Pontificie Opere Missionarie

AMERICA/CILE - il Papa a sacerdoti e religiosi cileni: non siamo supereroi. La Chiesa vive solo del perdono di Cristo

Santiago del Cile – La Chiesa non ha bisogno di “supereroi”, ma solo di fare esperienza del perdono di Cristo, e della redenzione che Lui le dona attraverso le sue piaghe. E questo dinamismo anima ogni opera apostolica e ogni cammino cristiano. Lo ha ripetuto Papa Francesco nell’incontro avuto nel pomeriggio di martedì 16 gennaio con i sacerdoti, i religiosi, le religiose, i consacrati, le consacrate e i seminaristi cileni, nella Cattedrale di Santiago del Cile. Il lungo discorso del Vescovo di Roma ha affrontato senza reticenze il momento difficile attraversato dalla Chiesa che è in Cile, unn tempo “di turbolenza e sfide” descritto anche dal cardinale Ezzati nel suo discorso di saluto al Santo Padre: "Conosco” ha detto Papa Francesco “il dolore che hanno significato i casi di abusi contro minori e seguo con attenzione quanto fate per superare questo grave e doloroso male”. Il Papa ha anche dichiarato di sapere che i sacerdoti in Cile “a volte avete subito insulti sulla metropolitana o camminando per la strada; che andare “vestiti da prete” in molte zone si sta “pagando caro’ ”. Davanti a tale momento difficile e di smarrimento, il Papa ha sviluppato il suo intervento invitando tutti a guardare all’esperienza di San Pietro e della prima comunità di discepoli, paradigma di ogni cammino cristiano.

Non siamo migliori
Dopo la morte in croce di Cristo – ha ricordato il Vescovo di Roma – anche Pietro e gli apostoli vissero le “ore dello smarrimento e del turbamento” nella vita del discepolo. Le ore in cui ci si ritrova “con le reti vuote vuote”, senza “grandi avventure da raccontare”. E si può essere tentati di “pensare che tutto va male, e invece di professare una “buona novella”, quello che professiamo è solo apatia e disillusione. Così chiudiamo gli occhi davanti alle sfide pastorali credendo che lo Spirito no abbia nulla da dire. Così ci dimentichiamo che il Vangelo è un cammino di conversione, ma non solo “degli altri”, ma anche nostra”. In quell’ora della verità - ha rimarcato il Papa – anche Pietro - e con lui tutti gli apostoli – “Fece l’esperienza del suo limite, della sua fragilità, del suo essere peccatore. Pietro l’istintivo, l’impulsivo capo e salvatore, con una buona dose di autosufficienza e un eccesso di fiducia in sé stesso e nelle sue possibilità, dovette sottomettersi alla propria debolezza e al proprio peccato. Lui era peccatore come gli altri, era bisognoso come gli altri, era fragile come gli altri”. A noi – ha aggiunto il Papa - “Come discepoli, come Chiesa, ci può accadere lo stesso: ci sono momenti in cui ci confrontiamo non con le nostre glorie, ma con la nostra debolezza. Ore cruciali nella vita dei discepoli, ma quella è anche l’ora in cui nasce l’apostolo”. Perché davanti all’apostolo che ha fallito, “Gesù non usa né il rimprovero né la condanna. L’unica cosa che vuole fare è salvare Pietro. Lo vuole salvare dal pericolo di restare rinchiuso nel suo peccato, di restare a “masticare” la desolazione frutto del suo limite; dal pericolo di venir meno, a causa dei suoi limiti, a tutto il bene che aveva vissuto con Gesù”.
Solo l’esperienza della misericordia di Cristo che perdona – ha suggerito Papa Francesco ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose cileni – può ridare vita ai discepoli smarriti, può trasfigurare il loro dolore e rialzarli dalle cadute: “che cosa” ha chiesto il Papa "fortifica Pietro come apostolo? Che cosa mantiene noi come apostoli? Una cosa sola: ci è stata usata misericordia . In mezzo ai nostri peccati, limiti, miserie; in mezzo alle nostre molteplici cadute, Gesù ci ha visto, si è avvicinato, ci ha dato la mano e ci ha usato misericordia..…. Non siamo qui” ha proseguito il Successore di Pietro perché siamo migliori degli altri. Non siamo supereroi che, dall’alto, scendono a incontrarsi con i “mortali”. Piuttosto siamo inviati con la consapevolezza di essere uomini e donne perdonati.E questa è la fonte della nostra misericordia”.

Una Chiesa con le piaghe
Nel perdono ricevuto da Cristo, che risana le ferite, i sacerdoti, i consacrati e tutti i battezzati partecipano al mistero della salvezza che Cristo dona non proponendo idee religiose, ma attraverso le sue piaghe. E proprio l’esperienza di vedere le proprie piaghe risanate e perdonate da Gesù consente ai sacerdoti, ai consacrati e a tutti i battezzati di abbracciare i limiti e i dolori del mondo, di andare incontro agli altri così come sono, annunciando la salvezza del Vangelo, trattando tutti con misericordia: “Siamo consacrati, pastori” ha detto il Papa “nello stile di Gesù ferito, morto e risorto. Il consacrato è colui e colei che incontra nelle proprie ferite i segni della Risurrezione; che riesce a vedere nelle ferite del mondo la forza della Risurrezione; che, come Gesù, non va incontro ai fratelli con il rimprovero e la condanna”. Egli - ha proseguito il Papa – “non si presenta ai suoi senza piaghe; proprio partendo dalle sue piaghe Tommaso può confessare la fede. Siamo invitati a non dissimulare o nascondere le nostre piaghe. Una Chiesa con le piaghe è capace di comprendere le piaghe del mondo di oggi e di farle sue, patirle, accompagnarle e cercare di sanarle. Una Chiesa con le piaghe non si pone al centro, non si crede perfetta, ma pone al centro l’unico che può sanare le ferite e che si chiama Gesù Cristo”.

La preghiera del cardinale Silva Henríquez
Le piaghe di Cristo, che diventano “cammino di Resurrezione”, e non perfezionismi clericali o complicate strategie pastorali, rappresentano – così ha suggerito Papa Francesco - il criterio di autenticità di ogni esperienza ecclesiale:
“Rinnovare la profezia” ha sottolineato Papa Francesco “Rinnovare la profezia è rinnovare il nostro impegno di non aspettare un mondo ideale, una comunità ideale, un discepolo ideale per vivere o per evangelizzare, ma di creare le condizioni perché ogni persona abbattuta possa incontrarsi con Gesù. Non si amano le situazioni, né le comunità ideali, si amano le persone. Il riconoscimento sincero, sofferto e orante dei nostri limiti, lungi dal separarci dal nostro Signore" ha aggiunto il Papa "ci permette di ritornare a Gesù sapendo che Egli sempre può, con la sua novità, rinnovare la nostra vita e la nostra comunità, e anche se attraversa epoche oscure e debolezze ecclesiali, la proposta cristiana non invecchia mai”.
Concludendo il suo intervento, il Papa ha invitato tutti i presenti a scrivere”nel proprio cuore” un proprio “testamento spirituale”; sul modello della preghiera scritta dal compianto cardinale cileno Raúl Silva Henríquez. “La Chiesa che io amo è la Santa Chiesa di tutti i giorni... la tua, la mia, la Santa Chiesa di tutti i giorni... Gesù, il Vangelo, il pane, l’Eucaristia, il Corpo di Cristo umile ogni giorno. Con i volti dei poveri e i volti di uomini e donne che cantavano, che lottavano, che soffrivano. La Santa Chiesa di tutti i giorni”. .


