Storia

Storia Via Famagosta, Roma

Cronologia

8/1906

Intrapresa dall'Istituto Romano di beni stabili la costruzione di grandi casamenti sulla via Famagosta, nell'isolato compreso fra il viale delle Milizie e le vie Leone IV ed Otranto, è stato rimesso a luce, per la lunghezza di sette metri, un tratto di antica strada romana, lastricata coi consueti poligoni di selce e benissimo conservata. Essa trovasi a m. 7,50 sotto l'odierno piano stradale, ed a m. 37 di distanza dall'angolo con la via Leone IV. Corre in direzione da sud a nord; è larga m. 3,87, ed ha le crepidini dell' altezza di m. 0,20. A distanza di circa sei metri dal margine destro di questa antica via, nella quale parmi che possa riconoscersi la Trionfale, si rinvenne, capovolto e senza coperchio, un grande sarcofago marmoreo, lungo m. 2,12, alto m. 1,00 e profondo m. 0,97.

La fronte è decorata, in alto rilievo, con un grandioso motivo di volute, caulicoli e fogliami, che per la prima volta apparisce in questo genere di monumenti. Sui quattro spigoli del sarcofago sono scolpiti doppi pilastri baccellati, i cui capitelli si compongono di tre foglie d’acanto. La cornice è riccamente intagliata con spicchi d'aglio, fusaiuole e dentelli; e lo zoccolo è pure formato con larghe foglie d’acanto, disposte in modo da rappresentare una gola rovescia. In ognuno dei quattro angoli sta accovacciato un piccolo montone con la testa rivolta all'indietro: due montoni più grandi, ma poco più che abbozzati, sono scolpiti nei lati del sarcofago, e dietro ad essi sorge una pianta d'olivo. Il lavoro di scultura rivela un’età non anteriore alla metà del secolo quarto; ed è manifesto lo studio posto dall'artista nell'imitare i ricchi e grandiosi fregi del tempo classico, e di trarne partito per creare questa nuova e singolare composizione ornamentale di un monumento funerario.

A metri otto di distanza dal descritto sarcofago se ne rinvenne un altro, collocato in piano, ma anch'esso privo di coperchio. Misura m. 2,16 in lunghezza, ed è largo ed alto m. 0,66. Sul fianco destro è scolpita in rilievo la patera, sul sinistro il prefericolo. La fronte poi è ornata, verso gli angoli, con due grandiosi festoni di alloro, che hanno larghi nastri svolazzanti: nel mezzo è una grande tabella ansata, con quattro rosoni ornamentali negli angoli, ed in essa è inciso il titolo sepolcrale: D M AEMILIO EVCARPO EQR S SCRIBAE SENATIVS QVI VIXIT ANNIS LVI OR VIII EVSEBI FILIA ET HERES HVIVS EVSEBI PATRI SVO BENEMERENTI

L'acclamazione Eusebii è scritta nelle due anse del cartello. Nel v. 4 la terza cifra del numero LVI fu aggiunta posteriormente; le lettere che seguono, debbono intendersi: (A)or(is) novem. Anche questo monumento è da attribuirsi al quarto secolo; ed è assai notevole l'ufficio di scriba senatus, che aveva il defunto e che gli conferiva la dignità equestre. Siffatto ufficio restò in uso a Roma fino agli ultimi tempi del medio evo; ma l’unica menzione più antica, che finora se ne conosceva, è in una lapide sepolcrale dell’anno 451, trovata nell'anno 1867 nella chiesa di s. Maria in Trastevere; ove è ricordato un Laurentius scriba senatus, dep. iiii iduum Mart., Adelphio v.c. cons., il quale probabilmente è quel Flavius Laurentius exceptor amplissimi senatus, che scrisse un esemplare autentico del codice Teodosiano.

La forma dei caratteri nel sarcofago testè rinvenuto, ed anche la dedicazione Dis Manibus, indicano un'età certamente anteriore al secolo quinto ed anche al declinare del secolo quarto. Onde questo monumento epigratico è cronologicamente il primo che testifichi come il senato romano, anche nell'età della sua decadenza e quando le più importanti funzioni dello Stato erano esercitate in Costantinopoli, continuava la registrazione dei suoi atti per mezzo di seribae od exceptores, i quali, come il nostro Emilio Eucarpo, erano insigniti della dignità equestre.

Nello sterro dell' area medesima si rinvenne un' arca fittile, lunga m. 1,86 X 0,36 X 0,20, contenente pochi avanzi dello scheletro, ed un frammento di lastra marmorea, alto m. 0,31 X 0,27, sul quale leggesi il titoletto funerario: d M priMAE ALVM QVAE VIX AN II ME X CRESCES CAESNOS SER. Nelle parole QVAE al v. 3, e CAES al v. ult., il lapicida aveva omesso il dittongo, scrivendo QVE e CES: poi corresse l'errore. Anche il nome CRESCES nel v. 4 fu corretto: la prima scrittura era CRECES. Furono pure recuperati tre pezzi di tegole coi noti bolli di fabbrica, C.I.L. XV, 97 a, 192, 405; il primo dei quali è dell' età di Adriano, gli altri due di Settimio Severo.

Giuseppe Gatti.

Fonte: Notizie degli scavi di antichità

9/1906

Monumenti

Monumenti a Via Famagosta, Roma