Storia
CronologiaPresso gli archi dell'acquedotto Neroniano, in vicinanza della porta Maggiore, si è rinvenuto: un capitello marmoreo d'ordine corinzio, ben conservato, alto m. 0,66 col diametro di m. 0,45; un frammento angolare di cornice con modinature e rilievi di fogliami, lungo m. 0,85, alto m. 0,60; un rocchio di colonna in marmo bianco, lungo m. 0,57 col diametro di m. 0,17; una basetta, pure di marmo bianco, alta m. 0,12 col diametro di m. 0,23.
Giuseppe Gatti.
Scavi condotti dal Comune di Roma per l'allargamento della sede stradale di via di Santa Croce in Gerusalemme, portano alla scoperta di alcuni sepolcri repubblicani sull'antica via Celimontana, sepolti da una frana.
Francesco Fornari. Osservazioni sul monumento sotterraneo, rinvenuto presso Porta Maggiore.
La scoperta, come si comprende facilmente dal cenno che ne ha dato E. Gatti, offre un notevole interesse sotto molti punti di vista e apre il campo a diversi ordini di ricerche: innanzi tutto la forma stessa del monumento che rientra, per lo schema fondamentale della pianta, nella classe delle basiliche dette di tipo greco e precorre l'applicazione del medesimo tipo architettonico alle chiese cristiane, poi la ricca decorazione onde sono coperte le pareti, che può venire studiata sia rispetto ai soggetti rappresentati che alle forme artistiche, infine la destinazione del monumento.
La parte più attraente è costituita senza dubbio dalla decorazione in stucco che offre ai nostri occhi una ricca serie di elementi ornamentali e di rappresentazioni figurate. Sono palmette e candelabri stilizzati, oscilla di vario genere, vasi ed arredi di eulto, disposti talora su trapeze, gorgoneia e figurette di Vittorie stilizzate con le braccia aperte e spesso con un fiore sulle mani: Nike stessa, nel fondo dell'abside, in mezzo a due adoranti, ad uno dei quali tende la corona con quello stesso atteggiamento che aveva nella statua della Curia Julia.
Le scene mitologiche più diverse, quali ad esempio il ratto di Elena, la liberazione di Esione, Giasone ed il vello d'oro, Heracles ed una Esperide nella navata centrale, la punizione delle Danaidi nella navata di destra, ed il supplì zio'diMarsia in quella di sinistra, si alternano con scene di culto, come un sacrifìcio campestre offerto da Baccanti e riti mistici, come rappresentazioni di corse in presenza di pedotribi, come figure di pigmei.
E nel fondo dell'abside spicca una grande composizione non ancora chiaramente interpretata, nella quale si vede una donna ammantata e velata che, spinta da Eros, scende da uno scoglio nel mare ove è accolta da un Tritone, il quale si appresta a trasportarla, in un drappo teso, agli scogli che le stanno di fronte. Su questi sono due uomini, uno seduto in attitudine pensosa, l'altro in piedi ; nel mare attende un altro Tritone che dà fiato alla buccina.
Ho accennato solo ad una piccola parte delle figurazioni, ma voglio almeno ricordare, sia pure di sfuggita, alcune piccole scenette intorno al lucernario del pronao, ove si vedono, fra l'altro, due Erotini che perseguitano farfalle, e Menadi su pantere ed Eros che guida un carro tirato da caproni.
Non continuerò nell'elenco che non ancora potrei dare compiuto e non voglio indugiarmi nella descrizione neppure delle scene che sono già visibili; per ora basterà accennare. Ma l'esame di queste figurazioni potrà riuscire molto interessante non solo per la conoscenza del monumento in sé, ma anche per più vaste considerazioni di storia dell'arte. Molte di queste rappresentazioni offriranno un nuovo contributo per lo studio di originali dell'arte greca, dai quali senza dubbio dipendono, originali che, anche da un esame sommario, si rivelano di età diverse.
Nella volta della navata centrale, per esempio, si vedono giocolieri come in un vaso di bronzo del Louvre, che dipende, senza dubbio, da un originale alessandrino, e che sul collo ha una scena di pigmei come se ne vedono anche nel nostro monumento. Invece la rappresentazione di Heracles con la Esperide che gli porge i pomi sembra una metopa del quinto secolo a. C., e non è improbabile che l'esecutore si sia inspirato appunto ad un originale di quel tempo, in cui la forma del mito, che qui vediamo riprodotta, fu più comune in Attica.
Si inspirarono dunque gli autori della decorazione ad originali di età diverse e nella scelta furono eclettici in quanto che*adoperarono, accanto ad elementi "artistici che possono risalire al quinto secolo av. Cr., altri che sono del quarto, altri ancora ellenistici, e riprodussero figure arcaizzanti.
