Società romana Caccia alla Volpe
CronologiaUn numero ristretto di signori, inglesi e romani, capeggiati da lord Chestertfield e il principe Don Livio Odescalchi, organizzano le prime cacce alla volpe a Roma. Le battute si svolgono con personale, cavalli e cani fatti appositamente venire dall'Inghilterra:
"Lord Chester field, venuto a Roma a passare l'inverno, aveva portato seco i suoi valli ed alcune dozzine ca si era dato ad inseguire le volpi nella vasta campagna che sta intorno alla città, e ad unirsi a lui aveva invitato alcuni pochi amici fra i quali il principe Livio Odescalchi.
Dopo questa prima stagione, che si potè chiamare privata, lord Chesterfield rimpatriando lasciò in dono la muta al principe Odescalchi. Questi istituì l'anno seguente con vari amici la Società per la caccia alla volpe e ne fu eletto Presidente (Master of the hounds)."
Caccia alla volpe nella campagna romana:
"La rivoluzione francese prima e le guerre napoleoniche poi portarono radicali modificazioni nelle costumanze di tutti i paesi. Quelle relative all’equitazione si modellarono in Italia sull’imitazione degli inglesi, i quali, usciti senza gravi iatture da quel periodo di crisi, scesero in gran numero a svernare al nostro sole e a godersi i nostri tesori di storia e di arte. Larghi delle loro ricchezze, riuscirono facilmente ad attirarsi la simpatia della popolazione, e a generare nella nostra aristocrazia il desiderio d’imitarli, specialmente nel modo di vestire, e nelle consuetudini, diremo così, sportive, nelle quali loro erano maestri. Da qui l’importazione dei loro cavalli, delle loro carrozze, e l’abbandono delle antiche livree, cariche di galloni e dorature.
Ed è appunto agli inglesi, e precisamente a lord Chesterfield, che dobbiamo l’introduzione nei nostri costumi della caccia alla volpe e, in seguito, delle corse con ostacoli. Il metodo di equitazione, nuovo per noi, ma già praticato da molto tempo in Inghilterra, venne utilizzato a Roma più che nelle altre città d’Italia, perchè la campagna che la circonda non offriva comodi viali agli amatori dell’equilazione per puro passatempo, come ne offrivano le Cascine di Firenze o la Villa Reale di Napoli.
Allora, come adesso, a chi avesse voluto galoppare in aperta campagna, erano necessarii cavalli di fondo e di sangue, sia per le rilevanti distanze da percorrere, sia per le molte accidentalità del terreno da superare.
A Roma pertanto arrivavano ottimi cavalli di mezzo sangue e ne partivano invece quelli ammaestrati alle appoggiate ed al passo spagnuolo.
Così fu che, nell’anno 1844, un numero ristretto di signori, inglesi e romani, che facevano capo presso lord Chestertfield e presso il principe Don Livio Odescalchi, organizzarono, privatamente, le prime cacce alla volpe, e, poco dopo, con personale, cavalli e cani fatti appositamente venire dall’Inghilterra, per iniziativa di Don Livio Odescalchi e sotto la sua presidenza, fu fondata la Società Romana per la caccia alla volpe.
Il canile era allora nel palazzo di Papa Giulio, sulla via Flaminia, ove attualmente è il museo delle antichità extra-urbane; segretario della Società fu D. Flavio Chigi, che, fattosi in seguito prete, fu nunzio a Parigi e morì cardinale."
Caduta mortale da cavallo di Sir John Bertie Mathew, durante una battuta di Caccia alla Volpe.
Il governatore di Roma e direttore generale di polizia, che era monsignor Giuseppe Zacchia, pubblica una severa Notificazione contro tali rischiosi esercizi, e specialmente contro lo sfeep chase, comminando ai contravventori, fra altro, la perdita dei loro cavalli.
L'ordinanza però, cadde ben presto in oblìo, le caccie a cavallo continuarono, il fiore della aristocrazia, romana e straniera, continuò ad acco; rervi sempre più; e sorse, nel maturare dei tempi, un Circolo della Caccia, che è il più aristocratico di Roma.
