Pubblicazione: 1878
L'Illustrazione Italiana. 20 gennaio 1878.
Che giornata fu quella di mercoledì! e che sera! Nelle prime ore del mattino un grande silenzio da Roma. Non si aveva che il telegramma, giunto ai giornali nel corso della notte, da cui trapelavano delle ansie che smentivano i pronostici lieti del giorno prima. Che vorrà dire quel silenzio? Tutti avevamo un tetro presentimento nell'anima ma nessuno osava confidarlo, nonchè ad un amico, neppure a sè stesso. Si ripetevano vieti proverbi per capacitare noi stessi che le nuove tristi hanno rapide le ali; ma mentre il labbro li ripeteva, una voce segreta sussurrava dentro di noi che le buone novelle hanno sempre più veloce il volo, e precorrono le altre.
Poi verso il mezzodì si erano notati alcuni sintomi d'allarme pubblico. Un messo della Prefettura si era recato al palazzo Marino pareva affrettatissimo. il Sindaco, appena ricevuta l'ambasciata, n'era uscito, turbatissimo in volto, e si era avviato alla Prefettura; c'era stato nel corridoio un incontrarsi, un sussurrarsi, un parlarsi commosso, un guardarsi smarriti, di assessori e di segretarj. Quelli a cui il Sindaco nel passare aveva mormorato qualche parola all'orecchio, n'erano rimasti come attoniti e stravolti e la loro impressione si rifletteva sui volti di quelli con cui parlavano.
Nella città nulla ancora nessun dispaccio ai giornali un silenzio sempre che prolungandosi si faceva più lugubre. Dopo il mezzodì fu per la prima volta pubblicato dal Municipio un bollettino della salute del Re. Era oscuro, incerto, ansioso. I medici che lo leggevano, crollavano il capo, e se ne allontanavano frettolosi, quasi temessero di essere interrogati; gli altri vi cercavano una illusione, una speranza. Felici quelli che riuscivano a trovarvela! Un'ora dopo, un altro bollettino laconico: Il Re è aggravatissimo. Dalle due alle quattro, le notizie gravi, disperate, si succedevano colpo su colpo. Il Re peggiora il Re si è confessato il Re si è comunicato, il Re è agonizzante. Poi una breve sosta. Il telegrafo era ammutolito da capo.... La città ne era scossa tutte le sue fibre trasalivano.
Ad un tratto verso le 5 una voce lugubre, disperata, si sparse: Il Re è morto. Donde era venuta?... chi l'aveva diffusa? Non si sapeva. Presentimento dubbio sospetto certezza. In pochi momenti percorse tutta questa scala di gradazioni. La nebbia che tutto il giorno aveva pesato sulla città, nera, fitta, densa, palpabile avvolgeva i capannelli di cittadini che si andavano formando in Galleria, sul Corso, ricambiandosi, a voce bassa, una domanda angosciosa ed una angosciosa risposta: È vero? È vero.Non si diceva di più. Si capiva tutto. A quella risposta molti rimanevano lì su due piedi come impietriti altri si passavano la mano sulla fronte come per disperdere un sogno cattivo altri soffocavano a stento un singulto qualcuno ruppe in uno scoppio di pianto qualche altro ripeteva a sè stesso: Non è possibile. Poi quei capannelli si scioglievano rapidamente e i cittadini che li formavano, si andavano dileguando, come ombre, nella nebbia che si faceva sempre più densa. Tutti affrettavano il passo come incalzati da un grande spavento tutti sentivano il bisogno di rincasare come se ognuno fosse stato colto da una sua privata disgrazia.
La sera fu tetra. Sulle prime ore uscì un manifesto del Municipio, listato a nero, breve, ma pieno di angoscia. Poi la Prefettura pubblicò, listato anch'esso a nero, il dispaccio del Ministro dell'Interno secco, arido, burocratico, che stringeva il cuore col suo positivismo brutale che dava l'annunzio della morte assieme a quello della proclamazione del nuovo Re e della conferma dei Ministri. Tra queste due ere della Nazione Italiana una che aveva appena chiuso gli occhi con Vittorio Emanuele ancora caldo sul suo letto funerario l'altra che si iniziava col dolore profondo, e i rigidi doveri di Umberto bisognava porre un intervallo sia pure un punto geometrico.
I rari passeggeri si fermavano a quei due proclami li leggevano si racchiudevano tutti in sè stessi, come se sentissero un brivido per tutto il loro corpo e passavano. Poi si udì un rumore, pieno d'orgasmo e di tetraggine un rapido e commosso sbattere d'imposte, un serrarsi precipitoso di invetriate e di usci. Eran tutti i negozj, tutte le botteghe che si chiudevano l'una dopo l'altra. Da chi era partito l'ordine, il consiglio, l'esempio? Da tutti ad un tempo. Lo stesso pensiero si affacciò nello stesso attimo a tutte le menti.
In pochi minuti era un silenzio profondo e una oscurità completa in tutti quei centri, ove dai mille becchi di gas si diffonde più vivace l'allegra luce dell'attività cittadina. Era uno squallore, un silenzio pieno di raccapriccio. In quello squallore, in quel silenzio, in quella nebbia, dopo le otto si aggirava una folla la quale andava attorno senza meta ansiosa di notizie quasi sperasse in un miracolo, quasi avesse bisogno di una conferma... per credere senza parlare senza far rumore — come fosse una folla di ombre.
Nei caffè, dalle porte socchiuse, nei clubs, la stessa scena — gli amici che si abbordavano in silenzio, si stringevano la mano più forte del solito, si guardavano in faccia senza fiatare, ritti in crocchi che andavano formandosi e sformandosi rapidamente come nelle famiglie cui è morto in quel momento un padre, od un figlio amatissimo.
Al Municipio, nelle sale della Giunta, era un accorrere ansioso di cittadini che vi andavano senza sapere perchè. Il Sindaco gli Assessori erano là tutti, fra commossi ed attoniti stringevano la mano agli accorrenti, scambiavano una parola, rispondevano ad una esclamazione con una esclamazione.
Poi per la strade buie e mute, in quel silenzio pieno di paure e di angoscie, un rumore cupo, sinistro di voci sussultanti, di passi affrettati e via attraverso la nebbia densissima una rincorsa ansante di figure nere, che agitavano nelle mani dei fogli e gridavano con voci rauche e trafelate: Dispacci da Roma! dispacci da Roma!
Ad ogni tanto attorno ad una di quelle figure si stringeva un circolo d'altre.... che le strappavano ansiosamente di mano uno di quei fogli. Il venditore si staccava dal cerchio e riprendeva a correre ed a strillare gli altri si accostavano ad una lampada per leggere il foglietto comperato e al fioco riflesso di quella luce si vedeva impallidire al trangosciato lettore la faccia, e tremare la mano. Talvolta un qualche cittadino, che si trovava in mezzo ad un circolo formato dal caso, leggeva ad alta voce fra un silenzio completo, come se si fosse in una chiesa, nel momento di un rito solenne. Nessun commento! qualche esclamazione straziante qualche accento di profonda commozione qualche scoppio di pianto represso. Poi il circolo si scioglieva. E da lontano si udiva più fioco, ma sempre tetro e insistente, il gridio dei venditori di giornali: Dispacci da Roma! Dispacci da Roma! Parevano i rintocchi funebri della campana della pubblicità che suonasse a morto. Che lugubre sera!
Monumenti
Strade