All'eclettismo nella scelta dei tipi fa riscontro la disuguaglianza di esecuzione nelle diverse parti; con la sicura larghezza di modellato e con la precisa conoscenza anatomica di alcuni quadri, come una scena di ratto della volta centrale, contrasta la esecuzione sommaria e trascurata delle grandi figure, copiate senza dubbio da statue, che si vedono nelle navate laterali; qui l'artista ottiene il massimo effetto con pochi tocchi da impressionista sapiente, coi quali ha reso per esempio il volto di un vecchio pedagogo seduto e ammantato, là si indugia con rara delicatezza a riprodurre le figure di Nikai dinanzi a candelabri, che ricordano assai da vicino quelle analoghe degli stucchi della Farnesina e sembrano uscite dalle mani di un cesellatore d'argento; altre parti sono lavorate con una tecnica che richiama gì intagli dei cammei.
Evidentemente diverse mani hanno lavorato a decorare questa basilica e le differenze che ho notato si devono spiegare in parte, io credo, con le diverse attitudini dei vari esecutori, in parte con le caratteristiche proprie di ciascun originale imitato, che si risentono ancora nella copia.
La disparità di esecuzione rende naturalmente più difficile stabilire con esattezza la cronologia della decorazione. Ma forse, anche sotto questo riguardo, una simile disparità non è priva di insegnamenti per noi, poiché ci ammonisce ancora una volta contro l' uso di attribuire un monumento ad un'età piuttosto che ad un'altra, partendo dal solo esame della maggiore o minore finezza di esecuzione. Se volessimo applicare unicamente questo criterio, dovremmo giudicare di età differenti varie parti di una decorazione che sono sicuramente contemporanee.
Una analisi minuta di tutti gli elementi stilistici e tecnici sarebbe in questo momento inopportuna, quando ancora non abbiamo dato la descrizione intera di tutti i particolari. Ma intanto si può fin da ora notare che nel la disposizione generale degli elementi decorativi e figurati, la decorazione del nostro monumento offre molte affìnità con gli stucchi della casa della Farnesina e si avvicina ad essi anche più che a quelli delle tombe della via Latina, delle quali specialmente la tomba con gli stucchi colorati .è ispirata ad un sistema decorativo notevolmente diverso. Se si volesse quindi attribuire questa decorazione al primo secolo dell'impero, credo che non si potrebbe trovare negli stucchi medesimi nessuna opposizione.
Neppure la costruzione del monumento che manca di paramento visto ed è costituita del solo emplecton, offre un criterio cronologico sicuro. È però una costruzione ottima, i cui caementa sono composti esclusivamente di pezzi di selce, tra i quali non si notano mai, almeno nelle parti visibili, né frammenti di marmi, né di mattoni, onde essa si rivela di età certamente abbastanza antica.
Ma un più preciso indizio cronologico ci è fornito da pochi avanzi di ottima muratura reticolata, che il mio amico E. Gatti osservò durante alcuni lavori, presto interrotti, sull'estradosso del lucernario del pronao, nel punto in cui esso si apriva nel soprassuolo. Questi frammenti di reticolato, di buon periodo, inducono ad attribuire il monumento al primo secolo dell' impero, ossia ad una data che non è contradetta né dalla muratura stessa della basilica, né dalla decorazione degli ambienti.
Per ora non è possibile determinare più strettamente i termini della cronologia; ma non è escluso che ciò si possa fare, quando, terminata la esplorazione, ci sarà dato di esaminare il monumento in tutte le sue parti. Ed ora eccoci alla parte che nella ricerca deve essere necessariamente ultima, ma che risponde al quesito che si affaccia primo alla mente di chi entra in questo edificio. Quale ne era la destinazione?
La risposta credo che non possa essere dubbia ed è quella che abbiamo dato al quesito fin dalle prime volte in cui siamo discesi nel monumento e che è stata accolta da quanti studiosi lo hanno poi visitato. I resti di un sacrificio di fondazione, trovati sotto il muro dell'abside, attestano chiaramente che il luogo era sacro. D'altra parte il carattere di ambiente sotterraneo e recondito, al quale si giunr geva dopo un cammino certamente tortuoso e non sappiamo quanto lungo a traverso gallerie sotterranee, rivela chiaramente che non siamo di fronte ad un tempio dei più comuni. Evidentemente vi si celebrava un culto misterioso, ed a questo uso si adatta bene la forma basilicale del monumento, che fu già adoperata, almeno fin dal tempo ellenistico, per sale di misteri...