Caccia alla volpe nella campagna romana
"Nel 1845 la stagione ebbe termine con una giornata di corse, che venne ripetuta, con successo assai maggiore, nel 1846 e nel 1847 a Roma Vecchia, sulla via Appia Nuova.
Queste riunioni furono quelle che dettero origine alle corse con ostacoli in Italia, come gli steeple-chases, corsi da pochi genllemens alla Croix de Berny, presso Parigi, hanno dato origine alle corse con ostacoli in Francia.
La corsa più importante a Roma Vecchia, riuniva, su lungo e difficile percorso, tracciato in aperta campagna, i migliori cavalli che avevano cacciato durante la stagione; alle staccionate e macerie che tagliavano il percorso, indicato solo da banderuole, veniva aggiunta la banchina irlandese, cioè un rialzo di terra a pareti verticali, alto un metro e trenta e largo più di una grossa maceria, preceduto e seguito da un fosso di un metro, abbastanza profondo. Quest’ostacolo, ora abolito nei nostri steeple-chases, veniva superato facilmente, perchè i cavalli vi appoggiano i piedi sopra; il che era permesso dall'andatura che raramente sorpassava la velocità di un buon galoppo da caccia.
La giornata veniva chiusa con una corsa di cavalli di campagna, montati da butteri, con la classica bardatura, ancora in uso nella campagna romana."
Viene redatto lo statuto della Società Romana per la caccia alla volpe.
"Benchè assai pochi fossero ancora quelli che veramente seguissero i cani superando gli ostacoli, tuttavia il numero dei cavalieri era in quel tempo considerevole; gli appuntamenti erano il ritrovo della società elegante, e la colonia straniera, allora molto numerosa in Roma, interveniva in gran parte alle caccie. Alla mancanza di cavalli inglesi si rimediò con cavalli del paese, che venivano presi dai forestieri in affitto per cacciare. Questi cavalli, tutti di razze romane, galoppavano poco, ma saltavano benissimo, perchè messi in discreta condizione ed assuefatti a quel genere di ostacoli. D’altronde le staccionate erano, è vero, più numerose di adesso, essendovi maggior numero di bestiame, ma erano anche assai più basse; grossa staccionata era allora soltanto quella che tracciava il confine tra le diverse proprietà, e difficilmente s’incontrava quella di un metro e venti, quasi generale oggi."
Viene costituita la Società Romana per la Caccia alla Volpe. Livio III Odescalchi è primo presidente. Il canile viene installato nei giardini di Villa Giulia a via Flaminia.
Caccia alla volpe nella campagna romana:
"Allora, al risveglio di tante cose vietate ed allo spirito d’associazione imperante, anche i cavalieri della volpe si riorganizzarono. Su le selle, fuori le giubbe rosse! Fu questo il grido incoraggiato anche da SAR. Umberto, allora principe ereditario, amantissimo di cavalli e della campagna romana.
Nei meets, non mancò mai la principessa, Margherita contornata da tutte le signore dell'aristocrazia che in essa vedevano li futura gentile e carita tevole Regina.
Fu primo presidente dopo la sua ricostituzione il comm. Giulio Silvestrelli, il più bel sportman dell’epoca; gli succedettero mano mano Ladis Odescalchi (il fondatore di Ladispoli), Don Giulio Grazioli, il principe di Campagnano, ed ora ne regge le redini con mano ferma e sicura il principe D. Agostino Chigi.
Già da principe, il nostro Re, approvando i vantaggi dell'equitazione libera nella campagna romana, desiderava che i suoi ufficiali di cavaleria vi si rendessero pratici conoscendo quanta utilità ne avrebbero ricavata."
Fu nell'anno 1871 e 1872, che il Principe Umberto seguì con assiduità le cacce, acquistandovi quella solidità e scioltezza di movimenti e quella confidenza all'ostacolo che non si ottenevano facilmente con i metodi prevalenti nelle scuole militari di allora.
