Pio PiacentiniArchitetto
Nascita: 5/9/1846 Roma
Morte: 4/4/1928 Roma
Cronologia5/1882
Progetti premiati per il Monumento Nazionale:
« Il verdetto nel concorso del monumento a Vittorio Emanuele in Roma ha messo tutto in rumore il campo artistico ove siamo certi di soddisfare in viva e giusta curiosità dei lettori pubblicando i disegni dei tre progetti premiati. Lo facciamo senza entrare nella questione del merito dei progetti e della giustizia del verdetto che li ha distinti, giacché coll'agitazione che si è sollevata nel mondo artistico non si potrebbe tentare di farlo che in presenza di tutti, o almeno d'una gran parte dei bozzetti, disegni e acquerelli presentati dai 293 concorrenti.
Il primo premio, nel suo insieme sarebbe uno specchio di piazza del Plebiscito di Napoli, o in Roma un secondo piazza di San Pietro, più castigata, più secondo le sane regole dello stile classico e più piccola; al posto della grande facciata della basilica, c'è un arco di trionfo di buona riminiscenza romana, al posto dell'obelisco vi è riportata, un poco modificata, la forma della colonna traiana, come a Parigi nella Piazza Vendôme.
La scultura ha molta parte decorativa in questa grande scena architettonica. Cinquantuna statue sono distribuite sull'attico dell'emiciclo e sull'arco trionfale; quattro bighe, di quelle usate dai Romani nelle corse dei circhi, con audaci facciali cavalli di bronzo, stanno ferme alle due testate dell'emiciclo e ai due lati del fastigio dell'arco. Vittorio Emanuele, naturalmente vestito alla moderna in tunica d'ordinanza nel 1859, è campato nello spazio ad una grande altezza; appié della colonna otto statue ne circondano la base, quattro fontane compiono la decorazione del concetto architettonico. La fascia che gira a spirale la colonna dovrebbe essere di bassorilievi rappresentanti i fatti delle guerre dell'indipendenza e unità d'Italia. Una variante, che è quella ammessa dalla Commissione aggiudicatrice, sostituisce ipse deccrare la piazza alla colonna Traiana, Vendôme o trionfale che dir si voglia, la statua equestre di Vittorio Emanuele. La parete del portico dell'emiciclo è coperta di pitture, distribuite, sembra, in tante storie quante sono le arcate, come si vede ordinariamente nei chiostri monastici.
Tale è il progetto che ha ottenuto il primo premio e che è ideato come da impiegarsi a sistemare col monumento a Vittorio Emanuele la piazza di Termini. Ne è autore il sig. Enrico Nenot, giovane architetto che non ha ancora raggiunto i 29 anni, che ha compiuto tutto il suo corso di grand prix de Rome all'Accademia francese di Belle Arti di Villa Medici, e che si è fatto onore nel Belgio riportando un primo trionfo fuori della sua patria ad un concorso per un progetto di scuola da costruirsi nel comune di Hoey, fabbrica della quale gli fu inoltre affidata la costruzione.
Il Nenot, nel 1880 compì un viaggio di studio a Delo, Smirne, Bairuth, Balbek, Damasco, Gerusalemme e Jaffa, passò poi in Egitto, e visitò il Nilo sempre facendo rilievi, copiando particolari, cercando impressioni dirette dell'arte antica. Di ritorno da questo viaggio si applicò al concorso del monumento; sotto l'impressione dell'arte classica e sotto il predominio degli studi accademici compì il suo lavoro. Al momento di mandarlo all'esposizione egli scriveva al suo amico, l'architetto Beltrami, assistente all'Accademia di Brera in Milano: "La respect pour le vieux l'a emporté, ai-je eu tort?" chi lo sa?
Il verdetto della Commissione gli ha risposto dando il premio di 50 mila franchi al progetto nel quale predomina la respect pour le vieux, senza la menoma velleità di oltrepassare questo sentimento artistico-scolastico.
