Storia
CronologiaIl Comune approva il piano regolatore del nuovo Quartiere Esquilino permettendo l'esproprio di tutti i terreni interessati. Per facilitare l'edificazione della vasta area, viene suddivisa in tre zone di espansione.
Nella zona degli antichi orti Lamiani, nel punto corrispondente a m. 47,59 della nuova via Beccaria, ed a m. 13,10 da quella Emmanuele Filiberto, alla profondità di circa m. 9,00 si è rinvenuta una stanza, lunga m. 7,80, larga m. 3,50, rinchiusa da muri laterizii, avente nel pavimento tracce di musaico con soprapposte lastre di marmi colorati. Nel lato che guarda la via Filiberto evvi poi una scala, con gradini di opera laterizia rivestiti di lastre di marmo bianco..
Giuseppe Fiorelli.
Nell'isolato XX dell'Esquilino, riapparvero centosessantanove frammenti di ex voto in terracotta, fra i quali due teste muliebri, mezza maschera, un piede ed una testina, accanto alla quale giacevano due tazze a vernice nera ed un vasetto. Furono poi raccolti a breve distanza due tintinnabuli, una lucerna fittile con rilievo di un gallo, novantatre monete, un piatto di bilancia, due chiodi, due stili, un ago crinale, una piccola chiave dello stesso metallo; e nella via Carlo Alberto dell’isolato stesso, nove monete, un anello di bronzo, ed i frammenti d'iscrizione: 1 ...XII ...XVS ...ANVARI ... SAC ...P; 2 ...RI ...DR ...VXX ...DEC ...ABI ... PR ....V
Giuseppe Fiorelli.
Sul lato ovest della piazza Vittorio Emmanuele, è stato ritrovato un ulteriore avanzo del lunghissimo porticato ad archi e piloni degli orti Lamiani, il quale incomincia ad apparire nella piazza Dante, dirigendosi verso i Trofei di Mario.
Rodolfo Lanciani.
L'ingegnere Lorenzo Allievi, pubblica il volume La metropolitana di Roma, dove espone il suo progetto per una nuova ferrovia urbana:
Prima stazione al Circo Massimo (attuale Piazza di Porta Capena), dove è ideato un nodo di scambio con i treni per i Castelli. Il tracciato prosegue in rettilineo sotterraneo da Via di San Sebastiano a Porta Metronia (riprendendo il tracciato della Linea di Trastevere), esce fuori le Mura Aureliane e proseguendo lungo l'asse dell'attuale Via Sannio. Dopo un breve tratto in superficie, la linea rientra entro le Mura Aureliane, sfruttando il passaggio di Porta Asinaria, e intercetta la linea Roma-Marino-Albano, per poi tornare nuovamente in sotterranea lungo Via Emanuele Filiberto, fino alla stazione Via Labicana, all'angolo con Viale Manzoni. Virando poi su Viale Manzoni, la ferrovia segue un percorso in salita per tornare in superficie, intersecando il tram per Tivoli presso Santa Croce in Gerusalemme. Per evitare di danneggiare le fognature appena costruite per i nuovi Rioni Esquilino e Castro Pretorio, la ferrovia scavalca i binari della Stazione Termini tramite una galleria, giungendo a Porta San Lorenzo, poi costeggiando le Mura Aureliane, arriva fino al Castro Pretorio, dove è presente un'altra stazione. Dopo aver attraversato in sotterraneo la Nomentana, la ferrovia passa in trincea per tornare entro le Mura Aureliane tra Porta Pia e Porta Salaria e, quindi, nuovamente proseguire sottoterra verso il Quartiere Spithover (Rione Sallustiano) e la stazione Orti Sallustiani. Il tracciato prosegue sotto Villa Ludovisi, per virare dietro Trinità dei Monti con un tratto in superficie e raggiungere il Pincio, e una fermata lungo Viale Trinità dei Monti. Dopo un tratto parallelo al muraglione del Pincio, la ferrovia supera le Mura con un cavalcavia che costeggia Piazzale Flaminio. Una volta varcato il Tevere, su di un ponte, il percorso si conclusa presso il Rione Prati, con una stazione collegata alla ferrovia Roma-Viterbo.
Scavandosi per la costruzione di una fabbrica, nel terreno acquistato dalla Banca italiana di depositi e conti correnti, dietro la Scala Santa presso il Laterano è avvenuta questa scoperta.
In un pilone per le fondamenta di detta fabbrica, a considerevole profondità, si è ritrovata una grande statua di marmo greco, dell'altezza di m. 1,70 compreso il piccolo piedestallo. La statua rappresenta una matrona di giusta età, tutta ravvolta in ampio manto, che coprendole il capo e scendendo poi alla spalla destra, va a cadere ai piedi, formando un panneggiamento morbido ed elegante. La figura insiste sulla gamba destra, ed ha la sinistra piegata e un poco in avanti; il braccio destro è ravvolto dal manto, il sinistro è abbandonato sulla gamba sinistra; colla mano sorregge la veste, lasciando così scorgere il piede sandolato.