Per desiderio del Principe Umberto, il pittore Blaas, nolo per gli studi fatti sui cavalli, dipinse un quadro rappresentante i migliori cavalieri di quell’epoca, alla testa dei quali è il principe, mentre, dietro ai cani, traversano una strada saltando la maceria e la staccionata che la racchiudono.
Vi si notano il marchese Carlo Origo, Augusto Silvestrelli, D. Mario e D. Giulio Grazioli, il marchese Luigi Calabrini, D. Ladislao Odescalchi. Il quadro conservasi in una anticamera del palazzo reale di Monza.
In quell’epoca pure un vero rivolgimento avveniva nella produzione equina dell’agro romano, con utilità o danno, non potrebbe ancor dirsi.
Certo è che le grandi razze, esistenti allora, dei Cesarini, Silvestrelli, Tittoni, Chigi, non tardarono a scomparire. La prima traeva origine da stallone arabo, l’ultima da padre andaluso, le due di mezzo da padri tedeschi, i quali, accrescendone la mole e arrotondandone le forme, ne avevano ad un tempo infiacchita la fibra. I figli dell’andaluso avevano invece conservato, nella razza Chigi, l’antico brio e la facoltà di sollevare le estremità anteriori in modo così singolare, da richiamare al loro passaggio la generale attenzione; però quel modo, diremo cosi, di inciambellare le gambe, nuoceva alla forza di resistenza e alla velocità dei movimenti, non soltanto al galoppo, ma anche al trotto. Tuttavia questi cavalli venivano ammirati ed acquistati a caro prezzo. Della razza Cesarini alcuni residui durano ancora disseminati in diverse tenute prossime alla capitale.
Altra razza, interamente scomparsa, era quella dei principi Rospigliosi, rimarchevole per il pelame bianco perlino, volgarmente chiamato dai romani caffè e latte; ma i prodotti della vasta tenuta di Maccarese, provenienti anch’essi da padre spagnuolo, non uguagliavano in resistenza quelli delle altre razze romane.
A compensare siffatte mancanze si ebbero altri allevamenti, i quali dettero, sulle prime, non poche speranze, ma ben presto decaddero e impoverirono. Intendo parlare di quelli di Tanlongo, Mazzoleni e Piacentini, tacendo di altri, non saliti alla fama a cui quelli ben presto pervennero. L’ultimo anzi tutti provò che l’incrocio con l’arabo è da preferirsi per gli usi nostri; e infatti i prodotti della razza Piacentini segnarono un vero progresso per l’allevamento nell’Agro Romano; ed è perciò tanto più doloroso vederli scomparire per mancanza di mezzi, avendosi così nuova prova del poco tornaconto che offre da noi l’allevamento del cavallo, anche nelle località più idonee e favorite dalla natura.
È questo un argomento che ci trarrebbe a considerazioni ben più serie di quello che il titolo del nostro modesto articolo lo comporti.
Auguriamoci solo di progredire in questa, che potremmo dire davvero, patriottica industria, tanto da accrescere la produzione equina in guisa da provvedere ai nostri bisogni.
Chiusura della stagione della caccia alla volpe:
"Mercoledì sera, nella sala del teatrino al palazzo Sforza-Cesarini, si è celebrata allegramente la chiusura della stagione della caccia alla volpe, con un banchetto sociale, od agape fraterna, che dir si voglia. La sala era stata, a cura della Direzione, e particolarmente di Don Prospero Colonna, leggiadramente addobbata, ed ornata di trofei di caccia: la tavola, a ferro di cavallo, era stata posta nella platea, e, nel suo bel mezzo, troneggiava una volpe così bene imbalsamata da sembrar viva, tanto che, al primo entrare, fui lì lì per emettere un sonoro tally-ho!
Erano presenti una trentina di cacciatori, e tra questi ricordo: Don Giulio e Don Mario Grazioli, il duca di Marino, Don Prospero Colonna, i marchesi Pizzardi, Calabrini, Gavotti, Don Agostino Chigi, Don Francesco del Drago, Don Luigi di Gallese, il cav. Simonetta, il conte Lutzow, il principe di Rossano e il conte Senni.
