Vittorio Emanuele II di SavoiaNobile
Nascita: 14/3/1820 Torino
Morte: 9/1/1878 Roma
Data elezione: 1861
Cronologia10/9/1858
Per disposizione di Vittorio Emanuele II, il corpo di Maria Felicita di Savoia, da Roma viene trasportato in Piemonte e tumulato in Superga. La lapide del sepolcro viene tolta dalla Chiesa dei SS. Apostoli e recata nella sacrestia della Chiesa del S. Sudario.
31/12/1870
Vittorio Emanuele II giunge a Roma per confortare i danneggiati dell'alluvione ed è acclamato in Campidoglio.
2/7/1871
Il Re Vittorio Emanuele fa ufficialmente il suo ingresso solenne per insediarsi al Quirinale.
1872
Re Vittorio Emanuele II acquista per 26.000 lire da Giovanni Grabinski Potenziani, la Villa Pallavicini a Via Salaria. Avvia lavori per migliorarne la funzionalità, con la costruzione di utilità come le scuderie.
L'ex Casino nobile risulta inadatto agli impegni di rappresentanza ed alle esigenze della famiglia reale, per cui viene avviata la costruzione della Palazzina Reale, nell'area un tempo della Vigna Barigione.
1873
Re Vittorio Emanuele acquista un terreno nel nuovo quartiere Macao, dalla Società Generale di Credito Immobiliare e Costruzioni e incarica l'ingegnere Pirovano di progettare e realizzare una villa, destinata alla contessa di Mirafiori.
1874
La contessa di Mirafiori Rosa Vercellana, si trasferisce a Roma, diventata capitale d'Italia, per stare vicino al Re Vittorio Emanuele II, suo amante. Rinuncia alla villa che gli aveva fatto costruire al nuovo quartiere Macao, preferendo trasferirsi nella villa Ginetti fuori Porta Pia, più discreta e vicina alla tenuta di Caccia del Re, presso la via Salaria.
13/10/1877
Per i suoi meriti imprenditoriali, Re Vittorio Emanuele II, concede il titolo di Conte all'ingegnere Giuseppe Telfener.
« A Giuseooe Telfener, di Carlo, venne concesso da S. M. Vittorio Emanuele II il titolo di conte, con trasmissibilità primogeniale mascolina con Decreto Reale di motu proprio 13 ottobre 1877.
Lo stemma gli fu concesso con posteriore decreto del 13 dicembre 1877 e RR. LL. PP. 11 aprile 1878. La famiglia è iscritta nel Libro d'Oro della Nob. Ital. e nell'Elenco Uff. Nob. Ital. col titolo di conte.
ARMA: D'azzurro, al leone d'oro, lampassato ed immaschito di rosso, accompagnato negli angoli del capo da due gigli d'oro. CIMIERO: Un leone nascente con un giglio nella branca anteriore destra, il tutto d'oro. MOTTO: Hominem labor honorat.
DIMORA: Roma. »
7/11/1877
A villa Mirafiori viene celebrato il Matrimonio morganatico tra Vittorio Emanuele II di Savoia e Rosa Vercellana.
9/1/1878
Re Vittorio Emanuele II muore nella sua Stanza al palazzo del Quirinale alle ore 14:30, assistito dai figli, ma non dalla moglie morganatica, cui è impedito di recarsi al capezzale dai ministri del Regno:
La mattina del 9 il pericolo divenne imminente. Il prof. Bruno si avvicinò al letto dell'ammalato chiedendogli coll'animo commosso se era disposto a ricevere i conforti della religione. Venga pure, — rispose il Re. Quando il sacerdote, che era il canonico Anzino, colla stola e colla pisside in mano entrò nella camera, fu un momento solenne. Secondo una tradizione di casa Savoia, il viatico fu amministrato alla presenza di tutti i ministri e di tutti i membri della Casa militare e della Casa civile di S. M. Il principe e la principessa entrarono nella camera con una candela in mano e andarono ad inginocchiarsi ai piedi del letto. La principessa portava in capo un velo nero. Durante la cerimonia mestissima tutti piangevano a calde lagrime. Il presidente del Consiglio, l'on. Depretis, era anch'egli inginocchiato innanzi ad una specie di baule che è vicino al caminetto, piangendo dirottamente. Il re Vittorio era piuttosto pallido. Egli solo in mezzo a tanta generale desolazione si mostrava calmo e sereno. Stava seduto sul fianco sinistro appoggiato a due cuscini. Portava indosso una giacca di color bigio con molte tasche, simile ad una giacchetta da caccia. Il Principe e la Principessa di Piemonte erano anch'essi in lagrime. Finita la cerimonia del viatico, tutti gli astanti sfilarono vicino al letto quasi per dare l'ultimo addio all'amatissimo sovrano, al primo re d'Italia.