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AMERICA/CILE - Papa Francesco: il “paradigma tecnocratico” produce un'economia “nemica del bene comune”

Santiago del Cile – Occorre trovare vie di fuga dal “paradigma tecnocratico che privilegia l’irruzione del potere economico nei confronti degli ecosistemi naturali e, di conseguenza, del bene comune dei nostri popoli”. E per perseguire questo intento “la saggezza dei popoli autoctoni può offrire un grande contributo”, perchè “da loro ossiamo imparare che non c’è vero sviluppo in un popolo che volta le spalle alla terra e a tutto quello e tutti quelli che la circondano”. Lo ha sottolineato Papa Francesco, nel primo discorso pubblico da lui pronunziato in occasione della visita apostolica in Cile, rivolto alle autorità civili e al corpo diplomatico accreditato presso il Paese latinoamericano. Nel Palazzo presidenziale La Moneda”, rispondendo al discorso di saluto rivoltogli dalla Presidente uscente, Michelle Bachelet, Papa Francesco ha sottolineato l'avanzamento compiuto negli ultimi decenni da Cile sul cammino della democrazia e dello sviluppo, dopo gli anni della dittatura militare. Un cammino disseminato di ostacoli e episodi turbolenti, che occorre proseguire nel segno di un patto tra le generazioni che aiuti ognuno a “far proprie le lotte e le conquiste delle generazioni precedenti”. E a riconquistarle “ogni giorno”.
Citando Sant Alberto Hurtado, Pablo Neruda e e il rimpianto cardinale cileno Raúl Silva Henríquez , il Papa ha richiamato l'importanza di coltivare la capacità d'ascolto, che “assume grande valore in questa nazione”, dove la pluralità etnica, culturale e storica esige di essere custodita da ogni intento di qualsiasi tentativo di partigianeria o supremazia, e che chiama in causa la capacità di mettere da parte dogmatismi esclusivisti, in una sana apertura al bene comune ”. La capacità di ascolto – ha insistito il Papa – deve abbracciare tutti: i disoccupati, i popoli nativi, i migranti “che bussano alle porte di questo Paese in cerca di miglioramenti” Così come i giovani da proteggere “dal flagello della droga”, gli anziani e i bambini, “che guardano il mondo con gli occhi pieni di meraviglia e innocenza e si aspettano da noi risposte reali per un futuro di dignità”. A Tale riguardo, Papa Francesco ha espresso già nel suo primo discorso in terra cilena “il dolore e la vergogna che sento davanti al danno irreparabile causato a bambini da parte di ministri della Chiesa. Desidero unirmi ai miei fratelli nell’episcopato” ha detto il Papa riferendosi ai casi di abusi sessuali perpetrati da rappresentanti del clero cileno “perché è giusto chiedere perdono e appoggiare con tutte le forze le vittime, mentre dobbiamo impegnarci perché ciò non si ripeta”. .


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ASIA / PAKISTAN - Le difficoltà delle chiese, alle prese con le misure di sicurezza

Faisalabad - È molto difficile per le chiese cristiane in Pakistan seguire le nuove direttive del governo per la protezione degli edifici di culto, rafforzate dopo l'attacco alla chiesa metodista di Quetta avvenuto prima di Natale. Anche perchè le misure imposte sono totalmente a carico delle chiese stesse, e comportano un notevole esborso economico, che spesso non si può affrontare. "Ci sono numerose chiese e cappelle grandi e piccole, nella mia diocesi cattolica di Faisalabad. Installare telecamere a circuito chiuso, rafforzare i cancelli ed erigere cinte murarie, fissando il filo spinato tutt'intorno, acquistare metal detector: sono misure da incubo", rileva preoccupato all'Agenzia Fides p. Bonnie Mendes, esperto sacerdote locale ed ex coordinatore di Caritas Asia. Ora, secondo le disposizioni governtive, le cinte murarie che hanno un'altezza di 1,80 metri, vanno soprelevate fino a tre metri, riferisce p. Mendes notando: "La spesa per installare tutti i sistemi necessari è piuttosto alta. A seconda della dimensione della chiesa, a spesa è diversa e può essere tra 200.000 e 300.000 rupie pakistane".
Dopo l'attentato alla Chiesa metodista di Quetta, avvenuto il 17 dicembre 2017 - quando due attentatori suicidi hanno hanno attaccato la chiesa lasciato 56 feriti e 16 vittime - il vicecommissario di Faisalabad ha cheisto di installare tutti questi sistemi e dispositivi per la sicurezza delle chiese. E le forze di sicurezza continuano a garantire sorveglianza alle celebrazioni.
P. Qaisar Feroz OFM Cap, parroco di St. Anthony's Parish a Lahore conferma a Fides: "L'anno scorso abbiamo comprato due barriere e metal detector. Un'altra spesa importante è stata quella di mettere recinzioni e filo spinato. Qui ci ha aiutato la scuola adicente, ma la parrocchia da sola non avrebbe potuto provvedere".
Karachi, una città portuale, ha più di mille chiese, tra cattoliche, protestanti, pentecostali e di altre denominazioni. L'Arcivescovo Joseph Coutts di Karachi parlando all'Agenzia Fides ha detto: "Sono grato alle forze di Polizia di Karachi, sempre vigili e disponibili per la sicurezza dei nostri grandi raduni, sempre attenti alla nostra protezione. Abbiamo fornito alle forze di sicurezza una lista di tutte le nostre chiese cattoliche".
Il cattolico Naveed Anthony, ex consigliere del primo ministro Sindh per le questioni relative alle minoranze religiose, ha dichiarato a Fides: "L'anno scorso, grazie al dipartimento per gli affari delle minoranze e dell'informatica, abbiamo installato telecamere a circuito chiuso in vari edifici di culto delle minoranze, come le grandi chiese della città. Questa è stata un'iniziativa presa dal governo del Sindh, che sta facendo del suo meglio per proteggere le minoranze religiose", rileva.
Parlando a Fides, il Vescovo protestante mons. Khadim Bhutto, presidente del Consiglio episcopale del Pakistan, ha informato che uno dei suggerimenti delle forze di sicurezza è stato "formare volontari per la sicurezza delle chiese". Le comunità cristiane hanno fornito un elenco di 550 giovani volontari che saranno addestrati dalle polizia e riceveranno un attestato. Anche i Pastori protestanti , informa, hanno ricevuto le medesime disposizioni per far fronte alle aumnetate esigenze di sicurezza, che comportano un esborso economico non sempre sostenibile.


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AMERICA/CILE - La prima visita papale eco-socio-economicamente sostenibile