L'ambiente, un po' troppo vasto relativamente al numero dei commensali, si andò a mano a mano riscaldando, a furia di champagne, e, ciò che sembra paradossale, di freddure! Figuratevi che un capo scarico, che mi vergogno di nominare, sentendosi arrivare, da sotto il telone, una filatura d'aria proprio tra capo e collo, ebbe il cattivo gusto di prendersela colla Direzione, dicendo che molte volte gli era occorso di sentire dei fischi andar dalla platea al palcoscenico, ma che mai e poi mai ne aveva sentiti venire dal palcoscenico in platea!... Si minacciò di metterlo alla porta! All'arrosto, come di prammatica, cominciarono i brindisi. Il primo lo fece Don Giulio Grazioli, master of the hounds, propinando a S. M. il Re, presidente onorario della società: l'ultimo fu dedicato dal duca di Marino alle volpi.... superstiti della campagna romana cui augurò di crescere e moltiplicarsi. Per acclamazione fu poi votata la proposta di dare, l'anno prossimo, un gran bal de chasse, con l'obbligo agli azionisti di rivestire l'abito rosso, come in Inghilterra, e con delle sorprese per le signore che.... non si hanno nemmeno in Inghilterra.
La mattina dopo, tutta Roma sembrava essersi data convegno al meet di Castel Giubileo, l'ultimo della stagione. Tempo splendido: una vera prima giornata di primavera! Duecento carrozze per lo meno stazionavano intorno alla tenda, e, nella tenda, non ci si capiva addirittura. Molte signore della nostra società, e moltissime forestiere. Nè il field era meno numeroso e brillante degli spettatori; diciotto abiti rossi; non se ne sono mai veduti tanti in una sola volta.
Si parte quasi subito dietro una volpe, la quale dopo avere avuto la compiacenza di procurare un bel galoppetto, abbellito da qualche grazioso ostacolo, va a porre in salvo la propria pelle nel più folto d'una macchia, donde è impossibile ai cani di stanarla. Se ne scova una seconda nella tenuta di Belladonna, e abbiamo così un secondo galoppo, più lungo del primo, ed interrotto da tre grandi staccionate, che — incredibile dictu! — vengono superate senza accidenti spiacevoli. Una seconda macchia fa smarrire di bel nuovo la pista alla muta.
Ci allontaniamo sempre più dall'appuntamento, e ci mettiamo sulle tracce di una terza volpe verso Mentana; ma dove les chassepots ont fait merveilles non riusciamo a fare un bel nulla. Alle cinque si riprende la strada di casa, infectis rebus, come dicevano i nostri padri, o colle pive nel sacco, come diciamo noi, e con quel tantino di melanconia, che lascia sempre nel cuore ogni piacere che finisce.
Curtius."
A Ciampino si svolge la prima caccia al daino organizzata dal cavaliere Scheibler arrivato a Roma con 25 cavalli, 24 coppie di cani e capitanando con un irresistibile entusiasmo gli sportmen lombardi: Emilio Silvestri, Poggi, Durini, Carlo Leonino, Simonetta ed un’amazzone, la signora Leonino.
Partita di caccia alla villa Pamphili:
"A Roma, lo sport invernale è in fiore. Il Circolo della caccia aveva già offerto, il 4 gennaio, un pranzo alle loro Altezze il duca d'Aosta e il duca degli Abruzzi, cui intervenne il presidente del Consiglio. IÌ 7, vi fa una brillante partita di caccia a Coazzo fuori di Porta Pia; cui sarebbe intervennto il duca d'Aosta, se non fosse stato impedito per motivo di salute. Lunedì, 11 gennaio, si ebbe poi a Villa Pamphili, una pertita di caccia alla volpe.
