Pubblicazione: 1877
L'Illustrazione Italiana. 14 gennaio 1877.
"La flera dei giocattoli in piazza Navona è lo spettacolo della giornata, o piuttosto della serata, o meglio della nottata. In antico ormai si chiama cosi il tempo della sovranità temporale in antico si innalzavano nella magnifica piazza quante più si potevano baracche informi e botteghe posticcie: nessuna regola, nessuna uniformiltà: costruzioni in legno che stavano dritte per miracolo per tre giorni e che forse non avrebbero durato quattro: rozzi padiglioni con tele e tende che parevano destinate a rappresentare le stoffe e i colori dell'epoca preistorica: palchi per fortuna bassi, formati con assi che gemevano pietosamente appena vi posavi i piedi, quasi ad invocare meritato riposo tale era la decorazione del monumento: decorazione sulla quale si ammassavano, commisti e confusi, gli oggetti messi in vendita: una miriade di bambole, di burattini, di trombette, di pifferi, di palle, i barchette, di volani, di cerchi, di scatole, di hottiglie e di nastri, di flaschi e di bombons.
Coi tempi nuovi, si provò il bisogno di mutar, 1 Municipio, geloso custode à la frase d'obbligo del decoro della città, pensò sostituire qualche cosa di solido e di stabile, al tanto che v'era di debole e provvisorio. Credo simbandisse un concorso, e si spese bene il tempo: poi mi pare ricordare che si nominasse una Commissione per giudicare del valore dei varii progetti, e s' impiegò anco meglio la fatica. Patto sta che s'innalzarono in giro nella piazza circa cento venti baracche di legno in basso, di zinco in alto: uguali, simmetriche, monotone, disudorne, con tutte le pretese della golarità, con tutta la realtà di una piccineria gretta, meschina e vuota. L' anfiteatro cosi conciato fece ridere; appena l'opera fu compiuta, la grande fontana centrale cessò di gettare acqua e vi fu chi pretese che il magnifico leone avesse mutata positura: forse l'insigne monumento del Bernini intese protestare contro lo sfregio indecente, e forse il Re degli animali, dopo aver tanto e tanto bevuto, crede che fosse venuto il vero momento per divo rare qualcheduno. Ad ogni modo, è giustizia riconoscere e convenire che tutto ciò riguar dava esclusivamente la cornice, e non toccava punto il quadro. Il quadro rimaneva lo stesso. e chi doveva animarlo si mostráva ed era alla cornice appieno indifferente ed estraneo.
Quale è infatti la festa, in che consiste la vera solennità dell' Epifania? Ecco la consegna è di fischiare. Appena annetta, la Piazza Navona, tutta illuminata, si popola non di tanta gente quanta può capirne, ma di tanta quanta vi si può addensare lando Inogo a non pochi casi d'incipiente asfissia. La folla si estende e dilata in un raggio che da un lato arriva oltre Palazzo Braschi fino a Piazza Farnese; da un altro fino alla Rotonda; da un altro fino ai pressi di Ponte S. Angelo. Consultate, se l'avete sott'occhio, sulla carta topografica della città la portata di questi raggi: e vi spaventerete del sole: sole di nuova specie che non colpisce gli occhi, ma assassina gli orecchi. Tutto questo mondo, nel quale si rappresenta ogni sesso, ogni età, ogni condizione, ogni professione, che fa? Mio Dio! una cosa semplicissima: flschia!
La varietà dei pifferi e degli zufoli è indescrivibile: ma un solo strumento non può bastare a sfogare una mania spinta fino al delirio: si deve fare un frastuouo immenso: si deve assordare il prossimo suo come sè stesso con un clamore immane. Se non si può fischiare con altro, si fischia con le canne, con le bottiglie, con le chiavi, anco con gl'imbuti: ma poi vengono in mezzo le trombe, trombe di cristallo e di metallo, ranche, fesse, squillanti secondo la specie, e più secondo i polmoni. Ne bastano le trombe, é a risparmio di fiato si dà mano a cembali, a nacchere, a tamburelli, a tamburi ed anco a gran casse. Non si può dire che il temporale venga a gradi: accesi i lumi, scoppia a un tratto in tutto il suo spaventevole fragore. Quest'anno si narra che all' improvvisa gazzarra, il ministro dell'inferno, i cui ufficii prospettano sulla Piazza, allibi temè una manifestazione popolare non di plauso il Segretario generale credette ad una dimostrazione contro Ja telegrafia, male impiegata o sciupata.
