbe asportare intorno alla prima barca m. c. 250 di fango, ed attorno alla seconda m. c. 300.
b) Vuotamento delle barche. Anche qui è difficile prevedere la quantità dei materiali da sollevarsi, non conoscendosi i puntali delle barche nelle loro parti interrate, nè in quale misura le barche risultino riempite nelle parti non accessibili nè visibili.
c) Prosecuzione degli scavi per isolare il più possibile lo scafo dal fondo del lago, facendolo riposare come su taccate di fondo, ottenendo inoltre le gallerie necessarie per il sotto passaggio dei fasci di cime o delle ventriere richieste per l'imbracatura delle strutture da sollevare. È questo un lavoro del quale non è possibile prevedere l'entità e per ragioni già addotte in a, e perchè dovrà avere maggiore o minore sviluppo dipendentemente da circostanze che non è possibile ora conoscere. Ad ogni modo è questa la parte più indeterminata del lavoro da intraprendersi, e quella pur anche della quale non è possibile assicurare la riuscita.
d) Affondamento del telaio, imbracatura e rinforzo delle navi. Ho indicato il procedimento di massima da seguirsi per l'effettuazione delle operazioni ora accennate: evidentemente all'atto pratico potrà concretarsi il da fare solo dopo conosciuti i risultati dei lavori detti in c.
e) Anche le particolarità che riguardano la costruzione del castello, la disposizione della sue parti, i mezzi necessari per il sollevamento ecc., si potranno determinare con precisione dopo eseguiti i precedenti lavori. Lo stesso dicasi per le operazioni accennate precedentemente in / e in g.
Ciascuna delle operazioni ora dette, si compone alla sua volta di lavori i quali potranno prendere maggiore o minore sviluppo secondo le circostanze che non è possibile prevedere; poichè se lo scopo da raggiungersi è ben definito nel complesso, non lo può essere nelle particolarità concernenti la sua attuazione. Per portare l'attenzione sopra una cosa sola e non la più complessa, prendiamo in esame il primo lavoro da farsi, quello descritto in 4.
L'entità dello scavo dipende dalla profondità da raggiungere a poppa della nave, profondità che si presume di 2 m., ma che potrà anche essere maggiore, se in quella parte la barca si spingerà di più sotto il fango: anche la larghezza dello scavo dipenderà dall’inclinazione che si potrà dare alla sua sponda esterna, la quale non potrà poi determinarsi che durante lo sviluppo del lavoro. È naturale che scavando in giro alle navi si debbano rintracciare oggetti o parti di strutture staccatesi dalle navi: occorrerà dunque procedere con molta attenzione ed i lavori di scavo dovranno in qualche caso condursi con cautela e lentezza, e portare quindi a spese maggiori. Lo scavo per maggior sicurezza, converrà sia eseguito a mano; non è però da escludersi che nella condotta dell’opera si possano impiegare mezzi meccanici ausiliari ed economici che dall'esperienza potranno venire suggeriti.
I lavori da farsi per la messa in secco delle barche non potendo venire determinati con sufficiente approssimazione, riesce impossibile fare proposte concrete intorno alla spesa a cui si andrebbe incontro: senza dire che trattasi di lavori di carattere speciale, per i quali inutilmente si cercherebbero termini di confronto.
A rendere il caso in esame anche più singolare contribuisce altresì il fatto che il lago di Nemi trovasi lungi dall'abitato, a 300 m. circa sul livello del mare, al fondo di un cratere di vulcano estinto, in una località infine con strade strette e poco accessibili.
2° Caso. Abbassamento del livello del lago.
Per ciò fare occorre scavare apposita galleria, attraverso la roccia che limita il bacino occupato dalle acque, che sbocchi a monte ad una profondità di circa m. 22,50 sotto l’attuale superficie libera del lago, ed a valle del bacino dell’antico lago dell’Ariccia. La galleria potrebbe avere un tracciato rettilineo della lunghezza di circa m. 1800, ed una pendenza del mezzo per mille circa. Le dimensioni e la forma della sua sezione trasversale più che dalla portata dovrebbero disegnarsi in modo da ottenere un minor costo per metro lineare di galleria. Così facendo la sezione della galleria, che permette un economico sviluppo di lavoro, la possibilità di una conveniente ventilazione ecc., risulta notevole e darebbe sfogo a massa d'acqua troppo grande.