Iì duca d'Aosta, avendo accettato l'invito del principe Alfonso Doria-Pamphili intervenne, accolto da oltre dugento persone, quasi tutte appartenenti alla Società della caceia. Il duca era accompagnato dal aiutante di campo. Gli onori della villa erano fatti assai amabilmente dalla principessa e dal principe Doria. Nel gratf prato della villa, fu offerto a Sua Altezza reale un lunch, durante il’ quale suonava la musica del reggimento Foggia cavalleria. Notiamo fra gl'intervenuti, lord Dufferin, l'ambasciatore d'Inghilterra e della dama di Sua, Maestà la Regina, marchesa Massimo e marchestt .. Lavaggi, lady Dufferin, il principe Odescalchi, tutti gli ufficiali della scuola di Tor di Quinto, ecc.
Alle ore 2, dopo il caffè, cominciò la caccia. Vi si segnalarono quattro intrepide amazzoni: la priucipessa Doria, la marchesina Lavaggi, la signora Field è la signora Slade. Non mancarono egregi fotografi dilettanti, che ritrassero felicemente alcuni gruppi. Animazione generale ; divertimento riuscitissimo."
Caccia alla volpe nella campagna romana:
"La scuola d'equitazione di Tor di Quinto, istituita da pochi anni ha recato vantaggi immensi. Ha sciolto l'utticiale dalle pastoie degli esercizi di semplice pista ed ha risvegliato in lui la passione del cavallo, e delle razze buone da prescegliersi come resistenza e come agilità.
A niuno sfuggì, nelle prime corse militari, l'inferiorità dei nostri ufficiali dinanzi ai gentlemen-riders, anche ai più modesti. Ora essi possono competere con questi e con gli ufficiali di altre potenze che già da molto tempo si erano dedicati a sì giovevole esercizio. Si è aggiunto dunque alla caccia alla volpe romana l'elemento militare, elemento simpatico ed accettato con entusiasmo dai veri sportmen e... diciamolo francamente, anche dalle signore. Perchè la cronaca della società è ricca di nomi di appassionate sport-woomen che si son sempre distinte per coraggio e per abilità.
Gli appuntamenti di Cecilia Metella, di Porta Salaria, di Prima Porta, ecc., sono il convegno di quanto c'è di più chic a Roma sia estero che nazionale. Chi non cavalca, va in carrozzino, in break, in Zandau, in botte, basta essere là sul posto a vedere la partenza dei rossi cavalieri e a rifocilla nella baracca buffet che segue il luogo del meet.
Il canile di buonissima razza risiede a Tor Fiorenza, splendido locale, una volta del cav. Renazzi, e le caccie sono dirette da Mr. James Tones capocaccia ufficiale, pratico oramai della campagna romana quanto un pecoraro della medesima."
Gabrile Dannunzio partecipa ad una battuta organizzata dalla Società Romana della Caccia alla volpe, nella tenuta del Pineto. Il poeta annota nei suoi taccuini: "Ecco la pineta. È su un terrapieno erboso, circondato d'una siepe secca. Gli alberi sono tutti eguali, allineati, come eletti per un rito, inviolabili. Segnano le ombre azzurrognole sul prato soleggiato. A sinistra, la prateria smaltata di margherite, il gran soffio della libertà nel deserto. I cani si lanciano sulla pista, squittendo, condotti dagli huntsmen. La campagna è accidentata, con avvallamenti e alture, interrotta da macchie basse. Il sole illumina tutto: un sole calmo e caldo. Nel lontano l'orizzonte è occupato dalla grande cupola, dalla pineta regolare come un portico bruno, da Monte Mario con i suoi cipressi, dalle cime nevose remote. Tutto è limpido. Un sentimento di gioia e di possanza quieta domina su la campagna divina. A tratti la cupola emerge dal portico dei pini. Roma giace in fondo biancastra, mite e ridente."
Nonostante il vento impetuoso che, sul campo a Tor di Quinto, rovesciava gli alberi, un discreto pubblico assistette al concorso ippico indetto dalla Società della Caccia alla Volpe. Re Umberto prese posto nel palco del giurì: v'era con lui il ministro della guerra. Molte signore nelle tribune.