Ma quello che è notevole in questa statua, che senza dubbio dobbiamo assegnare al primo secolo, si è che nel secondo secolo, o meglio ancora, alla fine di questo, le fu cambiato il capo, acciò servisse a effigiare qualche altra donna; e le prove di tale cangiamento sono visibilissime in tutto il volto e nell'acconciatura dei capelli.
In via Emanuele Filiberto, a poca distanza del sito ove avvenne la scoperta ricordata di sopra, si rimise in luce un'erma di Ercole barbato, con tutto il suo fusto. Il nume ha la testa coperta dalla pelle leonina, in cui tiene avvolta la mano sinistra, mentre con 1' altra doveva reggere un qualche attributo , forse la clava. L'erma è in marmo greco, di mediocre scultura, e probabilmente trattasi di statua fatta per decorazione di giardini.
Luigi Borsari.
Nel punto dove la via Emmanuele Filiberto attraversa gii archi Celimontani, è stato scoperto il selciato di una antica strada, la quale corre parallela a detti archi, e sale con forte pendio in direzione della piazza del Laterano.
Aprendosi una nuova via nell'area della villa già Giustiniani-Massimo-Lancellotti, ora della Banca italiana, in suolo di scarico sono stati recuperati vari frammenti epigrafici.
Rodolfo Lanciani
Nel punto ove il viale Emmanuele Filiberto attraversa gli archi celimontani, è stato riconosciuto un pilone dell'aquedotto stesso, costruito con grandissimi blocchi di marmo messi l'uno sull'altro, senza grappa e senza cemento. I blocchi appartengono a qualche insigne mausoleo d' ordine corinzio, con mezze colonne scanalate, formanti risalto sulla linea del bugnato. Il fregio ò condotto a fiorami e volute.
Rodolfo Lanciani
Fra la villa già Massimo al Laterano e la villa Wolkonsky, nei terreni di proprietà della Banca Italiana, è stato scoperto un piccolo cippo marmoreo, scheggiato in cima, e contenente questa iscrizione:
MPP NN AVGG
MATRIBVS PATERNIS
ET MATERNIS MEISQV
SVLEVIS CANDIDIMI
VS SATVRNIN VS DEC
EQ S IMPP N N
VOTOLIBENS POSVI
Rodolfo Lanciani
Spianandosi il terreno a sinistra della via Emanuele Filiberto, in prossimità dell'ingresso alla villa Wolkonsky-Campanari, si è incontrata una serie di sepolcri dei primi tempi imperiali. Consistono in piccole stanze costruite in laterizio, con loculi per le olle cinerarie; e sorgevano sul margine sinistro dell'antica via Labicana, mentre sul lato opposto, e quasi incontro ad esse, trovavansi i sepolcri scoperti nel passato anno (cfr. Notizie 1888, p. 624, 697). Ne sono state finora esplorate cinque, e vi sono stati trovati gli oggetti seguenti.
All'esterno del primo sepolcro, cioè del più prossimo alla via Emanuele Filiberto, furono raccolte fra le terre due lastre di terracotta, una delle quali intagliata con ovoli e baccelli, l’altra con figure in rilievo. Vi è rappresentato Bacco in istato di ubbriachezza, che con la sinistra si appoggia ad un Satiro, e da un cantaro, che tiene con la mano destra, versa da bere ad una pantera, la quale solleva il capo verso di lui. A destra del nume è una Baccante col tirso in mano. Manca soltanto la testa di questa figura; come pure è perduta quella di Bacco. Per il soggetto, cfr. E. Q. Visconti, Museo Pio-Clem. tom. IV, tav. 20 (ed. Labus), e Campana, Opere în plastica II, tav. 34.
Presso il terzo sepolcro si rinvenne il fondo di un vaso, formato di pasta bianca, ed ornato di foglie di vite e grappoli in smalto vitreo a colori. Fu pure recuperata una lucerna, con grande phallus in rilievo sul piatto.
Nell'interno del sepolcro medesimo si trovò tuttora affissa ad un loculo una lastra di marmo, di m. 0,37 X 0,37, che porta scritto: D M MIN DI AE HILA RI TA TI COIGI BE NE ME RENI TI FE CIT HERTIANVS
Ivi stesso si raccolse un piccolo cippo di marmo, fastigiato, alt. m. 0,40X0,19X0,17, con l'iscrizione:
D M TREBIAE A V G E MATRI PIISSIMAE
Dal quarto sepolcro si ebbe un bellissimo busto, in marmo greco, perfettamente conservato : sì trovò soltanto la testa staccata, ma senza veruna mancanza. È alto m. 0,61 e largo alle spalle m. 0,38. Rappresenta una donna, ancor giovane, coi capelli discriminati sulla fronte, ed avvolti in trecce alla metà del capo.