Una delle caratteristiche principali della basilica di Porta Maggiore sta nel fatto che essa era sotterranea, ciò che fa subito pensare agli spelei mitriaci. Tuttavia in questo nostro monumento non v'è nulla che alluda alla religione di Mitra, né alle maggiori divinità orientali, Cibele, Iside, dèi Siriaci, che ebbero culto durante l' Impero.
Le rappresentazioni figurate sono tratte dalla mitologia classica, e l'elemento dionisiaco è senza dubbio largamente diffuso nella decorazione. L'origine di questi misteri dovrà cercarsi dunque piuttosto nel mondo greco che in quello orientale. Il Leroux, studiando l'origine dell'abside negli editici classici, ha messo bene in evidenza il fatto che l'arte del quinto e del quarto secolo av. Cr. adoperava il naos con abside e la tholos rotonda solamente per culti di dei ctonii, e più tardi l' uso si estese ad altri generi di costruzioni.
A culti di dèi ctonii ci riportano pure gli avanzi del sacrifìcio di un porcellino lattante e di un cane rinvenuti sotto l'abside, sacrificio certamente catartico, come attesta la natura degli animali immolati. In Grecia il porcellino lattante era sacrificato soprattutto nelle cerimonie di espiazione, ed il sangue di esso era considerato uno dei mezzi più potenti di purificazione. Più raro è il sacrificio del cane, ma del pari essenzialmente catartico ed espiatorio, come è provato da molti luoghi di autori antichi, innanzi tutto di Plinio e di Plutarco.
I Greci lo immolavano ad Hekate e solo gli efebi di Sparta anche ad Ares, il dio seminatore di strage, ed in questo caso la cerimonia aveva luogo di notte, come era uso frequente per i sacrifìci a numi ctonii. Anche a Roma il sacrificio del cane fu sempre connesso con cerimonie espiatorie e catartiche.
Con questo sacrificio dunque i fondatori della basilica sotterranea di Porta Maggiore vollero compiere un rito di purificazione e di espiazione, inteso evidentemente a placare i numi ctonii e a renderli propizi al nuovo edificio e, quel che più importava, agli atti che si dovevano compiere in esso. Che altri sacrifici del medesimo carattere si fossero fatti anche dopo la costruzione del monumento, qi, indo era in uso, parrebbero attestarlo e poche ossa di porcellino trovate nel cunicolo sotto il pronao, avanzi forse delle purificazioni che dovevano precedere ogni iniziazione.
D'altra parte la decorazione stessa di tutto l'ambiente è bene intonata al carattere di un luogo di misteri nel quale dovevano compiersi cerimonie di purificazione. A riti di tale natura alludono alcune scene figurate nella navata laterale sinistra; e forse anche gli oscilla, dei quali si vedono numerose riproduzioni, accanto alla funzione decorativa, avevano pure quella di ricordare la loro proprietà purificatrice per mezzo dell'aria.
I misteri che si celebravano nel monumento dovevano tendere, come tutti quelli antichi, al conseguimento della felicità nell'oltretomba. Nelle scene di ratto e di liberazione, che vi sono figurate, si può scorgere un'allusione alla sorte dell'anima liberata dai vincoli della morte e rapita nel mondo di là.
Un accenno al medesimo concetto si può vedere anche in un quadro del pronao — uno dei pochi già puliti — che rappresenta una scena di apoteosi, in cui Yeidolon del morto è portato in alto da un genio. E non à improbabile che la grande composizione dell'abside alluda appunto al viaggio dell'anima verso le isole dei beati.
Sulla natura di questi misteri per altro non credo sia lecito dire di più oggi. Ma, se non è possibile conoscere ancora con precisione i riti che si celebravano nel monumento e le credenze di coloro che vi convenivano, credo che invece noi possiamo identificare con molta verosimiglianza i proprietari di esso.
Innanzi tutto bisogna tener presente che il genere della costruzione sotterranea, eseguita con mirabile solidità e cura, e specialmente il lusso della decorazione, condotta sul posto da artisti che erano senza dubbio tra i migliori del genere dimostrano chiaramente che l'edificio dovette essere molto costoso e che per conseguenza apparteneva ad una classe di gente ricca. il fatto che il monumento era sotterraneo e che vi si celebravano riti mistici, sui quali si voleva mantenere il segreto, o che almeno si volevano circondare di una parvenza di segreto, attesta evidentemente che quelli che vi si riunivano disponevano pure del soprassuolo o, in altri termini, che i proprietari del soprassuolo dovevano essere iniziati e forse i capi della setta.