Santiago - La visita di Papa Francesco in Cile è la prima eco-socio-economicamente sostenibile. Gli organizzatori hanno messo a punto una precisa strategia a riguardo. Animati dalla richiesta del Santo Padre nella Laudato Si di “limitare al massimo l'uso di risorse non rinnovabili, moderare il consumo, massimizzare l'efficienza dell'uso delle risorse, riutilizzare e riciclare” quanto possibile, hanno inserito cinque misure per la sostenibilità ambientale, altre cinque per quella economica ed altrettante per quella sociale, con l'obiettivo di “fare un uso prudente delle risorse naturali ed evitare l'inquinamento nelle aree dove si realizzeranno gli eventi di massa”, come spiega la Commissione organizzatrice presentando la visita. Tra le “buone pratiche” individuate vi è la misurazione della “traccia di carbonio”, che si ridurrà e sarà compensata economicamente, secondo la legge vigente, con analoghi provvedimenti per la riduzione dei rifiuti generati, riciclati e riutilizzati dove possibile; e una campagna per la cura dell'ambiente, con ripetuti messaggi per ricordare l'uso razionale delle risorse come l'acqua, fondamentale per le zone aride del nord, nell'estate australe.
Inoltre, come materiale sussidiario per la formazione dei volontari e l'adeguata preparazione dei pellegrini, il Movimento Cattolico Mondiale per il Clima ha preparato due agili guide per “la cura della natura”, dove si raccomanda, tra l'altro, di utilizzare le numerose torrette di ricarica solare per cellulari e di provare il cibo vegetariano, giacchè la produzione di carne provoca oltre il 14% delle emissioni di gas ad effetto serra a livello mondiale.
Da parte delle autorità statali, dal punto di vista ambientale si raccomanda ai pellegrini di portare con sé acqua in bottiglie riutilizzabili , di evitare l'uso delle borse di plastica, anche in caso di acquisti, e di sostituirle con il proprio zaino, di conservare i rifiuti sino fino a trovare un cestino e di separarli per il riciclaggio . I presenti sono invitati a preferire i mezzi di trasporto pubblici, anche per una maggiore efficienza nei trasferimenti verso i luoghi delle cerimonie. La trasparenza economica nel finanziamento e nelle spese della visita sarà monitorata costantemente, secondo la leggie cilena dell'accesso all'informazione pubblica, e si forniranno informazioni a riguardo sulla pagina web dell'organizzazione www.franciscoenchile.cl. La visita sarà anche universalmente inclusiva, promuovendo la partecipazione - e l'effettiva possibilità di accesso - di pellegrini e volontari disabili o appartenenti a quasiasi minoranza, come indigeni e immigrati.


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AMERICA/COLOMBIA - Onu e Chiesa cattolica impegnati a rilanciare il tavolo di pace Governo-ELN

Bogotà – Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha fatto appello al governo colombiano e all'ELN affinché mettano fine alle "azioni armate" e riavviino "un dialogo serio e costruttivo, al fine di soddisfare quanto prima le aspettative generate dall'impegno delle parti per raggiungere una soluzione al loro conflitto attraverso mezzi politici".
La dichiarazione di Guterres è stata fatta alla fine della sua visita di due giorni in Colombia, dove ha potuto constatare in prima persona i progressi nell'attuazione dell'accordo con le Farc . Riguardo al processo di pace con l’Eln, Guterres ha incaricato il suo rappresentante in Colombia di "prendere tutte le misure necessarie per facilitare il ritorno delle parti al tavolo dei colloqui".
La visita in Colombia di Guterres, sabato 13 e domenica 14 gennaio,, è stata la prima del Segretario generale delle Nazioni Unite in un paese dell'America Latina da quando è entrato in carica, il 1 gennaio 2017. La sua richiesta è venuta pochi giorni dopo che il gruppo armato ELN ha ripreso le azioni violente contro alcune infrastrutture, chiudendo così ogni possibilità di prolungare il cessate il fuoco stabilito a Natale 2017.
Da parte della Chiesa cattolica, padre Darío Echeverri, Segretario generale della Commissione di Conciliazione Nazionale, uno dei responsabili da parte della Chiesa di seguire il processo di pace, ha dichiarato alla stampa locale che il gruppo ELN non sembra avere capito l'opportunità che stanno sprecando per rilanciare il tavolo della pace. Padre Echeverri è stato uno dei protagonisti della “tregua storica” di 101 giorni di sollievo umanitario, in modo particolare per le province di Arauca, Chocó, Norte de Santander e Nariño. La popolazione non ricordava delle feste di Natale e di fine anno così serene e tranquille come queste ultime del 2017.


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AFRICA/ZIMBABWE - Un missionario: la transizione politica è fittizia, urge un governo davvero inclusivo

Harare “In Zimbabwe sono tutti con il fiato sospeso. Si cerca di capire che cosa succederà nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. Nessuno prende posizione”: lo dichiara all’Agenzia Fides un missionario, che per ragioni di sicurezza vuole mantenere l’anonimato, descrivendo la situazione del paese dopo i rivolgimenti che a novembre hanno portato alla caduta di Robert Mugabe e all’ascesa al potere del suo ex vicepresidente Emmerson Mnangagwa. “Di fatto – continua il religioso - non stiamo vivendo alcuna transizione. Come in passato, il partito al potere, lo Zanu-Pf, è controllato dai servizi segreti e dalle forze armate. Che poi sono le forze che hanno sostenuto Mnangagwa nella sua lotta intestina per evitare che salisse al potere Grace, la moglie di Mugabe. Nulla quindi è cambiato”.
Emmerson Mnangagwa è entrato in carica il 26 novembre e, fin da subito, ha dichiarato di voler rilanciare l’economia dello Zimbabwe che, dopo le disastrose politiche di Mugabe , non riesce a riprendersi. Attualmente il 72% della popolazione vive sotto il livello di povertà e il Pil non cresce.
“Il coccodrillo – osserva il missionario – intende rilanciare l’economia. Finora non ha preso alcuna decisione importante e credo che non farà nulla nel periodo precedente le elezioni. Quando si andrà alle urne? Di preciso non si sa. Se verrà rispettata la Costituzione, i seggi dovrebbero aprirsi prima di settembre. Si dice però che il neopresidente voglia organizzare le elezioni il prima possibile. Ciò per non dare tempo alle organizzazioni internazionali di allestire una missione di osservatori. Mnangagwa vuole una consacrazione popolare, ma senza controlli”.
Finora il passaggio di poteri tra Mugabe e Mnangagwa non ha trovato ostacoli nel partito. Nessun esponente di spicco si è messo per traverso. “È una questione di opportunità – continua il religioso -. Molti pezzi grossi del partito non si sono schierati in attesa di sviluppi. Saranno i prossimi mesi a dirci su quali posizioni si schiereranno”.
E la Chiesa cattolica? “La Conferenza episcopale dello Zimbabwe – conclude la fonte di Fides - insieme ai leader di altre confessioni ha chiesto un governo transitorio inclusivo. Purtroppo non sono stati ascoltati. C’è da dire però che la Chiesa cattolica ha comunque avuto un ruolo importante e, in particolare, la Compagnia di Gesù. È stato padre Fidelis Mukonori a convincere Mugabe a lasciare il potere senza spargimento di sangue. Mnangagwa aveva la forza dalla sua parte, ma non voleva usarla per paura delle proteste internazionali”.


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AFRICA/CONGO RD - Colera a Kinshasa: l’impegno delle istituzioni sanitarie e della Caritas per combattere l’epidemia



Kinshasa -Sono oltre 50.000 i casi di colera registrati durante il 2017 nella Repubblica Democratica del Congo. Solo tra il 25 novembre e il 28 dicembre 2017 la capitale Kinshasa ha contato 133 nuovi contagi, con la morte di 12 malati.
Con le inondazioni dell'inizio dell'anno a Kinshasa, il ministro della salute, Oly Ilunga, teme il peggio: "il colera è una malattia legata all'acqua. Quindi in una situazione di inondazioni come quella che conosciamo, il rischio di diffusione è elevato”.
Didier Bompangue, coordinatore del Programma nazionale per l'eliminazione del colera e la lotta contro le altre malattie diarroiche , afferma che la propagazione del colera deriva da una serie di fattori causali che si sono sommati nel corso del tempo:
- il riscaldamento globale, che causa molte epidemie in diversi Paesi del mondo;
- il fatto che il colera è diventato endemico nella Repubblica Democratica del Congo dal 1994,;
- la successione di epidemie non sufficientemente controllate e, di conseguenza, non completamente sradicate;
- l’urbanizzazione anarchica in città come Kinshasa.
Dei 35 centri sanitari di Kinshasa, 14 hanno già registrato casi di contagio. Sono state erette due unità di trattamento per la cura dei pazienti affetti, tra cui quella di Camp Luka nel comune di Ngaliema, aperta l'8 gennaio. Per quanto riguarda le soluzioni da adottare per contrastare la diffusione dell'epidemia, il PNECHOL -MD fa il suo dovere, ma il suo coordinatore riconosce la necessità di collaborazione. “Il Sistema sanitario gestisce solo una piccola parte del problema. Il problema del colera è un problema multisettoriale. È davvero giunto il momento che il REGIDESO , l'igiene civile e le finanze si uniscano per affrontare questa sfida ".
François Mbutshitshi, Responsabile del Programma di emergenza e protezione sociale della Caritas, parla del coinvolgimento della Chiesa cattolica di Kinshasa in questi termini: "Partecipiamo alle riflessioni con altri partner, per sapere come fornire una risposta. Questa richiede di disinfettare l'acqua con il cloro, è necessario disinfettare l'ambiente colpito dall'epidemia; le persone colpite devono essere identificate e il servizio medico deve prendersi cura dei pazienti già colpiti. Questo è il lavoro svolto dai volontari di Caritas Kinshasa. Il coordinatore PNECHOL -MD è ottimista sul fatto che si potrà sradicare l'epidemia perché - conclude-“sappiamo esattamente cosa bisogna fare”.