Dopo una mezz'ora circa che il Viatico era stato amministrato, il Re cercò di mutar posizione sul letto, lo sforzo lo fece diventare pallidissimo, e d'un tratto parve che la vita gli mancasse. Chiese quindi da bere, e si fece porgere dal canonico Anzino un bicchiere d'acqua. Colla mano tremante egli prese il bicchiere ed ebbe ancora la forza di bere senza che alcuno lo aiutasse. Il dottor Bruno s'avvicinò al letto del morente e dal suo sguardo Umberto e gli altri pochi presenti compresero che tutto era finito. Al momento in cui il Re spirava erano nella stanza il principe Umberto e il conte Mirafiori ai piedi del letto, l'on. Depretis, Visone, Aghemo, Correnti, Mezzacapo, il cav. Ansaldi aiutante di camera ed i colonnelli Guidotti e Carenzi ufficiali di servizio.
...
Che giornata fu quella di mercoledì! e che sera! Nelle prime ore del mattino un grande silenzio da Roma. Non si aveva che il telegramma, giunto ai giornali nel corso della notte, da cui trapelavano delle ansie che smentivano i pronostici lieti del giorno prima. Che vorrà dire quel silenzio? Tutti avevamo un tetro presentimento nell'anima ma nessuno osava confidarlo, nonchè ad un amico, neppure a sè stesso. Si ripetevano vieti proverbi per capacitare noi stessi che le nuove tristi hanno rapide le ali; ma mentre il labbro li ripeteva, una voce segreta sussurrava dentro di noi che le buone novelle hanno sempre più veloce il volo, e precorrono le altre.
Poi verso il mezzodì si erano notati alcuni sintomi d'allarme pubblico. Un messo della Prefettura si era recato al palazzo Marino pareva affrettatissimo. il Sindaco, appena ricevuta l'ambasciata, n'era uscito, turbatissimo in volto, e si era avviato alla Prefettura; c'era stato nel corridoio un incontrarsi, un sussurrarsi, un parlarsi commosso, un guardarsi smarriti, di assessori e di segretarj. Quelli a cui il Sindaco nel passare aveva mormorato qualche parola all'orecchio, n'erano rimasti come attoniti e stravolti e la loro impressione si rifletteva sui volti di quelli con cui parlavano.
Nella città nulla ancora nessun dispaccio ai giornali un silenzio sempre che prolungandosi si faceva più lugubre. Dopo il mezzodì fu per la prima volta pubblicato dal Municipio un bollettino della salute del Re. Era oscuro, incerto, ansioso. I medici che lo leggevano, crollavano il capo, e se ne allontanavano frettolosi, quasi temessero di essere interrogati; gli altri vi cercavano una illusione, una speranza. Felici quelli che riuscivano a trovarvela! Un'ora dopo, un altro bollettino laconico: Il Re è aggravatissimo. Dalle due alle quattro, le notizie gravi, disperate, si succedevano colpo su colpo. Il Re peggiora il Re si è confessato il Re si è comunicato, il Re è agonizzante. Poi una breve sosta. Il telegrafo era ammutolito da capo.... La città ne era scossa tutte le sue fibre trasalivano.