Converrà quindi munirla allo sbocco a valle di apposito edificio regolatore, con che si potrà ridurre a quello che si crederà meglio convenga, la portata della galleria costruita. La difficoltà che presenta l'apertura della galleria al suo imbocco a monte dal lato del lago, potrà venire superata, come si è già detto, in differenti modi, per esempio mediante la costruzione di tratti di galleria inclinata d'imbocco, o mediante la costruzione di un pozzo e successivi tratti di canale in trincea di scarico. Da ultimo converrà provvedere a convogliare, per un percorso da 5000 a 6000 m. circa, le acque di scarico dallo sbocco della galleria ad uno dei letti di corsi d'acqua naturali esistenti, che porteranno l’acqua al mare. Nella fig. 6 trovasi segnato il tracciato di massima della galleria, la sua altimetria e la sezione che converrebbe assegnarle per un minimo costo.
Costo approssimativo.
È estremamente complesso lo stabilire il preventivo della spesa occorrente, per la messa in secco delle navi, e ciò per tre principali regioni:
1. Il lavoro da eseguirsi è per sè stesso indeterminato, poichè non è possibile fin d'ora stabilirne l'entità. Infatti non si conosce intanto finora con precisione il puntale delle barche, e restano quindi non definiti in misura, per esempio, i lavori di scavo che si dovranno praticare. Inoltre non è possibile assegnare lo sviluppo che prenderà ciascun lavoro elementare: di quale potrà forse farsi a meno ed a quale altro converrà apportare modificazioni od aggiunte.
2. Trattasi generalmente di lavori di un genere nuovo, per cui salvo il caso della costruzione della galleria e del canale di scolo, sarà pressochè impossibile avere dati di confronto e difficile assai stabilire prezzi unitari per il lavoro in base ad analisi.
3. La località nella quale i lavori andranno eseguiti, ad una discreta altezza sul livello del mare, lontana dall'abitato e dai grandi mezzi di comunicazione, con strade d'accesso strette e ripide è causa di maggiori complicazioni per una gran parte dei lavori, quali per esempio per quelli che si dovrebbero intraprendere nel caso del sollevamento diretto, per quelli di riattamento, di ricostruzione, di trasporto o di conservazione delle navi.
Oltre alle spese che si dovranno incontrare per l'esecuzione dei lavori ora accennati, se ne avranno altre di natura affatto diversa, quali indennizzi o compensi per occupazione di aree necessarie allo stabilimento del cantiere, per l'occupazione del terreno da destinarsi alla costruzione del fosso a valle della galleria, per danni causati dalla diminuzione di volume e di specchio d'acqua alle culture stabilite nel Donna del lago, ecc., spese che non è possibile per ora di valutare. Per tutte queste cagioni non è dato di fare con qualche fondamento un preventivo della spesa per la messa in secco delle navi mediante sollevamento diretto.
È invece possibile determinare il preventivo della spesa nel caso di abbassamento di livello del lago, almeno per quanto ha riguardo alla messa all'asciutto PARA e semplice delle strutture in parola. Infatti l'apertura della galleria sopradetta, si può preventivare del costo di L.140,000 circa: quella delle opere di imbocco di L. 20,000: la costruzione di un edificio di scarico allo sbocco a valle della galleria L. 10,000 e la costruzione del fosso in prosecuzione della galleria ed in opere di adattamento relative L. 60,000. In tutto, colla occupazione del terreno e cogli imprevisti, si può ritenere occorrano circa L. 250,000 per mettere all'asciutto entrambe le barche.
Conclusione.
Se come sembrami, principale scopo di questo studio deve essere quello di suggerire i mezzi più sicuri ed acconci per restituire alla luce le barche nel preciso stato e nelle condizioni nelle quali trovansi attualmente, cioè senza arrecar loro nuovi guasti oltre quelli già sofferti finora, migliore soluzione da proporre non c'è di quella di un abbassamento di livello del lago, tale da mettere all’asciutto entrambe le barche. L’abbassamento richiesto sarebbe di circa m. 22,50: dopo tolti 13 metri d’acqua, la prima nave sarebbe già all’asciutto. È solamente operando nel modo ora detto che si riuscirà a nulla guastare ed a poter poi eseguire tutti gli studi e le ricerche che ci dovranno permettere di renderci esatta ragione delle strutture in esame e di tentarne la reintegrazione.
Nulla sarà in questo modo guastato o perduto di quanto trovasi ancora sott'acqua. Il procedimento mediante il sollevamento diretto, oltre gl'inconvenienti già accennati a suo luogo, ha quelli capitali di non essere di sicura riuscita, e di mettere in secco, in caso di esito favorevole, le sole carcasse delle navi. È però quello che si presenta per il primo alla mente e che solo la conoscenza della grandezza delle barche, del loro stato di conservazione e di giacitura, fa scartare come di incerta riuscita.