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ASIA/IRAN - Confermata l'ordinazione di una diaconessa nella Chiesa armena apostolica

Teheran – Si chiama Ani-Kristi Manvelian, ha 24 anni e di mestiere fa l'anestesista, la ragazza ordinata come diaconessa nella Cattedrale di San Gregorio l'Illuminatore di Teheran. L'ordinazione diaconale, conferita lo scorso settembre dall'Arcivescovo Sebouh Sarkissian, alla guida dell'arcidiocesi armeno apostolica di Teheran, è stata confermata con la diffusione di alcune foto che mostrano la diaconessa Ani-Kristi mentre serve all'altare durante la divina liturgia della vigilia di Natale, lo scorso 5 gennaio.
Ani – Kristi Manvelian – riferisce il blog oxbridgepartners.com – è una laica e non appartiene a nessuna congregazione monastica femminile. La sua ordinazione è avvenuta mentre la Chiesa apostolica armena deve ancora formalmente ripristinare l'ufficio di diaconato femminile. “Quello che ho fatto è in conformità con la Tradizione della Chiesa, e nient'altro” ha riferito l'Arcivescovo Sarkissian, la cui arcidiocesi ricade sotto la giurisdizione del Catholicosato della Grande Casa di Cilicia degli Armeni. L'Arcivescovo ha dichiarato anche che la sua decisione ha l'intento di “rivitalizzare la partecipazione delle donne anche nella nostra vita liturgica”.
Tra le Chiese d'Oriente, anche il Sinodo del Patriarcato greco ortodosso di Alessandria d'Egitto, nel novembre 2016 aveva deciso di ripristinare l'istituto del diaconato femminile, e aveva nominato una Commissione di Vescovi “per un esame approfondito della questione”.
La discussione sull'eventuale ripristino dell'ordinazione diaconale femminile e sul potenziale ruolo delle diaconesse nelle attività pastorali e nell'animazione missionaria è aperto da tempo all'interno di istituzioni teologiche dell'Ortodossia calcedonese. .


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AMERICA/PERÚ - Puerto Maldonado, un incontro storico che darà maggiore visibilità agli indigeni dell’Amazzonia

Puerto Maldonado - Papa Francesco ha sempre avuto uno sguardo di affetto particolare nei confronti dell'Amazzonia e dei suoi abitanti, in particolare dei popoli nativi. L'enciclica Laudato Si o la creazione della Rete ecclesiale panamazzonica sono esempi di questo atteggiamento.
Puerto Maldonado promette di essere, come conferma all’Agenzia Fides Hector Sueyo Yumbuyo, leader indigeno del popolo Harakbut di Madre de Dios, "un incontro storico", una dimostrazione che gli indigeni sono "sostenuti dalla Chiesa cattolica attraverso la sua più alta autorità, Papa Francesco, un sostegno spirituale a tutte le attività che gli indigeni svolgono per sopravvivere e affrontare i problemi, come l’abbattimento degli alberi, l’estrazione illegale e i problemi sociali che questa attività genera".
Il leader indigeno della regione che sarà visitata dal Papa, continua inoltre a spiegare che vede nel viaggio un "riconoscimento all'opera evangelizzatrice del Vicariato Apostolico di Puerto Maldonado", avviato nel 1920 da un missionario che gli indiani conoscevano come Apantonek, Papá Viejo. Alcuni dei saggi con cui visse eseguiranno un canto rituale di benvenuto del Popolo Harakbut.
In questo stesso senso, anche Julio Cusurichi Palacios, presidente della Federazione dei nativi di Madre de Dios, premiato con il Goldman Environmental Prize nel 2007, sottolinea a Fides la singolare importanza dell'incontro, in cui deve essere messa in evidenza “la mancanza di sicurezza legale dei territori, rendendo noto il pericolo di alcune regole che il congresso peruviano sta adottando, come progetti stradali che passerebbero attraverso i territori indigeni di popoli isolati o aree naturali protette". Secondo Cusurichi, sarà un momento per rendere visibile "il grande contributo che le popolazioni indigene danno alla conservazione delle foreste e che aiuta a mitigare i grandi problemi ambientali". Nonostante questo contributo, continua a spiegare, "non siamo quasi riconosciuti, i benefici non raggiungono le popolazioni indigene, rimangono al livello di istituzioni ambientali o governative".
Julio Cusurichi vede nell'incontro un'opportunità per “il Papa di insistere affinché i governi assumano le loro responsabilità e lavorino sulle politiche pubbliche per includere le richieste dei popoli indigeni, affinché i governi possano raggiungere la loro inclusione sociale”. “Il Papa rafforzerà l'unità tra tutti i popoli indigeni e impegnerà lo stato peruviano in modo che possa soddisfare le esigenze del territorio, dell’economia e dell’organizzazione" conclude Hector Sueyo. Ribadisce infine che questa "è un'opportunità per rendere visibili i problemi delle popolazioni indigene dell'Amazzonia, nonché la ricchezza culturale, la conoscenza ancestrale, in modo che lo stato possa riconoscerli come patrimonio culturale della nazione e salvaguardare le generazioni future".


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ASIA/SRI LANKA - I cristiani impegnati a promuovere l'armonia religiosa