Fra le terre si trovò un vaso fittile comune, una spatola in bronzo, e questi due titoletti di colombarii, che dimostrano la pertinenza del sepolero a persone della gente Claudia:
a) HOSTIA THAIS VIX ANN XXVIII TI CLAVDIVS HERACLA CONVGI SVO FECIT
b) TI CLAVDIO NEPTVNALI REGVLVS FRATRI CARISSIMO ET PIISSIMO
Dal quinto sepolcro sì ebbe un piccolo busto virile, in marmo, alto m. 0,15, ed alquanto danneggiato: e fra la terra furono recuperate tre lastrine. da colombarii, inscritte, la prima delle quali conserva ancora in alcune lettere la rubricazione primitiva.
a) C LICINIVS CERDO
b) IVLI SOSTERI
In fondo alla via Emanuele Filiberto, tracciandosi una nuova strada lungo il recinto della villa Wolkonsky-Campanari, è stato ritrovato un cippo sepolcrale di tufa, sul quale è scritto: FANNIA C F IN FRO P XIIX IN AG P XX
Dal medesimo cavo si ebbe un rocchio di colonna bacceHata, in marmo giallo, lungo m. 0,45 col diametro di m. 0,30.
Giuseppe Gatti.
Presso la villa Wolkonsky-Campanari, negli sterri lungo il margine orientale della via Emmanuele Filiberto, è stato raccolto un coperchio di olla cineraria fittile, formato da una lastra circolare di piombo, la cui periferia era strettamente arrovesciata sotto l'orlo sporgente dell’olla. Sul piano di cotesta lamina sono graffite le lettere iniziali del nome del defunto: PAR
La Commissione archeologica comunale ha acquistato una grande tavola di marmo, con bassorilievi ed iscrizione votiva; la quale assai verosimilmente proviene dalle vicinanze degli alloggiamenti degli equites singulares. La pietra è alta m. 0,59, larga m. 0,66.
Nella parte sinistra per chi guarda vi è scolpita l'immagine di Apollo, ignudo, coronato di lauro, con un ramo parimenti di alloro nella mano dritta e la lira nella sinistra : a' suoi piedi è il corvo. Nella parte destra vi è figurata Diana, con tunica succinta, una grande fiaccola nella mano dritta e l'arco venatorio nella sinistra: due cani le stanno allato. La testa, il collo e la spalla sinistra di Diana sono perdute, per frattura del marmo.
Nel listello superiore incominciava l’epigrafe dedicatoria, la quale continuava poi nell'angolo sinistro della pietra, fra il margine di essa e la figura di Apollo; e finiva nello spazio vuoto dell'angolo opposto, che ora è mancante.
L'iscrizione, incisa con cattivi caratteri del secolo terzo inoltrato, dice:
M VLP CRIISIMVS... CERI... NATIONE PARTH VS ET EX GENER OSIS MHNA TVR ILISSIT FECIT PRO SALV TE IMP ET SING AVG ET OMNI BVS AMICI MEI Q MAR CIVS AR TEMIDO RVS. Dal lato opposto, presso il gomito sinistro di Diana, rimane l’ultima parola dell'iscrizione: TEMPLA. Nei vv. 4-5 sembra doversi leggere TVR(ma)ILISSI.
Giuseppe Gatti.
Fondandosi un nuovo fabbricato nella via Emanuele Filiberto, in prossimità della villa Campanari, è tornato in luce un frammento di cippo marmoreo, con cornice e zoccolo, nel quale rimane: FAC DEC... | EX TABLIFERO. L'indicazione contenuta nell'ultima linea si riferisce ad un ufficio militare, del quale fino ad ora non si aveva veruna notizia.
Fra le molte iscrizioni dedicate dagli equites singulares, che furono recuperate, cinque anni or sono, presso il medesimo luogo, donde proviene il frammento ora rinvenuto, ye ne sono due, le quali menzionano lo stesso ufficio; ma per la mancanza assoluta di notizie e di confronti non se ne potè dare allora la vera interpretazione. Una di esse (cf. Nofizie 1886, p. 19) ricorda un M VLP ALPICVS EX TABLI; l'altra (vi p. 20) un M VLP VALENS EX TABLIF.
Il ch. prof. Henzen, che di quell'importante gruppo di monumenti diede una piena illustrazione negli Annali dell'Istit. 1885, p. 235 sgg., non potè divinare che in quelle parole si celasse l'ignoto ufficio del tablifero; e dubitativamente congetturò che potessero intendersi per tab(ularius) li(brarius) e tab(ularius) li(brarius) f(isci) (1. c. p. 282). Il nuovo frammento toglie ogni dubbio circa la retta lezione di quelle lapidi; e c'insegna inoltre, che l'eques singularis, il quale pose il monumento votivo, dall'ufficio di tablifero fu promosso a decurione: FAC(tus) DEC(urio) EX TABLIFERO.