Il secondo progetto è meno facile a descriversi; è una gran macchina nella quale al di sopra di un apparato di esedre, scale, piattaforme, parapetti, è sotto un arco di trionfo, in una grande nicchia, tra due ali d'un colonnato dorico, grandeggia colossale come i... Vittorio della fontana di Trevi la figura di Vittorio Emanuele seduto. Ai suoi piedi il bassorilievo della base dell'arco di trionfo, dall'interno all'esterno si cangia in forte rilievo; in alto in tutto l'Elevato termina le due opposte sporgenze della facciata con due gruppi equestri: a sinistra con un Garibaldi a cavallo, a destra con un generale dell'esercito, alludendo alla dualità dei mezzi coi quali sotto gli auspici di Vittorio Emanuele si è compiuta la liberazione e l'unità d'Italia. Oltre a questa massa di figure di grandissime proporzioni, disposte come due cori ai due lati del colossale Vittorio Emanuele, si contano in questo progetto, un cinquantasei statue, sette gruppi colossali, e una dozzina circa di bassorilievi grandi, senza contare quelli delle piccole specchiature di pilastri, pilastrini, mozzelloni, ecc. Delle pitture sotto il colonnato e due iochi aprii dello spettacoloso apparato di scalee maestose, compiono il progetto dei signori Ferrari e Piacentini cui la Commissione ha creduto degno col premio di 30 mila lire.
Il terzo progetto ricorda quello del Guidini di Milano per le Cinque Giornate, o lo stile ha qualche reminiscenza del fiorimento del progetto Beltrami per lo stesso concorso. È un pilone colossale che maschera l'idea della colonna trionfale di Traiano, è una riunione di parecchi monumenti per farne uno solo e sarebbe destinato a sorgere nella Piazza Venezia, sistemata, facendo il pendant del palazzo dell'antica ambasciata della repubblica veneta. Abbasso, Garibaldi ha il suo monumento assieme a Bixio, non so chi altri abbia l'uguale onore, e chi quello di star solo equestremente appié del gran pilone. In cima a questo, ad un'altezza prodigiosa sorge il gruppo colossale di Vittorio Emanuele che leva in alto la bandiera d'Italia. Il progetto del signor Galletti ha avuto il terzo premio di 20 mila lire.
La Commissione, oltre al concedere questi tre premi, ha raccomandato altri dieci progetti per un largo compenso dichiarando nello stesso tempo di non poter consigliare per l'esecuzione né i tredici distinti, né nessun altro progetto. La premiazione e l'esecuzione sembrano partiti contradditori, ma si spiegano facilmente.
Le norme della legge votata in Parlamento obbligavano la Commissione a premiare i tre progetti che rispetto a tutti gli altri presentati non giudicasse migliori, non tenendo conto se fossero o meno da consigliarsi per l'esecuzione, purché stessero nei limiti della spesa fissata dal Parlamento, prescrivendo inoltre di suggerire il progetto da eseguirsi se a suo giudizio si trovasse tra quelli mandati al concorso. Il limite della spesa era la sola condizione sine qua non, per i premi da concedersi. Si assicura che i tecnici della Commissione hanno riscontrato stare in quei limiti tutti i progetti premiati, solo escludendo la colonna trionfale per il progetto Nenot, che, come s'è detto, ne sarebbe uscito, o adottando per esso la variante del gruppo equestre che resterebbe in quei limiti.
È noto qual subisso di ire, sdegni e recriminazioni ha suscitato il verdetto della Commissione, accusata d'aver scelto precisamente i meno lodevoli per dimostrare che il concorso non è possibile, e che l'opera va data brevi manu ai più bravi. Questa accusa che riguarda le intenzioni non è discutibile, e si riferisce soltanto per dare un'idea del grado cui è giunto il malcontento.
Alcuni egregi artisti, disinteressati nel concorso, osservando che la Commissione non ha trovato da indicare nessun progetto per l'esecuzione, e si è dovuta limitare a scegliere i migliori, — s'intende migliori artisticamente — sostengono che premiando quei tre ha fatto torto ad altri progetti che al pari dei tre non essendo da adottarsi per l'esecuzione, sono però di gran lunga superiori per merito artistico, e tra questi si cita la piramide con gruppi colossali dell'Amendola, progetto di cui si loda come bella e di creazione propria artistica la folla statuaria che gira attorno al monumento.
Ma ciò che ha principalmente destato più ire e sdegni è stata la premiazione del progetto Nenot.