Colombo - La Chiesa nello Sri Lanka è fortemente impegnata a promuovere l'armonia religiosa e a costruire una società pacifica e riconciliata, dopo le ferite della guerra civile. I cristiani cercano di essere presenti in tutte le parti della società, tramite servizi sociali, programmi educativi e sanitari: lo spiega all'Agenzia Fides suor W. Jeewani Fernando, delle suore dell'Immacolata Concezione di Castres. I leader di diverse religioni - rileva - hanno formato un movimento comune per promuovere l'armonia religiosa e la pace nella società.
"Siamo chiamati a vivere in pace e in armonia e a lavorare per il bene comune della società. La Chiesa cerca di rapportarsi alle altre comunità religiose con solidarietà e amore" aggiunge suor Fernando, notando che "la responsabilità di lavorare per il progresso della società srilankese appartiene a tutti".
Lo Sri Lanka, nazione insulare, ha sofferto molto in passato a causa della guerra civile e dei movimenti di guerriglia. Dopo la fine della guerra civile tra singgalesi e tamil "la nazione sta gradualmente compiendo sforzi per rafforzare la pace e l'armonia" dice la religiosa.
In Sri Lanka, una nazione di 21 milioni di persone, le tensioni si concentrano sulle differenze tra l'etnia singalese, a maggioranza buddhista, che rappresenta circa il 74% della popolazione, e una minoranza etnica tamil, composta da indù e cristiani. Una comunità musulmana per lo più discendente da commercianti arabi e malesi, si aggiunge nella composizione della società.
Un certo movimento nazionalista, influenzato religiosamente, iniziò negli anni dopo l'indipendenza , quando una coalizione singalese-buddista guidata da Solomon Bandaranaike cercò di assecondare la maggioranza, in risposta alle accuse per cio il governo coloniale britannico aveva favorito i tamil per i lavori nell'aministrazione pubblica. Questa rinascita del nazionalismo buddista fu contrastata dai tamil e così iniziarono tensioni e violenze su base etnica degenerate in una guerra civile che è costata oltre 100.000 vite per quasi tre decenni prima che gli insorti tamil fossero finalmente sconfitti nel 2009.
Attualmente, mentre l'economia è in uno stato fragile, l'estremismo e il nazionalismo prosperano in situazioni di malessere generale. A complicare le cose, va notato che i buddisti dello Sri Lanka seguono la tradizione Theravada che è più conservatrice rispetto alla tradizione Mahayana.
Mentre i buddisti sono oltre il 70% della popolazione , gli indù costituiscono il 16% della popolazione ed è dominante nelle province settentrionali e orientali dell'isola. Circa l'8% degli abitanti dello Sri Lanka appartiene all'Islam , mentre i cristiani costituiscono l'8% della popolazione dello Sri Lanka, e sono per la maggior parte cattolici.
Il cristianesimo venne per la prima volta in Sri Lanka all'arrivo dei portoghesi nel XVI secolo. Il cattolicesimo si diffuse e furono istituite molte scuole cattoliche per singalesi e tamil. Con l'arrivo degli olandesi si diffuse la Chiesa riformata olandese e nel 1772 i cristiani erano 21% della popolazione, percentuale scesa con la fine del dominio coloniale.


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AFRICA/TOGO - Una suora: “Essere artigiani di pace, grazie al coraggio che viene dalla fede”

Kolowaré – “L’anno appena concluso è stato segnato da gravi momenti di tensione dovuti alla crisi sociopolitica che attraversa tutto il paese e in particolare la nostra regione centrale del Togo. Non è facile, di fronte a disordini di ogni genere e a violenze inaudite, essere artigiani di pace. Cerchiamo di esserlo nel nostro piccolo, nella quotidianità”: lo dice all’Agenzia Fides suor Antonietta Profumo, della comunità Nostra Signora degli Apostoli, responsabile del centro sanitario di Kolowaré . “Nel nostro Centro Sanitario abbiamo accolto numerosi ammalati, grandi e piccoli provenienti da ogni parte del paese”, prosegue la religiosa. “Grazie al sostegno di tanti benefattori, abbiamo potuto curare un gran numero di indigenti e offrire loro il necessario per una salute migliore. Diversi bambini malnutriti hanno potuto trovare vita e salute, recuperare la loro forma e ripartire con gioia nel loro villaggio. Questo è il nostro contributo alla promozione dello sviluppo, della pace e del bene comune del paese”, prosegue.
“I nostri 53 ragazzi malati di AIDS hanno potuto partecipare ad iniziative pastorali organizzate per loro. Sono state settimane ricche di iniziative per loro e per gli animatori, momenti vissuti nella gioia di stare insieme e di formarsi nella condivisione. Hanno avuto corsi di ripetizione offerti dai ragazzi del villaggio, film, giochi, danze ed anche visite mediche, analisi più approfondite, incontri di gruppo”, racconta suor Antonietta.
Inoltre “il progetto di intervenire per la cura della cataratta è continuato per tutto l’anno. Sono state operate 149 persone e altre sono in lista di attesa. Speriamo nella disponibilità dell’oculista per dare la vista anche a questi ultimi. Noi non ci stanchiamo di sognare un mondo buono e fraterno, dove ciascuna persona ha il suo posto con dignità e amore. Il coraggio ci viene dalla nostra fede nel Signore, dall’amore che il suo Vangelo e il suo pane di vita seminano nella nostra esistenza” conclude la religiosa.


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AFRICA/SENEGAL - Caritas Senegal: “Ridiamo speranza ai giovani; la migrazione non è l’unica via per il futuro”

Dakar -“Ridare speranza ai nostri giovani”. È l’obiettivo che si è data Caritas Senegal nel corso della sua 54esima Assemblea Plenaria Ordinaria che si è aperta a Thiès il 13 gennaio e si è conclusa domenica 14.
Nella sua allocuzione di apertura Sua Ecc. Mons. Jean Pierre Bassène, Vescovo di Kolda e Presidente di Caritas Senegal, ha affermato: “leggendo le situazioni drammatiche che vivono singolarmente i giovani, specialmente in Africa, ci sentiamo sollecitati come Chiesa e come Caritas. Le continue tragedie sulle rotte delle migrazioni illegali, la tratta di esseri umani, la schiavitù e le violenze inflitte ai giovani migranti ci preoccupano molto. I giovani che rimangono nel Paese affrontano anche altre sfide, di cui ultima non è quella dell'occupazione. Questo è il motivo del tema proposto quest'anno per la nostra riflessione: "Di fronte alle sfide socio-economiche, l'imprenditoria giovanile come alternativa. Problemi e prospettive”.
“Pertanto, dobbiamo cercare, con tutti i responsabili, i modi per dare speranza alla nostra gioventù” ha proseguito Mons. Bassène. “Perché se siamo consapevoli della modestia dei nostri mezzi e della nostra azione, sappiamo, d'altra parte, che è cercando con gli altri, compresi i giovani stessi, che troveremo dei modi per creare un presente migliore e dare un futuro ai giovani”.
Gli ha fatto eco il Vescovo di Thiès, Sua Ecc. Mons. André Gueye, che ha sottolineato le attese che i giovani ripongono nella Chiesa. “I giovani si aspettano molto dalla Chiesa" ha detto, prima di aggiungere, nel distaccarsi dal suo testo, “ne hanno il diritto”, anche se, secondo lui, “alcuni giovani mal informati, osano persino chiedere la complicità della Chiesa per realizzare il loro sogno di emigrare”. Tutto questo, secondo il Vescovo di Thiès richiama la responsabilità della Chiesa “nella formazione delle mentalità e delle coscienze, un dovere di sensibilizzazione, senza dimenticare il nostro sforzo, come istituzione di riflettere sulle strategie e sulle prospettive da offrire ai giovani”.
Il Senegal è il quarto Paese dell’Africa sub-sahariana e il primo dell’Africa occidentale per numero di emigrati. Stime ufficiali del 2011 riportano che sono oltre 400.000 i senegalesi emigrati, ma se si tiene conto dell’emigrazione illegale questo numero potrebbe essere due o tre volte superiore.
I delegati di Caritas Senegal alla fine della 54a Assemblea generale, hanno formulato le seguenti raccomandazioni:
• Includere lo sviluppo del volontariato in una dinamica di animazione del rafforzamento delle competenze e della valorizzazione del suo contributo;
• Rafforzare la solidarietà all'interno della rete e mobilitare le comunità all'interno della Chiesa per una risposta adeguata alle emergenze e alle sfide dello sviluppo integrale;
• Istituire un fondo di emergenza di Caritas Senegal con risorse mobilitate a livello delle diocesi per consentire alla rete di disporre di un meccanismo di risposta rapida ai disastri;
• Individuare e investire nuove azioni nel campo dell'idraulica rurale in un processo di riforma che affidi il settore privato la gestione e la manutenzione delle infrastrutture garantendo l'approvvigionamento di acqua potabile alle popolazioni;
• Capitalizzare le esperienze rilevanti di integrazione dei giovani, sulla base di partnership governative locali, sistema di formazione, organizzazioni della società civile, partner tecnici e finanziari e settore privato.