Ad un tratto verso le 5 una voce lugubre, disperata, si sparse: Il Re è morto. Donde era venuta?... chi l'aveva diffusa? Non si sapeva. Presentimento dubbio sospetto certezza. In pochi momenti percorse tutta questa scala di gradazioni. La nebbia che tutto il giorno aveva pesato sulla città, nera, fitta, densa, palpabile avvolgeva i capannelli di cittadini che si andavano formando in Galleria, sul Corso, ricambiandosi, a voce bassa, una domanda angosciosa ed una angosciosa risposta: È vero? È vero.Non si diceva di più. Si capiva tutto. A quella risposta molti rimanevano lì su due piedi come impietriti altri si passavano la mano sulla fronte come per disperdere un sogno cattivo altri soffocavano a stento un singulto qualcuno ruppe in uno scoppio di pianto qualche altro ripeteva a sè stesso: Non è possibile. Poi quei capannelli si scioglievano rapidamente e i cittadini che li formavano, si andavano dileguando, come ombre, nella nebbia che si faceva sempre più densa. Tutti affrettavano il passo come incalzati da un grande spavento tutti sentivano il bisogno di rincasare come se ognuno fosse stato colto da una sua privata disgrazia.
La sera fu tetra. Sulle prime ore uscì un manifesto del Municipio, listato a nero, breve, ma pieno di angoscia. Poi la Prefettura pubblicò, listato anch'esso a nero, il dispaccio del Ministro dell'Interno secco, arido, burocratico, che stringeva il cuore col suo positivismo brutale che dava l'annunzio della morte assieme a quello della proclamazione del nuovo Re e della conferma dei Ministri. Tra queste due ere della Nazione Italiana una che aveva appena chiuso gli occhi con Vittorio Emanuele ancora caldo sul suo letto funerario l'altra che si iniziava col dolore profondo, e i rigidi doveri di Umberto bisognava porre un intervallo sia pure un punto geometrico.
I rari passeggeri si fermavano a quei due proclami li leggevano si racchiudevano tutti in sè stessi, come se sentissero un brivido per tutto il loro corpo e passavano. Poi si udì un rumore, pieno d'orgasmo e di tetraggine un rapido e commosso sbattere d'imposte, un serrarsi precipitoso di invetriate e di usci. Eran tutti i negozj, tutte le botteghe che si chiudevano l'una dopo l'altra. Da chi era partito l'ordine, il consiglio, l'esempio? Da tutti ad un tempo. Lo stesso pensiero si affacciò nello stesso attimo a tutte le menti.
In pochi minuti era un silenzio profondo e una oscurità completa in tutti quei centri, ove dai mille becchi di gas si diffonde più vivace l'allegra luce dell'attività cittadina. Era uno squallore, un silenzio pieno di raccapriccio. In quello squallore, in quel silenzio, in quella nebbia, dopo le otto si aggirava una folla la quale andava attorno senza meta ansiosa di notizie quasi sperasse in un miracolo, quasi avesse bisogno di una conferma... per credere senza parlare senza far rumore — come fosse una folla di ombre.
Nei caffè, dalle porte socchiuse, nei clubs, la stessa scena — gli amici che si abbordavano in silenzio, si stringevano la mano più forte del solito, si guardavano in faccia senza fiatare, ritti in crocchi che andavano formandosi e sformandosi rapidamente come nelle famiglie cui è morto in quel momento un padre, od un figlio amatissimo.
Al Municipio, nelle sale della Giunta, era un accorrere ansioso di cittadini che vi andavano senza sapere perchè. Il Sindaco gli Assessori erano là tutti, fra commossi ed attoniti stringevano la mano agli accorrenti, scambiavano una parola, rispondevano ad una esclamazione con una esclamazione.
Poi per la strade buie e mute, in quel silenzio pieno di paure e di angoscie, un rumore cupo, sinistro di voci sussultanti, di passi affrettati e via attraverso la nebbia densissima una rincorsa ansante di figure nere, che agitavano nelle mani dei fogli e gridavano con voci rauche e trafelate: Dispacci da Roma! dispacci da Roma!