Un altro esempio del predetto grado militare nel corpo degli equiti singolari si ha in una lista di questi militi, che congedati nell'anno 145, dedicarono nella loro caserma esquilina un'ara a Silvano. Di tale monumento fu trovato soltanto un piccolo pezzo nell'anno 1885,; venne pubblicato nel Bull. archeol. com. 1886, p. 99, n. 1141 e negli Annali dell'Istituto 1885, p. 257, n. 17. Ora ne ho veduto la parte principale, ed ho riconosciuto ad essa appartenere il frammento predetto. Si conserva presso il proprietario del casamento in via Emanuele Filiberto n. 287. Kiuniti i due pezzi, l'iscrizione incisa sulla fronte dice così:
IMP CAES... T AELIO | ADRIANO | ANTONINO | AVG PIO P P III | M AELIO AVRELI | CAESARE II COS | PR NON IANVAR | VETERANI EX | NVMERO EQ SNG | IMP N MISSI | HONESTA MISSIONE | QVIBVS PRAEFVIT | TATTIVS MAXIMVS | TRIBV NVS | SILVAN ARAM | VOTVM ANIMO | LIBENTES POSMER
L'ara marmorea, ornata di fastigio e pulvini, è alta m. 0,95, larga m. 0,55, profonda m. 0,30. Vi è scolpita nel mezzo l'immagine di Silvano coi consueti attributi. La figura è nuda, con le sole ocree ai piedi ed un breve pallio annodato al collo, che pende sulla spalla sinistra. Nella mano destra tiene il falcetto; con la sinistra sorregge alcuni frutti posti nelle pieghe del manto. Presso i piedi a destra ha il cane, assinistra un tronco d'albero che finisce in grande ramo di pino.
I nomi degli equiti singolari congedati il 4 Gennaio dell’anno 145, e che avevano avuto per comandante Tattio Massimo, il quale ne era già tribuno fin dall'anno 142 (cf. Henzen, l. c. p. 279), sono incisi nei due lati del monumento. Nel lato destro si legge: P AELIVS BASSVS | P AELIVS SATYRIO SIG | C IVLIVS VABLENS | ARMOR CVST | T FLAVIVS MACEDO | P AELIVS CELSVS | P AELIVS SEXTVS | P AELIVS BITHVS TVBICE | P AELIVS DOMITIVS | P AELIVS PETRONIVS | P AELIVS SEVERVS | TABLIFER
Nel lato sinistro, la cui parte superiore fu già edita (1. c.), si ha: P AELIVS SENILIS | C INLIVS SENILIS | C IVLIVS SAEPINVS | L CASSIVS TERTIVS | P AELIVS NEO SIGN | P AELIVS OPTATVS | P AELIVS NVMERIVS | P AELIVS VALENS HAST | P AELIVS QVINTVS | PAELIVS DOMITIVS | P AELIVS SATVRNINVS SIG
I principales ricordati in questo monumento sono: tre sig(niferi), un armor(um) cusi(os), un tubice(n), un hast(iliarius) ed un tablifer. Tutte queste cariche sono note nella milizia degli equiti singolari, eccetto quella del tablifero, che (siccome ho già accennato) è nuovissima e d’incerta interpretazione. Il tablifer era certamente così appellato dal portare in cima ad un'asta qualche tadula o tabella; nello stesso modo che dicevansi sigrifer il portatore delle insegne militari, ed aquilifer e imaginifer ì legionari che recavano le aquile o le immagini degli imperatori. Ma quali fossero queste tabule, non si può dire con sicurezza. Ovidio (rist. IV, 2, 20) ricorda i tituli, che i soldati portavano nei trionfi, dove erano scritti i nomi delle città debellate, il numero dei prigionieri, la quantità del bottino. Concordemente a questa testimonianza vedesi nelle sculture dell’arco di Tito un soldato che porta una tabella ansata sopra un'asta: sarebbe forse questo il tabli/er ? E non si avranno forse a riconoscere altri tub(liferi), e non fab(ularti), nelle due iscrizioni del medesimo eruppo degli equiti singolari (Notizie 1885, p. 524; 1886, p. 17: cf. Henzen, le! p. 282), che con le sole lettere TAB- indicano la carica esercitata da quei militi. Nel medesimo luogo sopra indicato ho trascritto altre due epigrafi votive degli equites singulares, provenienti anche queste dai loro alloggiamenti urbani.
La prima è incisa sopra un cippo di marmo, con cornice, fastigio e zoccolo sagomato, alto m. 0,79, largo m. 0,38, profondo m. 0,28: I O M IVNONIHERCLENTI CAMPESTRIBVS M VLPIVS MARTIALIS EX DECVRIONE FACTVS Z AB IMP CAESARE HADRIANO LEG I MINERVAE sic VOTO SVSCEPTO D D. Della forma Herelenti per Herculi si hanno due altri esempi in iscrizioni del Reno, citate dal ch. De-Vit nell'Onomast. s. v. Herclens.
L'altra dedica si legge sopra un simile cippetto marmoreo, alto m. 0,58, largo m. 0,28, profondo m. 0,23: APOLLIN SAC T AVR DOMITVS MISS ONESTA MISSIONE EX ASTILIARIO T AEL VALENTINIIO V S L L M TERIMLLOSCET SACERDOTE COS a. 158
Giuseppe Gatti.
Presso l'angolo del viale Manzoni con la via Emanuele Filiberto, cavandosi per la fondazione di una chiesa accanto al convento dei Frati Bigi, si è rinvenuto un frammento di antico fregio in terracotta. Vi è rappresentato, in rilievo, Ercole coricato sul fianco sinistro e giacente sulla pelle del leone Nemeo. Manca però la testa della figura ed il resto della composizione.