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ASIA/GIAPPONE - Nomina del Rettore del Seminario interdiocesano “Japan Catholic Seminary”

Città del Vaticano – Il Card. Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, in data 24 ottobre 2017, ha nominato Rettore del Seminario interdiocesano denominato “Japan Catholic Seminary”, il rev. Francis Xavier Hiroaki Nakano, del clero diocesano di Kagoshima.
Il nuovo Rettore è nato il 15 aprile 1951 a Kagoshima city ed è stato ordinato sacerdote il 2 aprile 1978 per la diocesi di Kagoshima. Si è formato presso il Seminario minore di Nagasaki e poi presso il Fukuoka Saint Sulpice Major Seminary. Quindi ha studiato teologia dogmatica presso la Pontificia Università Urbaniana, dove ha conseguito la licenza. Tra gli incarichi ricoperti: direttore del giornale mensile diocesano, parroco in comunità diverse, rettore del Seminario minore Minamikyushu, cancelliere diocesano. Dall’agosto 2011 era formatore nel “Japan Catholic Seminary”, di cui era vicerettore dall’aprile 2013.


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AMERICA/ARGENTINA - “Integrazione, processo bidirezionale che riconosce e valorizza le ricchezze di entrambe le culture” afferma il Segretario della commissione per le migrazioni

Buenos Aires - Questa domenica, 14 gennaio, si celebra la Giornata mondiale dei migranti e dei rifugiati 2018 con il tema "Accogli, proteggi, promuovi e integra migranti e rifugiati" . In questa occasione, padre Flavio Lauria, segretario esecutivo della Commissione episcopale per le migrazioni dell’Argentina, condivide la sua esperienza in questo campo con Fides. "Il nostro Paese non è una delle destinazioni principali per la maggior parte dei rifugiati - spiega p. Lauria commentando le enormi cifre degli spostamenti forzati che avvengono nel Mediterraneo -, soprattutto a causa della distanza geografica e dell'attuale situazione economica e sociale che colpisce anche molti abitanti di questa nazione". In realtà, il tasso di povertà è di circa il 30% della popolazione argentina. "Inoltre - continua p. Lauria -, molti arrivano nel nostro paese attraverso numerosi canali e percorsi. L'Argentina rappresenta oltre la metà degli arrivi dei migranti in tutto il Sud America, superando paesi come il Brasile e il Cile".
Negli ultimi anni l'Argentina ha visto un aumento degli arrivi di cinesi, dominicani, haitiani, senegalesi e ucraini e, secondo le cifre ufficiali dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni nel 2017, il 4,8% della popolazione era composta da stranieri, ciò rende questo paese la nazione sudamericana con la più grande popolazione di immigrati, con 2.086.302 unità, seguita da Venezuela con 1.404.448; Brasile 713.568 e Cile 469.436.
"L’appello della comunità internazionale e, in particolare, di Papa Francesco, ha raggiunto la volontà e le coscienze di molti dei nostri abitanti e organizzazioni", spiega il Segretario della Commissione episcopale per le migrazioni, aggiungendo che "come Commissione collaboriamo con le diverse parrocchie e delegazioni, oltre a lavorare con organismi internazionali, statali, e organizzazioni della società per promuovere e garantire la dignità e i diritti umani delle persone in una situazione di mobilità umana".
Per raggiungere questo obiettivo, spiega a Fides p. Lauria, la Commissione svolge attività di sensibilizzazione, consulenza, assistenza e accompagnamento religioso, culturale, legale, educativo e sociale. "Per esempio, abbiamo lavorato per tre anni nel Programma Siria, che ha consigliato, accompagnato e gestito l'arrivo di numerosi cittadini siriani, insieme ad altre congregazioni come las Esclavas de Sagrado Corazón" dice.
Parlando dei 20 punti di azione, elaborati da Papa Francesco attraverso il Dicastero per la promozione dello sviluppo umano integrale, in vista del patto globale delle Nazioni Unite sulle migrazioni , padre Lauria commenta: "Nel nostro caso, abbiamo considerato che per la nostra Regione, in termini di accoglienza, l'espulsione collettiva o arbitraria deve essere evitata e noi dobbiamo vegliare su di loro durante il viaggio, assicurando la sicurezza di ogni persona. Per quanto riguarda la protezione, è necessario lavorare per garantire che i paesi di origine si impegnino a offrire informazioni attendibili prima della partenza. Inoltre, l'accesso all'istruzione per i minori e l'accesso alla sicurezza sociale devono essere garantiti a tutti, indipendentemente dal loro status giuridico. A questo dobbiamo aggiungere la promozione dell'integrazione, come un processo bidirezionale, che riconosce e valorizza le ricchezze di entrambe le culture. Questo può essere ottenuto riconoscendo la cittadinanza alla nascita ; il finanziamento di progetti di scambio interculturale; il sostegno ai programmi di integrazione nelle comunità locali; ecc" dice per concludere.


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AFRICA/EGITTO - Vescovi egiziani: oggi in Egitto non c'è “persecuzione” contro i cristiani

Il Cairo – Le aggressioni di tipo settario e lo stragismo di marca jihadista che negli ultimi tempi hanno colpito i cristiani copti non possono essere strumentalizzati per far passare l'idea che in Egitto i cristiani sono sistematicamente perseguitati, attribuendo la colpa di tale presunta persecuzione all'attuale governo. E' questo il giudizio condiviso che vescovi di diverse comunità cristiane egiziane hanno espresso in interventi e interviste rilanciati nelle ultime ore dai media egiziani.
Anba Benyamin, Vescovo copto ortodosso di Al Manufiyya, ha voluto sottolineare in particolare che il Presidente Abdel Fattah al Sisi, attuale “uomo forte” dell'Egitto, sta offrendo ai cristiani più di quanto riceva in cambio, e non gli può essere imputata alcune responsabilità in merito alle violenze e alle stragi che hanno colpito i cristiani copti negli ultimi anni. Gli ha fatto eco il Vescovo copto cattolico Youhanna Golta, secondo il quale “non c'è persecuzione dei cristiani in Egitto”, ma ci sono problemi relativi alla sicurezza dei cristiani e degli altri cittadini, messa a rischio dalle strategie del terrore. Un'emergenza che lo Stato è chiamato a affrontare e risolvere, come capita in ogni nazione.
Rispetto alle manovre di chi fa riferimento al martirio dei copti per dedurne che in Egitto i cristiani sono perseguitati, il Vescovo cpro cattolico ha sottolineato che “gli estremisti non hanno pietà né dei cristiani, né dei musulmani”.
Anche per Nabil Naguib, responsabile per la comunicazione della Chiesa evangelica in Egitto, “quelli che parlano di persecuzione dei cristiani in Egitto si trovano tutti fuori dall'Egitto”. Naguib, riconoscendo l'esistenza di gruppi settari e individui che hanno comportamenti aggressivi nei confronti dei cristiani, ha comunque ribadito che il termine “persecuzione” è inappropriato a descrivere l'attuale condizione attuale dei cristiani egiziani. .