Caccia alla Volpe data in onore di S. A, R. la duchessa d'Aosta:
"Quella fu la caccia più notevole della stagione sportiva, svoltasi sin qui. La riunione a Porta Nomentana, fuori di Porta Pia. Pel tempo troppo asciutto, sfavorevole alla caccia, eran state fino a quel giorno sospese le riunioni, ma appena emanato l'avviso della Società della Caccia alla volpe, spitò un vento da mettersi di cattivo umore.
Le signore non se ne spaventarono. E al meet fissato pel mezzogiorno, mentre soffia il vento noioso di tramontana e la giornata è rigida e i monti vicini appaiono coperti di neve, intervengono molte intrepide dame: lady Hamilton, le principesse di Santafiora e Potenziani; la contessa Suardi, Pasolini, Gloria, Zaicowski. Amazzoni: S.A.R. la Duchessa d'Aosta, la marchesa di Roccagiovine, donna Giovannella Caetani, donna Lina Corsini, donna Francesca Prinetti d'Adda e contessa Scheibler. Fra le signorine, notate: donna Bice Potenziani, le marchesine Spinola, le contessine Faa di Bruno.
Master: il marchese di Roccagiovine, Hunteman, il signor Moriconi. Seguono la caccia sessantacinque cavalieri, compreso S. A. R, il Conte di Torino, e gli ufficiali del corso di Tor di Quinto al completo."
Caccia alla volpe nella campagna romana
"Noteremo che ora anche la società della caccia tra i suoi cavalli ne possiede due italiani, nati nell'allevamento italiano Torlonia a Torricola e figli di cavalle irlandesi e di stallone puro sangue (Gullane).
Presentemente il canile possiede otto cavalli, trenta coppie di cani, e personale italiano, che non la cede per nulla a quello, non certamente di prim'ordine, che ci veniva mandato dall'Inghilterra, e che su quello ha i grandi vantaggi di costar meno, di conoscere meglio la campagna e di affezionarsi ai cavalli ed ai cani.
La campagna romana, questa grande maestra di equitazione, che ha formato i nostri migliori e più arditi cavalieri, è tanto vasta che lo sport non vi teme i progressi dell’agricoltura e il propagarsi delle semente.
Quante località, appena un poco lontane, non furono mai percorse dai cani! E appunto dal dover cercare in estensioni immense, dalla difficoltà che trovano i cani di definire la pesta, guastata e tagliata dal bestiame, dalla facilità che ha la volpe di prendere le spallette, o di salvarsi fra i ruderi e le catacombe di cui abbonda la campagna, dal genere di ostacoli infine che i cavalieri sono obbligati a superare pur di seguire il galoppo, la caccia in campagna romana può ritenersi più diffìcile e più seria di qualsiasi altra, anche di quella praticata in Inghilterra, dove la volpe si va a cercare al covert, ov’è nutrita e protetta.
Alla Società Romana si deve la lode di avere, sola in Italia, mantenuto le tradizioni dello sport, non ammettendo simulacri di caccia e cercando l'animale che i cani dovranno inseguire, a differenza delle altre cacce a cavallo praticate da noi, ove l'animale da cacciare è allevato in domesticità e condotto sul posto!
Agli abiti rossi che seguono i cani, si aggiungono oggi molti ufficiali dell'esercito, e sempre numerosi forestieri, che tornano ogni anno a percorrere l'incomparabile campagna e ad ammirare la monotona e pur sempre bellissima vista del classico e severo paesaggio di Roma.
Vicenza, 20 aprile 1898.
P. Campello della Spina,Sottotenente in Genova Cavalleria.
Presso l'VIII miglio dell'Appia antica, in località Selceta, viene inaugurato il nuovo Casino della Caccia alla Volpe, una costruzione rurale nata per ospitare un canile per allevamento e addestramento da utilizzare duramte le battute di caccia nella campagna romana.
Annuale riunione ippica di Corse della Società della Caccia alla Volpe nei prati di Torre Appia.
Il Casino della caccia sull'Appia antica passa di proprietà dal Demanio al Parco Archeologico dell'Appia Antica.
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