Giuseppe Gatti.
A Viale Manzoni viene realizzato il nuovo mercato generale delle Erbe. Piazza Vittorio Emanuele II inizia ad ospitare un mercato ortofrutticolo al dettaglio all'aperto.
Nella via Bixio, presso l'angolo con la via Emanuele Filiberto, scavandosi per le fondamenta di una nuova fabbrica, si è trovata la parte superiore di un torso di di statua virile, in marmo, alto m. 0,37. Sulla spalla destra vi si vede poggiata la mano sinistra di un'altra figura, che con quella formava gruppo.
Giuseppe Gatti.
Per ragioni urbanistiche pubbliche la sede della Società Ginnastica Roma a via genova viene demolita. La nuova palestra viene spostata a Via Emanuele Filiberto e la sede sociale Via dei Serpenti.
All'angolo fra la via Emanuele Filiberto e la via Conte Rosso, nell'ex-villa Campanari in un terreno di proprietà della contessa Cerasa, si sono scoperti alcuni avanzi di un muro in opera reticolata, lungo m. 7,50, dello spessore di m. 0,40 e di un altro a parallelepipedi di peperino dello spessore di m. 0,75, alto m. 0,40; ciascun parallelepipedo era lungo m. 1,85.
Accanto al primo muro fu trovato un sarcofago marmoreo senza decorazione, lungo m. 2,15, alto m. 0,68, largo m 0,56; il coperchio misurava m. 0,14 X 0,58. Non conteneva se non lo scheletro del defunto.
Dante Vaglieri.
La Società edilizia Lampertico aveva eseguito alcuni sterri in via Emanuele Filiberto per la costruzione di alcuni villini; da quegli scavi emersero i resti di un piccolo edificio, decorato da due mosaici, molto simili tra loro, costituiti da disegni curvilinei bianchi e neri e, al centro, una testa di Gorgone. I mosaici sono distaccati e trasportati al Museo Nazionale Romano.
Francesco Fornari. Osservazioni sul monumento sotterraneo, rinvenuto presso Porta Maggiore.
La scoperta, come si comprende facilmente dal cenno che ne ha dato E. Gatti, offre un notevole interesse sotto molti punti di vista e apre il campo a diversi ordini di ricerche: innanzi tutto la forma stessa del monumento che rientra, per lo schema fondamentale della pianta, nella classe delle basiliche dette di tipo greco e precorre l'applicazione del medesimo tipo architettonico alle chiese cristiane, poi la ricca decorazione onde sono coperte le pareti, che può venire studiata sia rispetto ai soggetti rappresentati che alle forme artistiche, infine la destinazione del monumento.
La parte più attraente è costituita senza dubbio dalla decorazione in stucco che offre ai nostri occhi una ricca serie di elementi ornamentali e di rappresentazioni figurate. Sono palmette e candelabri stilizzati, oscilla di vario genere, vasi ed arredi di eulto, disposti talora su trapeze, gorgoneia e figurette di Vittorie stilizzate con le braccia aperte e spesso con un fiore sulle mani: Nike stessa, nel fondo dell'abside, in mezzo a due adoranti, ad uno dei quali tende la corona con quello stesso atteggiamento che aveva nella statua della Curia Julia.
Le scene mitologiche più diverse, quali ad esempio il ratto di Elena, la liberazione di Esione, Giasone ed il vello d'oro, Heracles ed una Esperide nella navata centrale, la punizione delle Danaidi nella navata di destra, ed il supplì zio'diMarsia in quella di sinistra, si alternano con scene di culto, come un sacrifìcio campestre offerto da Baccanti e riti mistici, come rappresentazioni di corse in presenza di pedotribi, come figure di pigmei.
E nel fondo dell'abside spicca una grande composizione non ancora chiaramente interpretata, nella quale si vede una donna ammantata e velata che, spinta da Eros, scende da uno scoglio nel mare ove è accolta da un Tritone, il quale si appresta a trasportarla, in un drappo teso, agli scogli che le stanno di fronte. Su questi sono due uomini, uno seduto in attitudine pensosa, l'altro in piedi ; nel mare attende un altro Tritone che dà fiato alla buccina.
Ho accennato solo ad una piccola parte delle figurazioni, ma voglio almeno ricordare, sia pure di sfuggita, alcune piccole scenette intorno al lucernario del pronao, ove si vedono, fra l'altro, due Erotini che perseguitano farfalle, e Menadi su pantere ed Eros che guida un carro tirato da caproni.
Non continuerò nell'elenco che non ancora potrei dare compiuto e non voglio indugiarmi nella descrizione neppure delle scene che sono già visibili; per ora basterà accennare. Ma l'esame di queste figurazioni potrà riuscire molto interessante non solo per la conoscenza del monumento in sé, ma anche per più vaste considerazioni di storia dell'arte. Molte di queste rappresentazioni offriranno un nuovo contributo per lo studio di originali dell'arte greca, dai quali senza dubbio dipendono, originali che, anche da un esame sommario, si rivelano di età diverse.