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AFRICA/CONGO RD - “È in atto una campagna di diffamazione del governo contro la Chiesa e il Cardinale Monsengwo”



Kinshasa - “Si assiste ad una campagna d’intossicazione e di disinformazione, finanche di diffamazione orchestrata dai responsabili delle istituzione della Repubblica contro la Chiesa cattolica e la sua gerarchia” ha denunciato don Donatien Nshole, Segretario Generale della CENCO , in una conferenza stampa a Kinshasa. Una compagna diffamatoria che prende di mira in particolare Sua Eminenza il Cardinale Laurent Monsengwo Pasinya, Arcivescovo di Kinshasa. “Questa campagna- ha detto don Nshole- ha preso di mira l’autorità di Sua Eminenza il Cardinale Laurent Monsengwo, considerato a torto come l’istigatore delle azioni che mirano a destabilizzare le istituzioni esistenti e a volere impadronirsi del potere. Esigiamo le prove delle gravi accuse portate contro la sua persona”.
In una dichiarazione la CENCO “riafferma il suo sostegno totale e la sua vicinanza al Cardinale Monsengwo” disapprovando “la demonizzazione deliberatamente distillata nei confronti del Cardinale Arcivescovo di Kinshasa e membro del Consiglio dei 9 Cardinali scelti da Papa Francesco per il governo della Chiesa universale”.
Ieri, 12 gennaio, il Cardinale Monsengwo ha celebrato una messa nella Cattedrale Notre Dame di Lingwala per le vittime della repressione della manifestazione del 31 dicembre indetta dal Comité Laïc de Coordination , per chiedere il rispetto degli accordi di San Silvestro del 31 dicembre 2016, oltre a quelle delle inondazioni delle settimane scorse .
Alla messa anno partecipato diversi componenti del corpo diplomatico accreditato a Kinshasa, tra cui il Nunzio Apostolico, Sua Ecc. Mons. Luis Mariano Montemayor, l’ambasciatore della Francia e il rappresentante nell’Unione Europea, oltre ai principali leader dell’opposizione.
La polizia ha sparato dei candelotti lacrimogeni contro i fedeli radunati al di fuori della Cattedrale. I Vescovi hanno invitato il “popolo congolese a non lasciarsi influenzare dalla campagna di diffamazione i cuoi autori non riconoscono la sua sofferenza, invitandolo a rimanere retto e vigile, a prendere il suo destino nelle sue mani e bloccare pacificamente la via a qualsiasi tentativo di confisca o presa del potere con mezzi non democratici e incostituzionali”.
La RDC si dibatte in una crisi politica e istituzionale dal dicembre 2016, quando è scaduto il secondo e ultimo mandato del Presidente Joseph Kabila. Le elezioni presidenziali previste entro la fine di quell’anno non sono state organizzate dalla Commissione Elettorale Indipendente adducendo problemi finanziari e organizzativi e per il mancato censimento degli elettori. Grazie alla mediazione dei Vescovi si era giunto all’Accordo di San Silvestro per portare alle urne gli elettori entro il 2017. Ma questo non è avvenuto. Kabila è rimasto al potere mentre le elezioni sono state fissate il 23 dicembre 2018. Ma molti iniziano a dubitare che questa scadenza verrà rispettata. Per questo si stanno moltiplicando le manifestazioni di protesta per chiedere il rispetto degli impegni presi e l’allontanamento dal Presidente Kabila.



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AFRICA/CENTRAFRICA - I Camilliani: nuovi servizi di assistenza medica in un paese poverissimo

Bangui – “Nuovi servizi sanitari saranno presto disponibili per i centrafricani entro il 2018. Verranno aperti i reparti di neonatologia, maternità, chirurgia e la scuola per un anno di formazione infermieristica. Grazie al progetto della nostra Ong, è stato possibile sviluppare e riqualificare l’ospedale San Giovanni Paolo II, già avviato dalle Suore Carmelitane di Torino a Bossemptélé": lo riferisce all’Agenzia Fides padre Efisio Locci, MI, presidente della Ong Camilliana "Salute e Sviluppo" e che si occupa dei diversi progetti nella Repubblica Centrafricana dal 2012. In un paese definito “il paese più povero che io abbia mai visto tra tanti”, il Camilliano spiega: “La nostra presenza è collegata alle Suore Carmelitane di Torino che erano già a Bozum con un piccolo ospedale. L’ospedale non era ancora terminato quando, in seguito ad un incidente stradale, nel 2007, suor Maria Ilaria Meoli, medico, tra le fondatrici del centro, è deceduta. Da quel momento ci siamo presi carico del piccolo ospedale. Attualmente vi lavorano quattro padri Camilliani, mentre due consorelle di suor Ilaria collaborano nella gestione dell’ospedale e della parrocchia. Altre quattro suore sono impegnate nella scuola materna e primaria, frequentate da circa 800 bambini”.
“Obiettivo dell’ospedale – rileva il missionario – è offrire servizi di medicina di base. Qui si muore per malattie prevenibili. Tanta gente malata non va in ospedale perché non può permetterselo. Il personale dell’ospedale è composto da un medico locale, due suore infermiere professionali, alcune infermiere generiche e ausiliari oltre a un paio di ostetriche.
Bossemptélé è un grande villaggio con oltre 14mila abitanti, a circa 350 km dalla capitale Bangui. “Dopo la guerra scoppiata nel 2013 tra milizie Seleka e anti-Balaka – informa p. Locci – l’ospedale e la parrocchia sono diventati il rifugio di migliaia di musulmani che sono stati presi di mira dalle milizie anti-balaka. In questo contesto il paese ha conosciuto un ulteriore incremento della situazione di indigenza e di miseria. In tre anni di guerra sono andati distrutti più del 50% di scuole e ospedali e tutto deve essere ricostruito”.
A novembre 2014, anniversario della presenza camilliana a Bossemptélé, la comunità ha ricevuto il premio “Alison des Forges” come riconoscimento per la difesa dei diritti umani: per il coraggio avuto nel mettere a repentaglio la propria vita per proteggere l’esistenza, la dignità e i diritti di altre persone. La Chiesa cattolica nel paese conta nove diocesi: la comunità di Bossemptélé si trova in quella di Bouar. I cattolici, insieme ai cristiani protestanti, rappresentano l'80% della popolazione centrafricana.


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NEWS ANALYSIS/OMNIS TERRA - Il Papa in Cile: immigranti, indigeni, educazione, ecologia i grandi temi

“I grandi temi” della visita del Papa al Cile saranno legati “ai popoli originari che incontrerà nell'Araucanía, agli immigranti nel nord, ai giovani e alla cura della 'casa comune'”. Lo spiega all'Agenzia Fides il professor Roberto González Gutiérrez, coordinatore dell'incontro del Santo Padre alla Pontificia Università Cattolica del Cile .
Il paese che Francesco troverà “si dichiara al 50 per cento cattolico. Ma la fiducia nella Chiesa è crollata negli ultimi anni”, specie a causa degli scandali dei sacerdoti pedofili e alla loro gestione. Secondo il docente, lo “sfasamento” tra il messaggio dei pastori e ciò che vive la gente è una delle cause della disaffezione verso la Chiesa. Gli scandali, d'altra parte, “hanno danneggiato soprattutto chi ha un'identità cattolica debole”, riflette. La secolarizzazione è arrivata anche in Cile, un paese “con livelli di istruzione superiore molto alti”, e la gente con un livello educativo più alto è anche “più esigente, più critica, e chiede ragioni all'operato della Chiesa”. Che “non é sempre all'altezza”, ammette Gonzalez. Il mondo dell'educazione è un'area cruciale la società cilena, e attende la parola di Francesco il 17 gennaio. L'incontro alla PUCC è atteso anche perchè il sistema educativo, a finanziamento misto pubblico-privato e a gestione municipale, ha mostrato crepe negli ultimi anni, in una delle società maggiormente classiste e diseguali dell'America Latina. La Chiesa appoggia una riforma che mantenga l'apporto privato e il sovvenzionamento statale, anche per difendere gli intenti di laicizzazione totale dell'insegnamento, che metterebbe in pericolo la legittima opzione di un'istruzione cattolica. Dal Papa non si attendono lineamenti speficici, ma si spera in un incoraggiamento verso un modello educativo di qualità per tutti, con una parità di opportunità per le scuole statali e quella cattolica o comunque private.