Ad ogni tanto attorno ad una di quelle figure si stringeva un circolo d'altre.... che le strappavano ansiosamente di mano uno di quei fogli. Il venditore si staccava dal cerchio e riprendeva a correre ed a strillare gli altri si accostavano ad una lampada per leggere il foglietto comperato e al fioco riflesso di quella luce si vedeva impallidire al trangosciato lettore la faccia, e tremare la mano. Talvolta un qualche cittadino, che si trovava in mezzo ad un circolo formato dal caso, leggeva ad alta voce fra un silenzio completo, come se si fosse in una chiesa, nel momento di un rito solenne. Nessun commento! qualche esclamazione straziante qualche accento di profonda commozione qualche scoppio di pianto represso. Poi il circolo si scioglieva. E da lontano si udiva più fioco, ma sempre tetro e insistente, il gridio dei venditori di giornali: Dispacci da Roma! Dispacci da Roma! Parevano i rintocchi funebri della campana della pubblicità che suonasse a morto. Che lugubre sera!
17/1/1878
Funerali di Vittorio Emanuele II al Pantheon. Nell'occasione l'edificio viene addobbato solennemente. Una gigantesca placca funeraria, con l'epigrafe "Vittorio Emanuele II - Padre della Patria" (temporaneamente sovrapposta al fregio), viene realizzata dalla fonderia di Alessandro Nelli fondendo il bronzo dei cannoni strappati agli austriaci durante le guerre d'indipendenza del 1848, del 1849 e del 1859:
"Fu un triste giorno quello del 17 gennaio. La mattina la salma del re era deposta sul primo gradino della scalea, e ai suoi piedi era posata la cassa di piombo foderata internamente di raso bianco, rivestita di noce e foderata esternamente di velluto rosso. Otto sott’uffiziali dei corazzieri con delle tracolle di seta a nappine d'oro hanno sollàvato il corpo e lo hanno deposto nella bara. Chiuso il manto sopra il petto del Re, fu posato un crocifisso di bronzo a croce nera, e fissato al manto in modo che non dovesse muoversi col rimuovere la salma.
La cassa fu chiusa dapprima con una lastra di cristallo incastrata a coulisse, poi monsignore Anzino, elemosiniere del Re, collocò lungoi margini del cristallo un nastro scarlatto sul quale furono posti quattro suggelli ai quattro angoli. Dopo di che la cassa fu coperta col. coperchio di piombo è noce. Erano circa le dieci quando il feretro usci dal Quirinale. La veduta presentata dalla Piazza del Popolo era magnifica, imponente. Il corteggio attraversava la piazza rasentando i cancelli d'ingresso del Pincio, e girato l'obelisco, la riattraversava imboccando il Corso.
Il Pincio, dai cancelli fino al più alto parapetto, le gradinate, le rampe, tutto era stipato, gremito di persone. Tra l'uscita dalla via del Babbuino e l'ingresso nel Corso sviluppavasi la parte integrale del corteggio, dall'ufficialità fino al carro e al seguito. Il centro della. piazza, era affatto sgombro e deserto, mentre la gente pigiavasi intorno alla musica dei vigili, che appiè dell'obelisco mandava incessanti concenti funebri.
Il carro funebre era tirato da otto cavalli bardati di nero, spariva quasi sotto le corone. Superbo effetto producono gli emblemi reali deposti su esso. Il carro era preceduto da un drappello di trombettieri, dal clero, fiancheggiato dai grandi ufficiali dello Stato, e seguito dai Capi di missione, dagli inviati speciali dei Governi esteri, dagli Ambasciatori, dai Cavalieri della Santissima Annunziata, dal Principe imperiale di Germania, dall'arciduca Ranieri, dal maresciallo Canrobert, dal figlio del maresciallo Mac-Mahon, dal duca di Braganza, figlio della regina Pia, dal principe Guglielmo di Baden, dal conte Roden, rappresentante la regina Vittoria. Il principe Amedeo si mise in mezzo a loro. Egli procedeva -cogli occhi bassi, coll’ elmo calato sulla fronte. Veniva dietro il generale Medici, a cavallo, con in mano la spada del defunto. Seguiva immediatamente il carro il cavallo di battaglia, bardato e gualdrappato di nero, quello stesso che Vittorio cavalcava quando fece il solenne ingresso di Roma.