Questa baldorla popolare, questa pubblica frenesia che forse ti ricorda e ti spiega i saturnali di Roma antica, dura pel suo primo periodo fino a dopo le ore dieci. In quest'ora la folla, sempre densa, si rende mano a mano più permeabile, ed allora qua e là nella Piazza, al fracasso dei soliti istramenti, talvolta al suono di un mandolino, spuntato li per li, s'intrecciano rapide danze, e s'incrociano animate e andite carole. Il ballo è speciale, e non privo di grazia: qualche cosa che sta fra la vecchia contraddanza delle sale aristocratiche, ed il volgare frescone del contado toscano: qualche cosa che modera e corregge la spigliatezza sfrenata del valtz colla compassata misura della quadriglia; qualche cosa che si potrebbe definire i Lanciert del popolo e che ha tutte le seduzioni, tutto il fascino dei Lancieri dei palazzi dorati, con maggiore abbandono, e con minor mistero. Dopo le undici, anco il ballo cessa, il popolo trafelato e stanco saluta con entusiasmo l'ora sacra al Buffet.
I buffet si capisce si apre nei caffe, nei ristoratori, nelle trattorie, nelle osterie, nelle bettole, nelle taverne, molte delle quali già si trovano nel Quartiere, e moltissime se ne improvvisano alla meglio o alla peggio per la circostanza. Bacco è grande e la Foglietta è il suo profeta: il vino si mesce con profusione romana li Castelli camipariscono inesauribili.
Ed intanto nella piazza si è cambiata la scena: le classi privilegiate, la vera aristocrazia è venuta in mezzo. Le più nobili dame non sdegnano di porger per un' ora il loro tributo sull' altare, del Epifania: si veggono fischi d'argento, e trombette elegantissime e cembali di squisita fattura: e ai fischi ed alle. trombe danno fiato labbra delicate e gentili, eccitate ed eccitanti: e i cembali sono battuti da mani morbide, piccole, bianche che si sottraggono alla più stupida delle tirannie, la legge del guanto. Alla nobile dama si uniscono cavalieri degni di loro, e nella libertà dell'ora e del luogo si accendono desiderii intiniti, si destano illimitate speranze, si scambiano sguardi ardenti, si espandono sommessi sospiri:'un sorriso è un richiesto incoraggiamento, una stretta di mano è un invocata promessa: e l'istante
che fugge, e la trombetta che suona un omaggio alla inconscia Befana sono la prefazione di uno, di cento romanzi i cui capitoli si svol geranno nel carnevale, per arrivare all'epilogo in Quaresima, nella stagione naturalmente dedicata alla divozione ed alla penitenza.
A mezzanotte l'aristocrazia sparisce perche la democrazia abbandona il buffet, per tornare sul campo, e pugnare imperterrita per tutta la notte. La festa, quale io la ho descritta, si ripete uguale ogni anno: ma l'altra sera, le cose procedettero in forma ahimè! essenzialmente diversa. Lo spettacolo s' iniziò imponente, meraviglioso: prometteva a tutto un quartiere le delizie infinite di una notte insonne. Ma prima delle dieci, repentinamente come non avviene mai a Roma, in questo mese, il cielo si coperse di nubi: cominciò a sofliare impetuoso il vento: guizzarono i lampi e romoreggiò il tuono come in estate.
Dopo dieci minuti, un diluvio tale da destare forte sospetto che la Provvidenza avesse dimenticata la promessa fatta a Noè. Ne successe un parapiglia indescrivibile. La folla dimenticò la consegna, e i fischi cessarono: ma la difficoltà consisteva nello sgombrare la Piazza, mentre si accalcavano, bestemmiando e imprecando, pochi ridendo e motteggiando, alla porta d'uscita del barocco anfiteatro. Le popolane in capelli, desolate all'idea di guastare l'abito festivo, colla scusa di salvare la testa, cercavano rifugio alle vesti nelle botteghe in giro alla Piazza. Ma quivi i negozianti, in preda alla disperazione, non avevano mani per sottrarre la merce alle ingiurie del vento e ai danni dell' acqua. In quell'istante di confusione suprema, chi serbava una certa freddezza può dire di essersi divertito assai più che nello spettacolo ordinario.
Da tutte le parti si gridava e si correva, i babbi prendevano le figliuole, i mariti non si trovavano più a fianco le mogli. Era un cercarsi, un chiamarsi accompagnando gli appelli con qualche complimento poco lusinghiero in alto. E l'acqua scrosciava: ei venditori della flera cacciavano a furia nelle casse i burattini e le bambole, e ammassavano alla rinfusa carrozze con cucine, e piccoli letti con cavalli. L'infuriare della procella avendo spenti quasi tutti i lumi, era impossibile orizzontarsi: e mentre nessuno sapeva dove mettere le mani, alcuni ne profittavano per metterle dove non avrebbero dovuto. Qualche fazzoletto, più di un orologio sparirono: qualche grido soffocato tradi qualche troppo libera confidenza; e più di un'ora, un'ora che parve un secolo, occorse per sgombrare la piazza, dove nell'anno prossimo si può star sicuri che nessuno mancherà, anco a costo di riprovare uguali tutte le gioie te leg ineffabili della scorsa notte."
Romanofilo
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