Basterà quindi identificare i proprietari del terreno nel tempo in cui il monumento fu costruito, per sapere a chi esso appartenesse. La località, situata sulla sinistra della via Prenestina, presso al punto ore essa si divideva, almeno fin dagli ultimi tempi della Repubblica, dalla Labicana, era al principio dell'Impero extra-urbana e ricca di sepolcri.
A duecento metri circa dal nostro monumento, sullo stesso lato della via, esistevano infatti nel primo secolo dell'era nostra le sepolture dei servi e dei liberti della gens Statilia, che ci hanno reso una larga messe di materiale epigrafico. A duecento metri dunque dalla basilica sotterranea stava un pezzo di terra che nel periodo di tempo che va da Augusto a Claudio apparteneva certamente agli Statilii.
Sorge quindi spontaneo il sospetto che la proprietà di questa gente ricchissima si estendesse anche alla zona vicina e comprendesse il terreno nel quale era scavata la basilica e che nessuna via o diverticolo, per quanto sappiamo, divideva dalle sepolture.
Se la induzione si fondasse solo su questo sospetto così generico, potrebbe sembrare forse un poco debole; ma credo che essa acquisti un valore di probabilità molto più forte, quando si consideri che nel sepolcreto degli Statilii fu trovata la bella urna di marmo greco, ora nel Museo delle Terme, sulla quale è scolpita una scena relativa a misteri. La ipotesi che in quell'urna fossero raccolte le ceneri di un iniziato ai misteri è ovvia e pienamente giustificata; la formulò già infatti la contessa E. Lovatelli che per prima la illustrò.
Non sappiamo precisamente quale personaggio fosse sepolto in quell'urna, ma certo per il costo del materiale e del lavoro non doveva trattarsi di un umile schiavo. L'urna del Museo delle Terme ci rivela dunque una relazione tra la familia degli Statilii e le religioni dei misteri. E un secondo indizio è fornito dal fatto che uno dei liberti sepolto nel colombario presso Porta Maggiore aveva il cognome di Mystes, non molto frequente nella onomastica latina e che ben si addice ad una famiglia della quale facevano parte iniziati.
agli Statilii i quali vi si riunissero coi loro amici e liberti per la celebrazione di riti, a cui essi stessi fossero iniziati. Ma, giunti a questo punto del ragionamento sorgerà spontaneo alla memoria un ricordo che ci darà, credo, la fiducia quasi assoluta nella giustezza della nostra ipotesi: il ricordo della fine di T. Statilio Tauro, il console del 44 d. Cristo. Tacito narra che Agrippina, desiderosa di impadronirsi degli orti di questo personaggio, famoso per le sue ricchezze, lo fece accusare da Tarquizio Prisco, che era stato suo legato durante il governo proconsolare dell'Africa; ma Tauro si tolse la vita prima della sentenza del Senato.
L'accusa consisteva, piuttosto che in pochi delitti di estorsione, in pratiche magiche (pauca repetundarum crimina ceterum magica» super stitiones). Che sotto il nome di magicae superstitiones potessero esser comprese non solo pratiche magiche propriamente dette, cioè operazioni di fattucchieri, intese a costringere la natura alla volontà del mago, ma anche pratiche di culto mistico e segreto, non è necessario dimostrarlo ; che anzi col vocabolo superstitio Tacito indica appunto culti mistici o orientali del genere di quelli che dovevano essere praticati nella basilica di Porta Maggiore, e non diversamente egli qualifica pure il Cristianesimo.
Mi sembra quindi sommamente probabile la ipotesi che la recente scoperta ci abbia restituito il luogo nel quale T. Statilio Tauro compiva, insieme con altri iniziati, raccolti in una sua proprietà suburbana, quei riti che servirono di pretesto ai suoi nemici per mandarlo in rovina.
Tutte queste considerazioni mi sembra che rendano probabile la ipotesi di un rapporto tra la basilica recentemente scoperta e le tombe che si trovavano immediatamente vicine ad essa, o in altri termini, che questa basilica appartenesse appunto.
Monumenti
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Villini della Cooperativa Impiegati del Ministero degli Interni
1923 villini
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Case IRCIS Esquilino
1920 palazzine
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Villa Wolkonsky
1830 ville
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Auditorium dell'Ex Palazzo dell'Inpdap
teatri
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Ex Palazzo dell'Inpdap
edifici
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Acquedotto Appio presso via Statilia
acquedotti
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Sepolcro dei Caesoni a via Statilia
sepolcri
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Colombario Serviliorum a via Statilia
colombari
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Sepolcro Gemino a via Statilia
sepolcri
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Sepolcro dei Quinzii a via Statilia
sepolcri
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Giardino di Via Statilia
giardini
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Arcate dell'Acquedotto Neroniano a Porta Maggiore
acquedotti
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Arco Eleniano
archi