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AMERICA/CILE - Il gesuita Fernando Montes: la strategia della tensione oscura le “questione Mapuche”

Santiago del Cile - Gli episodi di violenza registrati negli ultimi anni e messi in connessione con la “questione Mapuche”, compresi gli incendi di chiese cattoliche e evangeliche hanno l'effetto di sabotare ogni seria assunzione di responsabilità davanti ai problemi posti dalle popolazioni indigene: “Esiste il pericolo che tutta l'attenzione dei cileni si concentri su questi fatti di violenza, e non sulla situazione di ingiustizia a violazione dei diritti che affonda le sue radici nel passato e si perpetua fino ai nostri giorni”. A lanciare l'allarme è il gesuita cileno Fernando Montes Matte, ex rettore dell'Università Alberto Hurtado. 78anni, figura presente nel dibattito pubblico cileno, padre Montes ha guidato l’Università gesuita cilena dal 1999 – anno della sua fondazione – fino fino al 2016. E nei primi anni Sessanta del secolo scorso è stato anche compagno di studi di Jorge Mario Bergoglio, oggi Papa Francesco.


Violenze e aziende forestali
In Cile si discute sulla natura degli atti di violenza compiuti con rivendicazioni che richiamano alla causa Mapuche. C'è chi si chiede se essi possano essere letti come atti di terrorismo o se si tratti di gesti isolati di delinquenza. Sono stati aperti diversi processi dalle autorità giudiziarie. “E' davvero deplorevole” dichiara padre Montes all'Agenzia Fides “che si concentri l'attenzione sulle misure repressive che devono essere adottate e sulla presenza della polizia, piuttosto che sui problemi di fondo che stanno sotto a questi atti isolati e certamente deprecabili. E' un fatto” prosegue il gesuita “che la violenza proviene da gruppi minoritari, e non può essere attribuita al popolo Mapuche come tale. Certo, è importante opporsi alla violenza, ma è essenziale che non si distolga l'attenzione da quello che di dovrebbe coinvolgere come priorità: la povertà estrema dei luoghi, i diritti calpestati dei popoli nativi e la mancanza di rispetto per la loro cultura”.
In anni recenti – fa notare padre Montes nella sua conversazione con l'Agenzia Fides - si sono insediate nella regione grandi imprese forestali che per il tipo di piantagioni realizzate hanno avuto gravi effetti sull'ecologia. Si potrebbe dire che in gran parte la violenza è stata esercitata contro queste imprese forestali”.
In tale situazione, secondo l'ex rettore dell'Università gesuita anche la Chiesa può contribuire a porre in risalto la condizione reale del popolo Mapuche, prendendo sul serio le richieste di restituzione di almeno una parte delle terre rivendicate e richiamando il necessario sviluppo sociale di tutta la zona. “Se si vogliono davvero integrare i cittadini Mapuche in Cile” fa notare il gesuita cileno “è anche essenziale che loro acquisiscano livelli di partecipazione appropriata nella conduzione dell'intero Paese”. Occorre “difendere le vittime di atti di violenza”, senza dimenticare che sono vittime di violenza “anche coloro che sono stati calpestati nei loro diritti”. I cristiani possono contribuire a far crescere uno sguardo che tenga conto di tutti i fattori in gioco nella questione Mapuche, così da favorire “una relazione giusta, fraterna e pacifica con l'intero popolo originario di quell'area”.

I gesuiti, la Chiesa e la questione Mapuche
Quando Papa Francisco, per il suo breve viaggio in Cile, ha scelto tra le sue mete la città di Temuco, situata nel territorio ancestrale del popolo Mapuche. “tutti abbiamo capito” ricorda oggi padre Fernadno Montes “che tale scelta esprimeva l'interesse del Papa per i problemi attualmente esistenti con il popolo originario del nostro Paese”. Secondo il gesuita cileno, il Papa “può dirci una parola importante al riguardo. Potrebbe aiutare tutti a chiedere perdono, con umiltà, per le cose di cui siamo stati responsabili. La sua presenza dovrebbe aiutarci a non distogliere la nostra attenzione dal problema di fondo”.
I gesuiti oggi hanno una comunità inserita nel cuore del territorio Mapuche. E il legame tra i figli spirituali di sant'Ignazio e la vicenda storica dei Mapuche ha radici profonde.
“I Mapuche” ricorda padre Montes “erano stati in grado di resistere all’impero degli Inca. Anche con gli spagnoli fecero una resistenza senza tregua. Lo scopritore spagnolo del Cile dovette abbandonare l’impresa e tornare in Perù. Quando i conquistatori tornarono, i Mapuche ammazzarono il primo governatore e uno dei suoi successori. Poi, i gesuiti impararono la lingua dei Mapuche, e andarono a parlare col Re di Spagna per dire che non si poteva imporre la fede con la forza, e convincerlo a finire la guerra offensiva contro quel popolo”. La Compagnia di Gesù già nel 1620, durante la sua congregazione generale provinciale, richiamò l’attenzione sulla necessità di por fine al lavoro schiavizzato, e favorire altre condizioni. “Si trattava” ricorda oggi l'ex rettore dell'Università Alberto Hurtado “di un documento sociale di prima categoria. E attestava una conquista avvenuta in maniera vergognosa”. .


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AFRICA/TUNISIA - “La Tunisia ha vinto la scommessa per la democrazia ma non quella per lo sviluppo economico”

Tunisi - “C’è un problema economico che diventa poi sociale” dice all’Agenzia Fides p. Jawad Alamat, parroco di Cartagine e Segretario generale delle Scuole cattoliche, commentando le recenti proteste che hanno scosso diverse zone della Tunisia. “La rivoluzione di sette anni fa aveva due rivendicazioni: la libertà e la democrazia, quindi diritti civili e politici, da un lato, e la giustizia sociale, quindi posti di lavoro e miglioramento delle condizioni generali di vita, dall’altro” spiega p. Alamat.
“Sul primo dossier, quello della democrazia, la Tunisia ha avuto uno sviluppo incredibile, e si può dire che è riuscita a soddisfare le aspettative della maggior parte dei suoi cittadini. Si pensi alla nuova Costituzione, al riconoscimento delle libertà fondamentali, al cammino democratico con libere elezioni che hanno visto la forte mobilitazione della società civile. Si è quindi raggiunta una maturità politica e democratica con forti distinzioni rispetto ad altre parti del mondo arabo” dice il sacerdote.
“Rimane però il problema economico, legato non solo alla situazione locale ma anche regionale. I giovani tunisini in questi sette anni dalla caduta del regime di Ben Ali hanno fortemente sperato di trovare posti di lavoro che purtroppo non si sono materializzati. Al contrario il costo della vita è aumentato, anche a causa della svalutazione del Dinaro tunisino, mentre gli stipendi sono rimasti bassi” dice p. Alamat.
Almeno 778 persone sono state arrestate negli scontri con la polizia in diverse località tunisine avvenuti nei giorni scorsi.
“In mezzo alle proteste si sono infiltrati elementi criminali che approfittano delle proteste per saccheggiare e derubare esercizi commerciale e uffici pubblici” commenta il sacerdote. “Si sono avuti così gravi incidenti, con il ferimento di centinaia di persone, tra cui diversi poliziotti. La maggioranza dei tunisini però non vuole le violenze e i saccheggi anche se condividono le ragioni della protesta”.
Dopo giorni di tensioni sembra essere ritornata la calma, a parte qualche sporadico incidente a Siliana, nel nord ovest della Tunisia.
“Sono però prevedibili altre proteste: domenica 14 gennaio, in occasione del settimo anniversario della rivoluzione, giorno in cui è prevista una grande manifestazione a Tunisi. Il governo e le istituzione devono quindi farsi carico del disagio sociale” conclude p. Alamat.


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