Pubblicazione: 1875
Atti della Accademia nazionale dei Lincei, 1874-75. Relazione di Raffaele Canevari:
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Uno fra i più vetusti avanzi delle antiche età è senza dubbio l'opera di difesa edificata da Servio Tullio quasi sei secoli A. C. Noi la incontrammo sugli andamenti segnati in pianta con lettere a, d, c... k, l e dovemmo demolirla in quasi tutta quella estensione. Era costituita, nella parte discoperta, da un grosso muro formato con grandi blocchi di tufo diligentemente squadrato e messo al posto senza cemento. Inoltre su di una zona della larghezza di circa 18 metri, paralella all'andamento di questo muro, l’ordinaria stratificazione cessava, ed era sostituita da strati ben compatti ripiegati l’uno sull’altro a forma di V, con linee di separazione nettissime, e formati da terreni avventizi, con frammenti di terre cotte e di altri prodotti dell'industria umana. E così portava. quella zona i segni manifesti di un vuoto o cavo ivi esistente riempiuto successivamente in varj tempi, assai distanti fra loro, con materiali di scarico. Ogni riscontro induce pertanto a credere che quello fosse il luogo del grande fossato che esternamente alla città cingeva l'Aggere Serviano ricolmato in seguito, ma sempre in epoche assai remote....
Proseguendo questo rapido esame delle antiche vestigia, dopo il muro di Servio richiama l'attenzione una massa di costruzioni lett. m, n, 0, p, g, in cui è specialmente notevole la parte centrale che portava i segni manifesti di aver servito per lungo tempo a grande conserva o serbatoio d'acqua essendo ancora nettamente visibili le linee di livello a cui l'acqua giungeva. Il fondo e le pareti erano ricoperte da un doppio strato di tenacissimo smalto composto di malta, pozzolana nera, e frammenti laterizi; di tale saldezza che convenne ricorrere all'impiego delle mine per demolirlo. Il piano della prossima antica via essendo al livello 60.00 ed il fondo del serbatoio a 57.09 appare come il serbatoio stesso fosse in ogni sua parte sotterraneo, e quindi nelle necessarie condizioni per mantenere costante la temperatura dell'acqua in esso contenuta, e cioè tiepida nell'inverno e fresca in estate.
Nè posso dispensarmi dall'osservare altresì come il piano attuale della vicina gran sala delle Terme Diocleziane (ora s. Maria degli Angeli) sebbene alquanto più alto dell'antico, sia al livello 58. 30, e come per conseguenza le acque raccolte nel serbatoio, di cui si parla, il cui fondo era quasi quattro metri superiore a questo livello, si trovassero in giuste condizioni di altezza per supplire ai vari servizi delle Terme istesse. Con ciò non pretendo dire che quello appunto fosse il serbatoio delle Terme; ho voluto solo far rilevare queste circostanze ai dotti che con tanto frutto si occupano di ricerche archeologiche. Nè per lo stesso motivo posso esimermi dal far rimarcare come gli avanzi di tutte le antiche costruzioni e delle antiche strade rinvenute fino al terzo asse trasversale a partire dalla porta Pia, ossia fino al viale degli allori più volte rammentato, fossero tutte orientate in relazione alle mura di Servio, rapporto alle quali erano disposte, o paralellamente o normalmente.
Proseguendo oltre questo limite cangia l'orientazione che or prende a base il grande edifizio delle Terme Diocleziane. Estesi avanzi dalla parte perimetrale di esse apparvero in questo tratto, insieme alle traccie di una grande strada di 11 a 12 metri di larghezza che da questo lato le circondava...
Inoltre fuori dell'area delle Terme, e al di là della strada che le circondava si rinvenne in A (Tav. 4) una sala terrena al livello 53”,00 ossia di 0.50 sovrastante alla strada istessa. Il pavimento ne era di musaico a due colori, ed in gran parte conservato. Ne do il disegno nella Tav. N. 6. Pochi centimetri al disotto di esso riconobbi l’esistenza di altro pavimento di musaico, di lavoro assai più accurato, ma quasi per intiero perduto. Il musaico superiore a sua volta era stato restaurato a più riprese e sempre più rozzamente, fino a vedervi dei semplici rattoppi fattivi con grossi pezzi di marmo, o di pietra di vario colore. Anco tin quel breve spazio si vedevano chiari i segni della successiva decadenza di Roma.
Poco lungi da quella sala terrena e sulla strada ad essa laterale, fu rinvenuta (Tav. 4 B) una testa colossale di marmo che fu detta dagli intendenti essere l'immagine di Tito Flavio Vespasiano. Già antecedentemente ne feci menzione giacchè appunto ivi accadde un'esteso franamento. Doveva appartenere ad una statua di corrispondenti proporzioni dalla quale era stata divelta; portava le traccie di essere stata rotolata sulla strada, forse allo scopo di adoperarla come materiale da costruzione in qualche edifizio vicino; e forse allora il valor suo non francava la pena poichè fu abbandonata per via. Eravamo omai nelle fitte tenebre della decadenza.
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