Nella volta della navata centrale, per esempio, si vedono giocolieri come in un vaso di bronzo del Louvre, che dipende, senza dubbio, da un originale alessandrino, e che sul collo ha una scena di pigmei come se ne vedono anche nel nostro monumento. Invece la rappresentazione di Heracles con la Esperide che gli porge i pomi sembra una metopa del quinto secolo a. C., e non è improbabile che l'esecutore si sia inspirato appunto ad un originale di quel tempo, in cui la forma del mito, che qui vediamo riprodotta, fu più comune in Attica.
Si inspirarono dunque gli autori della decorazione ad originali di età diverse e nella scelta furono eclettici in quanto che*adoperarono, accanto ad elementi "artistici che possono risalire al quinto secolo av. Cr., altri che sono del quarto, altri ancora ellenistici, e riprodussero figure arcaizzanti.
All'eclettismo nella scelta dei tipi fa riscontro la disuguaglianza di esecuzione nelle diverse parti; con la sicura larghezza di modellato e con la precisa conoscenza anatomica di alcuni quadri, come una scena di ratto della volta centrale, contrasta la esecuzione sommaria e trascurata delle grandi figure, copiate senza dubbio da statue, che si vedono nelle navate laterali; qui l'artista ottiene il massimo effetto con pochi tocchi da impressionista sapiente, coi quali ha reso per esempio il volto di un vecchio pedagogo seduto e ammantato, là si indugia con rara delicatezza a riprodurre le figure di Nikai dinanzi a candelabri, che ricordano assai da vicino quelle analoghe degli stucchi della Farnesina e sembrano uscite dalle mani di un cesellatore d'argento; altre parti sono lavorate con una tecnica che richiama gì intagli dei cammei.
Evidentemente diverse mani hanno lavorato a decorare questa basilica e le differenze che ho notato si devono spiegare in parte, io credo, con le diverse attitudini dei vari esecutori, in parte con le caratteristiche proprie di ciascun originale imitato, che si risentono ancora nella copia.
La disparità di esecuzione rende naturalmente più difficile stabilire con esattezza la cronologia della decorazione. Ma forse, anche sotto questo riguardo, una simile disparità non è priva di insegnamenti per noi, poiché ci ammonisce ancora una volta contro l' uso di attribuire un monumento ad un'età piuttosto che ad un'altra, partendo dal solo esame della maggiore o minore finezza di esecuzione. Se volessimo applicare unicamente questo criterio, dovremmo giudicare di età differenti varie parti di una decorazione che sono sicuramente contemporanee.
Una analisi minuta di tutti gli elementi stilistici e tecnici sarebbe in questo momento inopportuna, quando ancora non abbiamo dato la descrizione intera di tutti i particolari. Ma intanto si può fin da ora notare che nel la disposizione generale degli elementi decorativi e figurati, la decorazione del nostro monumento offre molte affìnità con gli stucchi della casa della Farnesina e si avvicina ad essi anche più che a quelli delle tombe della via Latina, delle quali specialmente la tomba con gli stucchi colorati .è ispirata ad un sistema decorativo notevolmente diverso. Se si volesse quindi attribuire questa decorazione al primo secolo dell'impero, credo che non si potrebbe trovare negli stucchi medesimi nessuna opposizione.
Neppure la costruzione del monumento che manca di paramento visto ed è costituita del solo emplecton, offre un criterio cronologico sicuro. È però una costruzione ottima, i cui caementa sono composti esclusivamente di pezzi di selce, tra i quali non si notano mai, almeno nelle parti visibili, né frammenti di marmi, né di mattoni, onde essa si rivela di età certamente abbastanza antica.
Ma un più preciso indizio cronologico ci è fornito da pochi avanzi di ottima muratura reticolata, che il mio amico E. Gatti osservò durante alcuni lavori, presto interrotti, sull'estradosso del lucernario del pronao, nel punto in cui esso si apriva nel soprassuolo. Questi frammenti di reticolato, di buon periodo, inducono ad attribuire il monumento al primo secolo dell' impero, ossia ad una data che non è contradetta né dalla muratura stessa della basilica, né dalla decorazione degli ambienti.
Per ora non è possibile determinare più strettamente i termini della cronologia; ma non è escluso che ciò si possa fare, quando, terminata la esplorazione, ci sarà dato di esaminare il monumento in tutte le sue parti. Ed ora eccoci alla parte che nella ricerca deve essere necessariamente ultima, ma che risponde al quesito che si affaccia primo alla mente di chi entra in questo edificio. Quale ne era la destinazione?
La risposta credo che non possa essere dubbia ed è quella che abbiamo dato al quesito fin dalle prime volte in cui siamo discesi nel monumento e che è stata accolta da quanti studiosi lo hanno poi visitato. I resti di un sacrificio di fondazione, trovati sotto il muro dell'abside, attestano chiaramente che il luogo era sacro. D'altra parte il carattere di ambiente sotterraneo e recondito, al quale si giunr geva dopo un cammino certamente tortuoso e non sappiamo quanto lungo a traverso gallerie sotterranee, rivela chiaramente che non siamo di fronte ad un tempio dei più comuni. Evidentemente vi si celebrava un culto misterioso, ed a questo uso si adatta bene la forma basilicale del monumento, che fu già adoperata, almeno fin dal tempo ellenistico, per sale di misteri...