Il pubblico è talmente abituato a sentir gridare contro i verdetti dai giurì di Belle Arti che, naturalmente, s'aspettava l'esito scoppio immancabile qual si fosse il progetto, qual potesse essere l'artista premiato. Questa volta però il concorso offriva un elemento nuovo, il premiato è uno straniero, è un francese. Con questi chiari di luna russa e marsigliese, fosse anche il progetto Nenot un'opera di genio, — ed è tutt'altro veramente, — il caso degli artisti non premiati avea tutte le probabilità di vedersi ingrassato per face di patriottismo.
Difatti allo scatto delle ire fu lanciato contro la Commissione un grossissimo sasso, sostenendo che la terribile accusa d'aver dato uno schiaffo all'arte Italiana. L'ILLUSTRAZIONE, sino da quando si è discusso al Parlamento lo schema di concorso, non ha mancato di combattere l'idea veramente barocca di un concorso mondiale per un monumento nazionale. Si possono ammettere gli stranieri ad un concorso per una chiesa, per una piazza, magari per un monumento a Dante, ma esporre i che so io, monete, per esempio, possa darci il merito a noi Italiani per il monumento da innalzare a Vittorio Emanuele destinato a celebrare il più grande avvenimento della storia d'Italia, ci è sempre parso, ci sembra tuttora e ci sembrerà anche se dovesse avere per risultato di darci un bel monumento, il più strano della idee.
Questa che era una ragione prepotente contro il progetto di programma, non è più una ragione contro il progetto premiato nel programma d'un'Esposizione mondiale.
S'è premiato un giovine francese di meno di 29 anni, e perché non potea esser premiato un allievo dell'Accademia di Vienna, uno slavo ecc. di Praga, o ecc. di Zagabria, un giapponese di Jeddo, uno di quegli abitanti delle isole Sandwich che il re Kalakaua di quella contrada manda a istruirsi in Europa. Aperti a tutti quel concorso, potea esser vinta da chiunque.
Gli italiani non si son mossi per quel supposto schiaffo; è da prevedersi che non si muoverà l'Europa intera, anzi il mondo, dopo che, estendendo la figura retorica, si è detto: ma che l'Italia tutte le nazioni concorrenti han ricevuto lo schiaffo dal verdetto della Commissione!
Un artista di quelli che non prendono la parola per tutti coloro che protestano, lagnandosi d'altra questione, solo pochi giorni prima che uscisse il verdetto, scriveva in un lungo articolo quasi a tribunale sopraffino i giudizi artistici in Commissione permanente del Ministero d'Istruzione pubblica per le Belle Arti, e ne citava i componenti, mezzo uno, con ossequiose e quasi entusiastiche lodi.
Ebbene: quei membri della Commissione permanente, sono stati o doveano essere tra i più influenti nella Commissione del Concorso pel Monumento a Vittorio Emanuele, nella quale i nomi artistici, naturalmente, non avranno fatto altro che dividere la critica dei giurati, artisti, che poi, se non tutti, i più, sono i soliti giudici artistici, a torto o a ragione, non è il caso d'indagare, ma generalmente bene affiatati cogli artisti, e sanno tutti come eccoli dall'arto tenenti occupati a correre tutto l'anno dal Po all'Arno, al Tevere, sulle rive del Sebeto, a giudicare di tutti e di tutto?
Giorni prima adunque del verdetto, baci, sino all'ultimo momento, sulla Commissione, a motivo degli artisti che ne formavano l'elemento moralmente più ponderante, era una Commissione secondo i voti e i desideri di chi dovea poi protestare; solo appena uscito il verdetto la Commissione decadde nella stima degli spettatori. La scena cambiò come in una feerie e quei membri preponderanti, dagli stessi che li avevano prima invocati quasi come oracoli, erano maltrattati con tanto poco rispetto con quanto ossequio si erano inchinati giorni prima.
Il pubblico vorrebbe pure orientarsi in arte guardando gli artisti, ma son tali voltate e rigiri d'ago magnetico, ci perde ogni fiducia. Può consolarsi intanto nel fatto che i premi concessi dal giurì non toccano alla questione del monumento da farsi.
Il progetto del Nenot non ha più probabilità d'essere eseguito che non ne abbia il progetto De Nitia o compagni, il Guidini e compagni, il Ferrari e soci, o di Cecconi, solo e di Amendola solo.