Reggevano i cordoni del feretro Crispi, Tecchio, Depretis, De Sanctis, Ricasoli e Della Rocea. Correnti, che indossava l' uniforme di segretario del Gran Magistero Mauriziano, portava su un cuscino la Corona ferrea. La magistratura, colle sue toghe rosse, produceva un effetto mirabile. Tra le persone più osservate del corteo era un gruppo formato da generali mutilati nelle patrie battaglie. La selva delle 2000 bandiere delle Associazioni, dei Municipi, dei veterani e dei reggimenti dell'esercito, tutte velate a lutto, produceva un effetto meraviglioso. Il generalo Cialdini procedeva a capo della rappresentanza dei veterani. I sindaci Belinzaghi, Peruzzi, Giustinian e Sandonato, erano a capo delle rispettive deputazioni municipali, preceduti da Ruspoli, facente funzione di sindaco di Torino.
Uscito alle 10 del Quirinale, il carro si arrestò all'una e ventidue minuti innanzi al Pantheon. Mentre si toglievano le corone dal carro per poterne estrarre la salma del Re, entrarono nel tempio tutti gli ufficiali superiori di mare e di terra ed i grandi ufficiali dello Stato che si disposero alla destra dell'entrata, i senatori dietro di loro. Dal lato opposto si posero i deputati, e proprio all'angolo sinistro dell'altare, #2 cornueepistole, davanti ai cuscini di velluto rosso disposti per terra, i Reali principi, Duca d'Aosta, Principe reale di Prussia, Duca di Braganza, Arciduca Ranieri, Principe di Baden. Poi venivano il maresciallo Canrobert, lord Roden, il barone di Boyens, tutti gli inviati straordinari, le ambasciate e le legazioni presso il Quirinale.
La salma di Vittorio Emanuele, portata da dieci corazzieri, venne deposta sulla cima del catafalco che rappresentava una grandiosa scalinata in granito, circondata da quaranta candelabri a molti ceri disposti su due gradinate. I maestri di cerimonia coprono il feretro con la funerea coltre in velluto nero, tagliata da una gran croce d'argento, sul cui centro venne deposto.il cuscino colla corona reale e lo scettro. Dinanzi venne collocato l'elmo del Re, e dietro l'onorevole Correnti depose la corona ferrea, mentre il generale Medici, primo aiutante di campo, portava la spada del redentore d'Italia. Le bandiere dell'esercito stavano aggruppate nello spazio che rimane fra il catafalco e la porta.
L'aspetto della chiesa era di stile severissimo ed imponente, Dall'alto del lucernario spiccava la stella d'Italia in fondo azzurro, e giro giro dal tamburo scendevano dei maestosi panneggiamenti bianchi che erano fermati attorno al cornicione, sul quale splendeva di molta luce una ghirlanda di ceri che. si fletteva sugli stemmi delle principali città italiane. Le colonne erano scoperte; ma tutti gli altari illuminati e ornati a.bruno fanno risaltare meglio l'architettura del tempio. Data l'assoluzione al cadavere, tutti partirono lasciando la salma del gran Re in custodia della guardia d'onore. Ma il suo vero custode sarà il riconoscente popolo d'Italia."
16/2/1878
Esequi di Stato a S. M. Vittorio Emnauele II nel Pantheon.
"Il giorno 16 hanno avuto luogo nel Pantheon le esequie che lo Stato fece celebrare a Vittorio Emanuele. La facciata dell'antico tempio era splendidamente addobbata. Il porticato, messora lutto, aveva l'aspetto d'una cappella ardente. Nélle nicchie ai lati della porta s'innalzavanòo due giganteschi tripodi.