Una delle caratteristiche principali della basilica di Porta Maggiore sta nel fatto che essa era sotterranea, ciò che fa subito pensare agli spelei mitriaci. Tuttavia in questo nostro monumento non v'è nulla che alluda alla religione di Mitra, né alle maggiori divinità orientali, Cibele, Iside, dèi Siriaci, che ebbero culto durante l' Impero.
Le rappresentazioni figurate sono tratte dalla mitologia classica, e l'elemento dionisiaco è senza dubbio largamente diffuso nella decorazione. L'origine di questi misteri dovrà cercarsi dunque piuttosto nel mondo greco che in quello orientale. Il Leroux, studiando l'origine dell'abside negli editici classici, ha messo bene in evidenza il fatto che l'arte del quinto e del quarto secolo av. Cr. adoperava il naos con abside e la tholos rotonda solamente per culti di dei ctonii, e più tardi l' uso si estese ad altri generi di costruzioni.
A culti di dèi ctonii ci riportano pure gli avanzi del sacrifìcio di un porcellino lattante e di un cane rinvenuti sotto l'abside, sacrificio certamente catartico, come attesta la natura degli animali immolati. In Grecia il porcellino lattante era sacrificato soprattutto nelle cerimonie di espiazione, ed il sangue di esso era considerato uno dei mezzi più potenti di purificazione. Più raro è il sacrificio del cane, ma del pari essenzialmente catartico ed espiatorio, come è provato da molti luoghi di autori antichi, innanzi tutto di Plinio e di Plutarco.
I Greci lo immolavano ad Hekate e solo gli efebi di Sparta anche ad Ares, il dio seminatore di strage, ed in questo caso la cerimonia aveva luogo di notte, come era uso frequente per i sacrifìci a numi ctonii. Anche a Roma il sacrificio del cane fu sempre connesso con cerimonie espiatorie e catartiche.
Con questo sacrificio dunque i fondatori della basilica sotterranea di Porta Maggiore vollero compiere un rito di purificazione e di espiazione, inteso evidentemente a placare i numi ctonii e a renderli propizi al nuovo edificio e, quel che più importava, agli atti che si dovevano compiere in esso. Che altri sacrifici del medesimo carattere si fossero fatti anche dopo la costruzione del monumento, qi, indo era in uso, parrebbero attestarlo e poche ossa di porcellino trovate nel cunicolo sotto il pronao, avanzi forse delle purificazioni che dovevano precedere ogni iniziazione.
D'altra parte la decorazione stessa di tutto l'ambiente è bene intonata al carattere di un luogo di misteri nel quale dovevano compiersi cerimonie di purificazione. A riti di tale natura alludono alcune scene figurate nella navata laterale sinistra; e forse anche gli oscilla, dei quali si vedono numerose riproduzioni, accanto alla funzione decorativa, avevano pure quella di ricordare la loro proprietà purificatrice per mezzo dell'aria.
I misteri che si celebravano nel monumento dovevano tendere, come tutti quelli antichi, al conseguimento della felicità nell'oltretomba. Nelle scene di ratto e di liberazione, che vi sono figurate, si può scorgere un'allusione alla sorte dell'anima liberata dai vincoli della morte e rapita nel mondo di là.
Un accenno al medesimo concetto si può vedere anche in un quadro del pronao — uno dei pochi già puliti — che rappresenta una scena di apoteosi, in cui Yeidolon del morto è portato in alto da un genio. E non à improbabile che la grande composizione dell'abside alluda appunto al viaggio dell'anima verso le isole dei beati.
Sulla natura di questi misteri per altro non credo sia lecito dire di più oggi. Ma, se non è possibile conoscere ancora con precisione i riti che si celebravano nel monumento e le credenze di coloro che vi convenivano, credo che invece noi possiamo identificare con molta verosimiglianza i proprietari di esso.
Innanzi tutto bisogna tener presente che il genere della costruzione sotterranea, eseguita con mirabile solidità e cura, e specialmente il lusso della decorazione, condotta sul posto da artisti che erano senza dubbio tra i migliori del genere dimostrano chiaramente che l'edificio dovette essere molto costoso e che per conseguenza apparteneva ad una classe di gente ricca. il fatto che il monumento era sotterraneo e che vi si celebravano riti mistici, sui quali si voleva mantenere il segreto, o che almeno si volevano circondare di una parvenza di segreto, attesta evidentemente che quelli che vi si riunivano disponevano pure del soprassuolo o, in altri termini, che i proprietari del soprassuolo dovevano essere iniziati e forse i capi della setta.
Basterà quindi identificare i proprietari del terreno nel tempo in cui il monumento fu costruito, per sapere a chi esso appartenesse. La località, situata sulla sinistra della via Prenestina, presso al punto ore essa si divideva, almeno fin dagli ultimi tempi della Repubblica, dalla Labicana, era al principio dell'Impero extra-urbana e ricca di sepolcri.