Ora infatti che si conoscono le dimensioni delle barche, che si ha ragione di ritenerle pochissimo resistenti, poichè a parte lo stato di conservazione dei legnami, sono di così basso puntale da far dubitare della attitudine a ben reggere agli sforzi ai quali si saran trovate a sottostare quando galleggiarono, e poichè infine dopo tanto tempo che trovansi adagiate sul fango devono offrire una resistenza di distacco tutt'altro che indifferente, non è senza gravi preoccupazioni per la riuscita del lavoro che potrebbe suggerirsi un nuovo tentativo di sollevamento diretto. E poichè l'esperienza del passato ci ha provato che tutte le precedenti imprese sono andate a male, con grave scapito ancora della integrità delle barche, sarebbe davvero sommamente imprudente di ritentare la stessa strada, ora che più perfetti mezzi di ispezione ci hanno fatto conoscere le cause degli insuccessi patiti.
Con una somma di L. 250,000 si otterranno le due navi all’asciutto. Non ho creduto considerare il caso della messa in secco della sola prima barca, poichè lo sviluppo della galleria riuscendo pressochè lo stesso nei due casi, la spesa richiesta sarebbe stata di tanto poco inferiore a quella ora detta da non giustificare la convenienza di ricuperare una sola barca. Una volta in secco le navi si potrà giudicare meglio il da farsi e determinare con esattezza le spese necessarie per i successivi lavori di scavo, per la riattazione, il trasporto, la conservazione ecc. In allora si vedrà meglio se convenga sistemare le barche nel preciso posto dove trovansi o se converrà portarle sulla riva attuale del lago e lasciar tornare le acque nel livello primitivo.
Per avere le barche a Roma, come da qualcuno potrebbe desiderarsi, occorrerebbe scomporre quelle costruzioni in segmenti di grandezza molto limitata. Smontarle non è possibile, avuto riguardo allo stato dei collegamenti che non si potrebbero disgiungere in alcun modo. L Di Ma ritengo meglio convenga conservare intatte le barche, come i lavori di ricupero e quelli eventuali di reintegrazione ci permetteranno di ottenere. Ad ogni modo, ove proprio si stabilisse di scomporre le barche in segmenti, questa operazione andrebbe eseguita fuori acqua, e ciò per poter esser sicuri di rimettere assieme poi nel \ debito modo quelle antiche costruzioni.
Queste particolarità mi interessa di fare rilevare, al fine di non lasciare supporre che io ritenga possibile di effettuare la scomposizione delle barche sott'acqua, il che condurrebbe alla demolizione delle strutture ed al sollevamento a pezzi delle medesime, cioè ad un ricupero del genere di quello che inutilmente, per nostra buona fortuna, fu tentato dal Fusconi.
In un discorso alla Reale Società Romana di Storia Patria, Mussolini annuncia la decisione di recuperare le navi romane sommerse nel Lago di Nemi.
Per realizzare il recupero delle navi romane, Mussolini avvia lo svuotamento del lago di Nemi, mettendo in funzione l'impianto idrovoro fornito dalla Riva. L'acqua viene confluita nel condotto dell'emissario romano.
In seguito all'attività di svutamento del lago di Nemi, dopo un abbassamento di 5,40 metri, affiorarono le prime strutture delle navi romane.
Comincia ad emergere la seconda nave di Nemi.
Riprendono i lavori di recupero delle navi romane nel lago di Nemi, dopo un accordo tra Consiglio dei ministri, Marina Militare ed i ministeri dei Lavori pubblici e dell'Educazione nazionale.
Nel Museo delle Navi di Nemi, viene posizionata la prima imbarcazione.
Nel Museo delle Navi di Nemi, viene posizionata anche la seconda imbarcazione.
In occasione del Natale di Roma, il Duce Mussolini, accompagnato dal ministro dell'Educazione Nazionale Bottai e da numerose autorità e gerarchie, inaugura il Museo delle Navi di Nemi.
Un violento incendio devasta il Museo delle Navi di Nemi, distruggendo i resti delle imbarcazioni romane.
Il comando provinciale della Guardia di Finanza di Roma, recupera i frammenti una statua di Caligola in trono come Zeus, frutto di scavo clandestino presso l'area del Tempio di Diana a Nemi.
La testata di baglio in bronzo con testa di leone proveniente dalla prima nave di Caligola, ritornata dal Museo Noazionale romano di Palazzo Massimo al Museo delle Navi Romane di Nemi.
Stampe antiche1896
Rilievi eseguiti sulle due barche di Nemi
Notizie degli scavi di antichità
1896
Pianta e spaccato del lago di Nemi
Notizie degli scavi di antichità
1895
Pianta del Lago di Nemi
1895
Pianta della collocazione di una nave di Nemi
1895
Materiali ripescata dalle Navi di Nemi
Notizie degli scavi di antichità
1550
Philip Galle
Lacus Nemorensis Sive Ariciae
Ruinarum varii prospectus, ruriumque aliquot delineationes