A proposito di proteste per monumenti a Vittorio Emanuele, il pubblico non sarebbe invece rimasto sorpreso di una rimostranza verso il Reale che veniva ricevuto 30 mila lire d'anticipazione per l'esecuzione del monumento da alzarsi al gran Re in Milano, o un'altra egregia somma, dicansi, per quello di Venezia, dopo tanto tempo non ha ancora trovata l'ora della ispirazione propizia a permettersi all'opera né per l'uno né per l'altro e con olimpica serenità resiste alla sollecitazione d'ogni sorta che gli vengono fatte in proposito, senza trovarsi, come fu il Leonardo da Vinci, quando faceva la statua dello Sforza, impegnato in studi di fortificazione e di canalizzazione.
Di queste lagnanze, non poetiche perché i poeti non sono mai stati vittima di migliaia di lire anticipate, di queste lagnanze artistiche, i primi a risentire gli effetti col rimbalzo sono gli artisti e ne hanno avuta una prova nel famoso capitolato del R. Commissariato per la liquidazione dell'asse ecclesiastico di Roma, il quale per dodici statue da rimessi nell'atrio della Basilica di San Paolo, ha stabilito che al momento della firma, prima di ricevere tremila lire di anticipazione pel modello in gesso, ciascuno dei 12 artisti, doveva cauzione di 15 mila lire sulla 20 mila cui ammonta la cifra del contratto.
Gli artisti si sono risentiti tanto di questa clausola di capitolato, ebbene è assai probabile una cosa: cioè che mentre si prendano tanto a cuore i loro interessi e diritti, gli artisti non si danno il menomo pensiero degli interessi e diritti delle amministrazioni che per opere d'arte trattano con essi d'affari, la diffidenza del Commissariato dell'asse ecclesiastico diventerà forse una regola per quelle amministrazioni; sarà un precedente, un esempio che potrà trovare imitatori. E una bella cosa la solidarietà degli artisti, ma dev'essere come una medaglia, deve avere il suo dritto e il suo rovescio.
L. Chirtani. »
12/7/1886
Teresa Glori, si affidava al parere di due eminenti ingegneri, Pio Piacentini e Augusto Innocenti, per realizzare una perizia sul valore dei suoi terreni sul Monte Cacciarello, oggetti di una richiesta di esproprio da parte del Comune. La perizia considera il terreno come “fabbricativo” e stabilisce un prezzo complessivo di 1.350.750 Lire, somma che ascende a 1.800.750 se vi viene incluso il sottosuolo, sfruttato dalla cava della ditta Albertini.
23/1/1890
Viene fondata per iniziativa dell'architetto Giovanni Battista Giovenale e di un gruppo di ventiquattro soci promotori (e Gaetano Koch, Pio Piacentini, Ernesto Basile, Giuseppe Sacconi), l'Associazione Artistica fra i Cultori di Architettura. Nello Statuto è ben chiarito il fine dell'Associazione: "promuovere lo studio e rialzare il prestigio dell'architettura, la prima fra le arti belle", attraverso una serie di numerose iniziative, che comprendevano tra l'altro "escursioni artistiche tra i soci per lo studio e la riproduzione dei monumenti".
27/9/1893
La Corte di Cassazione, su ricorso del Comune di Roma, annulla la decisione della Corte di Appello circa il valore per gli espropri dei terreni di Vigna Glori al Monte Cacciarello.
1/1909
La Commissione Reale per il Monumento a Vittorio Emanuele II, presieduta dal Ministro dei Lavori Pubblici Pietro Bertolini, si riunisce per decretare il vincitore, cadiuvata dalla sottocommissione artistica, con a capo il senatore Gaspare Finali e composta da alcuni celebri architetti e scultori (da Ernesto Basile, Cesare Maccari, Gaetano Koch, Manfredo Manfredi e Pio Piacentini a Domenico Trentacoste).
"I concorrenti furono in tutto 28, dei quali 19 s'inscrissero nel gruppo del «tema libero. La sottocommissione artistica (che doveva pronunciarsi prima della Commissione plenaria), designò subito come assolutamente migliori quattro bozzetti, tutti appartenenti a quest'ultimo gruppo: e furono quelli dello Zanelli, del Dazzi, del Pogliaghi e dell'Ugo, e fra questi poi quello dello Zanelli fu proposto per l'esecuzione."