A duecento metri circa dal nostro monumento, sullo stesso lato della via, esistevano infatti nel primo secolo dell'era nostra le sepolture dei servi e dei liberti della gens Statilia, che ci hanno reso una larga messe di materiale epigrafico. A duecento metri dunque dalla basilica sotterranea stava un pezzo di terra che nel periodo di tempo che va da Augusto a Claudio apparteneva certamente agli Statilii.
Sorge quindi spontaneo il sospetto che la proprietà di questa gente ricchissima si estendesse anche alla zona vicina e comprendesse il terreno nel quale era scavata la basilica e che nessuna via o diverticolo, per quanto sappiamo, divideva dalle sepolture.
Se la induzione si fondasse solo su questo sospetto così generico, potrebbe sembrare forse un poco debole; ma credo che essa acquisti un valore di probabilità molto più forte, quando si consideri che nel sepolcreto degli Statilii fu trovata la bella urna di marmo greco, ora nel Museo delle Terme, sulla quale è scolpita una scena relativa a misteri. La ipotesi che in quell'urna fossero raccolte le ceneri di un iniziato ai misteri è ovvia e pienamente giustificata; la formulò già infatti la contessa E. Lovatelli che per prima la illustrò.
Non sappiamo precisamente quale personaggio fosse sepolto in quell'urna, ma certo per il costo del materiale e del lavoro non doveva trattarsi di un umile schiavo. L'urna del Museo delle Terme ci rivela dunque una relazione tra la familia degli Statilii e le religioni dei misteri. E un secondo indizio è fornito dal fatto che uno dei liberti sepolto nel colombario presso Porta Maggiore aveva il cognome di Mystes, non molto frequente nella onomastica latina e che ben si addice ad una famiglia della quale facevano parte iniziati.
agli Statilii i quali vi si riunissero coi loro amici e liberti per la celebrazione di riti, a cui essi stessi fossero iniziati. Ma, giunti a questo punto del ragionamento sorgerà spontaneo alla memoria un ricordo che ci darà, credo, la fiducia quasi assoluta nella giustezza della nostra ipotesi: il ricordo della fine di T. Statilio Tauro, il console del 44 d. Cristo. Tacito narra che Agrippina, desiderosa di impadronirsi degli orti di questo personaggio, famoso per le sue ricchezze, lo fece accusare da Tarquizio Prisco, che era stato suo legato durante il governo proconsolare dell'Africa; ma Tauro si tolse la vita prima della sentenza del Senato.
L'accusa consisteva, piuttosto che in pochi delitti di estorsione, in pratiche magiche (pauca repetundarum crimina ceterum magica» super stitiones). Che sotto il nome di magicae superstitiones potessero esser comprese non solo pratiche magiche propriamente dette, cioè operazioni di fattucchieri, intese a costringere la natura alla volontà del mago, ma anche pratiche di culto mistico e segreto, non è necessario dimostrarlo ; che anzi col vocabolo superstitio Tacito indica appunto culti mistici o orientali del genere di quelli che dovevano essere praticati nella basilica di Porta Maggiore, e non diversamente egli qualifica pure il Cristianesimo.
Mi sembra quindi sommamente probabile la ipotesi che la recente scoperta ci abbia restituito il luogo nel quale T. Statilio Tauro compiva, insieme con altri iniziati, raccolti in una sua proprietà suburbana, quei riti che servirono di pretesto ai suoi nemici per mandarlo in rovina.
Tutte queste considerazioni mi sembra che rendano probabile la ipotesi di un rapporto tra la basilica recentemente scoperta e le tombe che si trovavano immediatamente vicine ad essa, o in altri termini, che questa basilica appartenesse appunto.
Monumenti
☆ ☆ ☆ ☆ ★
Palazzo Uffici sede ENPAM
2012 edifici
☆ ☆ ☆ ☆ ★
Cappella della Casa Generalizia delle Figlie di Nostra Signora al Monte Calvario
1928 cappelle
☆ ☆ ☆ ☆ ★
Scuola Elementare Federico Di Donato
1924 edifici
☆ ☆ ☆ ☆ ★
Villini della Cooperativa Impiegati del Ministero degli Interni
1923 villini
☆ ☆ ☆ ☆ ★
Ex Mercato centrale delle erbe all'Esquilino
1902 edifici
☆ ☆ ☆ ☆ ★
Madonna dell'immacolata a Santa Maria all'Esquilino
1897 edicole sacre
☆ ☆ ☆ ☆ ★
Santa Maria dell'immacolata Concezione all'Esquilino
1896 chiese
☆ ☆ ☆ ☆ ★
ex Istituto dell’Immacolata
scuole
☆ ☆ ★ ★ ★
Villa Astalli
ville
☆ ☆ ☆ ★ ★
Arcate dell'Acquedotto Neroniano al Laterano
acquedotti
☆ ☆ ☆ ☆ ★
Fontana di villa Astalli
fontane
☆ ☆ ☆ ☆ ★
Giardino del Convento dei Padri Passionisti al Sancta Sanctorum
giardini