Sul timpano della facciata un'aquila, che è uno degli emblemi di Casa Savoia, spiegava leali ai venti. Ai lati dell'aquila sorgevano due statuo rappresentanti la Fama alata.
In un finto bassorilievo dipinto dal prof. Bruschi ad imitazione del bronzo e collocato nel timpano era rappresentata come l'apoteosi della Casa di Savoia, Sotto il frontone ricorreva a grandi lettere l'iscrizione di Vitturio Emanuele II padre, della Patria.
Nell'interno della chiesa, il sistema d'illuminazione adottato era di un effetto sorprendente e fantastico. Si sa che nella volta del Pantheon sono scavati nel muro certi grandi cassettoni che in linguaggio tecnico si chiamano lacunari. Ora quei grandi lacunari erano stati coperti in modo che tutta la volta diventasse sparsa di stelleilluminate da interne flamme di gas.
Nel mezzo, nell'occhio della volta, fulgeva come astro maggiore, la stella d’Italia. Del resto si è voluto conservare, per quanto era possibile, intatte le linee principali di quest'architettura che è un prodigio dell'arte.
Bandiere e stemmi delle città d'Italia e della Casa di Savoia adornavano il cornicione. Gli archi della cappella erano stati trasformati in palchi. Quello a sinistra dell'altare maggiore serviva di cantoria, Il catafalco era altissimo; esso s'ergeva in mPzzo alla chiesa ed era diviso in tre basamenti, Agli angoli del primo, quattro leoni accovacciati e, all'intorno, dei candelabri. Il secondo basaniento aveva agli angoli quattro aquile con le ali spiegate che tenevano ferme sotto gli artigli le estremità di ricchi festoni in bassorilievi.
Intorno stavano altri candelabri. Sull'ultimo ripiano stava il tumulo coperto da un gran manto rosso e sormontato da un guanciale sul quale stavano la corona e lo scettrò. I lembi del manto erano sorretti da sei grandi statue: la Magnanimità, la Fortezza, la Giustizia, la Prudenza, la Libertà e la Lealtà."
15/1/1879
Commemorazione Funebre del Re Vittorio Emanuele al Pantheon.
24/1/1879
Il municipio di Roma organizza delle esequie solenni al Re Vittorio Emanuele nella chiesa di a S. Maria degli Angeli.
Le solenni esequie in onore di Vittorio Emanuele ebbero origine dalla volontà del municipio di Roma di omaggiare il sovrano presso la chiesa di Santa Maria degli Angeli, scelta per la sua maestosità architettonica. L'evento fu preceduto dalla rapida composizione di un Libera me Domine da parte del maestro Terziani, il quale, memore delle difficoltà esecutive riscontrate l'anno precedente durante i funerali al Pantheon, scrisse il nuovo pezzo in una sola notte ispirandosi ai versi di Longfellow. Durante la celebrazione, alla quale parteciparono numerose autorità e rappresentanze municipali, la messa di Cherubini fu eseguita con successo dagli accademici della Regia Filarmonica e di Santa Cecilia, nonostante le critiche rivolte al catafalco disegnato dall'architetto Herzog. L'aspetto più rilevante per la storia dei rapporti tra Stato e Chiesa fu la collaborazione tra i padri dell'ordine di San Francesco e i Certosini nella gestione del rito, unitamente alla presenza di un'iscrizione che definiva esplicitamente il defunto «Re d'Italia». Tale dettaglio, in contrasto con le restrizioni dell'24 anno precedente al Pantheon dove fu usato il titolo di «padre della patria», testimoniò la moderazione e l'apertura di papa Leone XIII verso la memoria del «Re Liberatore».
12/1977
Re Vittorio Emanuele II, passa una notte all'addiaccio presso il lago nella sua tenuta di caccia. L'umidità di quell'ambiente provocano l'insorgere della polmonite che gli sarà fatale entro pochi giorni.
Residenza
Luogo di sepoltura