La Commissione Reale, al contrario della sottocommissione artistica, non si trovò concorde sul nome di Angelo Zanelli: tre componenti (lo scultore Giulio Monteverde, l'architetto Alfredo d'Andrade e lo storico dell’arte Corrado Ricci, direttore generale delle Antichità e Belle Arti), preferirono astenersi.
"La Commissione plenaria modificò in parte il giudizio della sottocommissione artistica. Fu osservato che la designazione del solo Zanelli come vincitore pareva contraddire allo spirito se non alla lettera del bando di concorso il quale, per assicurare quant'era possibile l'esecuzione di una opera insigne, stabilivava che il concorso era di due gradi, riservando al secondo grado la traduzione in grande del bozzetto. Ora, proclamando il solo Zanelli meritevole di prender parte alla gara finale, si sarebbe venuti in sostanza a violare le norme del concorso, giacchè quando, nella prova finale, il solo Zanelli avesse messo sul posto l'opera sua a grandezza di esecuzione, sarebbe stato, nel fatto, quasi impossibile di non approvarla. Fu proposto dunque da Ugo Ojetti di bandire la gara di secondo grado, ammettendosi non solo lo Zanelli, ma anche il Dazzi, che pure essendosi inscritto nella categoria del tema libero, aveva però di fatto presentato un bozzetto che svolge il tema dei Precursori dell'unità; bozzetto che era stato lodatisimo, e che per più giorni, nell'opinione di parecchi Commissari, aveva conteso la vittoria a quello dello Zanelli."
Per comporre la questione si stabilì che i due artisti maggiormente apprezzati, Zanelli e Dazzi, sviluppassero i loro bozzetti a grandezza naturale e li consegnassero il 10 novembre 1910, per esporli a turno al pubblico nel 1911, in occasione del cinquantesimo dell'Unità d’Italia, lasciando la decisione finale al pubblico.
23/7/1913
Il Comune di Roma bandisce un concorso per il congiungimento stabile dei tre Palazzi Capitolini. Il concorso viene vinto da Marcello e Pio Piacentini:
"Poichè, scaduto il termine concesso all'Amministrazione bloccarda per demolire le braccia di cartapesta alzate ad allacciare al Palazzo dei Senatori le gallerie dei Musei ed i saloni gloriosi del Palazzo dei Conservatori, le mascherature burlesche non cadevano, l’atitorità governativa alzò la sua voce di comando. Il Comune allora, disposto a non cedere nemmeno di fronte alla forza, bandì un concorso pel congiungimento definitivo dei tre edifici superibi."
Il progetto che la reca e nasconde il nome dei suoi autori sotto il motto simbolico di Noli me tangere considera la questione del congiungimento in rapporto alla sistemazione stradale, al definitivo assetto degli uffici capitolini, a problemi severi di Arte e di Archeologia. Move da un progetto della Commissione direttiva del Monumento a Vittorio Emanuele che considerava l’accesso alla mole sacconiana dalla parte posteriore e prevedeva una rampa svolgentesi nelle aree di demolizione chiuse tra il Monumento, l'Ara Coeli, e le chiese di Santa Marina e di San Pietro in Carcere.
Nella planimetria dei Piacentini, questa rampa, dopo aver lasciato alla sua destra una via parallela, che alla quota del Tabularium conduce all'ingresso monumentale ideato per la sede delle Rappresentanze, sale fino alla Piazza del Campidoglio aprendo a sinistra del Palazzo Senatorio una superba terrazza adorna di balaustre e di statue e protesa sul suggestivo panorama dei Fori balzati completi dalla liberazione sapiente del contorno. Così invece di accecare la piazza, si darebbe ad essa una vista ampia quanto mai, lasciando al sole ed all'azzurro un trionfale varco.
"P.S: ll Consiglio superiore per le antichità e le Belle Arti aveva dovuto, con ripetuti pareri, in quale si rispettava l'apparenza della piazza del Campidoglio, ma si lasciava ai concorrenti piena libertà di trovare il passaggio pel congiungimento dei tre palazzi in qualunque parte eva qualunque livello del colle. Intanto il Consiglio superiore si è pronunciato in senso sfavorevole al concorso."
Progetti e realizzazioni
Committenze
Opere decorative
Luogo di sepoltura